Il ritorno di un eroe

31 maggio 2011 ore 04:00 segnala
Solo in una folla di uomini rudi, è seduto in un angolo appartato dell'unica taverna della vecchia città di posta e stringe in mano un bicchiere: Kaim.

Un altro uomo solo varca la soglia della taverna: ha il corpo massiccio, e l'aspetto del guerriero.

La sua uniforme sporca racconta di un lungo viaggio.

Il viso è segnato dalla fatica, ma gli occhi risplendono di un bagliore penetrante: è lo sguardo di un soldato in servizio attivo.



Nella taverna cala subito il silenzio.

Tutti gli ubriachi presenti lo fissano con soggezione e gratitudine.

La lunga guerra con il paese vicino è finalmente terminata e, come tutti gli uomini che hanno combattuto in prima linea, il militare sta tornando dalla sua famiglia.

Si siede a un tavolo accanto a quello di Kaim e sorseggia un liquore con il piglio deciso dei forti bevitori: è un uomo che beve per placare il dolore.



Due, tre, quattro bicchieri...

Un altro avventore gli si avvicina, con una bottiglia in mano e un gran sorriso accattivante: è un tipico astuto delinquentello di città.

"Permettimi di offrirti da bere" propone il tizio, "come segno di gratitudine per le tue gesta eroiche a favore della patria."

Il soldato, scuro in volto, si lascia colmare il bicchiere.

"Com'è stato al fronte? Sono certo che hai compiuto molti atti valorosi sul campo di battaglia."

Il soldato svuota il bicchiedere in silenzio.



Il tizio glielo riempie di nuovo e sfoggia un sorriso ancora più servile.

"Ora che siamo amici, perchè non mi racconti qualche storiella di guerra? Con due braccia così grandi e forti, chissà quanti nemici hai ucci..."

Senza dire una parola, il soldato gli scaraventa in faccia il contenuto del bicchiere.

Il malvivente va su tutte le furie ed estrae un coltello.

Non appena la lama esce dal fodero, il pugno di Kaim lo fa volare lontano.



Davanti a Kaim e al soldato schierati forti e compatti, il tizio esce di corsa imprecando fra i denti.

I due uomini lo osservano fuggire, poi si scambiano un debole sorriso.

A Kaim non servono parole per capire che il soldato è profondamente triste, e a sua volta il soldato (che è sfuggito alla morte in diverse occasioni) conosce l'ombra che offusca l'espressione di Kaim.



Il rumorio nella taverna riprende.

Kaim e il soldato si versano da bere.

"Ho una moglie e una figlia che non vedo da quando sono partito" dice il soldato, "Sono passati tre lunghi anni."

Si concede un primo timido sorriso mentre estrae dalla tasca la fotografia della moglie e della figlia per mostrarla a Kaim: la moglie è una donna fresca come una rosa, la figlia è ancora giovanissima.

"Sono loro la mia ragione di vita. È stato solo il pensiero di tornare vivo da loro a sostenermi in battaglia."



"Abiti lontano da qui?"

"No, il mio villaggio è appena oltre il prossimo passo. Certamente avranno saputo che la guerra è finita e non vedranno l'ora di riavermi a casa."

Potrebbe arrivarci entro sera, se lo desiderasse abbastanza: è vicinissimo.

"Ma..." il soldato butta giù una sorsata di liquore e geme:

"Ho paura."



"Paura? Di cosa?"

"Voglio vedere mia moglie e mia figlia, ma ho paura di mostrare il mio volto. Non so quanti uomini ho ucciso in questi ultimi tre anni. Non avevo scelta, dovevo farlo per sopravvivere. Se volevo tornare dalla mia famiglia, non mi rimaneva che uccidere un soldato nemico dopo l'altro, e ciascuno di questi uomini aveva una famiglia a casa ad aspettarlo."

È la legge della guerra, il destino del soldato.

Per uscire vivo da una battaglia, devi ammazzare prima di essere ammazzato.



"Non avevo tempo di pensare a queste cose al fronte, ero troppo preso a cercare di uscirne vivo. Ma ora lo capisco, ora che la guerra è finita. Ho il volto segnato da tre anni di peccati: la mia è la faccia di un assassino, e non voglio mostrarla a mia moglie e a mia figlia."

Il soldato tira fuori una sacca in pelle da cui estrae una pietruzza.

Spiega a Kaim che è una gemma grezza, un oggetto che ha trovato poco dopo la sua partenza per il campo di battaglia.



"Una gemma?" chiede Kaim, perplesso.

La pietra sul tavolo è nera e opaca, non mostra traccia dello splendore tipico delle gemme.

"Quando l'ho trovata brillava. Ero sicuro che a mia figlia sarebbe piaciuta molto quando gliel'avrei portata."

A poco a poco, però, la pietra ha perso lucentezza e si è offuscata.



"Ogni volta che uccidevo un soldato nemico, sulla pietra appariva una chiazza simile a quella del suo sangue. Come vedi, ora, dopo tre anni, è quasi totalmente nera. La pietra si è macchiata dei peccati che ho commesso, per questo la chiamo la 'pietra del peccato'."

"Non devi essere così duro con te stesso" lo incoraggia Kaim, "Non avevi altra scelta per sopravvivere."

"Lo so" replica il soldato, "lo so. Eppure... gli uomini che ho ucciso avevano dei villaggi e case a cui tornare, e famiglie ad aspettarli, proprio come me..."



Quindi si rivolge a Kaim: "Immagino che anche tu abbia una famiglia".

Kaim scuote lievemente la testa.

"Io no", risponde, "Non ho famiglia."

"Nemmeno un villaggio a cui tornare?"

"Non ho casa in nessun posto."

"Un eterno viaggiatore, eh?"

"Eh già, proprio così."

Il soldato ridacchia sommessamente e osserva Kaim con un sorriso amaro.

È difficile sapere fino a che punto creda alle parole di Kaim.

Ripone la 'pietra del peccato' nella sacca in pelle e dice:

"Sai cosa penso? Se la pietra si è oscurata di un poco per ogni vita che ho interrotto, dovrebbe riprendere un po' del suo splendore ogni volta che ne salvo una".



Anziché rispondere, Kaim scola le ultime gocce di liquore dal suo bicchiere e si alza dal tavolo.

Il soldato rimane al suo posto e Kaim, abbassando lo sguardo su di lui, gli dà un consiglio:

"Se hai una casa, dovresti tornarci. Vacci, pur con tutta la colpa che ti senti addosso. Sono sicuro che tua moglie e tua figlia capiranno. Non sei un criminale, sei un eroe: hai combattuto strenuamente per sopravvivere".

"Sono contento di averti conosciuto", afferma il soldato, "Avevo bisogno di sentire queste parole."

Tende la mano verso Kaim, che a sua volta gliela stringe.

"Spero che il tuo viaggio prosegua bene", gli augura il soldato.



"Mentre il tuo di viaggio presto finirà" risponde Kaim avviandosi con un sorriso verso la porta.

In quell'istante il malvivente che era fuggito prima aggredisce Kaim alle spalle, brandendo una pistola.

"Attento!" grida il soldato, precipitandosi verso Kaim.

Mentre Kaim si gira di scatto, il tizio prende la mira e urla:

"Nessuno mi può trattare così, infame!"

Il soldato si getta tra i due uomini e una pallottola lo colpisce al ventre.



E così, come aveva intensamente sperato, il soldato ha salvato una vita.

Ironia della sorte, è per Kaim, un uomo che non può né invecchiare né morire, che il soldato ha perso la sua unica vita.



Disteso sul pavimento, scomposto, quasi privo di sensi, il soldato affida la sacca in pelle nelle mani di Kaim.

"Ti prego, guarda la mia 'pietra del peccato'."

"Magari... magari" dice, ridacchiando sommessamente, "ha riacquistato un po' del suo splendore."

Il sangue gli sgorga dalla bocca, soffocando la risata.

Kaim guarda nella borsa e lo rassicura: "Ora sta brillando, è pulita".

"Davvero?" ansima il soldato, "Bene, mia figlia sarà così felice..."



Sorride soddisfatto e allunga la mano per afferrare la sacca.

Con delicatezza, Kaim gliela appoggia sul palmo e gli chiude sopra le dita.

Il soldato esala l'ultimo respiro, e la sacca cade a terra.

Il volto dell'uomo ha un'espressione serena.

La pietra, però, la 'pietra del peccato', rotolata fuori dalla sacca aperta, è nera come prima.


Fine.
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Solo in una folla di uomini rudi, è seduto in un angolo appartato dell'unica taverna della vecchia città di posta e stringe in mano un bicchiere: Kaim. Un altro uomo solo varca la soglia della...
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I controcorrente

31 maggio 2011 ore 03:58 segnala
In questa vasta pianura erbosa soffiano sempre forti venti.

Sarà forse per la topografia dell'area, ma la direzione del vento rimane costante a prescindere dall'ora o dalle stagioni:

da est a ovest, dal punto in cui sorge il sole fino al punto in cui tramonta.



Spazzati via dai venti incessanti, i tronchi deformati e i rami degli arbusti si inclinano tutti verso ovest.

Qui, la vegetazione alta non cresce e l'erba si allunga in orizzontale sul terreno, piegata verso ovest.

Le carovane e la gente di passaggio percorrono l'unica strada che attraversa la pianura.

Non "vanno e vengono", ma vanno soltanto, da est a ovest, sfruttando il vento alle loro spalle per guadagnare velocità.

I viaggiatori diretti da ovest a est utilizzano sempre la strada tortuosa che si snoda lungo le montagne a sud: è una via molto più lunga, ma molto più rapida rispetto all'attraversare la pianura controvento.



La strada che attraversa la pianura è chiamata la Corrente del vento.

Proprio come il flusso di un grande fiume che non cambia mai direzione, il percorso di chi transita sulla strada è rimasto invariato fin dalla notte dei tempi, né cambierà in futuro: da est a ovest.

Le sagome umane che appaiono nel punto in cui sorge il sole scompaiono nel punto in cui tramonta, e non si imbattono mai in viaggiatori di passaggio se non in rarissimi casi.



La prima volta che incontrò Kaim sulla corrente del vento, la ragazza era solo una bambina.

"Era ancora viva la nonna?"

In risposta alla serena domanda della ragazza, Kaim sorride e risponde:

"Sì che lo era. E ricordo che era una signora anziana molto gentile."

Guardando indietro lungo la strada, la ragazza indica la linea di colline che si perde in lontananza.

"La nonna, durante il suo viaggio, ha attraversato sette colline."

"Sono tante sette?"

"Eh sì. La nonna è vissuta a lungo. Gran parte della gente finisce il viaggio dopo cinque colline. La gente che rimane indietro costruisce una piccola lapide là dove termina il viaggio, mentre gli altri proseguono..."

La ragazza indica la terra ai suoi piedi.

"Io sono arrivata fino qui" dice sorridendo felice e orgogliosa.

Secondo la religione sua e della sua famiglia, se si dedica la propria vita a camminare verso est affrontando il flusso della Corrente del vento, si raggiungerò l'estremità orientale dove nasce la Corrente stessa.



La gente chiama i fedeli di quella religione 'i Controcorrente'.

Il termine racchiude un senso di paura e tristezza, ma anche un tocco di disprezzo e dileggio.

I Controcorrente sono privi di desideri terreni.

L'unico scopo della loro vita è camminare a piedi verso est.

Non hanno dubbi.

Danno alla luce i figli nel corso del viaggio e li fanno crescere mentre portano avanti il loro cammino.

Quando invecchiano ed esauriscono le forze, il loro viaggio ha termine, ma quello della famiglia prosegue.

Il loro credo viene così tramandato di padre in figlio.



Il viaggio della famiglia della ragazza è iniziato con la nonna, partita a piedi dalla sponda occidentale della Corrente del vento con il figlio, che aveva la stessa età che ora ha la ragazza.

I Controcorrente non camminano tutto l'anno.

Nella stagione in cui i venti sono particolarmente forti (dal tardo autunno fino all'inizio della primavera), si fermano in varie città di posta, sparse lungo la strada, guadagnandosi da vivere svolgendo attività che i cittadini si rifiutano di fare.

Alcuni Controcorrente scelgono di rimanere in città, mentre altri, al contrario, portano con sé dei cittadini al momento di riprendere il viaggio, in primavera.

Si tratta di persone di cui si sono innamorati durante il lungo inverno, o di ragazzi con la passione per il viaggio, ma anche di adulti stanchi della vita di città.



Sono queste le ragioni che spingono i cittadini a guardare i Controcorrente con occhio strano.

Una che si era unita ai viaggiatori a metà cammino era stata la madre della ragazza: la ragazza stessa, fra qualche anno, potrebbe trovare l'amore in una qualche città di posta.

Potrebbe quindi scegliere di rimanere a viverci, oppure invitare il suo compagno a seguirla in viaggio.

Al momento, non ha idea di cosa potrebbe riservarle il futuro.



Il padre la chiama: "È ora di andare!"

La loro breve pausa si è conclusa.

Sembra dispiaciuta di doversene andare e si alza controvoglia.

"Che peccato", dice, "Avrei voluto parlare ancora con te. Ma dobbiamo raggiungere la prossima città prima che inizi a nevicare."

Esposte costantemente al vento contrario, le sue guance sono rosse e segnate, le labbra screpolate, ma il sorriso è splendido mentre augura buon viaggio a Kaim.

È il sorriso di chi crede ciecamente nello scopo della propria vita, senza il minimo dubbio.



"Ci rivedremo ancora da qualche parte?" chiede.

"È probabile" risponde Kaim sorridendole, seppure non con la stessa intensità.

È nel bel mezzo di un viaggio che lo porterà oltre il confine occidentale della Sorgente del vento.

È diretto verso il campo di battaglia come mercenario, e non appena sarà terminata la battaglia occidentale un'altra sarà già scoppiata a est.

Sarà un viaggio lungo e cruento, senza niente in cui credere.

Quando rincontrerà la ragazza lungo il cammino, il sorriso di Kaim sarà offuscato da ancora più ombre.



Forse come dono d'addio, la ragazza gli canta qualche breve strofa:

Questo vento, da dov'è che soffia?

Da dove parte per arrivare fin qui?

Giunge forse da dove la vita inizia?

O inizia là, dove la vita termina?

"Arrivederci, allora" dice la ragazza, camminando a fatica, passo dopo passo, con i capelli mossi dal vento.



Quando Kaim e la ragazza di rivedono, sono passati dieci lunghi anni.



È primavera, e i prati sono punteggiati da splendidi fiori bianchi.

Lei è diventata la moglie di un giovane che fa il sarto e ripara scarpe, in una delle città di posta.

"Questa è la mia terza primavera qui" dice, picchiettandosi con amore il ventre gonfio.

Entro pochi giorni partorirà un bambino.

Diventerà madre.

"E i tuoi genitori...?" domanda Kaim.

Lei scrolla le spalle e guarda verso est.

"Stanno proseguendo il loro viaggio. Sono l'unica a essere rimasta qui."



Kaim non chiede il perché della sua decisione.

Proseguire il viaggio è una scelta di vita, così come lo è fermarsi in una città.

Nessuna delle due può essere considerata migliore dell'altra.

Per la ragazza, è il suo volto sorridente a dare la risposta.



"Ma non parliamo di me" dice, guardandolo con fare sospetto.

"Tu non sei cambiato di una virgola dal nostro ultimo incontro, tanto tempo fa."

Per il millenario Kaim, dieci anni non sono che un cambio di stagione.

"Certe vite sono così" dice, cercando di sorridere.

"Certe persone a questo mondo non invecchiano mai, non importa quanto vivano."

Guarda la ragazza, diventata una donna, e si chiede ancora:

Vivere attraversando l'infinità del tempo: sarà una benedizione o una condanna?



Le parole di Kaim valgono ben poco come spiegazione, ma la ragazza annuisce con l'aria di chi sembra aver compreso.

"Se fosse così", dice, "dovresti essere tu ad arrivare al punto in cui nasce il vento. Saresti un perfetto Controcorrente."

Potrebbe aver ragione: dopotutto, la vita concessa all'uomo è troppo breve per consentire a chiunque di risalire il flusso della Corrente del vento fino alla sua origine.



Tuttavia, Kaim replica scuotendo lentamente la testa.

"Non sono adatto per questo viaggio."

"No? Chiunque può essere un Controcorrente, chiunque voglia vedere con i propri occhi dove nasce il vento."

Subito dopo, però, la ragazza aggiunge con un tocco di tristezza:

"Ma non credo che nessuno ci sia mai riuscito".



Il luogo in cui nasce il vento: un posto che non esiste.

Ammettendo pure che, dopo un lungo viaggio, qualcuno possa giungere all'estremità orientale della Corrente del vento, il vento soffierebbe anche là.

E non solo un vento da est.

Da ovest, da nord, da sud: venti senza limite, senza fine.

Gli esseri umani, che non possono vivere in eterno, osano affrontare un viaggio senza fine: immane tragedia o non plus ultra della commedia?

Per Kaim, tuttavia, una cosa è certa: non lo si può semplicemente liquidare come un futile esercizio.



"E tu?" chiede alla ragazza, "Non hai intenzione di rimetterti presto in cammino?"

Lei ci riflette per il tempo di un respiro e poi, accarezzandosi il ventre, reclina il capo e dice:

"Mi chiedo... se desidero veramente vivere in questo modo per sempre. Oppure, se provo ancora il desiderio di raggiungere il punto in cui nasce il vento."



Tutti i Controcorrente, senza eccezioni, dicono che non si può mai sapere cosa può spingere nuovamente in viaggio.

Un giorno, senza preavviso, ci si lascia alle spalle la vita di città e si riprende il cammino.

E non occorre imbattersi in un altro controcorrente per provare di nuovo l'impulso a partire: molti l'hanno fatto da soli, all'improvviso.

Gli insegnamenti dei Controcorrente dicono che tutti gli uomini nutrono il desiderio di viaggiare in eterno.

Forse non ne sono consapevoli perché il desiderio è sepolto così in profondità dentro di loro da non poter essere ricordato.

Ed è quando tale desiderio riemerge che la persona diventa un Controcorrente.



"Anche in te c'è questo desiderio" dice a Kaim.

"Chissà..."

"È così" dice la ragazza "Non ci sono dubbi."

Lo sguardo nei suoi occhi è diretto e privo di incertezze, proprio come l'ultima volta.

Fissandolo con quello sguardo, si indica il ventre.



"Nemmeno io l'ho perso del tutto."

"E però sono certo che sei felice della tua vita attuale."

"Certamente."

"Credi davvero che verrà il giorno in cui vorrai riprendere il viaggio anche se significherà rinunciare a questa felicità?"

Anziché rispondere, la ragazza sorride con fare gentile.



Sono trascorsi molti anni, ma talvolta qualcosa rammenta a Kaim le parole della ragazza: tutti nutrono il desiderio di viaggiare in eterno.

Per Kaim, la vita stessa è un viaggio senza fine.

Nel corso del suo viaggio, ha assistito a innumerevoli morti, e ad altrettante nascite.

La vita umana è troppo breve, troppo debole ed effimera.

Tuttavia, più indugia nella sua evanescenza, più comprende che, inesplicabilmente, parole come 'eterna' e 'perpetua' sono più adatte alla vita, nella sua finitezza, che a qualsiasi altro concetto.



Viaggiando lungo la Sorgente del vento per la prima volta dopo anni, Kaim si imbatte nel funerale di un Controcorrente.

Un giovane vestito a lutto è fermo lungo la strada, porge fiori di campo ai viaggiatori di passaggio e chiede loro di "offrire un fiore a un'anima nobile che ha viaggiato fin qui".

Kaim prende un fiore e chiede al ragazzo:

"Era un tuo familiare?"

"Sì. Mia nonna."

Il ragazzo annuisce, il suo viso ricorda qualcuno che Kaim conobbe tanto tempo fa.



L'anziana nella bara deve essere quella ragazza, Kaim ne è sicuro.



"La nonna ha viaggiato per moltissimo tempo. Portò il mio papà con sé quando era solo un bambino. Vedi quella collina laggiù? Lei partì da ben oltre quel punto, ed è arrivata fin qui."

Alla fine, quindi, la ragazza aveva deciso di rimettersi in cammino.

Aveva voltato le spalle alla vita di città, e tenendo il figlio per mano, aveva ripreso il suo viaggio infinito.

Il suo desiderio di raggiungere il posto in cui nasce il vento sarebbe stato tramandato al figlio, al nipote e alle generazioni future.

Dirigersi verso una terra che nessuno potrà mai raggiungere, e farlo per intere generazioni: anche questo è un viaggio infinito.



È una tragedia?

O una commedia?

Forse la risposta si trova nel sorriso sereno sul volto dell'anziana distesa nella bara.

Kaim le depone il fiore ai piedi in segno di offerta.

I familiari che hanno viaggiato al suo fianco si stringono in un canto funebre:

Questo vento, da dov'è che soffia?

Da dove parte per arrivare fin qui?

Giunge forse da dove la vita inizia?

O inizia là, dove la vita termina?



Il vento soffia.

Spazza la vasta prateria.

Kaim riprende lentamente la strada diretto verso la sua meta.

"Buon viaggio!" esclama il ragazzo salutandolo.

Rosse e segnate come quelle della ragazza tanto tempo fa, le sue guance si addolciscono in un sorriso.


Fine.
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In questa vasta pianura erbosa soffiano sempre forti venti. Sarà forse per la topografia dell'area, ma la direzione del vento rimane costante a prescindere dall'ora o dalle stagioni: da est a ovest,...
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Nella mente di un prigioniero

31 maggio 2011 ore 03:57 segnala
Sa bene che è inutile.

Ma non può reprimere l'impulso che scaturisce dalla sua stessa carne.



Deve farlo: scagliare con violenza il suo corpo contro le sbarre.

Ma non ottiene nulla.

Non fa che rimbalzare sulle grosse sbarre di ferro.

"Numero 8! Ma che diavolo stai facendo?"

Le grida infuriate della guardia rieccheggiano lungo il corridoio.

I prigionieri non vengono mai chiamati per nome, ma solo per numero di cella.

Kaim è il numero 8.



Kaim non replica a parole, ma colpendo le sbarre con una spalla.

Le grandi sbarre di ferro non si spostano mai.

Provocano solo un dolore sordo e profondo nelle ossa e nei muscoli perfettamente allenati di Kaim.

Invece di rimettersi a urlare, la guardia soffia il fischietto, facendo accorrere dalle loro postazioni altre guardie.

"Numero 8! Che dobbiamo fare per ficcartelo in testa?"

"Vuoi che ti sbattiamo nella cella di punizione?"

"Non mi guardare così. Fa' pure resistenza, e vedrai che non te ne andrai tanto presto da qui!"



Seduto sul pavimento della cella con le gambe distese, Kaim ignora le loro grida.

È già stato varie volte nella cella di punizione.

Sa bene di essere stato bollato come un 'prigioniero altamente ribelle'.

Ma non può resistere.

Qualcosa si contorce nel profondo della sua anima.

Un che di caldo, intrappolato dentro, che ribolle e freme.



"E tu saresti un eroe di guerra?" dice una guardia.

"Non puoi fare stronzate qui. Che ti succede, soldatino? Non riesci a stare senza un nemico che ti guarda dritto in faccia?"

La guardia accanto prende in giro Kaim ridendo.

"Peccato, bello mio, che qui non ci sono nemici. Ma nemmeno amici. Ti abbiamo rinchiuso qui tutto solo."



Le guardie se ne vanno e Kaim si raggomitola sul pavimento stringedosi le ginocchia, con gli occhi serrati.

Tutto solo...

La guardia ha ragione.

Pensavo di essermi abituato a vivere da solo, in battaglia, in strada.

Ma la solitudine della prigione è la più profonda che abbia mai vissuto.

E anche la più spaventosa.



Pareti su tre lati, e oltre le sbarre solo un'altra parete che delimita lo stretto corridoio.

Questa prigione sotterranea è stata costruita in modo da impedire ai prigionieri di vedersi e persino di avvertire la presenza reciproca.

La totale mancanza di una visuale diversa paralizza anche il senso del tempo.

Kaim non ha idea di quanti giorni abbia trascorso lì dentro.

Il tempo continua a scorrere, questo è certo.

Ma senza un posto dove andare non fa che stagnare dentro di lui.



La vera tortura che la prigione infligge a un uomo non è la privazione della libertà o la solitudine forzata, ma vivere in un posto in cui nulla si muove all'interno del campo visivo e il tempo non scorre mai.

L'acqua di un fiume non imputridisce mai, ma basta chiuderla in un barattolo e prima o poi lo farà.

Lo stesso accade qui.

Forse, dentro di lui alcune parti del corpo e della mente hanno già iniziato ad esalare un odore di marcio.



Essendone consapevole, Kaim si rialza da terra e si scaglia contro le sbarre ancora e ancora.

Non esiste la minima possibilità che possa rompere una sbarra.

Né pensa di riuscire a fuggire da questo posto.

Eppure, continua a farlo.

Non riesce a resistere.

Deve farlo, ancora e ancora.

Nell'istante prima che il suo corpo si scontri con le sbarre, solo per quell'attimo, un alito di vento lo colpisce alla guancia.

L'aria immobile si muove, anche se per un breve intervallo.

Quel soffio dà a Kaim un minuscolo accenno dello scorrere del tempo.



Le guardie accorrono, i volti torvi per la rabbia.

Ora vedo delle sagome umane dove prima c'era solo una parete.

Tanto basta per sollevare il mio spirito.

Non se ne accorgono le guardie?

"D'accordo, numero 8, ti aspetta la cella di punizione. Vediamo se dopo tre giorni là dentro ti darai una calmata!"

Mentre ascoltava l'ordine le labbra di Kaim si aprirono in un sorriso.



Ma non capiscono?

Ora avrò un'altra visuale.

Il tempo tornerà a scorrere.

Li ringrazio per questo.

Kaim ride ad alta voce.

Le guardie gli legano le mani dietro la schiena, gli incatenano le caviglie e si avviano verso la cella di punizione.

"Perché diavolo stai ridendo, numero 8?"

"Sì, smettila! O ti puniremo ancora di più!"

Ma Kaim non smette di ridere.

Ride a pieni polmoni.

Se riempio i polmoni di aria fresca, l'odore svanirà?

O forse il mio corpo e la mia mente sono già così marci che non potrò liberarmene con tanta facilità?



Per quanto ancora mi terranno rinchiuso qui?

Quando potrò uscire?

Sarà forse troppo tardi allora?

Quando tutto si sarà decomposto, sarò ancora una persona o sarò una cosa, come succede ai cadaveri dei nemici?



Kaim riesce a malapena a respirare.

È come se l'aria gli venisse spremuta via dal petto, causandogli un dolore atroce che lo riporta dal mondo dei sogni alla realtà.

Sono già stato in una prigione tanto tempo fa?, si chiede sospeso tra realtà e immaginazione.

Già diverse volte ha fatto questo sogno, o per meglio dire, questo incubo.

Una volta sveglio cerca di ricordarlo, ma non resta nulla nella sua memoria.

Una cosa, però, è certa: nel sogno la prigione e le guardie hanno sempre lo stesso aspetto.



E se fosse qualcosa che ho vissuto davvero?

E se così fosse, quando potrebbe essere accaduto?

Non riesce a trovare una risposta.

Da sveglio, anche le domande che si pone tra il sogno e la relatà vengono cancellate dai ricordi.

Si sveglia di soprassalto gridando, con il respiro affannoso, asciugandosi con il dorso della mano il sudore che gli cola dalla fronte, e non gli resta che un fremito di terrore.

Succede sempre così.



Anche adesso...

Mormora fra sé e sé mentre cerca di recuperare ciò che resta nella memoria, in un angolo remoto della sua mente:

"Che razza di vita passata devo aver vissuto?"

Anche adesso...



"Che razza di vita passata devo aver vissuto?"


Fine.
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Sa bene che è inutile. Ma non può reprimere l'impulso che scaturisce dalla sua stessa carne. Deve farlo: scagliare con violenza il suo corpo contro le sbarre. Ma non ottiene nulla. Non fa che...
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Una madre torna a casa

31 maggio 2011 ore 03:56 segnala
Il ragazzo ha perso il sorriso, benché lo neghi.

"Non dire scemenze, Kaim. Guarda! Sto sorridendo, no?"



Tira indietro le guance e scopre i denti bianchi che spiccano sulla pelle scura.

"Se questo non è un sorriso, cos'è?"

Kaim annuisce senza replicare.

Gli dà un colpetto sulla spalla come per dire: "Certo, certo."

"Sù, dai, guardami. Sto sorridendo, giusto?"

"Giusto. Stai sorridendo."

"Vabbè, lasciamo perdere. Presto, andiamo."



Il ragazzo ha un carattere dolce e aperto.

Ha fatto subito amicizia con Kaim, mentre gli altri cittadini hanno tenuto le distanze dallo 'strano viaggiatore'.

Non che abbia scelto il maturo Kaim come compagno di giochi.



Porta Kaim alla taverna, che non ha ancora aperto i battenti.

"Odio chiederti di farlo, ma... lo faresti, ti prego?"

La voce del ragazzo sembra arrivare fin nel locale.

Dentro, un uomo lancia un urlo da ubriaco: oggi ha l'aria particolarmente cattiva.

Kaim reprime un sospiro ed entra nella taverna.

L'uomo sullo sgabello è il padre del ragazzo, di nuovo ubriaco a mezzogiorno.

Il ragazzo è lì per portarlo a casa: guarda il padre con aria triste.



Kaim mette il braccio attorno alle spalle del padre e gli allontana con prudenza la bottiglia di whisky.

"Per oggi basta" dice.

L'uomo spinge via il braccio di Kaim e si lascia cadere sul bancone.

"Odio la gente come te" ribatte.

"Sì, lo so" replica Kaim, "Però è ora di andare a casa, hai bevuto abbastanza."

"Mi hai sentito, Kaim. Vagabondo! Vi odio. Vi odio vi odio vi odio".



Fa sempre così quand'è ubriaco: inveisce contro tutti i "vagabondi", attacca brighe con chi è vestito da viaggio e infine crolla sul pavimento per smaltire l'alcol dormendo.

Suo figlio è troppo piccolo per trascinarlo a casa.

Con un sospiro, Kaim si ritrova anche oggi a sostenere il peso dell'uomo ubriaco per impedirgli di cadere dallo sgabello.



Il ragazzo fissa il padre, con un misto di tristezza, rabbia e pietà.

Quando incrocia gli occhi di Kaim, scrolla le spalle come a dire Scusami se ti tiro sempre in ballo.

Ma Kaim è abituato.

Ha visto il padre ubriaco fradicio quasi ogni giorno nell'ultimo anno, da quando il ragazzo e il padre sono rimasti da soli.

"Oh, be'..." dice il ragazzo con un sorriso forzato come se cercasse di rassegnarsi alla situazione.

"Povero papà... povero me."



Sostenendo il peso del padre sulle spalle, Kaim sorride al ragazzo e commenta:

"Sì, ma tu non esci né ti ubriachi come lui".

"Ehm" replica il ragazzo, gonfiando il petto.

"A volte i ragazzini sono più tosti degli adulti."

Kaim gli fa un ampio sorriso che significa: Hai ragione.

Certo che ho ragione, sembra dire il ragazzo ricambiando il sorriso.

È l'unico che quel ragazzino di dieci anni è riuscito a fare nell'ultimo anno: così amaro che intorpidirebbe la lingua se lo si potesse assaporare.



La madre del ragazzo, la moglie del padre, se n'è andata un anno fa.

Si è innamorata di un commesso viaggiatore e li ha abbandonati.



"Mamma era annoiata", dice il ragazzo con tono realistico, pensando all'infedeltà della madre.

"Si era stancata di fare le stesse cose ogni giorno. È allora che l'ha conosciuto."

Alla tenera età di dieci anni, il ragazzo ha imparato che certe cose vanno dette con quel tono realistico.



Il padre era nato e cresciuto in questa cittadina e lavorava nel municipio locale.

Non aveva particolari abilità, ma non era un lavoro che richiedesse un talento o una mente sveglia.

Non doveva che eseguire gli ordini con diligenza e sottomissione, e lui aveva fatto esattamente così, anno dopo anno, senza creare problemi.

"Per lui facevamo una vita 'pacifica', ma mamma non era d'accordo. Lei diceva che era 'ordinaria e noiosa'."

Lei era attratta dalla vita dell'astuto commesso viaggiatore.

Era rischiosa ed emozionante, come camminare sul muro di una prigione: un passo falso e potevi finire dentro.



"Papà disse a mamma che quel tizio la stava imbrogliando, che voleva solo i suoi soldi, ma non riuscì a convincerla. Allora mamma non ci pensava nemmeno a noi."

Con estremo distacco, come mantenendo le distanze, il ragazzo riflette sulla tragedia della sua famiglia.

"Ho sentito dire che l'amore è cieco. È proprio così!" dice scrollando le spalle e con una risata sardonica da adulto navigato.



Kaim non replica.

"A ciascuno la sua età" recita un altro detto, che probabilmente non ha un grande significato per un ragazzo che ha perso l'amore della madre.

E se anche Kaim si prendesse la libertà di metterlo in guardia, è facile che il ragazzo lo ignorerebbe con un sorriso forzato dicendo:

"A volte i ragazzini sono più tosti degli adulti".



Il padre del ragazzo, però, appare scontento quando il figlio usa espressioni da grande.

"Quel babbeo ha perso tutta la sua innocenza. Ora mi disprezza, pensa che io sia da compatire. Dentro di sé mi deride perchè mi sono lasciato portar via la moglie da un altro, maledizione."

È una cosa che lo turba soprattutto quando è ubriaco.

Il suo fastidio supera di gran lunga l'amore paterno.

A volte lo prende persino a sberle in faccia, o ci prova.

Quand'è sbronzo, il ragazzo riesce facilmente a schivare i suoi colpi, e lui si ritrova disteso a terra.



Persino mentre sta annegando nell'alcol riesce a farsi inaspettatamente serio e si mette a fare domande.

"Dimmi, Kaim, tu viaggi da tanto tempo, giusto?"

"Eh già."

"Ti piace proprio tanto? Andare in città sconosciute, conoscere estranei non può essere così... È così meraviglioso che pur di farlo abbandoneresti la vita che stai vivendo?"

Chiede la stessa cosa più e più volte.

La risposta di Kaim è sempre la stessa.

"A volte è divertente, altre no."

Non sa cos'altro dire.



"Sai, Kaim, non ho mai messo piede fuori da questa città. Lo stesso facero mio padre, e mio nonno, e il mio bisnonno, e quello prima di lui. Siamo sempre nati e morti qui. Anche la famiglia di mia moglie. Ha radici in questa città da generazioni. Quindi perché l'ha fatto? Perché se n'è andata? Perché ne aveva un bisogno così forte da dover lasciare me e il suo stesso figlio?"

Kaim sorride appena senza replicare.

Non esistono parole per dare risposta a una tale domanda.

Per quanto possa provare a spiegarlo, il motivo per cui certa gente subisce l'irresistibile richiamo della strada non potrà mai essere compreso da chi non lo prova.

L'uomo è una di quelle persone che non potranno mai capire.



Non riuscendo a ottenere risposta da Kaim, l'uomo ripiomba in un mare di alcol.

"Ho paura, Kaim", continua, "Anche mio figlio potrebbe farlo. Un giorno potrebbe andarsene e lasciarmi qui. Quando lo sento parlare da adulto, mi spavento tanto da non sopportarlo."



La madre del ragazzo alla fine ritorna.

Il commesso viaggiatore le ha soffiato fino all'ultimo centesimo dei suoi risparmi e, nel momento in cui non gli è stata più utile, l'ha lasciata.

Distrutta nel fisico e nell'animo, ha un solo posto a cui tornare, la casa che ha abbandonato.

Dapprima scrive una lettera dalla città vicina, e quando la legge e la rilegge con gli occhi annebbiati dall'alcol, il marito reagisce con un moto di derisione.

"le sta bene, quella brutta strega."

Finge di fare a pezzi la lettera davanti a Kaim, senza mostrarla a suo figlio.



Kaim riferisce tutto al ragazzo e gli chiede:

"Che vuoi fare? Qualsiasi cosa tu decida, ti aiuterò a realizzarla."

"Qualsiasi cosa decido?" chiede a sua volta il ragazzo con il solito sorriso distaccato.

"Se vorrai andartene da qui, ti procurerò abbastanza soldi da aiutarti a cavartela per un po'. " replica Kaim, "Questo lo posso fare."

È serissimo.



L'uomo non ha intenzione di perdonare la moglie.

Se lei dovesse presentarsi è quasi certo che la manderà via, e probabilmente con un sorriso fiero e vendicativo.

Kaim sa, però, che se la donna perderà la sua casa e lascerà la città una volta per tutte, l'uomo riprenderà a bere ogni giorno, e maledire l'infedeltà della moglie, a piangere per il suo destino, a sfogare la rabbia sugli estranei e a mostrare costantemente al figlio la sua parte peggiore.

La lunga vita sulla strada ha portato Kaim a viaggiare senza sosta e conoscere molta gente diversa, e il padre del ragazzo è di sicuro uno degli uomini più deboli che abbia mai incontrato.



"Potresti raggiungere tua madre e andare in un'altra città. O se volessi andare da qualche parte da solo, potrei trovarti un lavoro."

Entrambe le cose sarebbero meglio per il ragazzo, ritiene Kaim, che continuare questa sua vita con il padre.

Il ragazzo, tuttavia, in apparenza interessato, guarda Kaim negli occhi, scoprendo i denti bianchi.

"Tu hai viaggiato per tanto tempo, giusto Kaim?"

"Eh già..."

"Sempre da solo?"

"A volte da solo, a volte no..."



"Mhh..."

Il ragazzo fa un lieve cenno col capo, con il sorriso triste degli adulti, e dice:"Non lo capisci proprio, eh?"

"Che cosa?"

"Tutto questo viaggiare e ancora non capisci la cosa più importante."

Il suo sorriso triste assume il solito tratto amaro.



Kaim capisce infine cosa intende il ragazzo tre giorni dopo.

Una donna dall'aria stanca e gli abiti malconci si trascina dalla via principale verso il mercato.

La gente si allontana da lei, fissandola, lasciandola al centro di un ampio cerchio vuoto.

La madre del ragazzo è tornata.



Il ragazzo si fa strada tra la folla ed entra nel cerchio.

La madre vede il figlio, e le sue gance sfiorite per il viaggio si aprono in un sorriso.

Il ragazzo fa un passo, e poi un altro, verso la madre emaciata e sorridente.

All'inizio esita, ma dal terzo passo in poi si mette a correre, e le getta le braccia al collo.

Piange.

Sorride.

Per la prima volta, Kaim vede sul suo volto un'espressione serena da bambino.



"Mi spiace, mi spiace tanto. Ti prego, perdonami..." supplica la madre, in lacrime.

Stringe la testa del ragazzo al petto e dice, sorridendo tra le lacrime: "Ti sei fatto così grande!"

Poi aggiunge: "Non ti lascerò di nuovo. Rimarrò qui per sempre..."



Tra la folla si diffonde lo scompiglio.

Proviene dalla taverna.



Ora è l'uomo a farsi strada tra il muro di persone e a entrare nel cerchio.

È ubriaco.

Incespicando, si dirige verso la moglie e il figlio.

Guarda la moglie con occhio torvo.

Il ragazzo si mette tra di loro, proteggendo la madre.

"Papà, smettila", grida.

"Mamma è tornata. È quel che basta, no? Perdonala, papà, ti prego!"

Ha la voce rotta dalle lacrime.



L'uomo non replica.

Fissandoli entrambi, crolla in ginocchio con le braccia spalancate.

Abbraccia la moglie e il figlio.



Abbraccia la moglie e il figlio.

La famiglia distrutta è di nuovo unita.

"Papà, ti prego, non stringere così forte! Fa male!"

Il ragazzo piange e sorride.

La donna non fa che singhiozzare.

L'uomo piange per la rabbia.

Assistendo alla scena da dietro la folla, Kaim si volta sui tacchi.



"Te ne vai proprio?" chiede nuovamente il ragazzo mentre accompagna Kaim ai confini della città.

"Eh già. Voglio attraversare l'oceano prima che inizi l'inverno."

"A papà manchi di già. Dice che pensava che d'ora in poi sareste potuti diventare finalmente compagni di bevute."

"Potrai bere tu con lui quando crescerai."

"Quando crescerò, eh?"

Il ragazzo china la testa, un po' imbarazzato, poi mormora:

"Mi chiedo se vivrò ancora in questa città."



Nessuno lo sa, naturalmente.

Forse tra qualche anno, il padre riprenderà a passare le giornate ubriaco perchè il figlio ha lasciato la città e la famiglia.

Eppure...

Kaim ricorda una cosa che non ha detto al debole padre del ragazzo.

"Lo chiamiamo 'viaggio' perchè abbiamo una casa dove tornare. Non importa quante deviazioni o quanti errori possiamo fare: finché avremo una casa dove tornare, potremo sempre ricominciare daccapo."

"Non ti capisco" replica il ragazzo.

Kaim ricorda un'altra cosa.



"Sorridi per me" dice un'ultima volta, appoggiando una mano sulla spalla del ragazzo.

"Così?"

Scopre i dentri bianchi, e le guance si piegano verso l'alto.

È un bel sorriso.

Finalmente è riuscito a ritrovare un sorriso da ragazzo.



"Ora tocca a te, Kaim."

"Ah... certo."

Il ragazzo studia il sorriso di Kaim quasi a dargli un voto.

"Forse è un po' triste" dice.

Proprio perchè sta scherzando, le sue parole vanno ancora più a segno.

Il ragazzo sorride di nuovo, come a voler dare a Kaim un modello.

"Ok, allora ci si vede" dice con un cenno della mano, "oggi vado a far compere con papà e mamma."

Kaim ricambia il sorriso e si allontana.



Poi sente il ragazzo che lo chiama un'ultima volta.

"Anche se ci stiamo dicendo l'addio, io non piangerò, Kaim! A volte i ragazzini sono più tosti degli adulti."

Kaim non si volta a guardare, ma replica agitando la mano.

Forse l'espressione del ragazzo cambierebbe se i loro sguardi si incrociassero.

Decide di stare al gioco fino alla fine.



Continua a camminare.

Dopo una breve tregua, riprende il suo viaggio senza una casa a cui tornare.

Un viaggio senza una casa a cui tornare: i poeti lo definiscono 'vagabondare'.

Fine.
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Il ragazzo ha perso il sorriso, benché lo neghi. "Non dire scemenze, Kaim. Guarda! Sto sorridendo, no?" Tira indietro le guance e scopre i denti bianchi che spiccano sulla pelle scura. "Se questo non...
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La piccola bugiarda

31 maggio 2011 ore 03:55 segnala
Tutti al mercato odiano quella ragazzina.

Non ha ancora dieci anni ed è lungi dal lasciarsi alle spalle la dolce innocenza dell'infanzia, ma tutti gli adulti che possiedono negozi nel mercato la disprezzano apertamente.

Il motivo è semplice.

Lei mente su tutto.



"Ehi signore, ho appena visto un ladro entrare a casa sua!"

"Guardi, signora, le è appena caduto tutto dagli scaffali!"

"Ehi, gente, avete sentito cos'ha detto quel viaggiatore? Dei banditi stanno per attaccare il mercato!"

A lungo andare persino le bugie più candide e innocue possono rivelarsi fastidiose, e i negozianti hanno iniziato ad arrabbiarsi sempre più.



"Dovresti guardartene anche tu" dice la fruttivendola per mettere in guardia Kaim.

"Qui nessuno abbocca più alle sue bugie, quindi lei è sempre in cerca di nuovi arrivati o estranei. Uno come te sarebbe un bersaglio perfetto."

Potrebbe aver ragione.

Kaim è nuovo in città.

È arrivato da qualche giorno e oggi ha iniziato a lavorare al mercato.



"Che fanno i suoi genitori?" chiede Kaim scaricando un carro di verdura.

La donna aggrotta la fronte e scuote la testa con un sospiro.

"Non li ha più."

"Sono morti?"

"La madre sì, per lo meno. Quattro o cinque anni fa. Era una ragazza sana che in vita sua non aveva mai preso nemmeno un raffreddore, finché un giorno è svenuta e non si è più ripresa."

"E il padre?"

Lei sospira ancor più a fondo e risponde: "È andato in città, in cerca di lavoro."



I genitori avevano un negozio di articoli vari nel mercato, anche se la madre si occupava quasi da sola della compravendita delle molti merci che trattavano.

Subito dopo la sua morte, le sorti del negozio precipitarono, finché alla fine non venne rilevato.

Il padre se ne andò lontano, nella capitale del paese, in cerca di un lavoro ben pagato che gli consentisse di restituire i debiti.

Aveva promesso di tornare dopo sei mesi, ma ormai se n'era andato da un anno intero.

Talvolta inviava lettere a casa del suo amico sarto, ma anche quelle avevano smesso di arrivare circa sei mesi fa.



"Si potrebbe forse dire che è triste per una ragazzina come lei aspettare che il padre torni a casa, eppure..."

La ragazzina dorme in un angolo del deposito pubblico gestito dai negozianti del mercato.

"Ci dicevamo spesso di prenderci cura di lei, di farle da genitori in attesa che tornasse il padre."

La cosa non sorprese Kaim.Sa per esperienza che tutti coloro che lavorano nel mercato, e non solo questa florida e gentile signora, sono persone generose e di buon cuore malgrado i loro mezzi limitati.

Altrimenti, un estraneo come lui non sarebbe mai stato assunto.



"Ma molto prima che passassero quei sei mesi, nessuno di noi ne poteva più di lei. Quand'era viva la madre era una ragazzina dolce e semplice, ma quella esperienza le ha lasciato un brutto segno."

Tutta la sua dolcezza era sparita.

"Certo, ci dispiace per lei, e a turno la sfamiamo e le diamo gli abiti dei nostri figli, ma dato che continua a mentire a tutti gli adulti, a nessuno più davvero di lei. Perché non capisce che..."

"Deve sentirsi sola, non crede?"

Con un sorriso afflitto, la donna scrolla le spalle e risponde: "Be', basta chiacchere per oggi. Su, al lavoro!", e rientra in negozio.



Kaim sta sistemando gli ortaggi che ha scaricato davanti al negozio quando sente una vocina dietro di sé.

"Ciao signore, sei nuovo qui?"

È la ragazzina.

"Eh già..."

"Non sei di questa città, vero?"

"No, non lo sono..."

"Abiterai sopra il negozio finché lavorerai qui?"

"Per un po', almeno. È quello che spero di fare."

"Vuoi che ti dica un segreto?"



Sta già iniziando.

"Ok", risponde Kaim senza interrompere il lavoro.

"C'è un fantasma in questo mercato. Qui nessuno lo dice perché farebbe andare male gli affari, ma c'è davvero, io lo vedo sempre."

"Davvero?!" replica Kaim fingendosi sorpreso.

Anziché rimproverarla per le sue bugie, decide di stare al gioco.

In questa sua vita infinita, ha conosciuto moltissimi bambini che hanno perso i genitori o che sono stati abbandonati.

La tristezza e la solitudine dei bambini che si ritrovano scaraventati da soli nel mondo sono esattamente le stesse che Kaim prova nel suo continuo peregrinare attraverso l'infinito scorrere del tempo."



"Che tipo di fantasma?"

"Una donna. E io so chi è."

È il fantasma di una madre che ha perso la figlia, dice.

La sua bambina, l'unica che aveva, morì in un'epidemia.

Sconvolta dal dolore, la madre decise di morire, e ora il suo fantasma appare nel mercato ogni sera, in cerca della figlia.



"Povera madre! Si è uccisa per poter stare con la figlia, ma non riesce a trovarla nemmeno nell'aldilà. E allora viene sempre a cercarla qui e grida: 'Dove sei? Corri qui e vieni nell'aldilà con la mamma'."

La ragazzina racconta la storia con tremenda serietà.

"Non pensi che sia triste?" chiede a Kaim.

Ha gli occhi bagnati di lacrime, ma proprio per questo Kaim sa che sta mentendo.

Anche se non fosse stato avvertito dalla donna, avrebbe capito che era una bugia dal racconto del passato della bambina.



Kaim dispone accuratamente l'uva ben matura su una cassetta da esposizione e le chiede:"Perché pensi che la madre non riesca a trovare la figlia?"

Cosa?", ribatte la ragazzina con gli occhi sbalorditi.

"Be' ", continua Kaim, "se la ragazzina non è nell'aldilà e non sta girovagando in questo mondo, dov'è allora?"



Kaim non intende farle un controinterrogatorio.

Ritiene solo che chi mente per il dolore potrebbe sentirsi molto meglio se ammettesse la bugia per quel che è.

La solitudine di una ragazzina che ha perso la madre ed è stata abbandonata dal padre consiste non nel dire una piccola bugia, ma nel dover continuare a mentire.



"Mhh, ora che me lo dici, è una bella domanda" dice lei sorridendo tranquilla.

"Davvero... dove sarà andata?"

Kaim per un attimo valuta l'idea di puntarle il dito come a dire "È qui", ma prima che possa farlo la ragazzina prosegue:

"È la prima volta che qualcuno me lo chiede. È come se tu fossi... diverso."

"Mi chiedo..."

"No, lo sei. Sei diverso" insiste lei.



"Penso che potremmo diventare amici."

Sorride più apertamente.

Kaim ricambia il sorriso, senza dire nulla.

In quel momento, si sente la fruttivendola uscire dal retro del negozio, e la ragazzina scappa via.

Appena prima di svoltare l'angolo per imboccare il vicolo, fa un lieve cenno a Kaim come a dire: "A presto!".

Per la prima volta, il viso della ragazzina che parla fin troppo da adulta mostra un pizzico di quell'innocenza tipica della sua età.



La ragazzina inizia a venire parecchie volte al giorno in negozio per trovare Kaim quando la proprietaria non c'è.

Gli racconta una bugia dietro l'altra.



"Ho fatto i biscotti con la mamma ieri sera. Volevo portartene un po', ma erano così buoni che li ho mangiati tutti."

"Dei banditi mi hanno rapito da piccola, ma mio padre è venuto a salvarmi e a picchiare i banditi, e così non mi hanno ucciso."

"La mia casa? È grande e bianca, ai piedi della montagna. Tu sei nuovo di qui e forse non la conosci, ma è la più grande di tutta la città."

"Non hai una famiglia? Sei tutto solo? Povero Kaim! Vorrei poter spartire con te un po' della mia felicità!"



Tutte le sue bugie nascono dal dolore:sono tristi e solitarie, e non potrebbe mai raccontarle ai negozianti che la conoscono.

Ogni volta che finisce di chiaccherare con Kaim, mentre sta per uscire si porta un dito alle labbra e dice:

"È il nostro piccolo segreto. Non dirlo alla fruttivendola."

Naturalmente, Kaim non dice nulla a nessuno.

Quando si ritrova tra la gente del mercato che parla male della ragazzina, se ne va alla chetichella.



Bugie e critiche sono cose buffe: non acquistano sostanza perchè qualcuno le dice, ma piuttosto perché qualcuno le ascolta e dichiara di condividerle.

Un individuo veramente isolato non può mai parlar male di nessuno.

E nemmeno può mentire.

Avendo qualcuno a cui raccontare le sue bugie, la ragazzina non cade nell'abisso dell'isolamento.

Perché lei possa avere la sua triste razioncina di felicità, Kaim sta al gioco e la ascolta senza obiezioni.



Un giorno, mentre va a trovare Kaim, la ragazzina sta particolarmente attenta a non farsi notare dalla fruttivendola o dai negozianti vicini.

"Dimmi, signore, pensi di restare qui ancora per tanto, tanto tempo?"

"No, non penso" risponde Kaim, continuando a scaricare la frutta e la verdura.

"Te ne andrai quando avrai risparmiato abbastanza soldi?"

"È probabile."

"Ma non ne hai ancora a sufficienza?"

"Quasi", replica lui, guardandola con un sorriso forzato.



Questa volta è Kaim ad aver detto una piccola bugia.

Ha già abbastanza soldi per mantenersi in viaggio.

Né ha accettato lavoro e alloggio perché ha urgente bisogno di soldi.

È qua perché non ha trovato altre destinazioni che desidera raggiungere.

Un viaggio senza meta è un viaggio infinito.

I saggi dicono che nella vita occorrono sogni e obiettivi, ma i sogni da realizzare e gli obiettivi da raggiungere risplendono come fari proprio perché la vita ha una fine.

Ma quali possono essere i sogni e gli obiettivi di chi si porta il fardello di una vita eterna?

Quello di Kaim non è un viaggio da affrettare, né che si possa affrettare.

Forse errare di giorno in giorno senza meta non si può nemmeno definire viaggiare.



"Se fossi in te" dice la ragazzina, "me ne andrei da qui non appena avessi risparmiato i soldi sufficienti per due o tre giorni di viaggio."

Kaim replica con un sorriso silenzioso e afflitto.

Che espressione farebbe la ragazzina se Kaim le dicesse:

"Rimango qui per te"?

Per ora la mia ragione di vita è poterti offrire un ascoltatore per le tue bugie.

Ma quando queste parole gli vengono in mente, parole che non potrà mai dirle davvero, la ragazzina si guarda attorno furtiva e dice quasi sussurrando:"Se te ne vuoi andare da qui presto, conosco un buon modo per farlo".



"Un buon modo...?"

"Intrufolati nel negozio del sarto e rubagli i soldi. C'è un vasetto nell'armadio sul retro: lì dentro ne ha tanti."

"Mi stai dicendo di rubarli?"

"Sì."

Lo fissa dritto negli occhi senza il minimo cenno di dubbio nello sguardo.

Con grande serietà, continua a spiegare:

"Quel sarto merita che gli portino via le cose".

I soldi nel vaso, dice, sono sporchi.



"Conosco una ragazza, una mia buona amica" continua, "e la sua è una storia così triste. Sua madre è morta, e suo padre se n'è andato a lavorare nella capitale, e lei è tutta sola. Lui sarebbe dovuto tornare dopo mesi, ma lei non l'ha mai più sentito."

Un'altra bugia nata dal dolore.



Kaim le chiede con calma: "C'è qualche legame tra la tua amica e il sarto?"

"Certo" risponde lei.

"Un legame stretto. Sai com'è andata per davvero? Il padre le spediva i soldi ogni mese com'era suo dovere, per aiutarla a vivere un po' meglio in città. E ha continuato a scriverle. Voleva dirle che aveva trovato un buon lavoro e che lei l'avrebbe dovuto raggiungere subito.

Lui era troppo impegnato per venirla a prendere, quindi doveva essere lei ad andare da lui, e le ha mandato i soldi per il viaggio. Ma lei non ha ricevuto nessuna lettera né i soldi.

Secondo te, perché?"



Prima che Kaim possa rispondere, lei dice:

"Lo sbaglio è stato inviare le lettere e i soldi al sarto. È stato lui a tenerli tutti per sé".

Kaim guarda altrove.

Per avvalorare una triste bugia, la ragazzina ne ha detta una ancora più triste, che può far male a un'altra persona.

È questa la cosa più triste di tutte.

"La serratura della porta sul retro del sarto sarebbe così facile da rompere" aggiunge, e corre via senza aspettare la risposta di Kaim.



La ragazzina entra di corsa nel negozio della fruttivendola la mattina dopo, chiamando a gran voce la proprietaria.

Dice alla donna, e non a Kaim:

"Dei ladri sono entrati dal sarto stanotte!"

Dice di aver visto una serie di ladri che entravano di soppiatto a tarda notte dopo che il mercato si era svuotato.



"Oddio mio" replica la donna con un sorriso forzato, "dev'essere stato proprio terribile."

È chiaro che non la sta prendendo sul serio.

"Ma è vero, sa? Li ho visti per davvero!"

"Senti, ragazzina, ne ho veramente le tasche piene di te. Sei così bugiarda che mi spaventa a morte pensare a quel che diventerai da grande, se una ladra o un'imbrogliona o chissà che. Ora devo cercare di aprire il negozio, ti spiace? Vallo a dire a qualcun altro."



Ha a stento finito di parlare quando da fuori si sentono delle grida:"Aiuto! Venite!" il sarto è in mezzo alla strada con l'aria terrorizzata, e sta urlando a pieni polmoni.

"La... ladri! Mi hanno preso tutti i so... so... soldi!"

Quando il sarto entra la ragazzina se la svigna.



Il mercato è sottosopra.

La ragazzina non mentiva: questo è certo.

Ma, quasi abituata alle sue bugie, la gente ora suggerisce la possibilità di un altro tipo di bugia.

"Forse è stata lei. Che ne dite?"

E così inizia...



"Penso che tu abbia ragione."

"Alla faccia della commedia!"

"Ne sarebbe capace."

"Andiamo a cercarla. La faremo parlare, anche a costo di usare maniere un tantino forti."

Nessuno ha nulla da obiettare.

Alcuni corrono al deposito, mentri altri iniziano a cercare nel mercato.

"Non c'è da nessuna parte!"

"Il deposito è vuoto."

"È scappata con i soldi!"

Mentre ciascuno fa ritorno con i propri risultati e le proprie ipotesi, Kaim capisce tutto.

Dopo tutte le sue tristi bugie, la ragazzina si è lasciata dietro un'ultima verità.



"Non può essere andata molto lontano!"

"Già, possiamo ancora prenderla!"

"Quella ladruncola! Aspetta che le metta le mani addosso!"

Gli uomini si infuriano, e le donne soffiano sul fuoco:

"Giusto! Datele quel che si merita!"

"Siamo stati così gentili con lei, e quella ci tratta così! Non possiamo fargliela passare liscia!"

Una decina di uomini va all'inseguimento, ma Kaim si piazza in mezzo alla strada bloccandoli.



"Ehi, togliti!"

Gli uomini sono sul piede di guerra, ma Kaim sa che volendo li potrebbe stendere tutti, e loro non riuscirebbero ad alzare nemmeno un dito su di lui.

Invece, rilassa i suoi possenti muscoli e lancia una sacca di pelle per terra, davanti agli uomini.

"I soldi rubati sono lì dentro" commenta.

"Come?"

"Mi spiace, li ho rubati io."

Un mormorio confuso si trasforma presto in grida di rabbia.



Kaim alza le mani a indicare che non farà resistenza.

"Fate di me quel che volete, sono pronto."

La fruttivendola si fa breccia tra il muro di uomini, gridandogli:"Come hai potuto farlo, Kaim?"

"Volevo i soldi, tutto qui."

"Non lo stai dicendo solo per proteggere la ragazzina?"

La donna ha un intuito troppo acuto.

Forzando un sorriso, Kaim si rivolge al sarto e chiede:

"Erano in un vaso nell'armadio, giusto?"

L'uomo annuisce con foga.

"È vero! Dev'essere stato lui! I soldi erano nel vaso! È lui il ladro!"



"I soldi non erano l'unica cosa in quel vaso, però, vero?"

"Che stai dicendo?"

"Ci tenevi anche delle lettere, spedite dal padre della ragazzina."

"È una bugia! Tu sei pazzo!"

"Però è vero."

"No, non poteva esserci nessuna lettera! Le ho buttate tutte..."

Il sarto si porta la mano alla bocca.

Ma è troppo tardi.



La fruttivendola lo guarda torvo.

"Che storia è questa?" chiede.

"Ehm... no... cioè..."

"È meglio che ci spieghi tutto."

Gli sguardi infuriati della gente si spostano da Kaim al sarto.



Qualche giorno dopo, arrivano due lettere dalla ragazzina per 'la signora del negozio di frutta e l'uomo gentile che abita sopra'.

Nella lettera per Kaim dice che è riuscita a trovare il padre nella capitale.

Kaim non ha modo di sapere se è vero oppure no.

È difficile immaginare una ragazzina che trova così facilmente il padre in una grande città senza sapere dove vive o lavora.



Eppure, decide di credere alle sue parole quando afferma:

"Ora sono felice".



Gli esseri umani sono gli unici animali a mentire.

Bugie per ingannare, bugie a proprio vantaggio, e bugie per proteggere il cuore dalla minaccia di una solitudine e un dolore schiaccianti.

Se a questo mondo non esistesse la menzogna, di sicuro non ci sarebbero molti litigi e fraintendimenti.

D'altro canto, forse è perchè questo mondo è un misto di verità e menzogna che le persone hanno imparato a 'credere'.



Quando termina di leggere, Kaim si volta verso la donna.

Concentrata sulla sua lettera, lei solleva timidamente la testa quando si accorge che Kaim la guarda.

"Ci rinuncio!" dichiara.

"Ascolta qui: 'sono davvero grata a lei e all'altra gente del mercato per tutto quel che avete fatto per me.

Non vi dimenticherò mai finchè vivrò'. Una bugiarda patentata, quella ragazzina" dice, sorridendo tra le lacrime.

Fine.
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Tutti al mercato odiano quella ragazzina. Non ha ancora dieci anni ed è lungi dal lasciarsi alle spalle la dolce innocenza dell'infanzia, ma tutti gli adulti che possiedono negozi nel mercato la...
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Fiori bianchi

31 maggio 2011 ore 03:53 segnala
Deliziosi fiori bianchi costellano la città.

Spuntano a ogni angolo, e non nelle aiuole o nei campi destinati alla loro coltivazione, ma mescolandosi spontaneamente e copiosamente alle file di case, come se fossero cresciuti assieme agli edifici.

È l'inizio della primavera e la neve ricopre ancora le vicine montagne, ma la distesa di oceano che lambisce il litorale a sud della città è bagnata da un sole splendente.

La città è un antico e fiorente centro portuale.

Tuttora, ogni giorno molte navi da crociera e da trasporto attraccano e salpano dai suoi moli.



La sua storia, tuttavia, si divide nettamente tra un 'prima' e un 'dopo' un evento accaduto un giorno di tanto tempo fa.

La gente di qui preferisce non parlarne, è uno spartiacque tracciato sulla cronologia della città.

I ricordi sono troppo dolorosi per tramutarli in storie.

Kaim lo sa, e proprio per questo è tornato qui ancora una volta.



"Di passaggio?" chiede il padrone della taverna.

Al suono di quella voce, Kaim replica con un debole sorriso.

"È qui per la festa, immagino. Se la prenda comoda e si diverta."

Il tizio è su di giri: si è messo a bere con i clienti e, bicchiere dopo bicchiere, si è fatto bello rosso in viso, ma nessuno sembra volerlo biasimare per la sua intemperanza.

La taverna è al completo e l'aria rieccheggia di risate.

Di tanto in tanto anche dalla strada provengono voci allegre.

Tutta la città sta festeggiando: una volta all'anno, in occasione della festa la gente fa baldoria tutta la notte fino al sorgere del sole.



"Spero che abbia una stanza per la notte, signore. È tardi ora per trovarne una! Tutte le locande sono stracolme."

"Così pare."

"Non che ci sia qualcuno di tanto stupido da passare una notte così in camera rintanato sotto le coperte."

Il tizio ammicca a Kaim come a dire: "Non lei, signore, ne sono sicuro!"

"Stanotte ci sarà la festa più grande e folle che abbia mai visto, e chiunque è invitato... gente del posto ed estranei. Alcol, cibo, giochi d'azzardo, donne: lei mi dica quello che vuole, ci penserò io a procurarglielo."



Kaim beve un sorso e non commenta.

Poiché ha in programma di stare sveglio tutta la notte, non ha preso una stanza.

Ma non conta nemmeno di godersi la festa.

Kaim offrirà una preghiera un'ora prima dell'alba, quando la notte sarà più buia e profonda.

Lascerà la città, salutato dal sole del mattino il cui volto spunterà tra le montagne e il mare, proprio come fece all'epoca della sua ultima visita.

Allora, il padrone della taverna, che qualche minuto fa stava raccontando a uno dei suoi clienti abituali che il suo primo nipote stava per nascere, era lui stesso poco più che un neonato.

"Questo giro è mio. Svuotate i calici!" dice il padrone della taverna, riempiendo il bicchierino di Kaim.

Gli dà un'occhiata sospettosa e aggiunge: "Lei è venuto qui per la festa, vero?"



"No, non proprio" risponde Kaim.

"Non mi dica che non ne sapeva nulla! Quidi lei è capitato qui per puro caso?"

"Temo di sì."

"Be', se è venuto qui per affari, se li dimentichi. Non riuscirà a fare discorsi seri con nessuno in una notte speciale come questa."

Il padrone della taverna continua spiegando perché è una notte così speciale.

"Non può non averne sentito parlare. Una volta, molto, molto tempo fa, questa città fu quasi totalmente distrutta."



Ci sono due tipi di eventi in grado di dividere la storia in un 'prima' e un 'dopo': uno è la nascita o la morte di un grande personaggio, un eroe o un salvatore.

L'altro è una calamità come una guerra, una pestilenza o un disastro naturale.

Nel caso di quella città, tale evento fu un tremendo terremoto.

Accadde senza avvisaglie e alla gente colta nel pieno del sonno non rimase che fuggire.

La terra si aprì con un boato, e le strade e gli edifici caddero letteralmente a pezzi.

Scoppiarono incendi, che si diffusero in un battibaleno.

Rimasero uccisi quasi tutti.



"Forse lei non se lo può immaginare. Io so soltanto quel che ho imparato a scuola. E cosa può voler dire per un bambino la 'Festa della risurrezione'? Solo una cosa successa 'tanto tempo fa'. Per me, che qui ci vivo, non significa altro, perciò credo che un viaggiatore come lei non possa nemmeno provare a immaginare com'è stato."

"È così che si chiama? 'Festa della Risurrezione'?"

"Già. La città fu fatta risorgere dalle rovine e divenne quel che vede ora. È questo che si celebra."

Kaim sorride al tizio con aria torva e sorseggia il suo liquore.

"Perché ride?" chiede il padrone della taverna.



"L'ultima volta che sono stato qui si chiamava 'Giornata commemorativa del terremoto'. Non era una festa tanto sfrenata."

"Ma che dice? Si è chiamata 'Festa della Risurrezione' fin da quando ero piccolo."

"Quello era prima che lei fosse abbastanza grande da avere ricordi."

"Eh?"

"E prima ancora, si chiamava 'Consolazione degli Spiriti'. Si accendeva una candela per ogni morto e si pregava perché potessero riposare in pace. Era una festa triste, si piangeva molto."

"Sembra quasi che lei ci sia stato di persona."

"È così."



Il padrone della taverna ride sbuffando sonoramente.

"Lei sobrio lo sembra, ma deve essere ubriaco fradicio! Senta, è la sera della festa e perciò farò finta che non mi abbia preso per i fondelli, ma non dica cose del genere a nessun altro qui in città. Tutti i nostri antenati, compresi i miei, si sono salvati per puro miracolo."

Kaim sa benissimo quel che fa.

Non si aspettava certo che il tizio gli credesse.

Voleva solo scoprire se tra gli abitanti della città fosse ancora vivo il ricordo della tragedia e se, dietro a quelle facce sorridenti, si conservasse ancora il dolore che era stato tramandato di generazione in generazione sin dall'epoca dei loro avi.



Un altro cliente lo chiama e il padrone della taverna si allontana da Kaim, ma non senza lanciargli prima un avvertimento.

"Stia attento a quel che dice, signore. Sciocchezze del genere potrebbero metterla nei guai, sul serio. Ci pensi: il terremoto è accaduto ben duecento anni fa!"

Kaim non replica, ma continua a sorseggiare il suo liquore in silenzio.

Tra i morti della tragedia di duecento anni fa vi furono sua moglie e sua figlia.

Di tutte le decine di mogli e le centinaia di figli che Kaim ha avuto nella sua vita eterna, la moglie e la figlia che ebbe qui occupavano un posto speciale nei suoi ricordi.



A quell'epoca, Kaim lavorava al porto.

Erano solo in tre: lui, la moglie e la loro figlioletta.

Conducevano una vita semplice e felice.

Tutti in città, comprese naturalmente la moglie e la figlia di Kaim, erano convinti di una cosa: la realtà, così come l'avevano conosciuta fino a quel giorno, sarebbe durata in eterno.

Ma Kaim sapeva che non era così.

Proprio perché la sua era una vita lunga e infinita, aveva assaggiato il dolore di innumerevoli separazioni e sapeva benissimo che nella vita quotidiana degli esseri umani nulla esiste 'per sempre'.

La vita che la sua famiglia conduceva prima o poi sarebbe dovuta finire, non c'era scampo.

Questo, però, non era affatto motivo di dolore: privati della capacità di afferrare l'eterno, gli uomini hanno imparato ad amare e ad apprezzare il presente.



A Kaim piaceva particolarmente mostrare a sua figlia i fiori, sopratutto quelli più fragili e caduchi.

I fiori che si schiudevano con il sole del mattino e si spargevano prima del tramonto; in città erano ovunque, deliziosi fiori bianchi che sbocciavano all'inizio della primavera.

La figlia amava i fiori.

Era una bambina dolce: mai avrebbe reciso i germogli che avevano lottato con tanto coraggio per spuntare, ma si limitava a osservarli ogni volta per ore e ore.

E anche quell'anno...



"Guarda che boccioli grandi! Potrebbero schiudersi da un momento all'altro!" esclamò felice quando vide i fiori bianchi sulla strada vicino a casa.

"Forse domani?" si chiese Kaim ad alta voce.

"Certo!" fece eco allegramente sua moglie, "Alzati domattina presto e vieni a dare un'occhiata!"

"Poveri fiorellini, però" aggiunse la bambina.

"È bello quando fioriscono, ma poi appassiscono subito."

"Meglio così" disse la moglie di Kaim."Porta fortuna vederli sbocciare. È ancora più divertente."



"Forse è divertente per noi" replicò la bambina, "ma pensa a quei poveri fiorellini. Fanno tanta fatica per aprirsi, e poi in un giorno appassiscono. È triste..."

"Be', sì, immagino di sì..."

Un soffio momentaneo di tristezza attraversò la stanza, ma Kaim lo disperse subito con una risata.



"Felicità non vuol dire 'longevità'!" dichiarò.

"Cosa significa, papà?"

"Che il fiore forse non vivrà a lungo, ma che sarà felice se durante la sua breve vita riuscirà a sbocciare in tutta la sua bellezza e a emanare il profumo più dolce che può."

La bambina sembrava avere difficoltà ad afferrare l'idea e si limitò ad annuire con un lieve sospiro.

Poi fece un gran sorriso e replicò:

"Se lo dici tu, papà, dev'essere vero!"



Il tuo sorriso è più bello di qualsiasi fiore in pieno rigoglio.

Avrebbe dovuto dirglielo.

In seguito, si sarebbe pentito di non averlo fatto.

Le parole che aveva esclamato così spontaneamente, si rese conto poi, si rivelarono una sorta di profezia.



"Bene, signorina" disse, "se domani vuoi alzarti presto per vedere i fiori, è meglio che tu vada subito a letto."

"Va bene, papà, se proprio devo..."

"Vado a letto anch'io" fece la moglie di Kaim.

"Ok, allora. Notte, papà."

La moglie disse a Kaim: "Buona notte, caro, ora vado davvero a letto".

"Buona notte" replicò Kaim, bevendo un ultimo bicchiere per alleviare la fatica del giorno.



Quelle furono le ultime parole che la famiglia si scambiò.



Un violento terremoto colpì la città prima dell'alba.

La casa di Kaim crollò in un cumulo di macerie: le due persone che lui amava andarono nel lontano aldilà senza svegliarsi dal loro sonno profondo, e senza nemmeno la possibilità di dirgli "Buon giorno".



Il sole del mattino si levò su una città che in un attimo era stata distrutta.

Tra le rovine, sbocciavano i fiori bianchi che la figlia di Kaim aveva tanto desiderato vedere.

Kaim pensò di deporne uno come offerta sul corpo freddo della figlia, ma rinunciò all'idea.

Non ce la fece a raccorglierlo.

Si rese conto che nessuno, nessun essere vivente sulla faccia della terra, aveva il diritto di spezzare la vita di un fiore che possedeva quella vita per un solo breve giorno.



Kaim non poté mai dire a sua figlia:

"Vai in cielo prima di me e aspettami: presto arriverò anch'io".



Né avrebbe mai conosciuto la gioia di ritrovare i suoi cari.



Vivere per mille anni significava portare con sé il dolore di mille anni di separazioni.



Kaim continuò il suo lungo viaggio.

Passò un numero vertiginoso di mesi e anni: mesi e anni in cui innumerevoli guerre e calamità naturali flagellarono la terra.

Gente nacque e morì, si amò e venne separata dai propri cari.

Vi furono gioie immense, e dolori altrettanto smisurati.

Le persone combatterono e litigarono senza fine, ma anche si amarono e si perdonarono infinitamente.

Così venne fatta la storia, con le lacrime del passato che piano piano si tramutavano in preghiere per il futuro.



Kaim continuò il suo lungo viaggio.

Dopo qualche tempo, iniziò a pensare sempre meno alla moglie e alla figlia con cui aveva trascorso quei pochi e brevi giorni nella città portuale, ma non le dimenticò mai.

Kaim continuò il suo lungo viaggio.

E nel corso dei suoi viaggi, tornò a fermarsi in quella città portuale.



Con l'avanzare della notte, il frastuono della folla non ha fatto che aumentare ma ora, con il primo barlume di luce a est, senza che nessuno dia alcun segnale il rumore lascia il passo al silenzio.

Kaim è in piedi nella piazza centrale della città.

Anche la gente in festa si è diretta qui poco per volta finché, quasi prima che Kaim se ne accorga, il selciato della piazza è coperto di persone.

Kaim si sente toccare la spalla.

"Non pensavo di trovare lei qui!" dice il padrone della taverna.

Kaim replica con un sorriso silenzioso e il tizio con un certo imbarazzo aggiunge:

"C'è una cosa che prima mi sono dimenticato di dirle..."

"Oh...?"



"Be', ecco, il terremoto è successo molto, molto tempo fa, prima dell'epoca dei miei genitori, persino prima della generazione dei miei nonni. Potrà sembrarle buffo, ma non riesco a immaginare questa città in rovine."

"So cosa intendi."

"Penso, però, che ci siano cose a questo mondo che si possono ricordare anche se non si sono vissute in prima persona. Come il terremoto: io non l'ho dimenticato. E non sono l'unico. Sarà pure successo duecento anni fa, ma nessuno in questa città l'ha mai dimenticato. Non riusciamo a immaginarlo, ma nemmeno a dimenticarlo."



Proprio mentre Kaim annuisce nuovamente a conferma delle parole del suo interlocutore, una triste melodia risuona per la piazza: quella è l'ora in cui il terremoto distrusse la città.

Tutta la gente lì radunata chiude gli occhi, congiunge le mani e offre una preghiera, compresi il padrone della taverna e Kaim.

Davanti agli occhi chiusi gli appaiono i visi sorridenti della moglie e della figlia morte.

Perché sono così belle e tristi quelle facce che credono con tutto il cuore nella certezza del domani?



La musica finisce.

Il sole del mattino sale all'orizzonte.

E in tutta la città sboccia un'infinita distesa di fiori bianchi.



In duecento anni, i fiori bianchi sono cambiati.

Gli scienziati ipotizzano che 'il terremoto possa aver modificato la natura del suolo stesso', ma nessuno conosce di preciso la causa.

La loro vita si è allungata.



Se prima sbocciavano e appassivano nell'arco di un solo giorno, ora rimangono fioriti per tre o quattro giorni di seguito.

Bagnati dalla rugiada della notte e baciati dalla luce del sole, i fiori bianchi lottano per resistere il più a lungo possibile, abbellendo la città sforzandosi di vivere la parte di vita negata a coloro il cui 'domani' è stato strappato via per sempre.

Fine
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Deliziosi fiori bianchi costellano la città. Spuntano a ogni angolo, e non nelle aiuole o nei campi destinati alla loro coltivazione, ma mescolandosi spontaneamente e copiosamente alle file di case,...
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La partenza di Hanna

31 maggio 2011 ore 03:37 segnala
I familiari hanno le lacrime agli occhi quando accolgono Kaim alla locanda, di ritorno dal suo lungo viaggio.

"Grazie tante per essere venuto."

Kaim capisce subito la situazione.

L'ora della partenza si sta avvicinando.



È troppo presto, troppo presto.

Eppure lui lo sa bene, un giorno o l'altro doveva capitare, e non in un futuro lontano.

"Potrei non rivederti mai più" gli aveva detto lei con un sorriso triste prima che Kaim partisse, distesa sul letto con quel suo viso tanto chiaro da essere quasi trasparente, così fragile, e per questo indescrivibilmente bello.



"Posso vedere Hanna ora?" chiede Kaim.

Il locandiere annuisce appena e risponde: "Ma non credo che capirà chi sei".

"Non apre gli occhi dalla scorsa notte", avverte.

Dal lieve movimento del petto si intuisce che la sua vita è appesa a un filo, un filo che può spezzarsi in qualunque momento.



"È un vero peccato. So che ti sei sentito in dovere di venire qui per lei..."

Un'altra lacrima riga il volto della moglie.

"Non importa, va bene così" replica Kaim.

Ha assistito a innumerevoli morti e la sua esperienza gli ha insegnato molto.

La morte per prima cosa si prende il dono della parola.

Poi la capacità di vedere.

Ciò che invece rimane fino all'ultimo è la capacità di sentire.

Anche se la persona ha perso conoscenza, non è affatto insolito che le voci dei familiari provochino sorrisi o lacrime.



Kaim posa un braccio sulle spalle della donna dicendo:"Ho tante storie da raccontarle sul mio viaggio. È da quando sono partito che aspetto questo momento".

Anziché sorridere, la donna versa un altro lacrimone e annuisce rivolta a Kaim.

"Anche Hanna era così desiderosa di sentire le tue storie."

I singhiozzi le coprono quasi del tutto le parole.

Il locandiere aggiunge: "Vorrei che ti potessi riposare un po' dal viaggio prima di vederla, ma..."

Kaim interrompe le sue scuse:"Ma certo, la vedrò subito".



Il tempo è davvero pochissimo.

Hanna, unica figlia del locandiere e di sua moglie, probabilmente esalerà l'ultimo respiro prima dell'alba.

Kaim posa a terra il suo zaino e apre lentamente la porta della stanza di Hanna.



Hanna era sempre stata debole di salute.

Non potendo compiere viaggi, non aveva quasi mai lasciato la città né il quartiere dov'era nata e cresciuta.

"È probabile che la bambina non arrivi all'età adulta", aveva detto il medico ai genitori.

A questa ragazza minuta, tanto bella da sembrare una bambola, gli dèi avevano riservato un destino fin troppo triste.

Averla fatta nascere come unica figlia dei genitori di una piccola locanda accanto alla strada principale era forse l'unico piccolo atto di riparazione per tale ingiustizia.



Hanna non poteva andare da nessuna parte, ma i clienti che alloggiavano presso la locanda dei suoi genitori le raccontavano di paesi, città, panorami e persone che lei non avrebbe mai visto.

A tutti i nuovi ospiti che arrivavano alla locanda, Hanna chiedeva:"Da dove venite?"

"Dove siete diretti?"

"Mi raccontate una storia?"

Si sedeva ad ascoltare le loro storie con gli occhi sognanti, incitandoli a raccontarne delle altre chiedendo: "E poi? E poi?"

Quando se ne andavano dalla locanda, lei li supplicava:"Tornate, per favore, e raccontatemi tante nuove storie di paesi lontani!"

Restava a salutare le persone che si allontanavano lungo la strada principale e, con un unico sospiro malinconico, tornava a letto.



Hanna dorme profondamente.

Non c'è nessun altro nella stanza, forse perchè la ragazza ha superato da tempo la fase in cui i dottori potevano esserle d'aiuto.

Kaim si sistema sulla sedia posta accanto al letto e dice sorridendo:"Ciao, Hanna, sono tornato".

Lei non replica, il suo gracile petto, ancora acerbo, si alza e si abbassa in modo quasi impercettibile.

"Questa volta ho attraversato l'oceano" le racconta.

"L'oceano che si estende verso dove sorge il sole. Al porto sono salito su una barca che mi ha portato lontano lontano, oltre le montagne che si vedono da questa finestra. Sono rimasto in mare da quando la luna era perfettamente rotonda fino a quando si è fatta piccola piccola, e poi di nuovo grande grande fino a essere di nuovo piena. C'era solo l'oceano, a perdita d'occhio. Solo cielo e mare. Riesci a immaginarlo, Hanna? Tu non hai mai visto l'oceano ma sono certo che te ne abbiano parlato. È come un immenso stagno senza fine."

Kaim ride fra sé, e gli sembra che le pallide guance di Hanna si muovano leggermente.

Lei lo sente.

Pur non potendo parlare né vedere, il suo udito funziona ancora.

Credendo e sperando che sia così, Kaim prosegue il racconto dei suoi viaggi.



Non parla di separazioni.

Come ha sempre fatto con Hanna, sorride con una gentilezza del tutto speciale che non ha mai mostrato a nessun altro.

Narra i suoi racconti con una voce chiara, accompagnandola a volte con gesti enfatici.

Le racconta del blu dell'oceano.

Le racconta dell'azzurro del cielo.

Non dice nulla della violenta battaglia marina che ha macchiato di rosso l'oceano.

Non le parla mai di queste cose.



Hanna era ancora una bambina quando conobbe Kaim.

Quando gli chiese "Da dove vieni?" e "Mi racconti una storia?" con la voce da bambina e il sorriso innocente, Kaim sentì una debole fiammella riscaldargli il cuore.

A quel tempo, era di ritorno da una battaglia.

Più precisamente, ne aveva terminata una ed era diretto alla successiva.

La sua vita consisteva nel passare da un campo di battaglia all'altro, allora come adesso.

Aveva tolto la vita a innumerevoli soldati nemici, e assistito alla morte di innumerevoli compagni sul campo di battaglia.

Era stata la sorte, mutevole e sfuggente, a decidere chi fossero i compagni e chi i nemici.

Se gli ingranaggi del destino avessero deciso di girare in modo leggermente diverso, gli uni sarebbero stati gli altri e viceversa.

È la sorte del mercenario.



Allora era moralmente distrutto, provava una solitudine insopportabile.

Potendo contare su una vita eterna, Kaim non temeva la morte, ossia ciò che faceva torcere i volti dei soldati per il terrore e che fissava in modo indelebile nella sua mente le facce di chi moriva in agonia.

In genere, passava le notti in strada a bere.

Abbandonandosi al torpore dell'alcol, o per lo meno fingendo di farlo, cercava di dimenticare l'indimenticabile.

Quando, però, vide il sorriso di Hanna che lo pregava di raccontarle storie sul suo lungo viaggio, si sentì confortare e riscaldare l'anima come mai l'alcol avrebbe potuto fare.



Le raccontò tante cose...

Di un fiore bellissimo che aveva trovato su un campo di battaglia.

Della bellezza ammaliante della foschia che avvolgeva la foresta la notte prima dello scontro finale.

Del sapore squisito dell'acqua di una fonte immersa in una gola dove lui e i suoi uomini erano fuggiti dopo una sconfitta.

Del cielo azzurro, vasto e sconfinato, che aveva visto dopo una battaglia.

Non le raccontò mai nulla di triste.

Taceva sulla bruttezza e la stupidità dell'animo umano di cui era continuamente testimone sui campi di battaglia.

Non parlò nemmeno del suo lavoro di mercenario, tenendo per sé i motivi che lo spingevano a viaggiare senza sosta, e le parlò solo di cose belle, dolci e amabili.



Ora capisce che la scelta di narrare a Hanna solo belle storie come queste non è stata per salvaguardare la purezza di lei, ma per tutelare se stesso.

Soggiornare nella locanda dove Hanna lo attendeva divenne per Kaim uno dei piccoli piaceri della vita.

Raccontarle i ricordi dei suoi infiniti viaggi era per lui una forma, per quanto lieve, di redenzione.

La sua amicizia con la ragazza continuò per cinque, dieci anni.

Poco a poco, lei si avvicinava all'età adulta, e, come avevano previsto i medici, ogni giorno che passava la morte si faceva più vicina.

E ora Kaim è arrivato alla fine dell'ultima storia che le racconterà.

Non potrà mai più vederla, non potrà mai più raccontarle altre storie.



Prima dell'alba, quando l'oscurità della notte giunge al culmine, il respiro di Hanna si fa più flebile.

Il filo sottile che la lega alla vita sta per spezzarsi, mentre Kaim e i genitori la vegliano.

La debole fiammella che ha riscaldato il petto di Kaim sta per spegnersi.

Domani riprenderà i suoi viaggi solitari, quei lunghissimi viaggi senza fine.



"Presto sarai tu a partire per un viaggio, Hanna" le dice Kaim con dolcezza.

"Partirai per un mondo che nessuno conosce, un mondo che non è mai entrato in nessuna delle storie che hai sentito. Finalmente, potrai lasciare questo letto e camminare ovunque vorrai. Sarai libera."

Vuole che sappia che la morte non è dolore, ma gioia mista a lacrime.

"Ora tocca a te. Ricorda di raccontare a tutti la storia del tuo viaggio."



Anche i suoi genitori prima o poi faranno lo stesso viaggio.

E un giorno, nel cielo lontano, Hanna potrà incontrare di nuovo tutti gli ospiti che ha conosciuto alla locanda.



Ma io non potrò mai andarci.

Non potrò mai fuggire da questo mondo.

Non potrò mai più rivederti.

"Questo non è un addio. È solo l'inizio del tuo viaggio."

Le sta dicendo le sue ultime parole.

"Ci rincontreremo."

La sua ultima bugia.



Hanna parte per il suo viaggio.

Sul volto le appare un sorriso tranquillo, come se avesse appena detto:

"A presto".

I suoi occhi non si riapriranno più.

Un'unica lacrima le riga lentamente il volto.


Fine
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I familiari hanno le lacrime agli occhi quando accolgono Kaim alla locanda, di ritorno dal suo lungo viaggio. "Grazie tante per essere venuto." Kaim capisce subito la situazione. L'ora della partenza...
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31/05/2011 03:37:53
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Apri gli occhi.

31 maggio 2011 ore 01:30 segnala
La verde prateria è mossa da un vento debole, Kaim cammina lentamente, un bastone da viaggio in mano e una pesante sacca sulla spalla. Il cielo è azzurro, sereno.
Il vento ha un suono dolce, come quello di una fanciulla gentile. La valle è calma.

Il cuore di Kaim al contrario è turbato come il mare in tempesta. E' tornato da un'altra straziante battaglia, ha visto nuovamente infinite luci spegnersi, ha visto morire i propri compagni e nemici.
Dovrebbe essere abituato alla guerra, alla morte.
Dovrebbe esserle indifferente.
Ogni volta che muore qualcuno il suo animo diventa più forte, più freddo e resistente alla compassione, alla tristezza, come se niente dentro di lui si stesse muovendo in quell'istante.
Ma c'è sempre una parte debole che ancora non riesce a invigorire.
Più che il dolore della morte stessa, Kaim si rattrista nel pensare che tutte le volte ha dovuto mentire ad amici, compagne e figlie con quelle parole

“ Ci rivedremo “

si rende conto di quanto sia un bugiardo.
Ma così deve essere. Lo deve a loro, a loro che hanno una vita così effimera, breve.
Vuole dare un ultimo bel ricordo della vita a queste persone che non pretendono niente se non essere felici. E tutte le volte che ha visto una vita spegnersi, una domanda nasce

“ Cosa si prova morendo? “

E' una cosa che non potrà mai sapere. Più di una volta ha provato a domandarlo a compagni di battaglia, loro hanno spesso risposto allo stesso modo

“ Paura..... e rabbia. “




Paura nel non avere un futuro dopo la morte.
La rabbia nel non poter più vedere nuovamente la luce del mattino.
Parole che un eterno viaggiatore non può comprendere.

Vivendo eternamente nel dolore della solitudine, Kaim ha dimenticato cosa sia la paura. Dopo aver visto la meschinità degli uomini e tutti gli errori da loro commessi non conosce più l'ira funesta.
Anzi, non ricorda nemmeno se ha mai veramente provato tali sentimenti tanti sono gli anni che lui ha vissuto.
L'eternità uccide il ricordo della vita.




Dopo ore di viaggio, il paesaggio cambia: la dolce forma della prateria diventa spigolosa e spoglia, i fiori bianchi che Kaim ama tanto spariscono poco a poco.
Il vento ulula e sbuffa irrequieto, questo è il paesaggio che meglio rispecchia il cuore dell'immortale.

Le rocce sono sempre più imponenti, quasi spaventose.
Conosce questo posto, cinquant'anni prima aveva combattuto una delle sue battaglie più cruente. Può quasi sentire l'aria odorare di sangue, vedere i cadaveri ammassati uno sopra l'altro e sentire le urla strazianti dei feriti. Sente il rumore di spade sguainate nella sua testa. Ricorda anche che poco più in là c'era un villaggio, ben nascosto tra le montagne rocciose per evitare attacchi nemici. Era un villaggio molto tranquillo, abitato da persone gentili.
Lì aveva conosciuto una ragazza di nome Helene, una delle tante che aveva rubato il cuore del giovane.




Lui ogni anno dopo quella battaglia di 50 anni prima andava a trovarla. Era piacevole stare assieme a lei, il suo dolce sorriso e il suo giocoso modo di parlare e di vivere alimentavano in Kaim la speranza di trovare un giorno il proprio scopo nella vita.
Ogni volta che lui partiva nuovamente per andare incontro ad altre guerre o viaggi interminabili, la ragazza con tono supplicante gli chiedeva:

“Ci rivedremo? “
Lui sorridendo rispondeva sempre
“ Si, te lo prometto. “

Ma col passare degli anni la ragazza cresceva ed invecchiava. Anche la sua forza di spirito andò diminuendo. Aveva una casa, un marito, un figlio...ma non era più l' Helene che aveva conosciuto.
Kaim un giorno decise di non tornare più in quel villaggio.

“ Ci rivedremo ancora? “
“ Si... Te lo prometto “

Ma così non fece l'anno dopo.
E quello dopo ancora.
Voleva ricordarsi di Helene come la bella e dolce donna che era.
Non tornò più lì anche per dimenticarsi che la vita degli esseri umani è breve come un volo di una farfalla. Non voleva credere che persone così meravigliose come Helene un giorno sarebbero andate via per sempre, raggiungendo finalmente il traguardo del loro lungo viaggio.
Non voleva rimanere solo.





Ormai stanco,
Kaim si diresse verso il villaggio e a passo lento
si recò in una locanda.




Seduto al bancone, Kaim sorseggia il suo whisky per riscaldarsi un po'. La taverna è animata dal coro di giovani e aleggia un'aria allegra, che allieta l'anima di chi vi è dentro. La birra viene versata fresca e schiumosa di boccale in boccale.
Nonostante questo ambiente molto familiare e piacevole, Kaim spera di partire presto, e ascoltando le chiacchiere degli altri viandanti partecipa per far passare più velocemente il tempo.
Ogni persona che parla e scherza non sembra pensare alla vecchiaia e al grande passo, vive il momento cercando di gustare ogni secondo.
Per lui non è così. Lui tenta di fuggire dalla verità della morte anche se ha imparato ad accettarla.
E' forse un codardo nonostante la sua immortale esperienza?
Immerso in mille pensieri, Kaim sente toccarsi una spalla e il cuore sussulta per un secondo.

“ K-kaim Argonar? “ dice una voce femminile.
Lui non si volta.
“ Mi ha scambiato per un suo conoscente. “

Quante volte avrò detto questa frase?
Quante volte dovrò ripeterla ancora?




Ma la voce insiste
“ Kaim..... sei tornato!”

Kaim si volta.
Quello che vede lo stupisce.




Helene è lì, bellissima come la prima volta che l'aveva vista.
Non ci sono segni di vecchiaia sul suo volto. Kaim stringe gli occhi incredulo.
Eppure il suo volto anni prima era coperto da rughe profonde e il suo sorriso si era trasformato in una smorfia malinconica.

“ H-helene? “ chiede con voce tremante.

Il volto della ragazza si illumina, gli getta le braccia al collo.
Kaim non capisce.
E' felice, ma non capisce.

“ Ti ho aspettato, ma non tornavi... “
“ Tu eri...... Perchè sei giovane? L'ultima volta eri... ora... “
Kaim non sa cosa dire.
Forse è questo che le persone provano quando lo rivedono dopo decine di anni?
Lei sorride e lo porta fuori dalla locanda per mano.

“ Sai...” Helene si ferma “ Non capirai. Ma lo farai più tardi, quando aprirai gli occhi “.

Lui è ancora più sbigottito di prima.

“ Ho sempre creduto nelle tue parole, ti ho aspettato in questi lunghi anni, tu non arrivavi e non capivo il perché. Tu avevi promesso che saresti tornato. “

“ Mi dispiace “

Le ho mentito.
Come ho fatto a tanti altri.

“ Ma non è colpa tua, io ho capito, fin da subito ho capito. Tu non invecchi e non lo farai mai, per te il tempo, la paura e il dolore della morte non esistono”
“ In che senso? “
“ Sei immortale. Tu non puoi morire “

Come poteva saperlo?
Kaim annuisce in silenzio.

“ Lo intuii dopo qualche anno che venivi a trovarmi, la tua salute era sempre ottima nonostante le mille battaglie che avevi affrontato, inizialmente credevo fosse fortuna. Ma quando le mie mani iniziavano a raggrinzirsi e le tue invece rimanevano vigorose come la prima volta che ti vidi ho capito definitivamente che tu ed io non avremmo mai potuto avere un futuro insieme.“

“ Helene... “
“ Kaim, ti prego, dimmi una cosa. “
“ Cosa? “

“ Cosa provi tu, non morendo mai? Cosa provi nel vedere i tuoi cari andarsene uno dopo l'altro?
Anche a loro hai mentito come hai fatto con me dicendo che li avresti rivisti? “

I suoi occhi blu erano vasti come il cielo stellato.

Cosa provo?

“ Nemmeno io lo so. Un po' di paura nel non rivedere più nessuno delle persone fantastiche che ho conosciuto, come te.“
“ Capisco, grazie. “
Lei non dice più niente e sorridendo tende la mano, la posa sul petto di Kaim.
Dentro il palmo c'è un ciondolo argenteo dal filo rosso.
“ Promettimi che lo porterai sempre “

“ Perchè? “
“ Perchè quando aprirai gli occhi sarà tutto finito e non avrò mai più l'occasione di donarti il mio portafortuna. Molto presto capirai “
“ Va bene, lo prometto. “
“ Avevo bisogno di sentire queste parole “
Lo bacia sulla guancia dolcemente.




Il cielo inizia a diventare sempre più nero, un vento accompagnato da un turbine di nebbia scende sul villaggio. Kaim non capisce, Helene si sta allontanando. Tenta invano di raggiungerla, ma il vento è troppo forte e lo scaraventa dieci passi indietro per ogni piccolo passo in avanti.




Gli occhi dolci e gentili di Helene si fanno mesti, con le lacrime agli occhi e la voce singhiozzante sussurra dolcemente “ Kaim, non ti ho mai odiato. Capisco la tua tristezza, la tristezza di chi non muore mai. In un certo senso, in questo villaggio siamo tutti come te. Può sembrare sciocco quello che sto dicendo ma...non avere paura di non rivedere le persone a cui tieni.
Gli addii non sono sempre tristi per quanto una persona li veda così. Potrai ricordarci ogni volta che vorrai ed è così che ci renderai immortali.
Capito Kaim? Non sarai più solo.“

“ Ci rivedremo? “ chiede lui con voce tremolante.

Lei sorride come ha sempre fatto, gentilmente.
“ No, non ci rivedremo mai più, Addio. Io ti amo. Kaim, non avere paura. La tua è una vita immortale, ma non per questo non deve essere vissuta con piacere ogni secondo. Abbandona la tristezza, abbandona ogni disillusione che la tua sia una vita senza scopo. Sono sicura che troverai la tua strada, aiuterai tante persone, vincerai tante battaglie e ti innamorerai nuovamente di donne meravigliose. E un giorno forse troverai una persona come te, e insieme vivrete felici. Avrai tantissimi ricordi indimenticabili...e con te ci saremo noi. Per sempre. “

Poi un ultima voce lontana:
“ Apri gli occhi adesso. “


Kaim si sveglia.
Il bastone da viaggio è spezzato a metà, la sacca aperta e tutto il cibo e l'acqua rovesciati per terra.
La sua testa è poggiata sopra una roccia molto pesante, rotonda.
Sbigottito si alza.
Nella sua testa rimbombano le ultime parole di Helene.
Guardandosi intorno vede altre pietre della stessa dimensione sulla quale si era ritrovato.
Tutte disposte in fila allo stesso modo.

Tutto inizia ad avere un senso.
Questo è un cimitero.

Intorno a lui ci sono solo macerie.
Ora capisce.
La città che ricordava probabilmente non esiste più.
La tomba sulla quale era caduto era quella di Helene.
Era morta 20 anni fa.
Sulla lapide c'era uno strano cerchio dorato incastonato e sotto incise queste parole:

Che l'anima di questa vittima della frana
possa riposare in pace.
Le sue ultime parole furono
“Kaim, io ti aspetterò e ti rivedrò,
un'ultima volta.”




Notò che una ripida salita si ergeva di fronte a lui.
Probabilmente era caduto a seguito della stanchezza.
Aveva sognato tutto.
Il ricordo di Helene però era così vivido. Le mani gli tremarono al pensiero di poterla toccare.
I suoi capelli, il suo profumo... era stato tutto un sogno?
Avrebbe voluto urlare, ma non lo fece.
Lui era abituato alla morte, aveva detto addio tantissime volte.
Non poteva affidarsi ai sogni e soffrire per loro.
Rimise tutti i suoi averi nella sacca e fasciò il bastone cosicché non fosse inutilizzabile.
Si mise una mano in tasca, e lì vi trovò una cosa che lo rese felice e lo rattristò allo stesso tempo.




Un monile d'argento con un filo rosso.
Aveva la forma di una luna divisa a metà, combaciante perfettamente con quello della lapide di Helene.

Lei non mi ha mentito, mi ha salutato per l'ultima volta. La sua anima mi aveva aspettato per tutto questo tempo. Addio Helene.

Gli esseri umani sono meschini, tradiscono, uccidono senza pietà.
Ma ve ne sono alcuni che sanno apprezzare tutto ciò che la vita gli offre e non chiedono niente in cambio. Helene era una di queste.
Con le lacrime agli occhi, Kaim si allontanò dal cimitero e dalle macerie.
Il vento debolmente gli accarezzava i capelli.
Non avrebbe mai più mentito.
Avrebbe preso esempio da quella donna,
da quella donna gentile dagli occhi sinceri.

Fine
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La verde prateria è mossa da un vento debole, Kaim cammina lentamente, un bastone da viaggio in mano e una pesante sacca sulla spalla. Il cielo è azzurro, sereno. Il vento ha un suono dolce, come quello di una fanciulla gentile. La valle è calma. Il cuore di Kaim al contrario è turbato come il...
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31/05/2011 01:30:40
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