Che poi che male c'è...

13 febbraio 2018 ore 15:27 segnala


Ormai pare che dissacrare le feste o le giornate commemorative sia più una moda che una vera convinzione: quindi in piena controtendenza, auguro a tutte le coppie, un felice giorno di san valentino...
qualcuno lo festeggerà cenando fuori.
qualcuno lo festeggerà regalandosi una serata intima.
qualcuno approfitterà per ritagliarsi una serata senza figli, affidandoli ai nonni che a loro volta festeggeranno insieme ai propri nipotini.
qualcuno lo festeggerà a distanza.
qualcuno lo criticherà ritenendolo banale, consumistico, anacronistico.
qualcuno lo festeggerà nel dolore.
qualcuno lo festeggerà nel ricordo.
qualcuno vorrebbe festeggiarlo e non può.

ma qualsiasi sia il contesto, non è poi così scandaloso omaggiare l'amore e gli innamorati, perchè si omaggia ciò che già c'è...esisteva tutti i giorni prima ed esisterà tutti i giorni dopo...

L'amore è impegno quotidiano, per questo si dice che una persona è impegnata...che male può fare prendersi un giorno per rendergli omaggio, ognuno come meglio sente di farlo.
3c0b2528-a73e-45ec-80ac-03529e58c57f
« immagine » Ormai pare che dissacrare le feste o le giornate commemorative sia più una moda che una vera convinzione: quindi in piena controtendenza, auguro a tutte le coppie, un felice giorno di san valentino... qualcuno lo festeggerà cenando fuori. qualcuno lo festeggerà regalandosi una serata...
Post
13/02/2018 15:27:42
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    2
  • commenti
    comment
    Comment

il mio nome è "speranza"...

13 febbraio 2018 ore 02:35 segnala


E' buia questa strada, eppure è mattino inoltrato di una bella giornata di primavera; la gente passeggia, chiacchiera e contratta sul prezzo della merce esposta nel mercato. E' tutto un via vai di volti anche se molti di loro non posso vederli, so solo che sono donne come me. Questo velo che ci portiamo addosso ci rende tutte uguali, quasi ad annullarci come persone, quasi ad ammonirci come indegne di mostrarci per quello che siamo; a volte può essere un vantaggio, fare una smorfia indispettita senza essere vista è persino divertente, ma il divertimento dura poco, sopraffatto dal lamento costante che la nostra anima continua a recitare nella nostra testa e nel nostro cuore.
Passeggio, osservo, contratto perchè non posso spendere troppo, rischierei l'ira di chi mi aspetta a casa, di chi, in nome di Dio, mi racchiude in questo sarcofago di cotone per nascondermi agli occhi del mondo.
Giungo nella piazza principale del paese; c'è tanta gente, urlano, imprecano, puntano il dito, hanno pietre in mano. Ancora una lapidazione, ancora una punizione divina, ancora un omicidio che passerà inosservato, anzi peggio, che sarà legittimato, benedetto, ritenuto necessario per mantenere l'ordine, la disciplina, la fede.
Fede, parola strana se mi permettete il pensiero, perchè almeno quello non può essere udito e quindi punito.
Fede sta per fiducia e fiducia sta per contare su qualcuno sapendo che farà solo il nostro bene; eppure fatico a considerare come un bene il venire torturati e uccisi. Ma del resto cosa ne so io che nemmeno sono capace di leggere e scrivere: sposa a 12 anni, madre a 13, a 14, a 15, vecchia a 25. Cosa ne so io di cosa è bene e cosa non lo è; mi permetto di avere pensieri miei sapendo di peccare di superbia, perchè non dovrei averne: c'è chi può e deve pensare per me e indicarmi la via corretta per la mia vita.
Intanto tutto è pronto per il macabro rito della lapidazione e leggo, negli occhi dei numerosi intervenuti, l'ansia di scagliare la prima pietra (che strana espressione, non ricordo dove l'ho sentita).
Osservo ciò che accade per ricordarmi cosa mi potrebbe capitare se non rispettassi le regole e con un po' di vergogna, ringrazio di non essere io lì, al centro della piazza a fare da bersaglio a tutta questa gente.
Vedo occhi rossi di odio, bocche da cui escono parole di disprezzo, mani e braccia che raccolgono e tirano sassi come se davanti si trovassero il demonio in persona.
Guardo e per una volta ringrazio di avere questo velo, perchè può nascondere le mie lacrime, celare la mia bocca serrata quasi a condividere il dolore di quella donna, proteggermi dal male del mondo come fanno le coperte del letto con i bambini, quando credono che ci sia un mostro nascosto dentro il loro armadio.
Guardo l'odio mascherato da giustizia, l'ignoranza travestita da fede, la follia scambiata per volontà divina...guardo e penso che tutto questo non può essere vero, penso che nessun Dio vorrebbe questo per il suo popolo, penso che tutto sia una immensa bugia che da secoli ci viene imposta per tenerci schiavi di noi stessi...penso anche se non dovrei farlo, ma lo faccio perchè non ho altro.
Fra tutti, c'è un uomo che non sta partecipando allo spettacolo, non attivamente perlomeno; anche lui guarda, trema ad ogni colpo mostrando nel volto e negli occhi una sofferenza molto simile alla mia, solo che lui non ha nulla che lo possa nascondere; so bene chi è perchè la donna al centro della piazza è la sua compagna da una vita, una vita che sta per finire perchè quella donna gli è stata strappata dalle mani e dal cuore da coloro che si arrogano il diritto di decidere per tutti.
Lui guarda, forse prega e a giudicare dallo sguardo è una preghiera sincera, di quelle che sanno di pietà, di misericordia, di amore.
Guarda fino alla fine, fino a quando persino la morte diventa una cosa da augurare a chi si ama, perchè quando si ama qualcuno non si può sopportarne una tale sofferenza; quando tutto finisce e la sete di sangue è placata, la gente si allontana mentre le spoglie della vittima di turno vengono malamente gettate su di un carro senza nemmeno quella dignità che si riserverebbe anche ad un animale; e poi solo un assordante silenzio fatto di urla mai gridate, lacrime mai piante, parole non dette.
Quell'uomo è ancora lì ad osservare mentre la sua sposa parte per il suo ultimo viaggio; non le ha potuto evitare il martirio, ma non l'ha colpita, non l'ha fatto, non avrebbe mai potuto farlo. So che per molti di voi sembrerà poco perchè in realtà avrebbe dovuto difenderla, ma dovete comprendere che noi non possiamo godere della libertà di andare contro il sistema, a meno di accettare che questo vorrebbe dire morire: quella pietra non lanciata, quella sofferenza palesata, quella preghiera recitata, quello sguardo pieno di amore e pietà sono una rivoluzione forse più potente di quante ne fate voi nelle piazze.
E' una rivoluzione perchè è il segnale che un pensiero diverso c'è e sebbene occorreranno anni o forse secoli perchè abbia la meglio, il suo sopravvento sarà inevitabile; io lo so, anche non so leggere e scrivere.
Conosco bene quell'uomo e so che è un uomo giusto; però che strano, non ho mai saputo il suo nome, ma poco importa: per me, da oggi lui si chiama "speranza".
bf00ae83-e625-44f0-ad06-31b60a66df38
« immagine » E' buia questa strada, eppure è mattino inoltrato di una bella giornata di primavera; la gente passeggia, chiacchiera e contratta sul prezzo della merce esposta nel mercato. E' tutto un via vai di volti anche se molti di loro non posso vederli, so solo che sono donne come me. Questo ...
Post
13/02/2018 02:35:36
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment

Perdono...

08 febbraio 2018 ore 23:58 segnala


Tempo fa mi è capitata una di quelle cose che da sempre speri, ma che mai si avverano; in realtà niente di speciale, ma che mi ha fatto bene e mi ha fatto riflettere su tanti pregiudizi e idee che ormai pensavo immutabili.
Il contesto è stato quello di un matrimonio: una collega della mia ex mia moglie è convolata a giuste nozze con l'uomo che ama e, come da miglior tradizione, ha scelto di celebrare l'evento in chiesa, con testimoni presenti in carne ed ossa e un testimone d'eccezione presente in spirito (il buon Dio difficilmente si fa vedere).
Il contesto è splendido: la chiesa di San Giorgio a Chieri è in una posizione che domina tutta la cittadina e la vista può spaziare in tutta la campagna circostante e oltre, sino al confine tra terra e cielo; unica pecca la difficoltà nel raggiungerla e la scarsità di posti auto che mi ha costretto a parcheggiare in piena ZTL con relativa ansia da multa.
Come era prevedibile la sposa è arrivata con un certo ritardo (ma perchè è sempre così?), con tanto di damigelle al seguito e con la pressione sanguigna dello sposo ormai a livelli preoccupanti: per fortuna erano presenti molte infermiere, colleghe della sposa infermiera anche lei.
Quindi tutti dentro, ancora 10 minuti per le foto di rito e poi ingresso trionfale della sposa con marcia nuziale rigorosamente registrata e centinaia di click delle macchine fotografiche degli invitati, probabilmente più attenti a fare una bella inquadratura da postare su facebook che all'evento in sè.
Seduto nelle retrovie penso che sarà l'ennesima cerimonia carica di stereotipi e banalità che ormai dominano queste occasioni, dove tutti sono felici (qualcuno forzatamente) e commossi (soprattutto chi paga) di fronte al trionfo dell'amore.
Inizia la celebrazione, ma contrariamente al solito, il parroco si presenta con una faccia birichina che lascia presagire che qualcosa di diverso potrebbe capitare: le solite formule di inizio celebrazione, un canto scandito dalla voce di un soprano accompagnata da un pianoforte (un classico), le letture dalle sacre scritture fino ad arrivare al passo del Vangelo e alla relativa omelia.
Qui c'è stata la discriminante tra una cerimonia "classica" e una cerimonia che abbia un senso. Un'omelia che ha dato una speranza alla chiesa e alla gente che stava lì dentro.
Un'omelia che non ha esaltato l'amore perfetto tra un uomo e una donna, ma che ha affrontato uno dei temi più scottanti, quello del perdono. Finalmente un discorso, a tratti anche scerzoso (non sono mancate risate tra il pubblico), che ha messo sul piatto l'unica cosa che è veramente certa, ovvero che tutti sbagliamo in quanto umani; un discorso che ha come fulcro non l'amore ideale, ma l'amore che sa perdonare gli errori dell'altro, perchè di errori ce ne saranno di sicuro.
Sempre seduto nelle retrovie mi accorgo che la maggior parte dei presenti ha alzato la soglia di attenzione, passando da uno stato di semi incoscienza, ad una consapevolezza almeno del luogo nel quale ci si trova, il che è un ottimo risultato: parroco 1 - pubblico 0.
Improvvisamente la messa assume un carattere di gioia nel vero senso del termine e forse tutti iniziamo a sentirci un po' meglio perchè non veniamo giudicati, ma compresi; non veniamo condannati, ma ci viene comunicata la possibilità di essere perdonati e di poter perdonare. Una chiesa che comprende la natura umana senza puntarle il dito addosso è abbastanza una novità, almeno per quanto mi riguarda.
Seguo il resto dell'evento con più gusto del previsto e con un senso di ottimismo che riappare dopo tanto tempo; riscopro che l'essere coerente con una fede non passa dalla ricerca della perfezione, ma dall'accettare la nostra fallibilità e farne un'arma per migliorarci e migliorare chi ci sta intorno.
Usciti dalla chiesa il panorama che prima vedevo bello, diventa simbolicamente una visione verso un infinito che avevo perso, come un pilota che smarrisce la rotta a causa della mancanza di riferimenti chiari.
Il solito lancio del riso riporta la festa al suo stato più "pagano" (quanto spreco, quasi quasi me ne tengo un po' e me lo faccio al barolo quando torno a casa), soprattutto per la voglia di imprecare che hai quando un lancio mal direzionato ti colpisce in pieno e senti ogni chicco insinuarsi subdolamente sotto camicia e maglia della salute (siamo quarantenni, la canottierina è d'obbligo) lasciandoti con la certezza che ti infastidirà per il resto della giornata, soprattutto quando, cedendo alla forza di gravità, dalla schiena scenderà in parti molto meno nobili.
Raggiungo la macchina e con viva e vibrante soddisfazione scopro che la multa non c'è, il che contribuisce ad aumentare quel senso di ottimismo ritrovato; affronto i quaranta chilometri che ci separano dal ristorante (mai in zona!!!) godendomi un viaggio di quelli che piacciono a me: poco traffico, strade statali, curve dolci e andatura turistica, una libidine.
Sul posto c'è già chi suona e l'aperitivo ci accoglie quasi a preannunciare il lauto pasto che a breve andremo a consumare.
Mi guardo intorno, osservo le persone che avevo già visto in chiesa e penso a quanta vita risiede in ognuno di loro e penso a quanta vita c'è in me, con tutte le sue sfumature, le sue difficoltà, le sue incertezze, i suoi ostacoli e le sue bellezze.
Penso che non sono un santo, come nessuno lo è, ma ho capito una cosa: i nostri errori ci aiutano non solo a migliorarci, ma anche a comprendere gli stessi errori in coloro che ci circondano e che ci amano.
Questa comprensione è la base di quel perdono che quel parroco ha così ben definito poche ore prima.
Forse errare aiuta a perdonare e forse è per questo che Dio ha voluto farsi uomo; per capire sulla sua pelle la nostra fragilità e poterci perdonare conoscendo ogni nostra angoscia, ogni nostro desiderio, ogni nostra caduta.
Risento per un istante le parole che mi sono state dette alla comunione: "il corpo di Cristo". Capisco che ricevere quel corpo non presuppone più l'essere puri, ma l'essere predisposti ad accettarsi e ad accettare l'altrui debolezza.
Alla fine cos'è l'amore se non la capacità di sostenersi a vicenda quando si inciampa e si cade.
Ritorno a casa a un'ora improponibile e ripenso alla giornata, anche se il sonno e la quantità di alcool ingerita mi suggeriscono di lasciar perdere; vado in bagno che sono le 2 passate, mi guardo allo specchio e mi sembro "meno peggio" di quanto non mi sembrassi al mattino: quel senso di ottimismo non accenna ad abbandonarmi e sento una vocina dentro che mi dice: "non preoccuparti, conosco tutto di te: io ti perdono".
7ab85450-e06a-42c0-a646-7f8875f2af71
« immagine » Tempo fa mi è capitata una di quelle cose che da sempre speri, ma che mai si avverano; in realtà niente di speciale, ma che mi ha fatto bene e mi ha fatto riflettere su tanti pregiudizi e idee che ormai pensavo immutabili. Il contesto è stato quello di un matrimonio: una collega dell...
Post
08/02/2018 23:58:22
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    2
  • commenti
    comment
    Comment

Cuore e coltelli...

08 febbraio 2018 ore 23:25 segnala


Iniziava la colonia, come ogni anno, ma per me era un anno particolare, perchè per la prima volta avevo la responsabilità diretta di una delle squadre nelle quali i bambini venivano divisi. Alla partenza da Torino l'accoglienza è delle migliori: lo sappiamo bene che la maggior parte di quei ragazzini arriva da situazioni difficili, lo sappiamo perchè molti di loro ci sono stati mandati dai servizi sociali e quindi è nostro dovere farli sentire accolti nel migliore dei modi. Uno di loro, un po' più sbruffone degli altri, mostra un coltello a un amico e convincerlo a darlo ad un animatore non è cosa semplice.Arrivati a destinazione, ci si sistema nelle varie camere e poi si fa colazione prima di comunicare le varie squadre. Guarda caso, l'accoltellatore pazzo me lo cucco io, con immensa gioia e soddisfazione! La colonia inizia e prosegue con una certa tranquillità: qualche animo da calmare ogni tanto, ma niente di serio. Il teppistello non pare prestare troppa attenzione alle attività che si fanno; partecipa ai giochi con una certa distrazione, a meno che non ci sia un pallone da calcio di mezzo, allora si scatena, soprattutto se perde...Prepariamo anche le scenette per la serata teatro, ma il soggetto di cui sopra, nonostante abbia il ruolo da protagonista, non ne vuole sapere...e va beh, sarà una schifezza, ma poco importa, l'importante sarà divertirsi (classico pensiero di autoconvincimento prima dell'imminente catastrofe). Come per magia, la sera dell'esibizione, jack lo squartatore non sbaglia un colpo: battute, ingressi in scena, persino una certa serietà nell'assumere le espressioni facciali adatte alla circostanza...un successo inaspettato.A questo punto entro un po' in crisi (positiva): forse stiamo facendo un buon lavoro e forse, tutto sommato, i bambini sono sempre bambini, nonostante tutto.Arriva il giorno del torneo di calcio, dove ovviamente facciamo giocare tutti insieme: bambini e bambine insieme, ognuno che contribuisce come può e come riesce. Ma il serial killer no, per lui è una questione di onore e quando vede che si sta perdendo e anche male, ricomincia a fare lo sbruffone, piange, impreca, esce dal gioco.Mi ricordo ancora il cazziatone che gli ho fatto dentro una delle porte, mentre raccoglieva il pallone dopo l'ennesimo gol avversario: un cazziatone per fargli capire che, anche se lui è un fenomeno, deve avere rispetto dei suoi compagni che, in quel momento, stanno dando l'anima nonostante sia evidente che non c'è trippa per gatti...e ricordo ancora che subito dopo, prende palla, si fa fuori mezza difesa e va a fare un gol tanto coraggioso quanto inutile...inutile ai fini del risultato, ma fondamentale per il morale della squadra e soprattutto del maniaco assassino.Una sera, il fratellino più piccolo del delinquente, non sta bene e dopo una lunga e intensa indagine, scopriamo che vorrebbe che il fratello maggiore dormisse con lui...traslochiamo l'homo violentus nella camera del malato e lo osservo con un certo stupore mentre si sistema accanto al fratello, gli asciuga le lacrime e gli prende la mano per farlo calmare; la notte passa tranquilla e il giorno dopo mister affettatore, va a trovare il convalescente almeno 10 volte...mah.Si arriva alla fine della colonia e finalmente c'è l'asta dei giocattoli: i punti che ogni squadra ha accumulato vengono trasformati in soldi virtuali coi quali ognuno può cercare di comprare ciò che gli piace, proprio come ad un'asta vera.Dopo qualche preliminare di scarso interesse, arriva il pezzo forte: pallone di cuoio ufficiale di seria A.Io sono seduto al fianco dell'aspirante killer e cerco in utti i modi di fargli prendere il tanto agoniato premio, perchè se lo merita davvero.Dopo svariati rilanci, non c'è altra soluzione se non puntare praticamente tutto ciò che si ha, ma lui non vuole e non capisco perchè...non lo voleva tanto sto cavolo di pallone?Alla fine ce la fa (se non ce la faceva il battitore dell'asta o accoltellavo io) e finalmente si può godere il suo pallone nuovo fiammante. Lo guardo contento e fiero e lui che cosa mi fa? - piange. Non dico, ragazzino, io mi sono fatto un culo così per farti prendere sto pallone, ho anche corrotto il battitore e adesso piangi? ma dico, sei fuori?...lui mi guarda e mi spiega che piange perchè non ha più soldi pre comprare un regalo per la sorellina che è rimasta a casa perchè troppo piccola.Dire che mi sono sentito piccolo è riduttivo: tutto mi sarei aspettato, ma non questo, non ero preparato a un evento simile...mi alzo, sussurro qualcosa all'orecchio del battitore e poco dopo ci scappa anche una bambolina, clamorosamente battuta a prezzo ridottissimo...un'offerta speciale per un cuore speciale.Io pensavo che avrei fatto del bene in quelle due settimane di colonia, ma mi sono reso conto che un tepistello di strada di nove anni ha fatto del bene a me e per questo gli sarò grato in eterno.Non ho più saputo nulla di quel bambino, ma spesso ci penso e spero che ce l'abbia fatta, che sia riuscito a conquistare una vita bella e serena.Per quanto mi riguarda, posso solo dire che ho imparato a vedere le cose con occhi diversi ed a comprendere che spesso la luce più brillante si nasconde in una zona d'ombra e aspetta solo di essere liberata per splendere e illuminare chiunque la incontri.Nota di colore e assolutamente superflua: quell'anno la colonia l'abbiamo vinta noi e ora capisco perchè!

Bisogna fare attenzione...

05 febbraio 2018 ore 18:39 segnala


Bisogna fare molta attenzione quando si parla, quando si scrive, quando si esprime un concetto. Occorre farlo sempre, ma più che mai vi è la necessità di dosare bene le parole oggi, in un momento storico carico di tensioni che provengono da molti fronti i quali, seppur di matrice diversa e legati a situazioni diverse, convergono tutti verso il nostro spirito di critica e di protesta, a volte civile, a volte un po' meno.

Bisogna fare molta attenzione perchè l'indignazione è un sentimento che, per quanto condivisibile e condiviso, viaggia su linee di confine con altri sentimenti meno nobili, come l'intolleranza e l'odio che da sempre traggono alimento dalla rabbia, dalla delusione e dall'ignoranza.

Bisogna fare molta attenzione perchè non si deve commettere l'errore di condannare intere categorie in virtù di fatti ed episodi dei quali non sono responsabili, o perlomeno non del tutto.

Bisogna fare attenzione perchè quando diciamo che tutti i poliziotti sono "fascisti", brutali, violenti, dimentichiamo quelli che hanno dato la vita e quelli che fanno il loro lavoro con onestà e coerenza con la divisa che indossano.

Bisogna fare attenzione perchè quando diciamo che gli ebrei sono nazisti assassini, dimentichiamo che la maggior parte di loro nulla ha a che fare con le scellerate azioni del proprio governo.

Bisogna fare attenzione perchè quando diciamo che tutti gli arabi sono terroristi, dimentichiamo che la maggior parte di loro vive la propria vita in pace e spesso è vittima quanto noi della follia integralista che anche noi cristiani abbiamo praticato, seppur qualche secolo fa.

Bisogna fare attenzione perchè quando diciamo che tutti i manifestanti sono dei violenti e provocatori dimentichiamo che la maggior parte di loro sceglie la protesta civile, perchè civile è il loro modo di vivere.

Bisogna fare attenzione perchè quando diciamo che i preti sono pedofili, ci dimentichiamo di tutti quelli che, con coraggio e passione, portano avanti progetti di solidarietà tanto coraggiosi da rischiarci la vita o quasi.

Bisogna fare attenzione perchè anche noi ci incazziamo quando dicono che gli italiani sono tutti pizza, mandolino e mafia.

Bisogna fare attenzione perchè la storia ci ha già insegnato quali sono le conseguenze dell'odio generalizzato e dell'odio in generale.

Bisogna fare attenzione perchè dobbiamo avere ben chiaro di cosa stiamo parlando quando esprimiamo le nostre idee.

Bisogna fare attenzione al tipo di risposta che vogliamo dare a ciò che ci indigna, perchè in quella risposta risiede la discriminante tra essere migliori o essere come loro...
63d1d85d-1046-4612-816b-2b1b21b44ba1
« immagine » Bisogna fare molta attenzione quando si parla, quando si scrive, quando si esprime un concetto. Occorre farlo sempre, ma più che mai vi è la necessità di dosare bene le parole oggi, in un momento storico carico di tensioni che provengono da molti fronti i quali, seppur di matrice div...
Post
05/02/2018 18:39:21
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    2
  • commenti
    comment
    Comment
    3

un uomo chiamato cavallo...

05 febbraio 2018 ore 18:24 segnala


Una parlamentare irlandese, qualche anno fa, ha lanciato un grido di allarme per quello che tutti sappiamo, ma che per un certo senso di vergogna e anche di paura, ci rifiutiamo di ammettere: molte persone che hanno un lavoro stanno male quanto quelle che un lavoro non ce l'hanno, forse anche peggio.

Non stiamo parlando di malessere economico, ovviamente, ma di disagio psicologico che spesso sfocia nella depressione con costi annui per la comunità che toccano i 15 miliardi di euro nel solo Regno Unito e i 110 miliardi di euro nella comunità europea.

L'analisi va ad identificare la causa primaria del fenomeno nella sempre più crescente competitività tra ditte, ma anche all'interno della stessa azienda per la quale si lavora, con conseguente aumento dei carichi di lavoro, delle pressioni da parte dei superiori e della instabilità.

La politica della concorrenza con il mondo e con i propri colleghi, crea situazioni di forte stress (quello cattivo perchè esiste anche uno stress buono, ma è tutta un'altra cosa) che sfociano spesso in atteggiamenti paranoici o volutamente lesivi nei confronti dell'avversario di turno.

Marchionne poco tempo fa ha detto che la Fiat di oggi non è un'azienda per gente col cuore debole, ma forse intendeva dire che il sistema delle multinazionali di oggi non è fatto per gente col cuore e basta.

Tirando le somme, siamo un po' tutti come cavalli: ci sono i ronzini, buoni per tirare qualche carretto con su quattro turisti ebeti o per far fare due passi a qualche bambino, che comunque preferirà immaginare di essere su Furia cavallo del west (ma dai, i bambini di oggi manco sanno chi è).

Ci sono i cavalli da soma che devono sgobbare per fare la produzione, che qualcuno le mani...ops pardon, le zampe deve pur sporcarsele.

Ci sono i cavalli da macello, vittime sacrificali della categoria: li curi per bene per poi farli fuori.

Ci sono i cavalli indomabili, quelli che si ostinano a vivere liberi e alimentano i sogni di tutti gli altri, aprendo uno spiraglio verso una speranza sempre più annebbiata, ma che probabilmente sempre solo speranza resterà.

Ci sono i purosangue, quelli che rendono, che fanno soldi: sono belli, prestanti, hanno successo e seguaci almeno finchè riescono a correre e a vincere (perchè correre non basta se poi arrivi secondo).

Se le logiche che muovono le grandi imprese, ma non solo loro, non verranno riviste al ribasso, imponendo un rallentamento del mondo e portando in primo piano le esigenze primarie delle persone a discapito di quelle superflue, saremo tutti destinati a vivere o in modo precario (nella migliore delle ipotesi) o perennemente sull'orlo di una crisi di nervi.

Ad oggi resta il fatto che, prima o poi, tutti saremo cavalli in dismissione e probabilmente non avremo nemmeno la fortuna di finire la carriera come cavalli da monta, giusto per divertisi un po'.
974d61d0-9acd-441f-80b6-c4c336d1e1e1
« immagine » Una parlamentare irlandese, qualche anno fa, ha lanciato un grido di allarme per quello che tutti sappiamo, ma che per un certo senso di vergogna e anche di paura, ci rifiutiamo di ammettere: molte persone che hanno un lavoro stanno male quanto quelle che un lavoro non ce l'hanno, fo...
Post
05/02/2018 18:24:40
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment

effetti collaterali...

05 febbraio 2018 ore 14:26 segnala


Molto spesso si sente parlare di effetti collaterali: li sentiamo citare per farmaci, operazioni chirurgiche in ospedale o in campi di battaglia.

Effetti collaterali, possibili eventi indipendenti dal nostro controllo sia nella loro manifestazione, sia sui reali effetti che possono produrre.

Ciò che spesso ci sfugge è che gli effetti collaterali, o se mi consentite, le possibili conseguenze, sono un fatto inevitabile nel preciso istante in cui compiamo un’azione, una qualsiasi.

Il problema è che compiamo migliaia di azioni ogni giorno e quasi mai ne valutiamo le possibili conseguenze.



Capita così che, estenuati dalla ricerca di un parcheggio, o forse troppo pigri per cercarne uno, sistemiamo la nostra amata vettura in doppia o terza fila.

Capita così che un’ambulanza non riesca a passare.

Capita così che un uomo muoia di infarto senza sapere se quell’ambulanza avrebbe potuto salvarlo.



Capita così che quel semaforo rosso in una serata con poco traffico lo possiamo pure “bruciare”.

Capita così che magari un ragazzino ci vede e pensa che tutto sommato è figo.

Capita così che magari, quel ragazzino appena patentato passa col rosso e ci stermina la famiglia sulle strisce.



Capita così che i malavitosi del nostro quartiere è meglio lasciarli tranquilli per non avere problemi.

Capita così che una sera si sparano per strada.

Capita così che un proiettile vagante ci ammazza pochi minuti prima di andare a cena, la vigilia di Natale.



Capita così che ci provi a comportarti bene, a seminare qualcosa di buono.

Capita così che qualche probabile futuro delinquente veda la differenza.

Capita così che quel ragazzo diventi un adulto che si fermerà col rosso mentre la tua famiglia attraversa la strada sulle strisce, che sparerà sì, ma solo immani cazzate per farsi e far fare due risate agli amici, che parcheggerà la macchina dove trova posto, anche a 500 metri da casa e quell’ambulanza riuscirà a passare, magari salvando la vita a tuo padre.



Non possiamo prevedere le conseguenze delle nostre azioni, ma possiamo decidere quali azioni compiere: è un rischio in ogni caso, tanto vale correre quello che dà minori probabilità di danni, se non altro per sano egoismo.
a3b8f490-bc38-4512-89a6-01c84627664b
« immagine » Molto spesso si sente parlare di effetti collaterali: li sentiamo citare per farmaci, operazioni chirurgiche in ospedale o in campi di battaglia. Effetti collaterali, possibili eventi indipendenti dal nostro controllo sia nella loro manifestazione, sia sui reali effetti che possono ...
Post
05/02/2018 14:26:27
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment
    2

Il centro di tutto...

01 febbraio 2018 ore 10:42 segnala


Non mi sono mai posto il problema del concetto di famiglia legato alla eterosessualità della coppia, convinto che ci sia famiglia ovunque siano presenti amore e sostegno reciproco...ed è evidente che la follia del genere umano possa risiedere in qualsiasi contesto, sia questo associato alla parola "normale" (nel suo significato nazional cattolico bigotto perbenista), o associato a coppie di diversa composizione...

Quindi leggere, per l'ennesima volta, di una ragazzina di 13 anni violentata ripetutamente dal papà, con il silenzio e a volte la complicità della mamma, dimostra che i valori da difendere non sono quelli che di facciata ci rassicurano che tutto è come deve essere (ma poi com'è che deve essere?), ma sono quelli che garantiscono un ambiente dove le persone vivono in armonia tra loro, garantendo a se stesse e a chi le circonda, una vita serena dove poter crescere circondati da quell'affetto e quelle attenzioni che concorrono in modo fondamentale a creare esseri umani e non mostri o vittime...

Occorrerebbe ragionare molto su questo, anziché declamare slogan preconfezionati con l'unico obiettivo di colpire gli elettori sulla pancia...

E questo vale per qualsiasi parte coinvolta in questo dibattito...

Se il centro di tutto non è l'amore, allora è un centro sbagliato...
de2fd322-a1e0-4de3-ab82-605326957dc0
« immagine » Non mi sono mai posto il problema del concetto di famiglia legato alla eterosessualità della coppia, convinto che ci sia famiglia ovunque siano presenti amore e sostegno reciproco...ed è evidente che la follia del genere umano possa risiedere in qualsiasi contesto, sia questo associa...
Post
01/02/2018 10:42:21
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    3
  • commenti
    comment
    Comment

Ti amo

29 gennaio 2018 ore 01:05 segnala


Nella mia vita ho detto "ti amo" quattro volte

La prima perché non sapevo cosa significasse

La seconda perché era ciò di cui avevo bisogno

La terza perché volevo mentire a me stesso

La quarta perché era ciò che sentivo davvero, perché ne conoscevo il significato, perché non ne avevo bisogno, perché non era più una menzogna...perché ero libero di scegliere e ho scelto di amare...

E non c'è nulla di più forte di una scelta consapevole e libera.
cb1ab87f-afd5-4df9-956c-bf4bc8fc5f92
« immagine » Nella mia vita ho detto "ti amo" quattro volte La prima perché non sapevo cosa significasse La seconda perché era ciò di cui avevo bisogno La terza perché volevo mentire a me stesso La quarta perché era ciò che sentivo davvero, perché ne conoscevo il significato, perché non ne av...
Post
29/01/2018 01:05:09
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    5
  • commenti
    comment
    Comment
    1

Condannati a soffrire...

22 gennaio 2018 ore 22:58 segnala


Un po' di anni fa, e con quel "un po'" intendo un lasso di tempo sufficiente a ricordarmi che sono invecchiato parecchio, alcuni amici Juventini del gruppo di volontariato che frequentavo, ebbero l'idea digiocare un derby interno Juve-Toro.

L'idea era quella di sfidarci in una partita regolare e cogliere l'occasione per una serata diversa, che terminasse, come sempre in questi casi, a tarallucci e vino.

Gli incauti sfidanti non considerarono però alcuni fattori fondamentali che giocavano a loro sfavore, primo fra tutti il fatto che il sacerdote responsabile del gruppo era il cappellano del Torino Calcio.

Ad ogni modo la sfida venne ovviamente accettata e, definiti data e luogo, si provvedette a organizzare l'evento.

La sera della partita, negli spogliatoi, ci vennero consegnate le divise e con grande meraviglia socoprimmo che quelle di noi granata erano una riproduzione di quelle del grande Torino, quello di Superga.

Ecco quindi il secondo fattore fondamentale che giocava contro i cugini a strisce: sì perchè quando un tifoso del Toro indossa quella maglia non è più un tifoso: lui E' il Toro.

Se poi la maglia è quella del grande Toro, beh ragazzi, c'è poco da fare.

Come da copione in campo fu un massacro (sportivamente parlando); con un perentorio 6-0 facemmo passare la voglia della rivincita ai poveri amici senza colori e, per essere sinceri, nell'ultimo quarto d'ora tirammo i remi in barca per non infierire.

Al termine ci furono i già citati tarallucci e vino, qualche sfottò e il bel ricordo di una serata di bello sport e di amicizia.

Ma per me fu anche la prima e l'ultima occasione di indossare quella maglia che, per quanto possa sembrare stupido e infantile, per 90 minuti mi regalò una serie di emozioni e di pensieri che andavano ben al di là del semplice evento.

Quella partita, per me, fu un omaggio verso una squadra, quella dei tragici momenti del '49, che travalicò il significato sportivo e divenne simbolo di un'Italia che doveva e poteva uscire dagli orrori della guerra con l'orgoglio, il lavoro duro, la passione...

Quella squadra era tutto questo e forse anche qualcosa di più: era un patrimonio nazionale, anzi lo è ancora.

Quella squadra non perse mai nel campo di casa e si rese protagonista di rimonte storiche al suono di tromba che intonava "la carica" dagli spalti.

Essere tifosi del Toro è qualcosa di particolare che solo chi lo è può capire...citando una mia cara amica juventina (nessuno è perfetto): "Riconosco in loro uno spirito che esula dal calcio. Nei loro occhi c'è la passione, c'è l'orgoglio, c'è la dedizione...roba che oggigiorno difficilmente si trova in giro.". Questo è il riassunto perfetto di noi poveri tifosi granata, destinati a guardare la classifica dal basso verso l'alto, destinati a essere la squadra "provinciale" di Torino, destinati alla sofferenza continua...e va bene così, perchè solo attraverso la sofferenza si diventa migliori.

Quindi un grazie a quella fantastica squadra, una squadra battuta solo dal destino, una squadra che ha cementato per sempre un senso di appartenenza che non può essere messo in discussione mai....una squadra che rappresenta quello che vorrei fosse oggi il calcio, anzichè dover assistere sempre più spesso a incontri tra 22 mercenari plurimilionari pronti a vendersi al migliore offerente...

C'era una volta lo sport, Il Grande Torino ne era una delle massime espressioni e su questo non c'è discussione.
b1985b3a-b31e-4b50-b36b-68982577c0ee
« immagine » Un po' di anni fa, e con quel "un po'" intendo un lasso di tempo sufficiente a ricordarmi che sono invecchiato parecchio, alcuni amici Juventini del gruppo di volontariato che frequentavo, ebbero l'idea digiocare un derby interno Juve-Toro. L'idea era quella di sfidarci in una parti...
Post
22/01/2018 22:58:18
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    2
  • commenti
    comment
    Comment