Le Memorie di Margherite Dupont Soleil

29 maggio 2020 ore 05:40 segnala
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Me ne vado a Narcassonne
John Gerard Sapodilla
Questa estate me ne vado a Narcassonne, simpatica e volubile cittadina della Vandea in Francia.
Devo conoscere i personaggi del mio racconto Le Memorie di Margherite Dupont Soleil.

Armand Lucas e il conte padre. Una supplica, Armand?
Questa volta Armand Lucas si era presentato senza botti di vino, ma con un foglio di carta pieno di numeri. Il conte Richard Dupont Soleil aveva dissimulato la sua intuizione dietro una domanda distratta.
“Una supplica, Armand?”
Armand aveva fatto un inchino, il più profondo possibile.
“Vostra eccellenza, il debito ammonta a duecentomila franchi.”
Il conte gli aveva strappato di mano il foglio e lo aveva gettato nel camino. Acceso di sdegno. Il camino furioso per l’oltraggio si era affrettato a bruciare il foglio. Il conte era stato un tempo inviato ambasciatore di Francia a Madrid e conosceva l’arte della diplomazia e del possibile. Richard de Sans Soucre era consapevole che nella sua situazione finanziaria l’arroganza con i fornitori non era più possibile.
“Ebbene, Armand, che ne diresti di sposare mia figlia Margherite?”
Armand sente una brezza che lo porta in alto su una nuvola. Nessun Lucas avrebbe mai sognato di avere per moglie una Dupont Soleil.
Armand e Margherite Dupont Soleil. La delusione di Armand Lucas
Armand, dopo mesi dal giorno della cerimonia nuziale, non aveva ancora visto il sedere di Margherite.
A letto la notte Margherite faceva il suo dovere, come le aveva imposto il suo padre spirituale il giorno prima delle nozze. Non osava rifiutarsi, sarebbe stato peccato, ma la camera doveva essere tutta buia, spente le candele e tirate le persiane alle finestre, prima di togliersi le mutande, infine pretendeva di non togliersi il corsetto, anche se consentiva a slacciarlo per non soffocare. La prima notte, per non morire di vergogna, nei primi istanti lei aveva immaginato che si sarebbe gettata dall’alto sugli scogli e Armand sarebbe vissuto nel rimorso tutta la vita, per averla costretta.
Armand Lucas, commerciante di vini, aveva sposato Margherite per due ragioni: la aristocratica rotondità del suo sedere e il titolo di contessa. Era rimasto deluso. Un giorno, con aria ingenua e innocente, le aveva chiesto:
“Margherite, questa notte non vorreste mettervi col culetto per aria per offrirvi al mio piacere?”
Lei non aveva compreso, forse Armand voleva farsi gioco della sua ingenuità, non glie lo avrebbe permesso.
“Per aria, Armand? Non sono più la sciagurata femmina, che sperpera il vostro denaro in romanzi francesi? Sono diventata il vostro angelo, l’angioletto che vola sopra di voi?”
Josephine cuoca e duchessa. La cuoca non si tocca
Margherite non era la sola spina nel fianco dello sventurato Armand, c’era anche Josephine la cuoca. Josephine aveva la figura di una florida contadinotta, ma la sua pelle era liscia e rosea. Si diceva apertamente che fosse la figlia bastarda di un duca. Armand aveva tentato una sola volta di infilare la mano sotto la sua gonna, mentre lei gli serviva la zuppa di fagioli alle erbe di Provenza al lungo tavolo da pranzo, ma non era riuscito ad arrivare ai mutandoni. In quella unica occasione il mestolo di Josephine era piombato sul naso di Armand e la zuppa bollente si era riversata sul collo di lui. Armand non poteva licenziarla o anche soltanto minacciarla. Josephine era una cuoca inarrivabile, insostituibile, nelle cucine del duca aveva appreso segreti unici di ricette nobili e contadine, sapeva dove raccogliere le erbe, dove acquistare il pollame ruspante, come accoppiare vini e piatti; infine Josephine sapeva tutto quello che può arrivare a sapere una cuoca. Per conquistare un nuovo cliente, qualche importante bottegaio di passaggio, Armand non doveva far altro che invitarlo a cena o a pranzo. Per tutto questo il sedere di Josephine era intoccabile.
Il bel fannullone. Arriva Julien
“Signor Armand, domani arriva il conte Julien, cosa comandate per cena?”
Armand stava sognando le rotondità della cuoca, a occhi aperti, il risveglio è brutale. Il suo sguardo cattivo, Josephine è ora l’ambasciatrice di un paese ostile con la dichiarazione di guerra.
“Che diavolo ti salta in testa, cuoca, io non ho invitato quel fannullone. E non ci sono più conti e contesse in Francia.”
Armand in preda all’ira e al dolore abbandona l’omelette rigonfia di tre formaggi alle erbe cullate dal vento di Provenza, si precipita invece nelle stanze di una Margherite, che lo vede apparire invasato.
Margherite è stesa sul letto con un fazzolettino ricamato di lacrime, scossa dai singhiozzi, alla vista di Armand furioso si leva e si getta in ginocchio.
“Armand abbiate pietà, siate compassionevole, non sarà dimenticato.”
Margherite stringe in mano una lettera che Armand le strappa e legge.
‘Sorella mia adorata, ho un debito di gioco per cinquantamila franchi, sono finito nelle mani di un crudele strozzino, domani verrò da voi per l’addio, prima di tirami un colpo di pistola nei boschi. Julien.’
Armand conosce il seguito di tutta la storia.
Julien e Marie Antoinette. Julien bussa al Convento
Gli dei ti hanno dunque voltato per sempre le spalle per sempre, Julien? Ma no, guarda chi ti mandano. Due suore di un vicino convento chiedono una cassa del solito vino. Julien non le ha mai viste prima. Le due mettono la cassa sul carretto e via somarello. Ma chi corre dietro al somarello con una cassetta di champagne di gran classe? E’ il nostro Julien mente rapida. Julien ha un piano.
“Che cosa desiderate, signore?”
La suora portinaia ha risposto al suono della campanella, scossa con rispettosa decisione da Julien.
“Ho portato una cassetta di champagne d’annata, omaggio del signor Lucas, che mi raccomanda di consegnarla nelle mani della madre superiora.
“Questo è un convento, mio signore, gli uomini non possono entrare, è la regola, date pure a me lo champagne.
“Compatitemi, sorella, non sono un uomo, sono un commesso, devo obbedire agli ordini del signor Lucas, altrimenti sarò messo alla porta, in strada.
La portinaia vacilla, dopotutto Julien è un angelo apparso con bottiglie di champagne gran marca. Insomma, rumor di ferro, cigolii, il portone si apre.
“Aspettatemi qui, avverto madre superiora.
Suor Angelica, al secolo Marie Antoinette, è la giovane madre superiora del convento. Come ogni mattina, passeggia per il suo studio, maledice i suoi fratelli che l’hanno convinta a rinchiudersi in questo fottuto convento, sbatte in terra la vita rilegata di San Girolamo, calpesta di furia il sacro testo e finalmente si queta. E sempre, come ogni mattina, si affaccia alla finestra che guarda al portone in ferro. Sarà questo il giorno che un angelo viene a farla volar via?
“Venite, signore, madre superiora vi riceve.”
E fu per noia dei ragni che Julien si ritrova di fronte a Marie Antoinette, adesso sorella Angelica, alla quale si rivolge con tono umile.
“Sorella madre superiora, sono un commesso delle cantine Lucas.”
Un grido soffocato di gioia le esplode in seno. Lo interrompe:
“Julien, pazzo adorato, mai vi avrei creduto tanto audace.”
Il pazzo non sono io, pensa Julien, stare rinchiuse tra quattro mura le sconvolge. Cerchiamo di farla calmare. Julien rimpiange i suoi ragnetti.
“Mi conoscete sorella? Forse vi hanno parlato di me?”
“Oh Julien, potete smettere la commedia. Nessuno può entrare o udirci. Le mura sono spesse di pietra. Abbracciami dunque, come hai fatto a trovarmi?”
Armand ha paura di contrariarla.
“Vi abbraccio sì, ma non potete prima togliervi quella specie di cappello duro, quella cuffiotta a punte.”
“Ti accontento subito, anzi mi tolgo ogni cosa, vediamo se mi riconosci “risponde lei in tono di burla.”
Si volta pudica, si spoglia, mostra fiera la sua bellezza.
“Come mi trovi Julien ? “ricordi di aver nuotato con me nel ruscello del parco?”
Julien è prima atterrito poi incredulo. Ci sono tre punti multicolori sul sedere della madre superiora, come la bandiera di Francia.
“ Marie Antoinette, tu? Come sei finita qui in convento?”
Suor Eleonora madre superiora. San Cirillo non risponde
San Cirillo appeso al muro non risponde, neppure un segno che ci voglia pensare. Inutilmente suor Cocomero lo sollecita, lo prega. Eppure San Cirillo è il suo protettore, lei non fa passare un giorno senza leggere qualche pagina della sua santa vita.
Sono ormai trenta giorni che suor Cocomero, la nuova madre superiora, non tocca un pezzetto di vero cioccolato svizzero e ora questa lettera di Armand Lucas:
‘Reverenda madre, un peccatore vestito del solo sacco di tela, cenere sul capo sparsa, viene a voi con un carretto di cioccolato svizzero e formaggio gruviera. Ho valicate le nevi delle Alpi, per poi implorare la remissione delle mie infami colpe’.
Lei si agita, le si stringe la gola, alza gli occhi al cielo a rimproverare San Cirillo:
“Cosa devo fare? Questo Lucas è davvero pentito? È il diavolo che viene a tentarmi, meschina? Devo mettere il sedere a bagno nell’acqua fredda?”
San Cirillo non ne vuole sapere di prendersi responsabilità. Allora lei prende un penna e aggiunge alla lettera ‘lasciate stare il sacco di tela, piuttosto spuntatevi i baffetti per rispetto al convento’. La lettera è spedita in risposta ad Armand.
Questo è il momento di agire rapido, Armand, la pollastra rosola, non farla bruciare.
Armand e carretto volano al convento, il portone è socchiuso, sorella portinaia lo sospinge, lo introduce. Suor Cocomero si mantiene contegnosa, ma non muove lo sguardo dalla borsa rigonfia di Armand.
“Ebbene, signor mio?”
Attenta sorella! Armand è colui che tagliò le canne dell’acqua al vicino che gli negava il vigneto.
Con aria beffarda inattesa, Armand apre la borsa e ne riversa il contenuto sotto una panca.
“Avanti porcellona, vai a prenderle a quattro zampe.”
Tavolette di vero cioccolato svizzero!
Lei si getta sotto la panca, culo per aria, Armand le solleva la gonna e la pizzicotta, lei viene fuori con le dita che scartocciano e non possono strangolare Armand.
La tavoletta è di legno colorato!
In lacrime lei si inginocchia, supplica Armand, che estrae una vera tavoletta di cioccolato da una tasca, lei la divora avida.
“Ne vuoi un’altra, porcellona?”
“Ve ne prego, signor Lucas.”
Lui tira fuori un frustino da un taschino del panciotto.
“Tirati giù le mutande, sgualdrinella golosa.”
“Mi darete anche un pezzetto di groviera?”
“Ne ho trenta kilogrammi.”
Felice di sottomettersi, lei scopre il grassoccio sedere.
A questo punto non possiamo nascondere che le cose tra San Cirillo e suor Cocomero non vanno per il meglio, purtroppo. State a sentire la loro ultima conversazione.
“Bene, bene, mia cara sorella. Peccato di gola e peccato di lussuria. Abbiamo in mente niente altro?”
“Aahhh, caro il mio Cirillo, sappiamo bene come ti sei divertito prima di farti asceta. E anche dopo. Te ne andavi alle crociate a spassartela con le odalische. Quando vincevano i Crociati ti facevi cristiamo. Altrimenti stavi dalla parte di Maometto. Andavi e venivi. E poi te ne sei tornato al paesello e ti sei fatto asceta eremita. Le paesane venivano su nell’eremo per avere una parola di conforto e tu glie ne offriivi due. Tornavano indietro contente e soddisfatte. E’ proprio un santo, dicevano. E così che sei diventato santo. Non ne hanno potuto fare a meno. Altro che miracoli. Lazzarone, fetentone. E qua facciamo tante storie per un quadratino di cioccolata. Vedrai che ti spolvero ancora il vetro.”
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