Non c'è mai tempo.

23 maggio 2018 ore 11:54 segnala

Il mio nuovo amante non è vecchio, è maturo.
Non è dolce, non è romantico, non è tenero.
Ci vediamo solo di pomeriggio, perché la sera è troppo stanco.
Ci vediamo raramente, perché è sempre impegnato.
Ma quei pochi momenti sono diversi.
Lui è attaccato a me, teso, concentrato.
Dopo averlo fatto mi stringe, mi blocca, non mi lascia.
Lo sento respirare, stanco, a bocca aperta, l'alito sul mio collo. Fino a quando non crolla in un sonno profondo e pesante.
L'orgasmo lo ha mandato ko.

Quando riprende i sensi, un'ora dopo, mi trova in bagno. Io mi sono lavata, asciugata, e mi sto guardando allo specchio. Ho rimesso l'intimo nero che avevamo lanciato in tutta fretta lungo il corridoio.

'Già te ne vai?'

'Sì, te l'ho detto, ho una cena a casa di Elisabetta'

Lo guardo nello specchio, è spaesato, gli occhi ancora semichiusi, le occhiaie e la pelle stanca. Dovrebbe perdere qualche chilo, ma ha le gambe solide, una struttura sicura e forte che assorbe la pancia senza farlo notare più di tanto.

'Puoi farti la doccia, io non ne ho più bisogno, mi devo solo truccare'

Lo sento chiudere il box e aprire l'acqua mentre mi concentro sulla dolorosa e lunga opera di restauro della mia faccia.
Lui inizia a farmi una serie di domande, sulla serata.
Dove abita Elisabetta, com'è la casa, cosa si mangia, quante persone.
Innocenti prima, più insistenti poi.
Chi ci sarà, chi sta con chi, come non lo sai, quanti non li conosci.
Ora è proprio geloso, lo sento nel tono della voce, più acuto, strozzato.

'E come ti vesti?'

'Con la gonna nera, che avevo prima. Con la giacca bianca, che avevo prima. Con i tacchi, che avevo prima'

'Ti vesti come ti sei vestita per venire da me?'
Emette un sospiro che sa di tradimento.

L'acqua smette di scorrere. Un improvviso silenzio.

'Sì. Sei geloso?' E rido, perché mi piace troppo giocare.

Esce dalla doccia, sbattendo la porta del box.
Io sono ancora lì, in mutandine e reggiseno, mi metto il mascara e lo guardo nello specchio, grondante, avvicinarsi a me.

'Ti daranno fastidio i tacchi, sono tutto il giorno che li porti'

'Me li toglierò dopo, tanto dopo cena finiamo sempre sul divano a bere e fumare. Svaccati, a piedi nudi, senza pensieri'

'Non mi piace per nulla questa cosa'

'Perché? Cosa c'è di male, è soltanto una cena tra amici'

'Molto informale. Ma non capita che qualcuno ci provi?'

'Beh sai com'è, qualcuno che beve un bicchiere di troppo c'è sempre'

Sento le sue mani, bagnate, sulla mia schiena. Mi afferrano i fianchi, stretti..

'Non farmi sbagliare, stai fermo'

Ora la sua voce la sento vicinissima, gutturale, nell'attaccatura dei capelli.

'Hai messo anche il profumo che mi piace tanto'

'Non posso mica presentarmi col tuo odore addosso no?'

'Invece sì'

Improvvisamente sento il suo corpo bagnato aderire al mio, la sua erezione premere con forza sul mio bacino.
Lancio un gemito di sorpresa, anche se avevo già messo tutto in preventivo. Dovrò farmela di nuovo la doccia.
Le sue mani scostano le mie mutandine di lato e poi lo sento entrare senza tanti complimenti.
Il mascara mi cade e rotola nel lavandino lasciando una spirale nera sul bianco candido. Faccio appena in tempo ad aggrapparmi alla ceramica, è liscia e fredda così come il suo corpo è caldo e ruvido.
Vorrei godermi lo spettacolo dei suoi colpi rabbiosi allo specchio, ma resisto poco, le palpebre si abbassano e la mia bocca si spalanca nell'urlo.
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« immagine » Il mio nuovo amante non è vecchio, è maturo. Non è dolce, non è romantico, non è tenero. Ci vediamo solo di pomeriggio, perché la sera è troppo stanco. Ci vediamo raramente, perché è sempre impegnato. Ma quei pochi momenti sono diversi. Lui è attaccato a me, teso, concentrato. Dopo av...
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pioggia primaverile

12 aprile 2018 ore 17:32 segnala
Questa primavera che non arriva proprio non la sopporto. Piove ancora, a dirotto, e io sono in giro a piedi come al solito. Annoiata e infastidita.
Entro in un caffè nuovo e troppo fighetto, alle quattro del pomeriggio ci sono studenti tra libri e macbook, un signore anziano che legge il giornale con grandissima concentrazione e una marea di tavoli vuoti.
Lascio l'ombrello che gronda acqua nel portaombrelli di ottone all'ingresso, l'impermeabile lo appendo a sgocciolare. I capelli sono un disastro, ho l'acqua anche negli stivali.
Tutti gli altri sono asciutti e perfetti, li odio con tutto il cuore.

Voglio un cappuccino.

Il barista è giovane, rasato in testa ma con una folta barba. Mi sorride.
"Piove fuori?"
Sorrido anche io, non me l'aspettavo questa.
"Ma mi prendi per il culo?"
Adesso ride anche di più. Ha un bel sorriso, sotto tutta la barba. Porta un grembiule nero sopra la divisa, gli sta stretto, lo ingoffa, insomma sta malissimo. Ma il cappuccino lo sta preparando con grandissima perizia, e grandissima lentezza. Fa un gioco infinito con il pentolino del latte. ha un tatuaggio di una rosa sul polso, sale su sotto la camicia, chissà come va a finire.
Finalmente mi porge la tazza, con il cuore di panna disegnato ad arte sulla schiuma. E un cioccolatino sul piattino.
Bevo, avida.
Mi sporco le labbra, ho i baffi di latte. Lui mi guarda ancora, mentre ci passo la lingua sopra, sfacciatamente.
"Tu come fai, con la barba così?"
"Più o meno allo stesso modo, ma non è così sexy"
Ci guardiamo, di nuovo. A lungo.
Mi guardo allo specchio dietro il bancone. Ho la faccia sconvolta, i capelli bagnati e selvaggi, la bocca sporca.
Mi metto un po' di lucidalabbra. Attira una certa attenzione.
"Se vuoi c'è il bagno, di là"
Lo guardo, seria, sopracciglio leggermente inarcato, per capire meglio cosa mi stia dicendo.
"Dico, se hai bisogno... cioè...per asciugarti"
Un po' in difficoltà, che tenero. Prendo la borsa e vado in bagno. Bello, piastrelle blu, una piantina sulla finestra, il Dyson per asciugarsi le mani. E anche pulito, incredibile.
Mi guardo di nuovo allo specchio, ho acqua ovunque. I polsini del maglione sono bagnati, me lo tolgo, lo stendo sopra il Dyson. Mi chino a slacciare la zip dello stivale.
Sento un rumore da fuori. Apro la porta e lui è lì, che sbircia, con un cassa di bottiglie di minerale in mano.
Come un bambino con le mani nella marmellata.
"No scusa, non è che... è che dovevo portare su l'acqua... e..."
Come no penso, certo.
"Aiutami allora, già che sei qua"
Mi appoggio con il sedere sul lavandino e alzo una gamba verso di lui, porgendogli lo stivale.
Lui molla la cassa di minerale e nervosamente mi aiuta con le cerniere e le fibbie. Sembravano tanto belli questi Chanel sopra al ginocchio un po' da cavallerizza, peccato non siano comodissimi.
"Quel grembiule ti sta malissimo" Gli dico.
"Hai ragione, ma è troppo stretto, non ne hanno più grandi"
"Toglitelo, e anche la camicia"
Mi guarda un po' sorpreso, e poi esegue. Robusto, non grasso. Ha le spalle larghe, i muscoli gonfi, ma non tirati da culturista. Il tatuaggio continua su tutto il braccio. Come una siepe di rose che sale su fino alla spalla, con fiori e spine.
Ha una canottiera attillata che si muove a ogni suo respiro.
"Ho anche le calze bagnate, la punta dei piedi"
Mentre lo dico, struscio il piede sui suoi pantaloni. Ha le cosce large come tronchi d'albero. Mi prende un piede in mano, e me lo accarezza.
Mi sorride.
Questi Dyson asciugano benissimo, ma fanno un casino della madonna. Preme il pulsante, parte il motore e improvvisamente nel bagno c'è solo rumore.
Si avvicina e lo bacio avidamente, slacciandogli la cintura dei pantaloni.
Mi cinge le cosce con le braccia forti, mi stringe, mi solleva come se fossi una foglia secca.
E sono ancora bagnata.
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Questa primavera che non arriva proprio non la sopporto. Piove ancora, a dirotto, e io sono in giro a piedi come al solito. Annoiata e infastidita. Entro in un caffè nuovo e troppo fighetto, alle quattro del pomeriggio ci sono studenti tra libri e macbook, un signore anziano che legge il giornale...
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fumare fa male

07 febbraio 2018 ore 16:00 segnala


Mi sveglio di soprassalto, e in quel primo lungo momento dopo il buio ho la testa completamente vuota. Non mi ricordo di essermi addormentata. Non mi ricordo nulla anzi, non so nulla. Sono sudata, sporca e nuda. E felice. Ora mi ricordo. Ho fatto sesso con uno sconosciuto, in vacanza, nella mia camera d'albergo. Lui è ancora qui, lo sento respirare piano accanto a me.
Non so cosa fare, sono ancora confusa, nervosa, mi alzo, e il mio corpo è fatto tutto di molle. Ogni passo manda sensazioni dalla punta delle dita dei piedi fino alla radice dei capelli. La moquette è morbida, e ne percepisco ogni dettaglio. Il pavimento del bagno è gelido, e mi fa sentire viva.

Mi guardo allo specchio e quasi non mi riconosco. I capelli spettinati ed elettrici, tutti in piedi sulla mia testa. Il trucco colato, l'aria stanca ma soddisfatta.
Mi sembro bellissima, e mi faccio anche schifo.
Ho chiazze rossastre e segni ovunque sulla pelle: sul collo, sul seno, sul fianco. Ho un livido dietro al ginocchio, non ho idea di come sia finito lì. Sono una donna svuotata di tutto, ma vera.
Ho bisogno di una sigaretta.

La fumo così, nuda, in piedi, spostando un poco la tenda e aprendo di un paio di dita la finestra.

La luce e i rumori, improvvisi, fanno svegliare anche lui. Ci mette un po' ad aprire gli occhi, forse ha avuto un momento di amnesia come me. Mi volto per dargli le spalle, ma sento lo stesso il suo sguardo su di me.

"Fumer est mauvais pour la santé" dice, con una voce profonda e roca di chi ha la bocca ancora completamente impastata dal sonno. Chiaro che con un fisico così fosse un salutista sfegatato, magari anche vegano, ma non me ne importa molto.

Non rispondo, e continuo a fumare, ma sento che si sta alzando, il rumore delle lenzuola che si spostano è un trigger spietato per la mia memoria a breve termine, e non posso fare a meno di voltarmi a guardarlo.

Sorride, perché lo sa, e il suo sorriso da stronzo è un lampo nella penombra della camera. Le sue gambe, i suoi muscoli, il suo sesso molle che penzola tra le cosce mandano una serie di scariche elettriche al mio cervello. La sigaretta mi pare buonissima.

Improvvisamente è alle mie spalle, e sento le sue labbra salate e umide sul mio collo, le sue mani, ancora calde, sulla schiena.

Mi sussurra parole dolci e sconce che neanche capisco.
Ho la pelle d'oca.
E quando lo sento crescere contro di di me, diventare duro, grande, enorme, allora capisco che mi prenderà così, in piedi alla finestra, con la foga di chi non ha tempo, e io non vorrei sentirmi così impotente, ma non ce la faccio e mi abbandono a questo abisso.
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« immagine » Mi sveglio di soprassalto, e in quel primo lungo momento dopo il buio ho la testa completamente vuota. Non mi ricordo di essermi addormentata. Non mi ricordo nulla anzi, non so nulla. Sono sudata, sporca e nuda. E felice. Ora mi ricordo. Ho fatto sesso con uno sconosciuto, in vacanza...
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Microcosmi

09 gennaio 2018 ore 13:09 segnala

Passo spesso parte delle vacanze d'inverno in montagna anche se non mi piace sciare. Sembra una contraddizione, anzi forse lo è proprio, ma le abitudini si prendono per tanti motivi, amici, compagnia, tradizioni, e eccomi qua anche quest'anno, in mezzo a tantissima neve e senza nulla da fare durante il giorno.
Ce ne sono altri come me, non tanti, e si conosce un po' tutti, finendo sempre a contatto nei pochi spazi comuni di alberghi e resort. Tra la spa, il bar, la palestra, la piscina e il ristorante, nei luoghi non luoghi dove si sta tutti insieme ma ognuno da solo.
Si crea un microcosmo fatto di poche persone, ma con le sue regole, una specie di piccolo mondo, una commedia con tutti i personaggi, protagonisti e comprimari.
Quest'anno il centro del microcosmo è lui, un uomo bellissimo che non ho potuto fare a meno di notare fin dal primo momento.
Alto, sui 35, con la mascella prominente, il naso aquilino gli occhi azzurri e un ciuffo di capelli da ragazzino.
Lo osservo meglio, cercando di farmi notare il meno possibile, e scopro che la mia prima impressione era giusta ma anche sbagliata, non è veramente bello, è perfetto.
Esce dal bagno turco mostrando un fisico asciutto e armonioso, le braccia forti, le cosce possenti, gli addominali di una statua greca.
Corre sul tapis roulant e fa pesi senza neanche sudare.
Passa i pomeriggi leggendo un libro dopo l'altro, con gli occhiali da vista che chiaramente gli donano tantissimo.
La gravità del nostro luogo non luogo si incurva intorno a lui come a una stella. Tutti smettono di parlare quando arriva, gli uomini lo odiano, le donne trovano ogni scusa possibile per avvicinarsi e rivolgergli la parola.
Lui risponde con cortesia, parlando sommessamente.
In francese.
Anche il suo accento è perfetto.
Il primo premio della lotteria della genetica.
La compagna ogni tanto lo raggiunge e passano del tempo insieme a ridere e scherzare, tra l'invidia generale delle altre donne.
Non è manco tanto bella, sento una signora dire dietro di me, sussurrando, alla sua amica, e poi giù di pettegolezzi più o meno sconci. Sicuramente ha un sacco di soldi, sicuramente ha delle qualità nascoste.
Un giorno me lo ritrovo in sauna, entra, chiude la porta e si siede di fronte a me, e perfortuna che fa già talmente caldo da sudare, altrimenti andrei subito in evidente difficoltà.
Mi accorgo, innervosendomi, di aver inconsciamente cambiato completamente il linguaggio del corpo per impressionarlo. Accavallo le gambe, inarco il torace, schiudo le labbra. Mi sembra di essere tornata una ragazzina.
Lui mi sorride.
Io gli chiedo cosa si prova.
Cosa si prova a essere così.
Fa finta di non capire, eppure il mio francese non è così male.
A essere così perfetti.
A essere il centro del mondo di tutti.
Ride, profondamente, rovesciando la testa all'indietro, guardando il soffitto.
Sta seduto così, a gambe divaricate, con gli addominali che guizzano per le risate, le gocce di sudore che scendono lente tra le valli e le colline della sua pancia, inesorabilmente attratte in quella V perfetta del suo bacino, esattamente come i miei occhi.

Lo sai.
Lo sai anche tu mi dice.
Perché sei una bella donna.
Lo sai cosa si prova.

Credo che tornerò in camera. Ho bisogno di una doccia fredda, gelata. Glielo dico, e poi mi alzo, lentamente, mi giro, raccolgo il mio asciugamano. Nello spazio stretto della sauna non può esimersi dal guardarmi, e gli mostro tutto.
Mi accompagni? gli chiedo, con una mano sulla porta
Come scusa? Mi fa, un po' incredulo.
Ripeto, annoiata.
Vado in camera, ho bisogno di farmi una doccia.
Vuoi venire con me?
Vuoi scoparmi?
Lui mi guarda, e ride ancora, di gusto.

Poi si alza, distendendosi per tutta la sua lunghezza fino a torreggiare su di me. Si avvicina, mi stringe il collo, ha le mani grandi, le dita lunghe, tutto intorno alla mia gola, un po' troppo forte.
Come ti chiami? Mi sussurra all'orecchio.
Chiamami Lola, gli rispondo io.
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« immagine » Passo spesso parte delle vacanze d'inverno in montagna anche se non mi piace sciare. Sembra una contraddizione, anzi forse lo è proprio, ma le abitudini si prendono per tanti motivi, amici, compagnia, tradizioni, e eccomi qua anche quest'anno, in mezzo a tantissima neve e senza nulla ...
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Nulla lasciato al caso

14 dicembre 2017 ore 11:22 segnala

Tutto quello che faccio lo faccio per un motivo. Ogni piccola cosa, ogni particolare.

Quale parte del mio corpo coprire e velare, quale scoprire e lasciarti apprezzare, anche solo per un attimo.

Scelgo i tacchi, la gonna, le calze, la lingerie, i gioielli.

Mi guardo allo specchio e mi studio, mi preparo e ho occhi solo per me, ma in realtà è tutto un teatrino, solo tu non l'hai ancora capito.

Mi piacciono gli uomini che non si scompongono, affascinanti e seriosi. E mi piace provare a fargliela perdere io la testa.

Una ciocca di capelli ribelle, un movimento sbagliato. Una spalla, il collo scoperto, come una calamita. La tua bocca è subito lì, la sento, avida, col respiro affannato.

"Non so cosa mi stia succedendo, sono come un ragazzino" mi dici, un po' incredulo "e poi così, all'improvviso, come un lampo a ciel sereno, come un colpo di fulmine"

E io rido di nuovo, perché nulla accade per caso, anzi, era tutto preparato.
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« immagine » Tutto quello che faccio lo faccio per un motivo. Ogni piccola cosa, ogni particolare. Quale parte del mio corpo coprire e velare, quale scoprire e lasciarti apprezzare, anche solo per un attimo. Scelgo i tacchi, la gonna, le calze, la lingerie, i gioielli. Mi guardo allo specchio e...
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Louboutin

30 novembre 2017 ore 11:59 segnala

Mi piace fare shopping, non lo nego, ma non è una compulsione per me, posso stare settimane senza comprare nulla, come anche spendere stipendi interi in mezza giornata.

Probabilmente la cosa che mi piace di più è provare e comprare scarpe. Per me è come un rituale. Devo avere il tempo e lo spazio. Mi piace andare in un bel negozio quando è semivuoto, la mattina presto magari, così da sentire i miei passi riecheggiare nel silenzio, e avere l'attenzione del personale.

Ieri l'attenzione è stata fin troppo personale. Un ragazzo molto giovane, con la faccia affilata e un paio di baffi sottili che sembravano fuori dal tempo.

Mi aiuta a calzare un paio di stivali, e io non glielo rendo facile, non faccio nulla, allungo il piede, stendo la gamba e aspetto. Lui non fa una piega e porta a termine il suo compito con grande professionalità, ci sa fare con le mani.

Forse indugia un attimo di troppo con la mano sul mio polpaccio, ma forse me lo sono solo immaginato.

Faccio qualche passo, una mezza piroetta davanti allo specchio.

"Come vanno?" Mi chiede

"Non lo so..." Dico facendo una smorfia, in realtà vanno bene, ma continuo a rigirarmi, fare qualche passo e provare nuove pose, ho una gonna al ginocchio con uno spacco che mi piace mettere in mostra.

Sì, mi piace giocare.

E noto, con la coda dell'occhio, uno sguardo un po' più intenso. Per me. Il mio sguardo rubato.

"Piaceranno sicuramente... a suo marito" dice a bassa voce lui, una frase buttata lì tenera e goffa, ma che rivela comunque il suo interesse.

I ragazzi giovani danno troppo potere alle donne, penso io, troppo, e troppo presto.

Mi giro e lo fulmino con lo sguardo.

"Veramente io lo faccio soltanto per me. Mi devo piacere io, e questi stivali non mi piacciono"

Lui arrossisce, visibilmente intimidito. Io torno indietro sorridendo, mi siedo sulla panca davanti a lui e mi sfilo gli stivali, senza tante cerimonie. Con le gambe un po' più aperte di quanto sarebbe consono, con la gonna che risale un po' di più del giusto. Uno dei tanti momenti intimi che si condividono con gli sconosciuti in queste situazioni.

Ancora uno sguardo rubato.

"Mi fai provare quelle Louboutin lì?"

"Certo" Risponde lui sommessamente e si avvia a prendermi le scarpe che gli ho chiesto.

Torna quasi subito con la scatola immacolata, che apre con gesti lenti e precisi per non rovinarla.

Tacco 12, leggermente a punta, vernice nera e l'inconfondibile suola rosso fuoco. Una versione leggermente modificata del classico che fa impazzire noi donne da tanti anni.

Le provo facendo una lenta passeggiata per tutto il negozio. Sono nuove, un po' dure e scomode, mi fanno male, ma non mi interessa, mi fanno camminare in maniera diversa, non riesco a non ancheggiare, a non calcare ogni passo con sensualità. L'immagine che vedo nello specchio è quella di una donna sexy e sicura. Non quella che ero quando mi sono svegliata al mattino, ma mi riconosco comunque.

Sorrido.

Il commesso si avvicina.

"La pelle ha bisogno di un po' di tempo per adattarsi e ammorbidirsi. Le fanno male?"

Lo guardo dritto negli occhi.

"Sì"

Passa un lungo istante di silenzio assoluto.

"Le prendo."

Mi avvicino e gli metto una mano sulla spalla. Lo sorprendo un po', ma non si muove. Mi appoggio a lui per togliermi i tacchi. Sotto la stoffa della sua camicia sento la pelle tendersi, i muscoli della gioventù. Vacillo un attimo, faccio finta di scivolare.

E subito le sue mani sui miei fianchi. A rimettermi in equilibrio. Quelle mani leggere ma sicure, solide, professionali. Mani che ci sanno fare.

"Grazie"

Mi guarda negli occhi a lungo anche lui.

"Louboutin ha sempre fatto questi tacchi vertiginosi. Sostiene che alle donne piacciano perché calzandoli i piedi assumono la stessa posizione che assumono naturalmente durante l'orgasmo."

L'avrò sentita almeno venti volte questa storia, ma faccio finta di essere sopresa. Inarco un sopracciglio.

"Sa no... l'arco plantare così accentuato, inarcare il piede... come..."

"E tu che ne sai?"

"Beh... modestamente..."

Rido di cuore, e lui torna a lavorare per ricomporre la confezione. Sempre professionale.
Mi volta le spalle, e si china a prendere le scarpe, allora gli dò una pacca sul culo che risuona per tutto il negozio.
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« immagine » Mi piace fare shopping, non lo nego, ma non è una compulsione per me, posso stare settimane senza comprare nulla, come anche spendere stipendi interi in mezza giornata. Probabilmente la cosa che mi piace di più è provare e comprare scarpe. Per me è come un rituale. Devo avere il temp...
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Il nodo alla cravatta

27 novembre 2017 ore 12:14 segnala

Mi sono presentata a questa festa vestita da uomo. Completo nero, camicia bianca inamidata. Sì, la giacca è un po' più corta e stretta, ho le scarpe col tacco, e la cravatta è slacciata, solo appoggiata intorno al collo, ma è un look che concede poco ai canoni della femminilità classica.
Ci sono donne troppo belle, in abiti da sera stupendi, non potrei proprio competere. In generale è una di quelle feste che sono riuscite bene, in una casa grande ma non volgare, con le luci soffuse e dorate, la musica bassa e tenera, le chiacchiere e le risate appena accennate.

C'è un uomo che ho visto entrando e che incontro di nuovo ora, mentre ci prendiamo una flute di champagne nello stesso momento. Non saprei dargli un'età precisa, ha gli occhi azzurri curiosi di un bambino, i capelli folti ma bianchi sulle tempie, il vestito serio di suo padre ma il fisico asciutto di suo figlio.
In questo periodo storico di confusione in cui i ragazzini si mostrano più grandi per farsi prendere sul serio e gli adulti non vogliono invecchiare mai una non può mai essere sicura di nulla, e sapete, lo trovo interessante, risveglia la curiosità.

"Ti invidio la camicia" Mi fa "Non credo di averne mai viste di così belle"
"Grazie, l'ho pensato anche io quando l'ho comprata, lo prendo come un complimento"
"Posso vedere meglio la cravatta?" Mi chiede sorridendo.
"Sì certo" Non posso certo esimermi ora.

Lentamente lui appoggia la flute sul marmo del caminetto e mi sfila la cravatta con due dita affusolate. Ha un buon profumo, fresco, agrumato.
Rigira la seta tra le dita, la stende porgendola alla luce, la sfiora con i polpastrelli, sospirando.

"Questa sì che è roba di classe, dove l'hai presa?"

Sorrido, sorseggiando lo champagne.

"Non posso dirtelo, mi spiace, è un segreto."

Lui accenna una smorfia di dolore.

"Ah, beh, peccato, e peccato anche che non la porti annodata"

"Sai che non ho mai imparato a farlo, il nodo alla cravatta?" Gli rispondo.

I suoi occhi azzurri si fanno più stretti, e il sorriso più beffardo.

"Se vuoi te lo faccio io" mi dice, tendendo la cravatta tra le mani.

"Perchè no?" rispondo, e intanto mi sporgo in avanti per appoggiare anche io il bicchiere, il mio collo è a pochi millimetri dalla sua faccia, e lo faccio apposta perché voglio che senta anche lui il mio profumo.

Fa un altro passo e ora siamo pericolosamente vicini, noto che è decisamente più alto di me, e deve chinarsi un po' per tenere l'attenzione sul mio colletto. Inizia a farmi il nodo e poi si blocca, improvvisamente.

"Che c'è?" gli chiedo.

"Pensavo, non va bene così, tu non vedi cosa sto facendo, e non imparerai mai così. Ci vuole uno specchio"

"Già" rispondo, guardandolo fisso negli occhi "Hai perfettamente ragione".

Saliamo la scala per il primo piano senza dire una parola, il silenzio rotto solo dai miei tacchi sulla scala, scandiscono i secondi come il ticchettare di un orologio.

C'è una camera chiusa in fondo al corridoio, mobili di legno scuro, il copriletto rosso fuoco, e uno specchio da terra antico che occupa tutto l'angolo vicino alla finestra.

Nell'immagine riflessa mi vedo nervosa come una ragazzina, e vedo lui che si avvicina alle mie spalle, mi passa la cravatta intorno al collo e ricomincia a fare il nodo, lentamente, con gesti solenni.
Si china a sussussurarmi le istruzioni in un orecchio, e sento di nuovo il suo profumo, più intenso. La seta fruscia tra le sue dita e quando finalmente il nodo si chiude sotto la mia gola ho come un sussulto e mi scappa un gemito piccolissimo.

Lui non si muove.

"Grazie" gli dico a bassa voce.
"Vedi, ti sta benissimo, avevo ragione"
"Ora perché non me la togli invece?"

Le sue dita ritornano sul mio collo e iniziano a sciogliere lentamente la stoffa, mentre con la bocca mi bacia il collo e il lobo dell'orecchio.

"Come ti chiami?" mi chiede, in affanno, tra un bacio e l'altro.
"Chiamami Lola" gli rispondo io, e rido forte, a bocca aperta, sguaiata.
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« immagine » Mi sono presentata a questa festa vestita da uomo. Completo nero, camicia bianca inamidata. Sì, la giacca è un po' più corta e stretta, ho le scarpe col tacco, e la cravatta è slacciata, solo appoggiata intorno al collo, ma è un look che concede poco ai canoni della femminilità classi...
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l'indipendenza è comprarsi un accendino

23 novembre 2017 ore 18:51 segnala

Ho iniziato a fumare da ragazzina per copiare una mia compagna di scuola che lo faceva, sembrava così adulta e irraggiungibile ferma all'angolo con la sua sigaretta.
Annamaria si chiamava, fu gentile con me, mi offrì, mi accese, mi fece tirare. All'inizio mi faceva schifo, ma come saprete tutti, non era certo quello il punto.
Poi lei mi spiegò il segreto che io nella mia ingenuità di quattordicenne non avrei neanche immaginato: "tanto non devi nemmeno comprare le sigarette, o l'accendino, qualcuno che te le offre lo trovi sempre, e magari è anche un tipo interessante".

Se ripenso a tutti gli uomini che mi hanno acceso una sigaretta mi viene da sorridere.

Da anni ormai però l'accendino ho deciso di comprarlo, ho pensato di prendere in mano questa situazione e non sottostare più al volere del fato. Fumo di più, certo, ma fumo quando mi va.
Il problema però è che quando una è una collezionista seriale di borse, che è un altro dei miei difetti, beh a volte l'accendino non se lo ritrova più quando gli serve, e sicuramente l'ha lasciato nella balenciaga di ieri sera.

Così oggi si torna alle buone vecchie abitudini. Ho bisogno del fuoco.
Lui, un ragazzo, non avrà nemmeno trent'anni. Non brutto, ma neanche bellissimo, e impacciato. Gli trema la mano mentre avvicina l'accendino, non sa bene come fare. Io mi sono rifatta il trucco da dieci minuti, ho le labbra rosse e lucide, tutto intorno alla sigaretta. Ci gioco un po', chiudo gli occhi e tiro lentamente, e a lungo.

Riapro gli occhi e lo becco a fissarmi, con la fiamma dell'accendino ancora aperta. Rischia di andare a fuoco, letteralmente. Mi viene da ridere mentre butto fuori il fumo.

"Grazie" gli dico "per il fuoco e... per il complimento"

Lui diventa rosso, che tenero. Io tiro ancora, avida, questa sigaretta sa di buono. E voglio andarmene via in fretta prima di fare una cazzata.

"Come ti chiami?" Mi chiede, dopo qualche secondo.

Io intanto ho finito di fumare, butto la cicca, la schiaccio sotto il tacco, piano piano, e a lui non lo guardo nemmeno.

"Chiamami Lola" gli rispondo ridendo, e me ne vado dandogli le spalle, pensando che in fondo potrei ancora permettermi di andare in giro senza accendino.
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« immagine » Ho iniziato a fumare da ragazzina per copiare una mia compagna di scuola che lo faceva, sembrava così adulta e irraggiungibile ferma all'angolo con la sua sigaretta. Annamaria si chiamava, fu gentile con me, mi offrì, mi accese, mi fece tirare. All'inizio mi faceva schifo, ma come sap...
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23/11/2017 18:51:07
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