Dalle umili origini a Sanremo 2018. claudio bagioni

07 febbraio 2018 ore 12:13 segnala

Per la prima volta salirà da presentatore sul palco di Sanremo. Almeno una volta della vita ognuno di noi avrà ascoltato una sua canzone, ma forse pochi conoscono la sua storia. Dalle umili origini alla gavetta iniziata sul suo balcone di Centocelle, il quartiere romano dove e cresciuto, quando si è esibito per la prima volta sognando di fare il cantante.

Artisticamente nato in una piazza di Centocelle e nei concorsi canori persi nel profondo Lazio, impegnato a guadagnarsi tra gli amici il soprannome di "Agonia" per via del precoce look da esistenzialista, di una passione per Fabrizio De André e le poesie di Edgar Allan Poe, Claudio Baglioni si fa conoscere nei teatri periferici di Varietà per 1000 lire a sera, esibendosi in adattamenti di pezzi di Gene Pitney e Paul Anka – suoi cavalli di battaglia fin dalla più tenera età - e in qualche primo tentativo d'autore imparando un mestiere che, le sue origini modeste, faticano a fargli percepire come tale. Eppure, se c'è un artista in Italia in grado di coniugare arte e mestiere, snodi creativi autenticamente estemporanei, un'ispirazione capace di picchi non consueti per profondità e libertà espressiva a una proposta di spettacolo puramente tale, sempre in grado di penetrare in porzioni di società troppo facilmente escluse dal successo del cantautorato italiano d’élite, quello è proprio Claudio Baglioni.
Nasce appunto da questa inedita capacità di attraversare gli strati sociali raccontandone non soltanto le vicende ma i linguaggi, uno dei primi concept album del pop italiano, un'opera che ancora oggi fatica ad essere riconosciuta come tale e che rimane in qualche modo immobile nel passato, come un atto artistico sospeso e senza eredi anche nelle più recenti citazioni e riappropriazioni del patrimonio cantautorale italiano.
Si tratta naturalmente proprio di "Questo piccolo grande amore" (ottobre 1972), terzo album di un Baglioni che ancora non ha fatto breccia in quello che sarà il suo pubblico ma che ha già dimostrato eccezionali doti compositive e di scrittura – ad esempio in un brano come "Signora Lia", che ancora pare configurarsi come il prodromo dell'approccio narrativo di quest'autore.



"Questo piccolo grande amore", che consacrerà definitivamente Baglioni al grande pubblico, si presenta sul mercato discografico italiano in un momento in cui la canzone è soprattutto connessa alla vicenda politica, ai coscienti postumi (non ancora del tutto a fuoco) del '68 – anno in cui "Tutti morimmo a stento" di Fabrizio De André, forse il primo concept in lingua italiana, aveva visto la luce. Al centro di questo fortunatissimo lavoro di Claudio Baglioni, che si configura come un'opera rock, non c'è invece nulla di classicamente politico e a partire dal 45giri d'esordio, la title track – in classifica per 15 settimane per un totale di copie vendute che supera le 900.000 – c'è una storia d'amore complicata dall'arrivo della malefica "Cartolina rosa" (una delle perle del disco) e dunque dalle vicissitudini legate alla partenza di lui per il servizio miliare.
Raccontare le ragioni profonde e l'importanza storica e artistica di quest'album ha a che vedere col difendere, su un piano che non ha nulla a che fare con i gusti personali, una tradizione: mostrare la storia di una concezione musicale popolare, quella del cantautorato, che vede la propria primissima originaria forma archetipica nel melodramma romantico ottocentesco e cioè in una manifestazione musicale che al centro pone una vicenda, un testo, una storia in grado di coinvolgere con prepotenza ogni essere umano e non più solo le élites. Non stupisce che il fulcro del melodramma italiano dell'800 fosse proprio il tema dell'amore, un amore non più denso di sottintesi filosofici ma indagato nelle sue evidenze naturalistiche: psicologiche, emotive, sentimentali.
"Questo piccolo grande amore" è un concentrato popolare di esperienza narrata unita a una riflessione che diremmo quasi decorativa, ferocemente melodrammatica e, in tal senso, estrema. Un gioco di rimandi di temi musicali tipico dell'opera rock crea una continuità non solo naturalmente narrativa ma anche sonora, il tutto in un mix di stili che va dalla ballata classica di "Questo piccolo grande amore", al pop più orecchiabile di "Mia libertà" e "Porta Portese" fino agli intermezzi a-là-stornello romano che compaiono proprio in "Porta Portese" e in "Battibecco".
Originariamente l'opera fu concepita come un doppio album ricco di canzoni legate trasversalmente alla narrazione principale che vennero poi eliminate per ridurre, proprio in termini di tempo, la portata dell'album.
"Gira che ti rigira amore bello" (maggio 1973) tenterà vanamente di bissare il successo del suo predecessore, giocando nuovamente la carta del concept che qua si configura in modo narrativamente meno definito ma arricchito da un disegno poetico interessante sintetizzato in modo figurativo e geniale nella copertina dell'album: un collage di immagini di una storia d'amore tra l'Io narrante e la sua campagna durante l'estate italiana. La copertina è dunque, di rimando, un collage di scorci – straordinari, romani - che ospitano un'immagine di Baglioni con la sua leggendaria Citroën 2CV gialla, conosciuta a tutti come Camilla.



La tecnica narrativa del collage, dell'unione solo apparentemente anarchica e sempre serrata di momenti del vissuto della coppia e dei processi del ragionamento del singolo relativamente alla coppia, è un'importante cifra della scrittura di questo cantautore e andrà presentandosi costantemente anche negli album che verranno nei decenni successivi.
"Gira che ti rigira amore bello" non terrà alta la bandiera piantata con "Questo piccolo grande amore" ma il momento artisticamente confuso si concluderà l'anno successivo con l'uscita di "E tu..." (1974), un album con dati di vendita che tornano a essere da capogiro ma soprattutto un lavoro dalla struttura narrativa che appare vagamente alleggerita, anche grazie a un ritorno alle canzoni concepite singolarmente, non più strettamente legate a un concept. Gli arrangiamenti dell'album sono curati da Vangelis conosciuto personalmente a Londra pochi mesi prima, quando, folgorato da Tommy degli Who, Baglioni aveva tentato la carta dell'Opera rock d'Oltremanica per poi però tornare in Italia con un nulla di fatto, a mettersi a lavorare con l'ex tastierista degli Aphrodite's Child (divertente immaginarli a pensare all'arrangiamento persino di un testo di Trilussa musicato). L'album ha un respiro diverso dai precedenti e sembra cercare un buon compromesso tra melò estremo e pop, compromesso che poi si accentuerà in "Sabato pomeriggio", il lavoro più denso del Baglioni anni '70.
"Sabato pomeriggio" (luglio 1975) è insieme una eccezionale riconferma della poetica dell'autore e uno dei suoi dischi più stratificati per sguardo, genesi e riferimenti. Si torna a parlare di concept ma in modo nuovo, ora al centro non c'è più una storia sviluppata nei singoli brani ma ci sono singole vicende tutte rispondenti a un tema, quello dell'attesa. Leopardi sembra essere il riferimento principale di tutto l'album, a partire dal titolo ("Il sabato del villaggio"), fino all'utilizzo della figura del passerotto che compare specularmente in apertura e chiusura del disco ("Il passero solitario"). L'album torna ad essere un collage di immagini popolari di donne e uomini che aspettano qualcosa o qualcuno e insieme un mix di descrizioni di luoghi e situazioni perdute, anche quelle che raccontano una Roma che non c'è più. Si narra che "Poster" veda la propria ambientazione alla fermata della metro di via Cavour, dove la lunga attesa parrebbe riferirsi a quella dei treni diretti a Ostia (che ora non fanno più quella tratta) e allo stesso modo, "Lampada Osram" farebbe riferimento a un lampione con lampada allo xeno, con una potenza da guinnes che nel 1975 era in grado di illuminare così tanto la strada da diventare il luogo prescelto per gli appuntamenti.



La title track e la deliziosa "Doremifasol" aggiungono un gran numero di riferimenti dall'aria 'nostalgica' che contribuisce ancora una volta a dare vita a uno straordinario dipinto popolare dell'Italia degli anni Settanta, qua per nulla casualmente messo nelle preziose mani di un arrangiatore eccezionale come Luis Bacalov.
Per ritrovare un lavoro di analoga forza nella discografia di Baglioni occorre fare un salto al 1981, anno di uscita di "Strada facendo".
16 settimane di classifica e un milione di copie vendute, un singolo, la title track, in grado di fare da eterno traino all'intero album. Brani dall'imprescindibile valore come "Via" e "Fotografie" confermano l'uso che l'autore fa della sua ormai vecchia tecnica del collage narrativo.
"Fotografie" è forse il brano di Baglioni più sorprendente, quello che da solo può in qualche modo avere la capacità di sintetizzare la poetica di un'intera carriera. Il pezzo è costruito sui ricordi che escono diretti da un album di fotografie che un uomo sta sfogliando; protagonisti però non sono i ricordi, né l'uomo, né le fotografie bensì l'iter di una storia d'amore ormai finita di cui ogni tappa, momento importante o anche semplicemente puro momento insieme, è raccontato da un'immagine che l'uomo sta sfogliando.



Questo è il modo che Baglioni utilizza per raccontarci la tipicità ma pure la scivolosa semplicità e l'eterna ripetitività – seppure unica ai nostri occhi - degli atti di un amore, anche di quello destinato a morire.
Negli anni '80 Baglioni fa le cose in grande, registra a Londra –negli stessi studi di Paul McCartney- un brano destinato al Pantheon della canzone italiana: "Avrai". Una proiezione di eventi che verranno, infilati anche loro in un ormai classico collage (in questo caso da pelle d'oca) per il neonato figlio Giovanni. Nel 1985 torna in Inghilterra dove, tra Londra e Oxford, registra "La vita è adesso", il disco più venduto di sempre nella storia della discografia italiana (si parla di 3.800.000 copie e 30 settimane nelle posizioni più alte di tutte le classifiche italiane).
L'album è di nuovo un concept, strutturato in modo tale da raccontare una 'giornata tipo' dell'uomo comune. Alcuni brani del disco avranno un felicissimo destino come "Tutto il calcio minuto per minuto" e la struggente "E adesso la pubblicità".
Il vero punto di svolta, tuttavia, è destinato ad arrivare nel novembre del 1990 con l'uscita dell'ultimo grande lavoro del cantautore romano, da gran parte della critica considerato come il vero gioiello di un'intera storia discografica, unanimemente riconosciuto come l'assoluto punto di svolta nella carriera di Baglioni.
"Oltre" è ancora una volta un concept album, stavolta doppio, e dato alle stampe dopo quasi tre anni di lavorazione. A questo pazzo disco, chiave del cambiamento di un lavoro sulle armonie e sui testi, sono dedicate disamine infinite e persino un volume ("Oltre - Storia e analisi del capolavoro di Claudio Baglioni", Filippo Maria Caggiani – Lulu.com, 2010).
Al disco partecipano molti artisti di rilievo internazionale e sembra che una direzione folk facilmente identificabile nella struttura di alcuni brani sia nata da una collaborazione con Peter Gabriel.
"Mille giorni di me e di te" sarà il brano di "Oltre" destinato agli annali: un'accurata disamina dell'accaduto, delle inesistenti colpe alla fine di un amore. Un brano strutturato per esplodere sul finale dopo un crescendo struggente e senza vie di scampo.


dal web.


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