I cheated myself

28 giugno 2010 ore 20:28 segnala

..like I knew I would

I told you

I was trouble

You know that I'm no good.

 

...no torniamo più gli stessi dopo i tradimenti, la colonia estiva, l'apparecchio ai denti.

Unable

27 giugno 2010 ore 13:33 segnala

"Non so chi sono, che anima ho.

Quando parlo con sincerità non so con quale sincerità parlo. Sono variamente altro da un io che non so se esiste ( o se è quello degli altri).

F. Pessoa

La douleur

26 giugno 2010 ore 14:47 segnala

In francese. dolore è un sostantivo femminile.

 

" Mi muovo secondo la mia violenza, e sono volgare quanto basta."

 

Alda Merini

Per sempre e oltre

17 giugno 2010 ore 17:12 segnala

Mi hai calmata

come una violenza.

Mi hai avuta con la furia

e mi hai lasciata con una pelle splendida.

Mi hai accolta

come sangue caldo.

Così, tra il sangue mi hai presa

e tra le ferite

ne ho trovate di nuove.

E come quando passa il treno

e tutto senti tremare

mi hai cancellata con i morsi

hai fatto di me una foto gialla.

Mi hai agita

come fossi un corpo estraneo

che però ti occupa

che spinge per uscire

come un aborto

come un essere mai nato.

Tu sei la mia violenza.

"Like violence you have me, forever, and after"

 

Words

15 giugno 2010 ore 18:02 segnala
"Non c'è nulla di più crudo delle parole: bisogna esser ciechi e sordi per non percepire la carne e i nervi di cui sono fatte, la pelle e le ossa che lasciano intravedere.
E tu, tu hai visto tutto questo. Tu hai sentito le mie frasi, che sono molto più della traccia del mio corpo; sono la partitura e l'archetto, le istruzioni per l'uso e la posologia.
Nessuno mi ha mai vista così nuda: e come potrebbero non inquietarmi le tue lettere?"

estratto da"Caro lettore" di A. Nothomb

Linguaggio binario

02 giugno 2010 ore 01:53 segnala

Una specie di flash back sudato.

Le era venuto in mente così, mentre ricanticchiava tra sè la canzone degli otto Ohm.."cosa cazzo ci facevo io con i fiori in mano.."

E se ne era ricordata all'improvviso. Un lampo tra i neuroni, quei maledetti trasmettitori di piccoli impulsi elettrici. di memorie, alle quali cerchiamo di dare un senso, un verso  che sia credibile, e poi le chiamiamo vita.

Aveva fatto l'unica cosa che sapeva fare, quella che poteva arrestare le lacrime e contenere il dolore: scrivere.Si era alzata dal letto, aveva acceso la luce e si era precipitata verso il suo personale esorcismo.

E piano piano, gli impulsi elettrici erano diventati linguaggio binario del pc.Simboli.

Ma d'altronde, come diceva Pessoa, tutta la vita è una simbologia confusa.Lei non era forse d'accordo?

Ooohh si che lo era.

E anche quel gesto doveva essere simbolico. doveva dar senso mistico ad una cosa che si stava sgretolando...doveva dare un verso alle memorie.

Lo stava perdendo , lo aveva già perso.

Lui, come i bambini capricciosi che storcono il naso quando si cambia loro minestra, non aveva più voluto mangiare. Lei lo sapeva, lo sentiva forte il rifiuto..e poi, lui, con la sua fantasia poco simbolica le aveva detto che non ci sarebbe stato." Non ci vengo, aspettarmi sarà inutile".

Ma lei, cresciuta  a pane e romanticherie, proprio non ce l'aveva fatta a rinunciare al suo ultimo stralcio di magia...

"Io sarò lì. Ti aspetterò."

E lo aveva fatto, era lì. Con una rosa rossa in mano, due biglietti per il cinema all'aperto nell'altra.

In piedi e fiera. Stava attendendo il suo uomo. Colui che non l'avrebbe mai lasciata sola. Ecco perchè era vestita da Ginevra, aspettava Lancillotto. Nessun Re Artù, ma un cavaliere.

Era rimasta così per venti minuti. Scrutando il cellulare. Aspettando.

Poi aveva deciso di sedersi sul ciglio della strada. Lo avrebbe visto lo stesso.

I cancelli si stavano per chiudere, ultima chiamata. Sarebbe arrivato.

E così, si sentì davvero una perfetta idiota quando fu sorpresa, accovacciata sul ciglio della strada, a piangere, dal ragazzo dei cancelli. Scoperta.

Lui le sorrise, e le disse:

"Beh, io a questo punto il film lo vedrei lo stesso. Non si fa aspettare così a lungo una ragazza".

Pensò alla dolorosa banalità di quel momento, alla patetica lacrima che aveva sul viso, e a come anche questo, prima o poi, sarebbe diventatao una memoria da comprimere, da contenere.

Da trasformare in linguaggio binario, per dargli un senso, una direzione...e per chiamarlo vita.

" Tra tutte quelle che potevi essere

non devi rimanere dispiaciuta

se sei rimasta in gara solamente tu

con tutto quello che sei diventata..nei giorni, minuti e secondi..."

 

 

Sotto casa di Matteo.

18 maggio 2010 ore 20:01 segnala
Pioviccicava. Dicevano che a Roma, la pioggia così si chiamava gnagnarella. Che nome assurdo. Faceva venire in mente il lamento di una cinquantenne della Magliana. Lei di romanesco sapeva poco, però sapeva che quell’acquetta , a Roma, era capace di creare un finimondo.

Clara era in ritardo. Dammi dieci minuti, diceva l’sms.

Tranquilla, era stata la risposta. L’insegna del tabaccaio “nuvole di fumo” dava un tocco decisamente blu alla notte che era già abbastanza blu.

Che fantasia! Un tabacchi che si chiama nuvole di fumo con l’insegna blu. O forse era azzurra?L'appuntamento sotto casa di Matteo era tipico del Venerdì. Ci si riprometteva di non fare tardi, si era tutti stanchi e poi il Sabato c'era la palestra...e puntuialmente si facevano le sei senza sapere perché e per come. Si passavano le ore in giro, in auto, fumando e parlando della solita cosa : uomini.

Al massimo qualche dettaglio piccante sul pene di qualcuno, tiè.

Ma sempre di maschi trattavasi, anche se, come dicevano spesso, ci voleva un bel coraggio a chiamare uomo uno con un pene grande come una ministilo.

Ora che ci rifletteva, i dettagli sul pene erano parecchi.

Più che parecchi, erano abbondanti. Quasi una ossessione.

Merda era diventata una cazzo di maniaca.

E non dire cazzo, Ro! Non sta bene e soprattutto, cosa penseranno di te?

La verità.

Che sono una mezza maniaca con l’ossessione per odori, misure e sapori. Detto così, sembro solo l’inviata di Linea Verde … una di quelle che vanno per i paesini la Domenica...e c’è sempre una signora Gina che fa la pasta con le cotiche migliore d’Europa.

Quanta banalità nella nostra esistenza: cibo, sesso, bisogni primari. Il superfluo rende superflua la vita, no?

L’arrivo di Clara  fu il solito: Aò. Dice Clara.

Ciao, dico io. Cerco parcheggio? “Andiamo con la mia o la tua” ? “Qui non c’è mai posto e ..che puzza sti secchioni..ma, in effetti, non ci potremmo dare appuntamento in un posto che puzzi meno?”

No no, a noi piace così. La monnezza, il fumo, i maschi.

Tre facce della stessa medaglia.

Lo stesso spero di te.

12 maggio 2010 ore 20:50 segnala
Si era messa in testa di scrivere un libro.

Un libro vero. Già quando aveva avuto questa malsana idea, a 14 anni, le era venuto in mente di scrivere di sé. D’altronde, di chi altri avrebbe potuto parlare? Di sé e dell’amore.

Perfetto.

Una storia intensa, strappalacrime e risate, un storia ironica con un gran finale. Se lo aveva fatto il tizio della radio, poteva farlo anche lei.

Aveva già pronto il finale: sulla falsariga della canzone degli Afterhours: “sai quando tornerai io sarò già via, riciclandomi, vendendo roba tua” … si insomma uno di quei finali in cui Lei, abbandonata, attendeva con pazienza il ritorno di Lui, l’abbandonante. E ,maestosamente e trionfante, non si faceva trovare. Si rendeva libera, una donna nuova e diversa.

A pensarci bene, era un finale del cazzo.

In primo luogo perché, diciamocelo, che senso ha attendere uno per il solo gusto di non farsi trovare?

Aspettarlo, riciclarsi in nuovi ruoli, sperimentandosi..se poi l’Abbandonante non avrebbe potuto godere di questo ex bruco oramai divenuto farfalla?

E, inoltre, questa storia era trita e ritrita. Si,cioè un classicone.

Vabbè allora avrebbe scritto di sesso. Della sua vita da single, un po’ come Bridget Jones, un po’ come Silvana Pampanini ne “ Il tassinaro”.

Ah il sesso sarebbe andato forte. Anche quella tizia…. Melina, Vanessa …c ome si chiamava?Beh lei ne era una prova vivente. Addirittura avevano fatto gli audiolibri! Gli audiolibri di una tizia che parlava come un venditore di arancini di Bagheria.

Che poi, lei che ne sapeva di Bagheria? Sapeva della Calabria, quello si.

Comunque, avrebbe parlato di sesso ,il libro.

Il sesso era l’arma vincente.

Fanculo l’abbandonante. Che, a dirla tutta, colcazzo che era tornato. Si sposava un’altra,una stronza con la faccia da giornalista sportivo.

Quello aveva pensato vedendoli insieme: “Questa mi pare donna di calcio.” Una di quelle che fanno di tutto per compiacere i maschi:fingere di amare lo sport ,fingere di avere orgasmi e   pettinarsi come Cicco Graziani.

E poi aveva sentito le gambe tremare.

Il libro si sarebbe sviluppato come un blog: avrebbe ricalcato canzoni, poesie e ambientazioni soft.

Ci avrebbe inserito anche qualcosina sulla sua famiglia: sesso e misteri legati ai soldi. Una Dallas calabro romana. Con un tocco noir, come nelle nuove storie sull’Opus Dei…

L’immagine di sua madre che intesseva trame oscure alla luce di candelabri seicenteschi, vestita con un saio scuro e sullo sfondo muri di pietra l’aveva fatta trasalire.

Via il noir medievale, no no.

Il bigliettino

08 aprile 2010 ore 14:20 segnala

L'aveva fatto.

Era salita di nuovo in auto ridendo come un'isterica.si era vista, lì, accovacciata tra le due auto, a giocare alla stalker.

Lui era sceso dall'auto qualche secondo prima.Solo una percezione, non era sicura di aver visto bene..ma le era sembrato PROPRIO.

Così aveva detto il suo amico, è proprio bello.Era vero, era bellissimo. Aveva armeggiato qualche secondo col cellulare, poi si era diretto verso il semaforo. Aveva attraversato la strada ed era svanito tra le lucine dei bar e i fari delle auto.

Non aveva ancora mangiato. Lei,lo ripeteva spesso, poteva resistere a tutte le sciagure: ma due cose la rendevano intrattabile, il sonno e la fame. Come i bambini piccoli.

e così, come una bambina piccola aveva agito. Aveva detto al suo amico: "Scommettiamo?", e poi aveva strappato un fogliettino dall'agenda, ci aveva scritto qualcosa sopra, ed era scesa dall'auto.

Lui stava tornando, e così si era accucciata tra le due ruote, aveva atteso che lui sparisse di nuovo e lo aveva lasciato lì.

Ci aveva scritto una delle cose più banali che si possano dire a qualcuno, e il suo numero.

Ora, quando il telefonino le stava squillando, prorio le veniva da ridere.
Non aveva risposto alla prima chiamata e neppure alla seconda, ma aveva ceduto alla terza.

"Marta?" le aveva detto la voce. Ma immaginare la voce e il telefono vicino alle labbra di quell'uomo le aveva provocato un sussulto.

"Si sono io, e tu chi sei?"...che domanda scema!Chi poteva essere?! Gli aveva appena lasciato il numero, ma mai e poi mai aveva lontanamente immaginato che lui potesse chiamarla.

"Sono Massimo...sei tu Marta?che tipa che sei!".

Lei continuava a ridere. Ma non una ristaina nervosa, no no lei rideva proprio di cuore. Forse la risata, forse il profumo lasciato sul biglietto, lui le chiese di uscire. E lei accettò.

E forse, questa storia dovrebbe finire qui.

..............o no?

La razzista

29 marzo 2010 ore 21:44 segnala

Lo aveva notato entrando nel locale. Tra le luci basse, vicino al suo amico tutto di un pezzo, vestito con una camicia azzurrina e un maglioncino beige.

"Guarda che tipo"- aveva detto alla sua amica." Mi sembra un ragioniere, e guarda come balla scatenato".Insieme avevano riso, un po' dei preconcetti, un po' delle apparenze, un po' di loro due.

E si, perchè Rossana lo sapeva benissimo che anche lei, in mezzo a quella folla inferocita di donne che agitavano il culo, sembrava una scolaretta in divisa col suo vestitino marrone da collegiale. Non è che le mancasse il senso critico, semplicemente, se ne fotteva.

Si buttò tra la mischia: un drink, le mani di Sandra sulle spalle, sorrisi e balletti sciocchi, come quelli che si fanno alle medie. Si divertivano così, con poco, bastava un po' di house di quella buona a scatenare il buonumore.Si guardavano e si dicevano: " qui  siamo lontane da tutto e da tutti".

Mentre erano in fila al bagno si erano date un bacio. Uno di quei baci innocenti che si danno le amiche, un di quei baci alla Fromm. Di quelli sulla bocca. Rossana si era ricordata del Prof. di Religione al liceo. Dall'alto della sua cattedra cattolica, l'aveva ammonita:

"Baciare sulla bocca è un gesto intimo e unico. Dalla bocca ci nutriamo, e quindi, baciare sulla bocca equivale a dirsi: tu sei di importanza vitale per me". Sandra era di importanza vitale per lei.

Dopo il bacio l'aveva guardata, si erano dette che si volevano bene ed erano tornate in pista.

Rossana aveva sentito qualcuno commentare: " Aò le hai viste ste du lesbiche?" e aveva riso di loro e della loro piccolezza.

Dopo qualche ora si era trovata faccia a faccia col ragioniere. Le aveva offerto da accendere, e avevano cominiciato a parlare. Era simpatico, aveva un buonissimo odore ed era gentile.

Quando sorrideva si metteva la mano sulla guancia, e lei aveva trovato questo gesto tenerissimo. Aveva ripensato all'importanza della comunicazione non verbale, alle mani che si usano come schermo e si era sentita stranamente a suo agio. Erano entrambi pronti ad abbassare le difese, seppure solo per qualche ora.

E così accettò di uscirci una seconda volta. Lui si era affidato a lei per tutto: le aveva solo detto dove vedersi.

Lei aveva optato per un ristorantino cinese in centro, che frequentava spesso con i suoi amici gay.

Entrò e la proprietaria la salutò, chiamandola per nome.

Alcuni suoi amici erano seduti al tavolo.Sorrisi baci e abbracci e smancerie, aveva finalmente potuto gustare il suo involtino primavera in santa pace.

L'accompagnatore era discreto e aveva un nome impronunciabile. Nei pochi giorni intercorsi tra il primo incontro e la cena l'aveva tempestata di chiamate e sms in cui, con varie parafrasi, sostanzialmente le diceva sempre la stessa cosa: "Spero proprio che tu sia una brava ragazza".

Ora , lei si era domandata spesso perchè lui ne fosse così preoccupato, del suo spirito.

Aveva pensato che le differenze culturali ( lui era albanese) potevano aver giocato un ruolo fondamentale in questo.

"Magari crede che in discoteca ci vanno solo le poco di buono" si era detta. Che poi, perchè mai se una ama danzare dev'esser poco di buono?

Non lo diceva forse anche la Bibbia, di danzare per lodare Dio e il creato?

Era preoccupatissimo che lei sarebbe sparita dopo il secondo appuntamento. Così le aveva fottuto un orecchino celandosi dietro una patetica romanticheria. Le aveva detto:

"Lo terrò sotto il cuscino, dormirò con il tuo orecchino vicino al cuore.." E lei aveva risposto: "Basta che non me lo metti incinto."

 Si era ripromessa di scoprirlo piano piano, del perchè quell'uomo dal nome impronunciabile fosse così diverso da lei...ovviamente ammonita da tutti i suoi conoscenti.

Lei non voleva sapere perchè fosse diverso, voleva vedere la sua diversità. Voleva annusarla, tenerla un po' per sè.

Così, quasi soffocò quando lui, con aria candida, propio mentre arrivava il manzo, le disse:

"Mi dici perchè hai baciato la tua amica in discoteca? Sei lesbica?"

Trasalì...ehm ehm...cough cough...

"Quando?" Risatina nervosa di lei...

"Sabato, vi ho viste".

Ora tutto le era chiaro in mente. Rivide esattamente la scena: si erano accarezzate sul viso, poi si erano baciate. Si erano sorrise, e lei lo ricordò: c'era un tipo con la faccia da ragioniere che le fissava con uno sguardo beota.

Poi si guardò attorno: il ristorante era pieno di uomini. Uno, al cellulare, diceva: " MA si si veniamo anche noi!Ci sono anche il MArio e il Piero, ci si vede tutti a casa di Lollo!". Erano vestiti tutti alla moda, alcuni si atteggiavano come Valeria MArini. Erano gay.

L'unico tavolo di donne era costituito da quattro amiche, due coppie. E così capì di non avere scampo.

Cosa poteva fare? Come uscire dall'imbarazzo di spiegare a quell'uomo dal nome impronunciabile?

"Senti..ehm..coso...credo chetu abbia capito male..cioè noi si giocava.. "

Come avrebbe iniziato? L'equivoco era partito. si trovava nel ristorante gay più famoso di Roma, dove tra l'altro era conosciutissima, con la domanda che volava lì, tra il vino e il manzo che oramai si era freddato.

Così, piuttosto che spiegare l'equivoco, e mangiare il manzo freddo, decise per il male minore:

Lo baciò e gli disse: "Andiamocene a casa, mi è venuto mal di testa. Ah, e ridammi l'orecchino. "