Alle nuove generazioni (con un pizzico di presunzione)

10 dicembre 2018 ore 17:02 segnala


Col passare degli anni si pensa che l’esperienza di vita che ci portiamo sulle spalle come un pesante bagaglio, ci dia il diritto di spargere consigli utili a quei ragazzi che ancora devono affrontare la parte davvero impegnativa della loro esistenza.

Io credo fermamente che il consiglio più utile sia l’esempio; essere ciò che si dice…nulla è più contagioso come la concretezza di un gesto, sia nel bene, sia nel male.

Ma mi permetto ugualmente di dare qualche indicazione di massima, in un elenco non esaustivo e che forse è più dedicato a me stesso, per ricordarmi certe cose, che a loro.

Alle nuove generazioni:
- rendete reale il mutuo riconoscimento, lì risiede la pace
- pensate a lungo termine, perchè ciò che fate oggi si ripercuoterà sui vostri figli
- provate a realizzare i vostri sogni, ma non siatene schiavi
- rispettate gli anziani, sono la parte vivente della vostra storia
- mangiate sano
- imparate a essere indipendenti, ma con il buon senso
- amate tanto, senza aspettarvi nulla in cambio
- condividete il vostro talento o sarà inutile che lo abbiate
- ascoltate tanta musica, ma soprattutto rock
- fate sport
- imparate a suonare uno strumento, o a dipingere o qualsiasi altra forma d'arte, perchè è attraverso l'arte che potrete esprimere chi siete
- siate critici, ma non qualunquisti
- contestate le regole, ma rispettatele: la lotta consiste nel farle cambiare, non nel violarle
- non svendetevi mai, siate fedeli a voi stessi
- siate liberi nei pensieri
- rispettate la libertà degli altri
- parlate molto, ma ascoltate di più
- siate vivi sempre come lo siete oggi
- giocate molto
- ridete molto
- pensate molto
- infine, vi prego, non rompete i coglioni alla sera, nelle panchine sotto casa, grazie.
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Dalle stalle alle stelle...

28 novembre 2018 ore 16:18 segnala


Il 27 novembre 2018 non ha certo brillato nel firmamento dei trasporti ferroviari, perlomeno non nella tratta Rivarolo-Chieri; appena giunto alla stazione del Lingotto, per fare ritorno a casa dopo una giornata di lavoro, osservando il tabellone delle partenze ho subito intuito che sarebbe stato un lungo viaggio...gli indizi erano chiari, tipo “ritardo 45 minuti” o un decisamente più inquietante “Cancellato”.

Dagli altoparlanti comunicano che un guasto tra le stazioni di Trofarello e Chieri comporterà ritardi a cancellazioni, ultimando l’annuncio con l’ormai evergreen “ci scusiamo per il disagio” che è diventato un classico come e forse più di “Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno...se si facessero pagare i diritti SIAE per quella frase, le ferrovie italiane sarebbero la prima potenza economica mondiale.

Fermo al binario 4, ascolto gli annunci e osservo le rotaie come un cane osserva la ciotola del cibo vuota, in attesa che il miracolo si compia e appaia come per magia il treno che mi riporterà a casa. Miracolo che sembra arrivare quando viene annunciata la partenza del convoglio per Chieri al binario 1.

L’esodo biblico dei passeggeri si compie nel sottopasso lingottiano (o lingottese? vabbè non è importante); un popolo stanco e mediamente esasperato che accoglie questa partenza come un segno della bontà divina.
Il sospiro di sollievo però dura il tempo di due fermate perchè giunti a Trofarello ci viene comunicato che il treno termina la corsa e non prosegue.
La sensazione è la stessa che si proverebbe se ci facessero vedere i regali sotto l’albero e, all’ultimo momento, ci dicessero che non sono per noi.
Il clima generale spazia dalla rassegnazione alla rabbia, con un inizio di imprecazioni così fantasiose da meritare di prendere qualche appunto, che nella vita servono sempre nuove forme di insulto.
Consulto il tabellone delle partenze e leggo che al binario 5 arriverà, con un inevitabile ritardo di 25’, il prossimo convoglio; mi piazzo e attendo fiducioso, mentre al binario 6 c’è ancora un capannello di passeggeri che discute animatamente con il macchinista, confermando la tendenza a prendersela con chi non c’entra una beata mazza con le situazioni che ci recano disagio:
al ristorante il cibo non è buono? me la prendo col cameriere.
al supermercato ci sono troppe poche casse aperte? me la prendo con le cassiere.
il treno si ferma a Trofarello? me la prendo col macchinista.
Essere l’interfaccia col pubblico è il lavoro più rischioso e meno gratificante del mondo.

A frantumare ogni speranza di viaggiare ancora su rotaia, arriva l’ennesimo annuncio che avvisa della presenza di un pullman sostitutivo pronto nel piazzale adiacente alla stazione.
Ennesimo spostamento con esito incerto, in quanto del suddetto pullman non vi è ancora traccia, se non nella fantasia scatenata da un processo mentale di disperazione che ti fa vedere un autobus anche guardando una fiat 500 del 1971.
Intanto valuto le alternative possibili:

1
Taxi: tempo stimato di arrivo a casa 25 minuti
Costo stimato: 30 euro
Esito: bocciato

2
Autobus 45 fino a Cambiano e proseguimento a piedi fino a casa: tempo stimato di arrivo 1,5 ore
Costo: zero
Rischio di essere investito durante il tragitto pedestre: alto
Esito: bocciato

3
Dormire in stazione a Trofarello: tempo di arrivo a casa 24 ore
Costo: zero
Possibilità di racimolare qualche euro venendo scambiato per un clochard: scarsa
Rischio di venire cacciato per vagabondaggio: alto
Esito: bocciato

Terminate le opzioni e gran parte delle energie, mi rassegno ad attendere il tanto famigerato bus, quando l’inaspettato si materializza nella figura di una giovane ragazza che mi si avvicina e mi chiede cosa sia successo, incuriosita dal volume di persone ferme davanti alla stazione.
La breve spiegazione che le fornisco è utile a scatenare quella roba di cui tanto riempiamo i nostri post sui social, ma che stentiamo a materializzare in gesti concreti: la solidarietà.

La ragazza in questione fa semplicemente un rapido calcolo: sono in macchina e vado a Chieri, ho 4 posti vuoti che equivalgono ad altrettante persone che posso trasportare fino a casa o quasi...e siccome la matematica non è un’opinione, al contrario della solidarietà che più che un’opinione è sempre più un’eccezione alla regola del cinismo, si offre di accompagnare 4 di noi fino alla stazione di Chieri, da cui poi ognuno proseguirà come è solito fare.

Il tragitto scorre tra chiacchiere e qualche risata ironica sull’accaduto e su altri argomenti sicuramente futili, ma che servono sia a stemperare la tensione accumulata (e anche un po’ di stanchezza), sia a rendere gradevoli i pochi chilometri che ci separano dalla meta.

Rientro a casa stupito di essere stupito, perchè mi rendo conto che l’ovvio è diventato ormai rarità, che la normale tendenza all’aiuto reciproco sta lasciando il posto alla diffidenza, alla paura e a quell’egoismo che troppo spesso viene definito sano, senza considerare che lo è nella misura in cui viene bilanciato da un tendere verso l’altro.

Questa ragazza, di cui non ricordo il nome, non ha avuto il minimo dubbio, nessuna incertezza...per lei era del tutto normale offrire quel passaggio che invece non era assolutamente un atto scontato, soprattutto nel mondo dei “grandi”.

Ma si sa, i giovani spesso costituiscono il meglio della società, proprio perchè non hanno ancora avuto il tempo di farsi corrompere da essa.

Incasso la lezione di vita e la faccio mia, giusto per ricordarmi come dovrebbero funzionare le cose in un mondo normale.

Quindi il grazie va a lei, non tanto per il passaggio tanto gradito quanto inaspettato, ma per per aver dimostrato, ancora una volta, che basta davvero poco per essere semplicemente quello per cui siamo stati progettati: esseri umani.
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« immagine » Il 27 novembre 2018 non ha certo brillato nel firmamento dei trasporti ferroviari, perlomeno non nella tratta Rivarolo-Chieri; appena giunto alla stazione del Lingotto, per fare ritorno a casa dopo una giornata di lavoro, osservando il tabellone delle partenze ho subito intuito che s...
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in loving memory...

29 ottobre 2018 ore 00:34 segnala


Per ricordare chi non c’è più, occorre sempre far passare l’ondata emozionale che, se cavalcata, rischia (e spesso riesce) a produrre tanto giustificati quanto banali commenti (nell’era dei social poi arriviamo al quasi scandaloso e lo dice un loro frequentatore)



Quindi sono qui, in un luogo dove nessuno o quasi leggerà le mie parole, per ricordare un uomo scomparso pochi anni fa, trovandomi nel pieno di quella ondata emozionale che ho citato pocanzi. Quel “nulla accade per caso” di cui sto facendo un po’ il live motive della mia vita, lui lo chiamava con fede “provvidenza” e questa non lo ha mai tradito, come lui non ha mai tradito i ragazzi e le ragazze che lo hanno seguito nel suo cammino di servizio e di educatore.



Pochi giorni perima della sua partenza per una vita migliore, seduti uno accanto all’altra su di una panca di fronte alla casa madre della comunità che lui tanto ha voluto e realizzato, abbiamo fatto un piccolo calcolo di quante persone, in 40 anni, sono passate di lì, anche solo per pochi giorni: a circa 100.000 ci siamo fermati, che l’ora era tarda e lo sforzo mnemonico richiesto era un po’ troppo impegnativo, soprattutto dopo una giornata passata tra cemento, pentole da lavare, stanze da pulire, ragazzini da seguire e tante altre piccole cosette che, quotidianamente, scandiscono le giornate all’OASI di Maen, piccola frazione di Valtournanche in Val d’Aosta (http://www.oasimaen.it/). Amava ripercorrere la storia di quel posto, forse perché le persone anziane (aveva 76 primavere sulle spalle), proprio perché sanno che il loro tempo è quasi scaduto, spesso cedono ai ricordi, un po’ per nostalgia, un po’ per fare un bilancio della propria vita, un po’ per lasciare la loro eredità a chi viene dopo, i giovani; quei giovani a cui lui ha dedicato una vita intera.



Certo come ognuno di noi, non aveva un carattere facile, ma essere educatore nel senso più stretto del termine, non prevede falsi buonismi: richiede invece enorme dedizione, durezza quando serve, capacità di ascolto, efficiacia nel trasmettere e nel far vivere valori oggi poco citati e ancor meno praticati. Molti di noi hanno imparato il vero significato di cose come SERVIZIO – GRATUITA’ – COMUNIONE – INSIEME – FATICA – PAGARE DI PERSONA – ALTRUISMO – RESTITUIRE – AMICIZIA - FEDE. Non imparato su noiosi fascicoli da catechesi di massa, ma imparato vivendole sulla propria pelle, ogni giorno, ognuno secondo le proprie capacità e secondo la propria sensibilità.



E ognuno di noi quelle cose se le porta dentro, anche chi non lo vuole ammettere: l’OASI di Maen è così, una volta dentro, non ci esci più. Ed è vero, quel posto, anzi le persone di quel posto e il modo di viverlo, ti entrano dentro e dentro ti restano, scavano, riemergono, ti mancano. Questo modo di vivere è stato lui a trasmetterlo, lui con la sua fede incrollabile e io credo che prima che in Dio, lui avesse fede negli uomini e nella loro capacità di poter creare dei se stessi migliori e, di riflesso, un mondo migliore (lo so, fa tanto Miss Italia, ma concedetemi la licenza nazional popolare). Un uomo che amava rimboccarsi le maniche (anche fisicamente le aveva sempre tirate su) e spingeva tutti a farlo.



Un uomo molto concreto, che conosceva la vita e le sue difficoltà; è significativo, in tal senso, che quando diceva cosa era davvero importante secondo lui, non parlava mai di Dio, di Gesù, della fede: lui diceva sempre: “le tre cose importanti nella vita sono la salute, gli affetti e il lavoro”. Certo la fede per lui era cosa fondamentale, ma sempre vissuta calandola appieno nella realtà che lo circondava, con tutte le contraddizioni del caso, comprese le sue. Ci lascia un’eredità difficile, ora sta a noi far sì che tutto il suo lavoro possa continuare ad avere un senso, anzi IL senso che lui ha saputo dargli e trasmettere a più di 100.000 persone.



Era un grande educatore, era un grande sacerdote salesiano, era un grande dirigente sportivo, a volte era un gran rompiballe……era merce rara: era semplicemente un Uomo (e la maiuscola non è casuale).

(con gratitudine e in ricordo di Don Aldo Rabino, 1939 - 2015)
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« immagine » Per ricordare chi non c’è più, occorre sempre far passare l’ondata emozionale che, se cavalcata, rischia (e spesso riesce) a produrre tanto giustificati quanto banali commenti (nell’era dei social poi arriviamo al quasi scandaloso e lo dice un loro frequentatore) Quindi sono qui,...
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Ode al cesso...

09 ottobre 2018 ore 16:53 segnala


Il cesso è quella roba che associ alla mancanza di bellezza, alla puzza, allo schifo, ma è anche quella roba che cerchi disperatamente nel momento del bisogno...

Quindi quando vi danno dei cessi, non prendetevela: verrà il momento in cui vi cercheranno perché avranno bisogno di voi... E come da manuale, sarete occupati.
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« immagine » Il cesso è quella roba che associ alla mancanza di bellezza, alla puzza, allo schifo, ma è anche quella roba che cerchi disperatamente nel momento del bisogno... Quindi quando vi danno dei cessi, non prendetevela: verrà il momento in cui vi cercheranno perché avranno bisogno di voi....
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Madre...

09 ottobre 2018 ore 13:49 segnala


Quel vedo non vedo con cui la natura si nasconde agli occhi...
Signora affascinante, che sa come farsi desiderare e sa quando concedersi...
Splendida e sfuggente, triste e maltrattata, avrà la sua gloria...e la sua vendetta
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« immagine » Quel vedo non vedo con cui la natura si nasconde agli occhi... Signora affascinante, che sa come farsi desiderare e sa quando concedersi... Splendida e sfuggente, triste e maltrattata, avrà la sua gloria...e la sua vendetta
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chi il dolore lo conosce...

07 ottobre 2018 ore 00:53 segnala


Chi conosce il dolore, nell’accezione più estesa del termine, non lo sventola ai quattro venti, mai.
Chi conosce il dolore, testimonia solo gioia.
Chi conosce il dolore non si lamenta…lotta.
Chi conosce il dolore non chiede una mano…la offre.
Chi conosce il dolore non cerca consolazione…consola.
Chi conosce il dolore è una persona preziosa che merita ben più di una ipocrita faccina triste.
Chi conosce il dolore è una persona preziosa, perché lo nasconderà con dignità per trasmettere solo gioia di vivere a chi lo circonda.
Chi conosce il dolore, solo nell’intimità degli affetti lo esternerà, perché quegli affetti sono le uniche persone davvero in grado di capire, di apprezzare, di prendersi cura.

Ognuno di noi dovrebbe imparare o reimparare il valore della propria intimità; in un’epoca dove sempre più tendiamo a rendere pubblica la nostra vita e, cosa ancor più grave, i suoi momenti più importanti, sia nel bene e sia nel male, chi sa riconoscere quanto quei momenti siano preziosi e personali, quanto certi aspetti, certi affetti siano e debbano essere nostri e solo nostri, è una perla rara, un diamante grezzo…una persona dal valore inestimabile…o semplicemente una PERSONA…e le maiuscole non sono casuali.
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« immagine » Chi conosce il dolore, nell’accezione più estesa del termine, non lo sventola ai quattro venti, mai. Chi conosce il dolore, testimonia solo gioia. Chi conosce il dolore non si lamenta…lotta. Chi conosce il dolore non chiede una mano…la offre. Chi conosce il dolore non cerca consolazi...
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Tempo...

06 ottobre 2018 ore 16:37 segnala


Lei arrivata alla macchina trovò un biglietto attaccato al vetro laterale; lo prese, entrò e iniziò a leggere.
Man mano che andava avanti, portava le sue mani a coprire il viso, fino a piegarsi verso il volante, poggiandovi la fronte e tenendo stretto quel biglietto.
C’era scritto:

“Io non sono un uomo dalle grandi possibilità e lo sai.
Non potrò portarti a cena in ristoranti lussuosi
Non potrò regalarti gioielli
Non potrò portarti a fare vacanze da sogno
Quello che posso darti, però,
è la cosa più preziosa che posseggo
io posso darti il mio tempo.
Tempo per conoscerci
Tempo per capirci
Tempo per litigare
Tempo per fare l’amore
Tempo per amarci
Tempo per me
Tempo per te
Tempo per costruire
Tempo per NOI
So che è poco, ma per me è tutto
Ora se ti volti, avrei qualcosa da dirti…”

Da dentro la macchina, lei si voltò a destra e sinistra finchè non lo vide in piedi accanto alla portiera: scese, lo guardò sorridendo e con il respiro quasi rotto.
Restarono un attimo l’uno di fronte all’altra a guardarsi, finchè lui, fissandola negli occhi: “io ti amo”
L’abbraccio che seguì, che era più un diventare una cosa sola, fu il colpo di martello che fece cadere definitivamente ogni barriera, ogni dubbio, ogni remora…..dopo tanto tempo, per entrambi, era giunto il momento di amare ancora, di sentirsi amati ancora. E ogni volta che lei aveva qualche pensiero, riprendeva quel biglietto e lo rileggeva per spazzare via la polvere della paura, la paura di essere felici di nuovo.


Si narra che ancora oggi queste due persone si regalino quotidianamente del tempo, che si scelgano ogni giorno e che da tutto questo abbiano la cosa più importante: lei ha lui, lui ha lei…..il resto è solo contorno.
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« immagine » Lei arrivata alla macchina trovò un biglietto attaccato al vetro laterale; lo prese, entrò e iniziò a leggere. Man mano che andava avanti, portava le sue mani a coprire il viso, fino a piegarsi verso il volante, poggiandovi la fronte e tenendo stretto quel biglietto. C’era scritto: ...
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Balla con me...

30 settembre 2018 ore 23:36 segnala


29 settembre, sabato sera, lungo mare...c'è poca gente che passeggia e questo dà la possibilità a me e alla mia compagna di goderci il luogo con una pace inusuale in una serata piacevolmente fresca.
I locali sono praticamente vuoti e i pochi clienti sono turisti tedeschi o olandesi.
Incappiamo in un artista di strada che diffonde la musica del suo violino attraverso un piccolo amplificatore alimentato a batteria, che trasmette le basi su cui lui suona con una buona tecnica.
Si susseguono valzer, tanghi, mazurche e affini; ci sediamo sul muretto accanto a lui e seguiamo le note che di certo non sono ciò che abitualmente ascoltiamo, ma che in quel contesto risultano essere più che gradevoli.
Una coppia anziana accanto a noi commenta e rispolvera i propri ricordi di gioventù, portati alla luce da quelle melodie.
Ascoltano, sorridono e ricordano fino a quando lei gli dice "balli con me?"
Lui da buon maschio duro e orgoglioso, nega questa concessione, ma un attimo dopo la guarda, sapendo che lei aspetta solo un suo cenno e replica "Vuoi ballare?"
L'inizio è incerto, tradendo il fatto che da tanto tempo non lo fanno, ma man mano che la musica avanza, i passi e l'affiatamento ritornano ad essere quelli tipici di chi non solo si conosce da tanto tempo, ma che che da tutto quel tempo si ama.
In mezzo al lungo mare, incuranti della gente, ballavano, sorridevano, facevano l'amore...un passante li osserva e gli grida "bravi" subito seguito dalla figlioletta che tiene per mano.
Il musicista sembra rinvigorito da questo inaspettato fuori programma e si concede qualche virtuosismo, quasi a rompere una certa timidezza.
Non resisto e prendo in mano il cellulare per filmare la coppia; sembra di essere in un film, di quelli da lieto fine e lacrime assicurate.
E in effetti scopro, un passo di danza dopo l'altro, di avere gli occhi lucidi di emozione e di gratitudine per questo omaggio alla vita, all'amore e alla gioia.
Terminate le danze, la coppia si risiede accanto a noi, li guardo sorridendo e dico loro "eravate bellissimi"...e lo erano, forse non per la maggior parte delle persone che passavano distratte e assorbite dai loro discorsi, ma per me lo erano...e lo sono ancora. Auguro loro di saper assaporare il loro tempo insieme sempre con questo spirito, finchè il buon Dio glielo consentirà...e li ringrazio per questa lezione di amore, per la loro tenerezza, per aver dimostrato come il senso di tutto, alla fine, era tutto in quei passi di danza e in ciò che rappresentavano.

Sì, erano bellissimi...erano mio padre e mia madre.
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« immagine » 29 settembre, sabato sera, lungo mare...c'è poca gente che passeggia e questo dà la possibilità a me e alla mia compagna di goderci il luogo con una pace inusuale in una serata piacevolmente fresca. I locali sono praticamente vuoti e i pochi clienti sono turisti tedeschi o olandesi. ...
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Sogni...

28 agosto 2018 ore 18:03 segnala


"Oggi sono felice di essere con voi in quella che nella storia sarà ricordata come la più grande manifestazione per la libertà nella storia del nostro paese.
Un secolo fa, un grande americano, che oggi getta su di noi la sua ombra simbolica, firmò il Proclama dell’emancipazione.
Si trattava di una legge epocale, che accese un grande faro di speranza per milioni di schiavi neri, marchiati dal fuoco di una bruciante ingiustizia.
Il proclama giunse come un’aurora di gioia, che metteva fine alla lunga notte della loro cattività.
Ma oggi, e sono passati cento anni, i neri non sono ancora liberi.
Sono passati cento anni, e la vita dei neri é ancora paralizzata dalle pastoie della segregazione e dalle catene della discriminazione.
Sono passati cento anni, e i neri vivono in un’isola solitaria di povertà, in mezzo a un immenso oceano di benessere materiale.
Sono passati cento anni, e i neri ancora languiscono negli angoli della società americana, si ritrovano esuli nella propria terra.
Quindi oggi siamo venuti qui per tratteggiare a tinte forti una situazione vergognosa.
In un certo senso, siamo venuti nella capitale del nostro paese per incassare un assegno.
Quando gli architetti della nostra repubblica hanno scritto le magnifiche parole della Costituzione e della Dichiarazione d’indipendenza, hanno firmato un “pagherò” di cui ciascun americano era destinato a ereditare la titolarità.
Il “pagherò” conteneva la promessa che a tutti gli uomini, sì, ai neri come ai bianchi, sarebbero stati garantiti questi diritti inalienabili: “vita, libertà e ricerca della felicità”.
Oggi appare evidente che per quanto riguarda i cittadini americani di colore, l’America ha mancato di onorare il suo impegno debitorio.
Invece di adempiere a questo sacro dovere, l’America ha dato al popolo nero un assegno a vuoto, un assegno che é tornato indietro, con la scritta “copertura insufficiente”.
Ma noi ci rifiutiamo di credere che la banca della giustizia sia in fallimento.
Ci rifiutiamo di credere che nei grandi caveau di opportunità di questo paese non vi siano fondi sufficienti.
E quindi siamo venuti a incassarlo, questo assegno, l’assegno che offre, a chi le richiede, la ricchezza della libertà e la garanzia della giustizia.
Siamo venuti in questo luogo consacrato anche per ricordare all’America l’infuocata urgenza dell’oggi.
Quest’ora non é fatta per abbandonarsi al lusso di prendersela calma o di assumere la droga tranquillante del gradualismo.
Adesso é il momento di tradurre in realtà le promesse della democrazia.
Adesso é il momento di risollevarci dalla valle buia e desolata della segregazione fino al sentiero soleggiato della giustizia razziale.
Adesso é il momento di sollevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale per collocarla sulla roccia compatta della fraternità.
Adesso é il momento di tradurre la giustizia in una realtà per tutti i figli di Dio.
Se la nazione non cogliesse l’urgenza del presente, le conseguenze sarebbero funeste.
L’afosa estate della legittima insoddisfazione dei negri non finirà finché non saremo entrati nel frizzante autunno della libertà e dell’uguaglianza.
Il 1963 non é una fine, é un principio.
Se la nazione tornerà all’ordinaria amministrazione come se niente fosse accaduto, chi sperava che i neri avessero solo bisogno di sfogarsi un pò e poi se ne sarebbero rimasti tranquilli rischia di avere una brutta sorpresa.
In America non ci sarà né riposo né pace finché i neri non vedranno garantiti i loro diritti di cittadinanza.
I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione finché non spunterà il giorno luminoso della giustizia.
Ma c’é qualcosa che devo dire al mio popolo, fermo su una soglia rischiosa, alle porte del palazzo della giustizia: durante il processo che ci porterà a ottenere il posto che ci spetta di diritto, non dobbiamo commettere torti.
Non cerchiamo di placare la sete di libertà bevendo alla coppa del rancore e dell’odio.
Dobbiamo sempre condurre la nostra lotta su un piano elevato di dignità e disciplina.
Non dobbiamo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica.
Sempre, e ancora e ancora, dobbiamo innalzarci fino alle vette maestose in cui la forza fisica s’incontra con la forza dell’anima.
Il nuovo e meraviglioso clima di combattività di cui oggi é impregnata l’intera comunità nera non deve indurci a diffidare di tutti i bianchi, perché molti nostri fratelli bianchi, come attesta oggi la loro presenza qui, hanno capito che il loro destino é legato al nostro.
Hanno capito che la loro libertà si lega con un nodo inestricabile alla nostra.
Non possiamo camminare da soli.
E mentre camminiamo, dobbiamo impegnarci con un giuramento: di proseguire sempre avanti.
Non possiamo voltarci indietro.
C’é chi domanda ai seguaci dei diritti civili: “Quando sarete soddisfatti?”.
Non potremo mai essere soddisfatti, finché i neri continueranno a subire gli indescrivibili orrori della brutalità poliziesca.
Non potremo mai essere soddisfatti, finché non riusciremo a trovare alloggio nei motel delle autostrade e negli alberghi delle città, per dare riposo al nostro corpo affaticato dal viaggio.
Non potremo mai essere soddisfatti, finché tutta la facoltà di movimento dei neri resterà limitata alla possibilità di trasferirsi da un piccolo ghetto a uno più grande.
Non potremo mai essere soddisfatti, finché i nostri figli continueranno a essere spogliati dell’identità e derubati della dignità dai cartelli su cui sta scritto “Riservato ai bianchi”.
Non potremo mai essere soddisfatti, finché i neri del Mississippi non potranno votare e i neri di New York crederanno di non avere niente per cui votare.
No, no, non siamo soddisfatti e non saremo mai soddisfatti, finché la giustizia non scorrerà come l’acqua, e la rettitudine come un fiume in piena.
Io non dimentico che alcuni fra voi sono venuti qui dopo grandi prove e tribolazioni.
Alcuni di voi hanno lasciato da poco anguste celle di prigione.
Alcuni di voi sono venuti da zone dove ricercando la libertà sono stati colpiti dalle tempeste della persecuzione e travolti dai venti della brutalità poliziesca.
Siete i reduci della sofferenza creativa.
Continuate il vostro lavoro, nella fede che la sofferenza immeritata ha per frutto la redenzione.
Tornate nel Mississippi, tornate nell’Alabama, tornate nella Carolina del Sud, tornate in Georgia, tornate in Louisiana, tornate alle baraccopoli e ai ghetti delle nostre città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare e cambierà.
Non indugiamo nella valle della disperazione.
Oggi, amici miei, vi dico: anche se dobbiamo affrontare le difficoltà di oggi e di domani, io continuo ad avere un sogno.
E un sogno che ha radici profonde nel sogno americano.
Ho un sogno, che un giorno questa nazione sorgerà e vivrà il significato vero del suo credo: noi riteniamo queste verità evidenti di per sé, che tutti gli uomini sono creati uguali.
Ho un sogno, che un giorno sulle rosse montagne della Georgia i figli degli ex schiavi e i figli degli ex padroni di schiavi potranno sedersi insieme alla tavola della fraternità.
Ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, dove si patisce il caldo afoso dell’ingiustizia, il caldo afoso dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e di giustizia.
Ho un sogno, che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per l’essenza della loro personalità.
Oggi ho un sogno.
Ho un sogno, che un giorno, laggiù nell’Alabama, dove i razzisti sono più che mai accaniti, dove il governatore non parla d’altro che di potere di compromesso interlocutorio e di annullamento delle leggi federali, un giorno, proprio là nell’Alabama, i bambini neri e le bambine nere potranno prendere per mano bambini bianchi e bambine bianche, come fratelli e sorelle.
Oggi ho un sogno.
Ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà innalzata, ogni monte e ogni collina saranno abbassati, i luoghi scoscesi diventeranno piani, e i luoghi tortuosi diventeranno diritti, e la gloria del Signore sarà rivelata, e tutte le creature la vedranno insieme.
Questa é la nostra speranza.
Questa é la fede che porterò con me tornan­do nel Sud.
Con questa fede potremo cavare dalla montagna della disperazione una pietra di speranza.
Con questa fede potremo trasformare le stridenti discordanze della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fraternità.
Con questa fede potremo lavorare insieme, pregare insieme, lottare insieme, andare in prigione insieme, schierarci insieme per la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi.
Quel giorno verrà, quel giorno verrà quando tutti i figli di Dio potranno cantare con un significato nuovo: “Patria mia, é di te, dolce terra di libertà, é di te che io canto.
Terra dove sono morti i miei padri, terra dell’orgoglio dei Pellegrini, da ogni vetta riecheggi libertà”.
E se l’America vuol essere una grande nazione, bisogna che questo diventi vero.
E dunque, che la libertà riecheggi dalle straordinarie colline del New Hampshire.
Che la libertà riecheggi dalle possenti montagne di New York.
Che la libertà riecheggi dagli elevati Allegheny della Pennsylvania.
Che la libertà riecheggi dalle innevate Montagne Rocciose del Colorado.
Che la libertà riecheggi dai pendii sinuosi della California.
Ma non soltanto.
Che la libertà riecheggi dalla Stone Mountain della Georgia.
Che la libertà riecheggi dalla Lookout Mountain del Tennessee.
Che la libertà riecheggi da ogni collina e da ogni formicaio del Mississippi, da ogni vetta, che riecheggi la libertà.
E quando questo avverrà, quando faremo riecheggiare la libertà, quando la lasceremo riecheggiare da ogni villaggio e da ogni paese, da ogni stato e da ogni città, saremo riusciti ad avvicinare quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, protestanti e cattolici, potranno prendersi per mano e cantare le parole dell’antico inno: “Liberi finalmente, liberi finalmente.
Grazie a Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”.

(discorso di Martin Luther King - 28 agosto 1963)
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« immagine » "Oggi sono felice di essere con voi in quella che nella storia sarà ricordata come la più grande manifestazione per la libertà nella storia del nostro paese. Un secolo fa, un grande americano, che oggi getta su di noi la sua ombra simbolica, firmò il Proclama dell’emancipazione. Si t...
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28/08/2018 18:03:50
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Voglie...

19 agosto 2018 ore 21:27 segnala


Ci sono persone che ti fanno venire voglia di starci insieme.

Ci sono persone che ti fanno venire voglia di trombarle.

Ci sono persone che ti fanno venire entrambe le voglie...

Alla fine è tutto lì
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« immagine » Ci sono persone che ti fanno venire voglia di starci insieme. Ci sono persone che ti fanno venire voglia di trombarle. Ci sono persone che ti fanno venire entrambe le voglie... Alla fine è tutto lì
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19/08/2018 21:27:20
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