The miracle

14 giugno 2018 ore 12:04 segnala



Miracle, il bambino nato sulla nave aquarius e che inizia la sua vita da rifugiato e rigettato, navigando nell'immenso mare dei giochetti politici di una Europa moralmente e politicamente alla frutta, non è solo una creatura appena venuta al mondo, ma è la tangibile meraviglia della vita che va avanti sempre e comunque, nonostante la lucida follia degli esseri umani; la vita che, attraverso la faccia furbetta e innocente di un neonato, alza il dito medio in faccia a tutti, ricordando che, per quanto si faccia per denigrarla, è lei la vera vincitrice...inesorabile e inarrestabile, splendida e spietata, padrona assoluta di tutto...un piccolo grande miracolo che ci ricorda il nostro essere insignificanti al suo cospetto...la vittoria di Dio su chi un Dio pensa di esserlo
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...and the winner is...

03 giugno 2018 ore 23:14 segnala


In una festa di paese, gironzolando tra stand gastronomici e giostre, mi imbatto nell'area dedicata al ballo liscio...l'orchestrina suona davanti ad un nutrito gruppo di ballerini attempati...tra di loro, spicca la dignità e l'orgoglio di un anziano ballerino che, per l'occasione da condividere con la compagna di una vita, sfoggia un abito perfetto col quale, fiero della sua eleganza, guida la partner muovendosi con quella gentilezza e con quella fierezza propria di chi ha alle spalle una vita buona...

Se proprio devo invidiare qualcuno, allora invidio lui...loro...perché hanno vinto, senza ammissione di replica, senza possibilità di scalzarli dalla loro serenità tangibile e straordinariamente contagiosa... Applausi!
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Viva l'Italia...

30 maggio 2018 ore 07:54 segnala


Questo è un paese assopito dalle stronzate dei media, dei social, di una società che vuole produrre cittadini mediocri... Abbiamo perso la capacità di analisi, il senso del dibattito, il rispetto dell'autorità arrogandoci il diritto di essere sempre dalla parte della ragione... Abbiamo perso la capacità di concederci il beneficio del dubbio, il rispetto per l'avversario, la facoltà di cambiare idea seguendo il buon senso e non l'orgoglio o l'interesse personale... Siamo un paese che ha perso la capacità e la volontà di scendere in piazza davvero, con civiltà e fermezza allo stesso tempo... Siamo un paese a cui sta bene quello che ha, che si merita quello che c'è... Siamo un paese di parolai sgrammaticati, di pappagalli incapaci di esprimere un'idea con idee proprie e appropriate... Siamo un paese ignorante e che nella sua ignoranza ci nuota felice, orgoglioso di possedere uno smartphone di ultima generazione, di postare selfie al mare, di raccattare quattro like di merda sotto un post... Siamo un paese che si è arreso a se stesso... Siamo tutti colpevoli, ma cerchiamo un capro espiatorio per la nostra iniquità... Non dovremmo uscire dall'Europa, l'Europa dovrebbe cacciarci... Meritiamo l'estinzione.
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« immagine » Questo è un paese assopito dalle stronzate dei media, dei social, di una società che vuole produrre cittadini mediocri... Abbiamo perso la capacità di analisi, il senso del dibattito, il rispetto dell'autorità arrogandoci il diritto di essere sempre dalla parte della ragione... Abbia...
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amore da favola un cazzo...

27 aprile 2018 ore 23:49 segnala


…e mi sono rotto di queste filosofie patetiche e puerili

di questi amori sognati

Mi sono rotto delle favole

delle persone “giuste”

Mi sono rotto della poesia

dei tramonti

delle canzoni d’amore

dei fiori

dei cuoricini

Io voglio sentire che lei non è mia

per costringermi a conquistarla ogni giorno

Voglio svegliarmi la mattina e vederla al suo peggio

e quel peggio amarlo

Voglio che mi rompa i coglioni

perché sono disordinato

trasandato

pigro

Voglio che parli in continuazione

per abbracciarla e tenerla stretta al petto

nel tentativo (vano) di farla tacere

Voglio eccitarmi quando è in tuta e ciabatte

Voglio il romanticismo da divano e coppetta gelato



Voglio farle sentire che non sono suo

per costringerla a conquistarmi ogni giorno

Voglio che si svegli la mattina e mi veda al mio peggio

e quel peggio lo ami

Voglio romperle i coglioni perché non usa l’auricolare in macchina

perché non mette le cinture

perché non sta mai ferma anche quando potrebbe

Voglio farla incazzare perché continuo a fare il ragazzino nei campi sportivi

e torno a casa spaccato

Voglio che si ecciti mentre cucino in canotta e pantaloncini



Voglio dover faticare per gestire quel suo essere impegnativa

Voglio che debba faticare per gestire il mio essere impegnativo

Voglio le liti furiose

la sincerità spietata

gli sguardi che non hanno bisogno di parole

gli abbracci che dicono tutto

le parole inutili

i silenzi



Voglio che mi deluda ogni tanto

per poterla perdonare

Voglio deluderla ogni tanto

per farmi perdonare



Voglio una donna libera

che si doni a me spontaneamente

Voglio essere libero

per donarmi a lei spontaneamente



Non me ne faccio un cazzo di una principessa

Non mi interessa un cazzo essere un principe

Gli amori da favola sognateli voi

Così noiosi e banali…



Io mi godo lei

semplicemente una donna

di quelle che al solo pensarle

sai di essere a casa.
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« immagine » …e mi sono rotto di queste filosofie patetiche e puerili di questi amori sognati Mi sono rotto delle favole delle persone “giuste” Mi sono rotto della poesia dei tramonti delle canzoni d’amore dei fiori dei cuoricini Io voglio sentire che lei non è mia per costringermi a co...
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Diario di viaggio...

20 febbraio 2018 ore 14:29 segnala


C’è un sottile piacere nello spostarsi a piedi lungo le vie e i vicoli del paese, di prima mattina.
L’aria fresca (a dire il vero fredda) colpisce come uno schiaffo la faccia e i polmoni, con l’innocenza e la freschezza che a breve perderà, caricandosi di gas di scarico.
Il sole ancora non ha intenzione di farsi vedere e tutto sembra avvolto nel dolce manto del sonno, salvo qualche sporadico passaggio di auto e qualche finestra da cui si spande una luce che porta con sé la promessa di un buon aroma di caffè.
I tratti di corso Matteotti, via Albussano e parte di vicolo Albussano sono privi di marciapiede, il che mi costringe a camminare rasentando così tanto il muro, che mi sento un po’ uomo ragno, ma lo scarso traffico rende il cammino comunque agevole.
Come ogni mattina, noto le stesse auto, parcheggiate nello stesso posto, quasi a rassicurarmi che tutto è come deve essere.
Non incontro anima viva il che per un uomo (inteso come maschio), che per definizione è in grado di interagire con un altro essere umano non prima delle 10:00 – 10:30, è la condizione ideale.
Arrivo alla rotonda del Mercatò e imbocco piazza Europa, dove alcuni banchi del mercato sono già quasi completamente allestiti; ambulanti in piena attività si prodigano a montare strutture e scaricare merce che da lì a poco sarà contesa da un fiume di persone che invaderà la piazza e le vie circostanti. Sento il freddo nelle ossa e non invidio certo quei lavoratori che quel freddo lo sentiranno per gran parte della mattinata, mentre io sarò comodamente seduto alla mia scrivania godendo di una temperatura decisamente più confortevole.
Al fondo di piazza Europa, punto dritto verso la stazione per unirmi ai già presenti capannelli di viaggiatori che si incamminano verso il binario 1.
Salgo e mi accomodo, preferibilmente accanto ad un finestrino per poter godere della vista del mondo che scorre dietro quella lastra di vetro.
Metto le cuffiette e sintonizzo la radio sul 90.9 di Radio Freccia, perché non c’è inizio migliore di quello regalato da un po’ di sano rock: se sono fortunato, magari passano qualche pezzone di quelli che mi fanno venire la pelle d’oca anche se hanno quasi i miei anni.
Poi apro whatsapp e, come ogni mattina, mando il buongiorno alla persona che ha preso la residenza nel mio cuore…quella persona che cercavo da sempre e che la vita mi ha fatto incontrare non senza avermela fatta sudare…e proprio per questo il suo valore è assoluto. Scrivo e sorrido sapendo che quel messaggio sarà un po’ la sua sveglia.
Il ragazzo seduto di fronte dorme come se non lo facesse da giorni; dal suo cappuccio nero sbucano ciuffi di capelli biondissimi e la sua mano destra, con un anello al pollice, tiene in mano lo smartphone dotato una cover dal color verde fluo (i gusti son gusti)...chissà quale musica passa dalle cuffiette che porta nelle orecchie, ammesso che lui la senta…resta immobile per due fermate, il che inizia a preoccuparmi, fino a rendermi conto che è vivo perchè noto leggeri movimenti volontari della testa.
Il suo vicino gioca in modo accanito sullo schermo crepato del suo telefono senza mai alzare gli occhi.
Su un sedile della fila di fronte, un ragazzino sui 14 anni, giacca a vento turchese e occhiali un po’ da nerd, sfoglia appunti, probabilmente per fissare gli ultimi concetti prima di una interrogazione o di una verifica, riportandomi alla mente cose che facevo tanti, troppi anni fa…certe cose non cambiano mai.
Dal finestrino osservo le prime luci che restituiscono alla vista filari di alberi spogli, ma che esibiranno uno spettacolo ben più colorato tra poco più di un mese testimoniando, in perfetta coerenza, il ciclo della vita.
Si susseguono centri abitati che mi sono familiari: lì ci ho lavorato qualche mese, lì ho fatto un colloquio, in quel concessionario sono andato a vedere una vettura…
La ragazza col Piercing al labbro salita a Trofarello non trova posto a sedere, ma la cosa non sembra seccarla; ha trovato amici con cui parla sorridendo, scandendo con le parole il tempo del viaggio che la separa dalla sua meta.
Si scende al Lingotto e si sale sul bus, che grazie alla colorata e vivace presenza di tanti studenti, è piuttosto intasato, tanto che non riesco ad arrivare alla bollatrice.
Il ragazzo che sul treno giocava con lo smartphone scheggiato, è salito sullo stesso bus e mi prende l’abbonamento dalle mani per timbrarmelo, gesto che mi conferma come i ragazzi siano molto meglio di come di solito li dipingiamo (per inciso, gli “adulti” vicino a lui se ne sono altamente sbattuti i gabbasisi del mio abbonamento da bippare).
Fermata dopo fermata i ragazzi scendono e si avviano con scarso entusiasmo verso la giornata di scuola che li attende.
Con altrettanto scarso entusiasmo, anche noi adulti scendiamo per recarci al posto di lavoro.
Lungo il tragitto che mi separa dal cancello di ingresso, mi godo ancora un po’ di musica; l’aria non è la stessa di un’ora prima, ma conserva ancora una parvenza di respirabilità.
All’ultimo semaforo prima dell’ingresso in azienda un gentile automobilista, in barba ai suoi colleghi fermi al semaforo che ricorda di stare fermi sfoggiando un bel rosso fuoco, decide di diventare improvvisamente daltonico e tira dritto verso nuove e incredibili avventure; lo noto, ma non rallento il passo e lo costringo a lasciare 15 euro di pneumatici sull’asfalto…comprendendo la sua frustrazione, gli lascio sul parabrezza il biglietto da visita di un gommista mio amico…prezzi modici, servizio impeccabile.
Finalmente arrivo in ufficio; il consueto “buongiorno” dà inizio alle 8 ore di lavoro terminate le quali farò il tragitto a ritroso, con panorami simili, aria un po’ più pesante, volti diversi…e ogni aspetto di questo viaggio quotidiano in qualche modo inciderà, anche solo temporaneamente, sul mio umore, sul mio modo di osservare la vita, sulla vita stessa.
Sì, c’è un sottile piacere nello spostarsi a piedi lungo le vie e i vicoli del paese, di prima mattina…nell’osservare le persone intorno a me, nell’assaporare lo scorrere del tempo e di come questo scorrere muti continuamente la realtà che mi circonda…
È il piacere di sentirmi parte di quella cosa che chiamiamo vita.
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« immagine » C’è un sottile piacere nello spostarsi a piedi lungo le vie e i vicoli del paese, di prima mattina. L’aria fresca (a dire il vero fredda) colpisce come uno schiaffo la faccia e i polmoni, con l’innocenza e la freschezza che a breve perderà, caricandosi di gas di scarico. Il sole anco...
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L'importanza di due vocali...

20 febbraio 2018 ore 01:57 segnala


Gli esseri umani (a volte disumani) hanno una gran capacità di stupirmi; a volte per l'altezza delle vette che riescono a raggiungere, più spesso, ahimè, per la bassezza morale che lasciano trasparire senza nemmeno troppa vergogna.

Capita così che che ti soffermi quasi incantato ad ascoltare o a leggere le parole di gente come Gino Strada che porta avanti progetti tanto ambiziosi quanto drammaticamente seri e pericolosi e magari prendi spunto per tentare di essere un po' migliore.

Capita altre volte, al contrario, di restare senza parole di fronte alla pochezza e alla bassezza di alcuni personaggi che si permettono di esternare concetti tanto volgari da poter essere considerati pura pornografia intellettuale (con mille scuse per chi fa la pornostar di professione).

Oggi mi sono soffermato particolarmente sulla rilettura degli eventi legati al processo di appello per il caso Eternit: sarà che il processo si svolgeva nella mia città (ormai tristemente nota anche per i fatti della ThyssenKrupp), ma vedere una condanna a 18 anni per disastro ambientale doloso (sottolineo disastro e sottolineo doloso), non nascondo che mi abbia dato un senso di giustizia che raramente riesco a provare.

Ma come tutte le cose belle, la gioia è durata poco: a rovinarla quel genio dell'avvocato difensore che, sicuramente a causa dello sconforto dovuto alla bruciante sconfitta, ha fatto una di quelle affermazioni che, prese da sole non vogliono dire molto, ma inserite in un contesto come quello del processo Eternit, pesano come un elefante sovrappeso e anche zavorrato, tanto per gradire.

Il fenomeno in questione, tale Astolfo Di Amato, a seguito della sentenza di colpevolezza (18 anni contro i 16 del primo grado), non ha avuto niene di meglio da dire che: "Ora nessuno investirà più in Italia".

I miei già provati attributi sono crollati all'istante creandomi anche alcuni momenti di imbarazzo nell'atto di cercarli e raccoglierli da terra, ormai privi della benchè minima capacità di sopportare oltre.

Ma come, caro avvocato (e le assicuro che è un atto di cortesia chiamarla tale e comunque la minuscola è voluta), il suo cliente è stato ritenuto colpevole di una delle stragi bianche più clamorose degli ultimi decenni che potrebbe anche tramutarsi in una imputazione per omicidio volontario nel procedimento Eternit bis e lei dice che questo sarà causa di mancati investimenti in Italia?

Si rende conto caro avvocato (proseguo nella cortesia e nelle minuscole) che lei sta affermando che un'azienda, per investire nel nostro paese, dovrebbe vedersi garantire la possibiltà di eludere tutte le regole di tutela della salute e della sicurezza dei propri lavoratori e della popolazione?

Davvero lei auspica questo tipo di paese per sè e per i propri figli?

Davvero lei crede che un qualsiasi essere umano dotato di almeno due neuroni, avvallerebbe questa sua affermazione?

Quindi aziende come la l'Oreal, che sta per realizzare proprio alle porte di Torino il primo stabilimento in Europa ad emissioni zero di CO2, sono gestite, secondo la sua visione del mondo, da pazzi visionari, incapaci, sognatori, illusi e anche un po' pirla?

Caro avvocato (e daje), mi creda, questo paese non ha certo bisogno di altri imprenditori trafficoni, pronti a vendere la propria madre o la pelle della gente in nome del profitto, già ne abbiamo tanti.

Citando la frase di un vecchio film (ma nemmeno tanto vecchio): "questo paese ha problemi seri e ha bisogno di gente seria per risolverli"

Mi creda signor Astolfo, capisco la sua frustrazione di uomo (va beh) e di legale (va beh 2 la vendetta), ma per cortesia, glielo chiedo per favore, pensi a quello che ha detto e tenti, in perfetto italian style, una smentita riparatrice; almeno provi a dire che è stato frainteso e recuperi quel minimo sindacale di dignità che le consentirebbe di non doversi sputare in faccia ogni volta che si specchia (mi raccomando, prenda bene la mira).

Questo paese, ogni paese se mi permette di estendere il concetto, ha bisogno di RICETTE industriali non di RICATTI industriali...sono solo due vocali di differenza, ma creda, sono una discriminante fondamentale.
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« immagine » Gli esseri umani (a volte disumani) hanno una gran capacità di stupirmi; a volte per l'altezza delle vette che riescono a raggiungere, più spesso, ahimè, per la bassezza morale che lasciano trasparire senza nemmeno troppa vergogna. Capita così che che ti soffermi quasi incantato ad ...
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Che poi che male c'è...

13 febbraio 2018 ore 15:27 segnala


Ormai pare che dissacrare le feste o le giornate commemorative sia più una moda che una vera convinzione: quindi in piena controtendenza, auguro a tutte le coppie, un felice giorno di san valentino...
qualcuno lo festeggerà cenando fuori.
qualcuno lo festeggerà regalandosi una serata intima.
qualcuno approfitterà per ritagliarsi una serata senza figli, affidandoli ai nonni che a loro volta festeggeranno insieme ai propri nipotini.
qualcuno lo festeggerà a distanza.
qualcuno lo criticherà ritenendolo banale, consumistico, anacronistico.
qualcuno lo festeggerà nel dolore.
qualcuno lo festeggerà nel ricordo.
qualcuno vorrebbe festeggiarlo e non può.

ma qualsiasi sia il contesto, non è poi così scandaloso omaggiare l'amore e gli innamorati, perchè si omaggia ciò che già c'è...esisteva tutti i giorni prima ed esisterà tutti i giorni dopo...

L'amore è impegno quotidiano, per questo si dice che una persona è impegnata...che male può fare prendersi un giorno per rendergli omaggio, ognuno come meglio sente di farlo.
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« immagine » Ormai pare che dissacrare le feste o le giornate commemorative sia più una moda che una vera convinzione: quindi in piena controtendenza, auguro a tutte le coppie, un felice giorno di san valentino... qualcuno lo festeggerà cenando fuori. qualcuno lo festeggerà regalandosi una serata...
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il mio nome è "speranza"...

13 febbraio 2018 ore 02:35 segnala


E' buia questa strada, eppure è mattino inoltrato di una bella giornata di primavera; la gente passeggia, chiacchiera e contratta sul prezzo della merce esposta nel mercato. E' tutto un via vai di volti anche se molti di loro non posso vederli, so solo che sono donne come me. Questo velo che ci portiamo addosso ci rende tutte uguali, quasi ad annullarci come persone, quasi ad ammonirci come indegne di mostrarci per quello che siamo; a volte può essere un vantaggio, fare una smorfia indispettita senza essere vista è persino divertente, ma il divertimento dura poco, sopraffatto dal lamento costante che la nostra anima continua a recitare nella nostra testa e nel nostro cuore.
Passeggio, osservo, contratto perchè non posso spendere troppo, rischierei l'ira di chi mi aspetta a casa, di chi, in nome di Dio, mi racchiude in questo sarcofago di cotone per nascondermi agli occhi del mondo.
Giungo nella piazza principale del paese; c'è tanta gente, urlano, imprecano, puntano il dito, hanno pietre in mano. Ancora una lapidazione, ancora una punizione divina, ancora un omicidio che passerà inosservato, anzi peggio, che sarà legittimato, benedetto, ritenuto necessario per mantenere l'ordine, la disciplina, la fede.
Fede, parola strana se mi permettete il pensiero, perchè almeno quello non può essere udito e quindi punito.
Fede sta per fiducia e fiducia sta per contare su qualcuno sapendo che farà solo il nostro bene; eppure fatico a considerare come un bene il venire torturati e uccisi. Ma del resto cosa ne so io che nemmeno sono capace di leggere e scrivere: sposa a 12 anni, madre a 13, a 14, a 15, vecchia a 25. Cosa ne so io di cosa è bene e cosa non lo è; mi permetto di avere pensieri miei sapendo di peccare di superbia, perchè non dovrei averne: c'è chi può e deve pensare per me e indicarmi la via corretta per la mia vita.
Intanto tutto è pronto per il macabro rito della lapidazione e leggo, negli occhi dei numerosi intervenuti, l'ansia di scagliare la prima pietra (che strana espressione, non ricordo dove l'ho sentita).
Osservo ciò che accade per ricordarmi cosa mi potrebbe capitare se non rispettassi le regole e con un po' di vergogna, ringrazio di non essere io lì, al centro della piazza a fare da bersaglio a tutta questa gente.
Vedo occhi rossi di odio, bocche da cui escono parole di disprezzo, mani e braccia che raccolgono e tirano sassi come se davanti si trovassero il demonio in persona.
Guardo e per una volta ringrazio di avere questo velo, perchè può nascondere le mie lacrime, celare la mia bocca serrata quasi a condividere il dolore di quella donna, proteggermi dal male del mondo come fanno le coperte del letto con i bambini, quando credono che ci sia un mostro nascosto dentro il loro armadio.
Guardo l'odio mascherato da giustizia, l'ignoranza travestita da fede, la follia scambiata per volontà divina...guardo e penso che tutto questo non può essere vero, penso che nessun Dio vorrebbe questo per il suo popolo, penso che tutto sia una immensa bugia che da secoli ci viene imposta per tenerci schiavi di noi stessi...penso anche se non dovrei farlo, ma lo faccio perchè non ho altro.
Fra tutti, c'è un uomo che non sta partecipando allo spettacolo, non attivamente perlomeno; anche lui guarda, trema ad ogni colpo mostrando nel volto e negli occhi una sofferenza molto simile alla mia, solo che lui non ha nulla che lo possa nascondere; so bene chi è perchè la donna al centro della piazza è la sua compagna da una vita, una vita che sta per finire perchè quella donna gli è stata strappata dalle mani e dal cuore da coloro che si arrogano il diritto di decidere per tutti.
Lui guarda, forse prega e a giudicare dallo sguardo è una preghiera sincera, di quelle che sanno di pietà, di misericordia, di amore.
Guarda fino alla fine, fino a quando persino la morte diventa una cosa da augurare a chi si ama, perchè quando si ama qualcuno non si può sopportarne una tale sofferenza; quando tutto finisce e la sete di sangue è placata, la gente si allontana mentre le spoglie della vittima di turno vengono malamente gettate su di un carro senza nemmeno quella dignità che si riserverebbe anche ad un animale; e poi solo un assordante silenzio fatto di urla mai gridate, lacrime mai piante, parole non dette.
Quell'uomo è ancora lì ad osservare mentre la sua sposa parte per il suo ultimo viaggio; non le ha potuto evitare il martirio, ma non l'ha colpita, non l'ha fatto, non avrebbe mai potuto farlo. So che per molti di voi sembrerà poco perchè in realtà avrebbe dovuto difenderla, ma dovete comprendere che noi non possiamo godere della libertà di andare contro il sistema, a meno di accettare che questo vorrebbe dire morire: quella pietra non lanciata, quella sofferenza palesata, quella preghiera recitata, quello sguardo pieno di amore e pietà sono una rivoluzione forse più potente di quante ne fate voi nelle piazze.
E' una rivoluzione perchè è il segnale che un pensiero diverso c'è e sebbene occorreranno anni o forse secoli perchè abbia la meglio, il suo sopravvento sarà inevitabile; io lo so, anche non so leggere e scrivere.
Conosco bene quell'uomo e so che è un uomo giusto; però che strano, non ho mai saputo il suo nome, ma poco importa: per me, da oggi lui si chiama "speranza".
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Perdono...

08 febbraio 2018 ore 23:58 segnala


Tempo fa mi è capitata una di quelle cose che da sempre speri, ma che mai si avverano; in realtà niente di speciale, ma che mi ha fatto bene e mi ha fatto riflettere su tanti pregiudizi e idee che ormai pensavo immutabili.
Il contesto è stato quello di un matrimonio: una collega della mia ex mia moglie è convolata a giuste nozze con l'uomo che ama e, come da miglior tradizione, ha scelto di celebrare l'evento in chiesa, con testimoni presenti in carne ed ossa e un testimone d'eccezione presente in spirito (il buon Dio difficilmente si fa vedere).
Il contesto è splendido: la chiesa di San Giorgio a Chieri è in una posizione che domina tutta la cittadina e la vista può spaziare in tutta la campagna circostante e oltre, sino al confine tra terra e cielo; unica pecca la difficoltà nel raggiungerla e la scarsità di posti auto che mi ha costretto a parcheggiare in piena ZTL con relativa ansia da multa.
Come era prevedibile la sposa è arrivata con un certo ritardo (ma perchè è sempre così?), con tanto di damigelle al seguito e con la pressione sanguigna dello sposo ormai a livelli preoccupanti: per fortuna erano presenti molte infermiere, colleghe della sposa infermiera anche lei.
Quindi tutti dentro, ancora 10 minuti per le foto di rito e poi ingresso trionfale della sposa con marcia nuziale rigorosamente registrata e centinaia di click delle macchine fotografiche degli invitati, probabilmente più attenti a fare una bella inquadratura da postare su facebook che all'evento in sè.
Seduto nelle retrovie penso che sarà l'ennesima cerimonia carica di stereotipi e banalità che ormai dominano queste occasioni, dove tutti sono felici (qualcuno forzatamente) e commossi (soprattutto chi paga) di fronte al trionfo dell'amore.
Inizia la celebrazione, ma contrariamente al solito, il parroco si presenta con una faccia birichina che lascia presagire che qualcosa di diverso potrebbe capitare: le solite formule di inizio celebrazione, un canto scandito dalla voce di un soprano accompagnata da un pianoforte (un classico), le letture dalle sacre scritture fino ad arrivare al passo del Vangelo e alla relativa omelia.
Qui c'è stata la discriminante tra una cerimonia "classica" e una cerimonia che abbia un senso. Un'omelia che ha dato una speranza alla chiesa e alla gente che stava lì dentro.
Un'omelia che non ha esaltato l'amore perfetto tra un uomo e una donna, ma che ha affrontato uno dei temi più scottanti, quello del perdono. Finalmente un discorso, a tratti anche scerzoso (non sono mancate risate tra il pubblico), che ha messo sul piatto l'unica cosa che è veramente certa, ovvero che tutti sbagliamo in quanto umani; un discorso che ha come fulcro non l'amore ideale, ma l'amore che sa perdonare gli errori dell'altro, perchè di errori ce ne saranno di sicuro.
Sempre seduto nelle retrovie mi accorgo che la maggior parte dei presenti ha alzato la soglia di attenzione, passando da uno stato di semi incoscienza, ad una consapevolezza almeno del luogo nel quale ci si trova, il che è un ottimo risultato: parroco 1 - pubblico 0.
Improvvisamente la messa assume un carattere di gioia nel vero senso del termine e forse tutti iniziamo a sentirci un po' meglio perchè non veniamo giudicati, ma compresi; non veniamo condannati, ma ci viene comunicata la possibilità di essere perdonati e di poter perdonare. Una chiesa che comprende la natura umana senza puntarle il dito addosso è abbastanza una novità, almeno per quanto mi riguarda.
Seguo il resto dell'evento con più gusto del previsto e con un senso di ottimismo che riappare dopo tanto tempo; riscopro che l'essere coerente con una fede non passa dalla ricerca della perfezione, ma dall'accettare la nostra fallibilità e farne un'arma per migliorarci e migliorare chi ci sta intorno.
Usciti dalla chiesa il panorama che prima vedevo bello, diventa simbolicamente una visione verso un infinito che avevo perso, come un pilota che smarrisce la rotta a causa della mancanza di riferimenti chiari.
Il solito lancio del riso riporta la festa al suo stato più "pagano" (quanto spreco, quasi quasi me ne tengo un po' e me lo faccio al barolo quando torno a casa), soprattutto per la voglia di imprecare che hai quando un lancio mal direzionato ti colpisce in pieno e senti ogni chicco insinuarsi subdolamente sotto camicia e maglia della salute (siamo quarantenni, la canottierina è d'obbligo) lasciandoti con la certezza che ti infastidirà per il resto della giornata, soprattutto quando, cedendo alla forza di gravità, dalla schiena scenderà in parti molto meno nobili.
Raggiungo la macchina e con viva e vibrante soddisfazione scopro che la multa non c'è, il che contribuisce ad aumentare quel senso di ottimismo ritrovato; affronto i quaranta chilometri che ci separano dal ristorante (mai in zona!!!) godendomi un viaggio di quelli che piacciono a me: poco traffico, strade statali, curve dolci e andatura turistica, una libidine.
Sul posto c'è già chi suona e l'aperitivo ci accoglie quasi a preannunciare il lauto pasto che a breve andremo a consumare.
Mi guardo intorno, osservo le persone che avevo già visto in chiesa e penso a quanta vita risiede in ognuno di loro e penso a quanta vita c'è in me, con tutte le sue sfumature, le sue difficoltà, le sue incertezze, i suoi ostacoli e le sue bellezze.
Penso che non sono un santo, come nessuno lo è, ma ho capito una cosa: i nostri errori ci aiutano non solo a migliorarci, ma anche a comprendere gli stessi errori in coloro che ci circondano e che ci amano.
Questa comprensione è la base di quel perdono che quel parroco ha così ben definito poche ore prima.
Forse errare aiuta a perdonare e forse è per questo che Dio ha voluto farsi uomo; per capire sulla sua pelle la nostra fragilità e poterci perdonare conoscendo ogni nostra angoscia, ogni nostro desiderio, ogni nostra caduta.
Risento per un istante le parole che mi sono state dette alla comunione: "il corpo di Cristo". Capisco che ricevere quel corpo non presuppone più l'essere puri, ma l'essere predisposti ad accettarsi e ad accettare l'altrui debolezza.
Alla fine cos'è l'amore se non la capacità di sostenersi a vicenda quando si inciampa e si cade.
Ritorno a casa a un'ora improponibile e ripenso alla giornata, anche se il sonno e la quantità di alcool ingerita mi suggeriscono di lasciar perdere; vado in bagno che sono le 2 passate, mi guardo allo specchio e mi sembro "meno peggio" di quanto non mi sembrassi al mattino: quel senso di ottimismo non accenna ad abbandonarmi e sento una vocina dentro che mi dice: "non preoccuparti, conosco tutto di te: io ti perdono".
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« immagine » Tempo fa mi è capitata una di quelle cose che da sempre speri, ma che mai si avverano; in realtà niente di speciale, ma che mi ha fatto bene e mi ha fatto riflettere su tanti pregiudizi e idee che ormai pensavo immutabili. Il contesto è stato quello di un matrimonio: una collega dell...
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08/02/2018 23:58:22
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Cuore e coltelli...

08 febbraio 2018 ore 23:25 segnala


Iniziava la colonia, come ogni anno, ma per me era un anno particolare, perchè per la prima volta avevo la responsabilità diretta di una delle squadre nelle quali i bambini venivano divisi. Alla partenza da Torino l'accoglienza è delle migliori: lo sappiamo bene che la maggior parte di quei ragazzini arriva da situazioni difficili, lo sappiamo perchè molti di loro ci sono stati mandati dai servizi sociali e quindi è nostro dovere farli sentire accolti nel migliore dei modi. Uno di loro, un po' più sbruffone degli altri, mostra un coltello a un amico e convincerlo a darlo ad un animatore non è cosa semplice.Arrivati a destinazione, ci si sistema nelle varie camere e poi si fa colazione prima di comunicare le varie squadre. Guarda caso, l'accoltellatore pazzo me lo cucco io, con immensa gioia e soddisfazione! La colonia inizia e prosegue con una certa tranquillità: qualche animo da calmare ogni tanto, ma niente di serio. Il teppistello non pare prestare troppa attenzione alle attività che si fanno; partecipa ai giochi con una certa distrazione, a meno che non ci sia un pallone da calcio di mezzo, allora si scatena, soprattutto se perde...Prepariamo anche le scenette per la serata teatro, ma il soggetto di cui sopra, nonostante abbia il ruolo da protagonista, non ne vuole sapere...e va beh, sarà una schifezza, ma poco importa, l'importante sarà divertirsi (classico pensiero di autoconvincimento prima dell'imminente catastrofe). Come per magia, la sera dell'esibizione, jack lo squartatore non sbaglia un colpo: battute, ingressi in scena, persino una certa serietà nell'assumere le espressioni facciali adatte alla circostanza...un successo inaspettato.A questo punto entro un po' in crisi (positiva): forse stiamo facendo un buon lavoro e forse, tutto sommato, i bambini sono sempre bambini, nonostante tutto.Arriva il giorno del torneo di calcio, dove ovviamente facciamo giocare tutti insieme: bambini e bambine insieme, ognuno che contribuisce come può e come riesce. Ma il serial killer no, per lui è una questione di onore e quando vede che si sta perdendo e anche male, ricomincia a fare lo sbruffone, piange, impreca, esce dal gioco.Mi ricordo ancora il cazziatone che gli ho fatto dentro una delle porte, mentre raccoglieva il pallone dopo l'ennesimo gol avversario: un cazziatone per fargli capire che, anche se lui è un fenomeno, deve avere rispetto dei suoi compagni che, in quel momento, stanno dando l'anima nonostante sia evidente che non c'è trippa per gatti...e ricordo ancora che subito dopo, prende palla, si fa fuori mezza difesa e va a fare un gol tanto coraggioso quanto inutile...inutile ai fini del risultato, ma fondamentale per il morale della squadra e soprattutto del maniaco assassino.Una sera, il fratellino più piccolo del delinquente, non sta bene e dopo una lunga e intensa indagine, scopriamo che vorrebbe che il fratello maggiore dormisse con lui...traslochiamo l'homo violentus nella camera del malato e lo osservo con un certo stupore mentre si sistema accanto al fratello, gli asciuga le lacrime e gli prende la mano per farlo calmare; la notte passa tranquilla e il giorno dopo mister affettatore, va a trovare il convalescente almeno 10 volte...mah.Si arriva alla fine della colonia e finalmente c'è l'asta dei giocattoli: i punti che ogni squadra ha accumulato vengono trasformati in soldi virtuali coi quali ognuno può cercare di comprare ciò che gli piace, proprio come ad un'asta vera.Dopo qualche preliminare di scarso interesse, arriva il pezzo forte: pallone di cuoio ufficiale di seria A.Io sono seduto al fianco dell'aspirante killer e cerco in utti i modi di fargli prendere il tanto agoniato premio, perchè se lo merita davvero.Dopo svariati rilanci, non c'è altra soluzione se non puntare praticamente tutto ciò che si ha, ma lui non vuole e non capisco perchè...non lo voleva tanto sto cavolo di pallone?Alla fine ce la fa (se non ce la faceva il battitore dell'asta o accoltellavo io) e finalmente si può godere il suo pallone nuovo fiammante. Lo guardo contento e fiero e lui che cosa mi fa? - piange. Non dico, ragazzino, io mi sono fatto un culo così per farti prendere sto pallone, ho anche corrotto il battitore e adesso piangi? ma dico, sei fuori?...lui mi guarda e mi spiega che piange perchè non ha più soldi pre comprare un regalo per la sorellina che è rimasta a casa perchè troppo piccola.Dire che mi sono sentito piccolo è riduttivo: tutto mi sarei aspettato, ma non questo, non ero preparato a un evento simile...mi alzo, sussurro qualcosa all'orecchio del battitore e poco dopo ci scappa anche una bambolina, clamorosamente battuta a prezzo ridottissimo...un'offerta speciale per un cuore speciale.Io pensavo che avrei fatto del bene in quelle due settimane di colonia, ma mi sono reso conto che un tepistello di strada di nove anni ha fatto del bene a me e per questo gli sarò grato in eterno.Non ho più saputo nulla di quel bambino, ma spesso ci penso e spero che ce l'abbia fatta, che sia riuscito a conquistare una vita bella e serena.Per quanto mi riguarda, posso solo dire che ho imparato a vedere le cose con occhi diversi ed a comprendere che spesso la luce più brillante si nasconde in una zona d'ombra e aspetta solo di essere liberata per splendere e illuminare chiunque la incontri.Nota di colore e assolutamente superflua: quell'anno la colonia l'abbiamo vinta noi e ora capisco perchè!