Ritorno agli anni 60

31 agosto 2010 ore 16:48 segnala
Racconto autobiografico
Ritorno 1960

A fine luglio, con tutta la famiglia, si partiva in vacanza. La
destinazione, sempre quella: Turi, il paese nativo dei miei genitori, vicino Bari.
La sera, sul tardi, dalla stazione di Santa Maria Novella carichi di
borse, valigie e cartoni, si prendeva il treno per Bologna.
Mio padre mi mandava in ricognizione alla conquista di uno
scompartimento vuoto, non era facile, se ci riuscivo lo chiamavo dal
finestrino per passarmi i bagagli e occupare i sedili. A Bologna si arrivava
in meno di due ore, trovare posto a sedere significava non stancarsi e
riposare alla meglio.
Andare in treno era una cosa che mi entusiasmava. Aspettavo quel
momento tutto l'anno solo per il piacere di fare quel lungo viaggio. Con le sorelle, a casa, giocavamo a fare il treno, mettendo una sedia dietro l'altra.
Per meglio entrare nell'atmosfera, salutavamo con le mani i nostri immaginari
accompagnatori, poi imitavamo il rumore cadenzato dei vagoni sulle rotaie: "
Du du du - du du dum... du du du - du du dum" A quel punto eravamo liberi,
liberi di vedere ciò che volevamo, di conoscere altra gente, di fermarci, di
ripartire cambiando treno e binario; proprio come avveniva durante il
viaggio vero.
Arrivati a Bologna, passata la mezzanotte, c'era la ricerca e la corsa
affannosa verso la " coincidenza": le carrozze che da Milano andavano a sud
lungo la linea adriatica. Quel treno si fermava a Bologna giusto il tempo
per caricare i viaggiatori che giungevano da Firenze. A quell'ora i molti
suoi passeggeri, meridionali che tornavano ai loro paesi, erano già mezzi
assonnati. I più fortunati, allungati e addormentati sui sedili, gli altri
arrangiati come potevano nei corridoi e negli spazi disponibili. Sembrava
impossibile trovar posto per noi ed i bagagli, eppure
peregrinando da una carrozza all'altra, chiedendo scusa di continuo, si
scovava ogni volta una qualche sistemazione. Mamma, con in braccio la sorellina Stella che già dormiva, il posto lo trovava, vi era sempre chi,
comprensivo, cedeva il suo. Marta, l'altra sorella le si piazzava vicino come poteva
e mio padre, sistemati i bagagli, recuperava un angolo tranquillo per
fumarsi una sigaretta.
Il mio posto era vicino al finestrino. Dopo le interminabili gallerie
del tratto appenninico adesso potevo finalmente vedere qualcosa.
Il naso appiccicato al vetro, seguivo con gli occhi e la testa le
luci delle case, delle insegne, delle auto che mi sfrecciavano davanti. Non
che a quell'ora si vedesse granchè ma fin quando scorgevo riverberi e
bagliori divoravo con gli occhi, insaziabile, tutto quanto riuscivo a distinguere.
Viaggiare col treno era per me come entrare in una dimensione magica e
sconosciuta. Il tempo si dilatava e si comprimeva in intervalli brevissimi.
In pochi minuti passavo da un paese all'altro. Mi sfilavano davanti
centinaia di volti, di case, di strade, di paesaggi, quanti non ne vedevo in
un anno. Sulla cartina d'Italia, appesa nell'atrio del vagone, seguivo il
tragitto fatto e da fare, cercando di indovinare il punto esatto dove mi
trovavo.
Ecco, tra poco dovrei scorgere il mare, le spiagge con gli ombrelloni chiusi e
allineati, le file delle cabine, i grandi alberghi, tutto immerso nel
silenzio e nella calma della notte. Dopo quel paese uscirò dalla Romagna ed
entrerò nelle Marche. Grande l'Italia! Quante città, paesi, montagne,
strade.
Tutto questo m'inebriava, mi dava una sensazione di grandezza, come se
dall'alto del mio posto d'osservazione possedessi un qualche potere o
ascendente su tutto.
Volgendo però lo sguardo all'interno, di colpo, atmosfera e sensazioni
cambiavano. Persone con l'aria assonnata ed apatica, corpi
abbandonati che seguivano movimenti e dondolii del treno rallentavano di
colpo le lancette del mio orologio. D'un tratto mi trovavo immerso nel clima
noioso e pesante dell'attesa. Anche mio padre, di solito avverso ad assumere
atteggiamenti rilassati in pubblico, sembrava cedere al rumore ed al ritmo
ipnotico che ci accompagnava. Bastava però un fischio prolungato, un brusco
rallentamento del convoglio ed ecco un rianimarsi improvviso. Finestrini che
si abbassano, porte che si aprono, gente che si affaccia, altri che chiedono
spiegazioni o azzardano ipotesi. Sembrava di leggere, negli atteggiamenti e
nelle parole, il disappunto e lo sconcerto che la cadenza, precisa e
rassicurante a cui eravamo abituati , si fosse interrotta. Al riprendere
della velocità, tutto tornava come prima, al massimo chi proprio non
riusciva a riposare trovava lo spunto per iniziare una conversazione.
"In Germania i treni marciano come orologi, tutti gli anni vengo in
Italia e arrivo sempre "di" ritardo",
"Io vengo dal Belgio, sono partito ieri mattina. Sono diciotto ore che
viaggio"
E di li prendevano corpo le storie delle vite, dei sacrifici, delle
speranze. La casa da costruire o da comprare, i figli grandi che non
volevano tornare perché abituati a un'altra vita, il paesano che aveva
sposato una tedesca e via di questo passo.
Mano a mano che il tempo passava, le stazioni si susseguivano e la
meta si avvicinava, la voglia di dormire passava.
In lontananza. oltre il mare, il cielo lentamente si schiariva.
Chi era arrivato si apprestava a scendere e cominciava le manovre con
valigie e pacchi che venivano ammassati all'uscita, formando pile
enormi. Cominciava l'andirivieni nei bagni, asciugamano in spalla, per
rimettersi in ordine, si scartavano i panini, si aprivano termos con caffè
o latte caldo: "Vuol favorire? Non faccia complimenti. Non è caldissimo ma
rimette in sesto".
L'aria era pervasa da una sottile euforia. La vicinanza con i luoghi
d'origine, il paesaggio che diventava familiare, invogliavano ad aprirsi, a fare partecipi dei propri sentimenti ed emozioni chi aveva condiviso quelle ore. Adesso si scoprivano un'appartenenza comune, un uguale destino, quasi fossero tutti una stessa famiglia. "Voi siete di San Michele, allora conoscete certamente Carmnucc il fornaio dietro la villa. Un mio cugino ha sposato la figlia, che si chiama Angelina.", "Ma
vedi, "Carmnucc" è zio a mia cognata, vuoi vedere che siamo parenti!"
Il dialetto prendeva il posto di un italiano impacciato, la stanchezza
spariva, i volti si rilassavano: si adesso erano a casa loro, tra la loro
gente.
Quello che per molti era iniziato come un lunghissimo monotono viaggio
si era tramutato in una piacevole scoperta d'intrecci, di conoscenze, di
luoghi e di interessi che alimentavano discussioni senza fine.
Ormai era giorno.
Una incessante serie di campi arati, uliveti e vigneti aveva preso il
posto delle rive sabbiose, del mare e dell'autostrada che correva per lunghi
tratti parallela ai binari. Rade stazioncine spoglie sostituivano le più
corpose e luccicanti stazioni dei grossi paesi della costa.
La situazione si era invertita.
Fuori, l'insistente rincorrersi di campi, alberi e vigneti sempre uguali e a
perdita d'occhio, fino all'orizzonte, annoiava lo sguardo; all'interno i
discorsi vivaci, i preparativi delle famiglie che scendevano, la gara per
aiutarli a tirar giù e trasportare valigie, i saluti, la commozione, erano
un alternarsi continuo di situazioni ed emozioni.
Ancora poche ore e saremmo giunti anche noi a destinazione.
A Foggia molti scendevano. Fino a Bari, poi, era una galoppata con
pochissime soste e si godeva della libertà di affacciarsi dal finestrino.
Con i piedi sui sedili, urlavamo "ciaoooo" ai braccianti che nei
campi alzavano il capo al passaggio del treno. Nella grande stazione del
capoluogo pugliese ci attendeva l'ultimo trasbordo sulla "littorina" delle
linee locali, che ci avrebbe condotto al paesello.
Adesso non c’era più fretta; mio padre chiedeva informazioni in
dialetto e gli veniva risposto in ugual modo. Ci lasciavamo impregnare
beatamente dagli odori, dai suoni delle voci e dall'ambiente di cui
sentivamo esserne parte.
Eravamo arrivati.
Quel lungo tragitto attraverso mezza Italia non serviva solo a passar le
vacanze in un posto tranquillo; era il bisogno, la necessità inderogabile
di ritrovarsi, di riaffermare, con la presenza, un'appartenenza ad un luogo.
Era l'esigenza di recuperare e riannodare i fili delle proprie radici,
quelli che davano senso e valore alle scelta dolorosa della partenza e del
distacco.



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Racconto autobiograficoRitorno 1960 A fine luglio, con tutta la famiglia, si partiva in vacanza. Ladestinazione, sempre quella: Turi, il paese nativo dei miei genitori, vicino Bari. La sera, sul tardi, dalla stazione di Santa Maria Novella carichi diborse, valigie e cartoni, si prende...
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31/08/2010 16:48:59
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