Amore ed olio (ma non odio) di ricino.

10 maggio 2010 ore 22:49 segnala
Il partito dell'amore, di recente creazione, ha come emblema il volto
serafico dell'on. La Russa e il linguaggio ascetico dell'onorevole (si
fa per dire) Borghezio. Il loro Padreterno e Spirito Santo, il
padrone-padrino, alita su di loro con amorevole schiuma verdastra
amorevoli parole, che dagli incorreggibili seguaci del maligno
acquattati nelle procure d'Italia, vengono incomprensibilmente intese
come parole di odio. A poco serve la solidarietà unanime del popolo
italiano, che continua a dare fiducia all'uomo della provvidenza (per
fortuna che silvio c'è). E' una solidarietà che non ha confini. E trova
riscontro perfino nel cuore dei perseguitati politici come Riina che
continua a confidare nonostante tutto nel nostro Salvatore per un futuro
non lontano di redenzione politica e sociale, che riscatti la
benemerita associazione da una immeritata calunniosa nomea, che
oltrettutto proietta una disinformazione fuori d'Italia sullo stato
reale dell'ordine pubblico. Un primo riconoscimento concreto comunque
Riina l'ha già ricevuto con sua grande soddisfazione al momento in cui
ha sentito celebrare pubblicamente dall'Onnipotente quali eroi due suoi
compagni di sventura, il ministro in terrasanta, dell'Utri, e lo
stalliere del cavaliere. Il suo sogno comunque si realizzerà appieno
quando leggeremo nei libri di storia come l'indipendenza della sicilia
ebbe inizio con la fondazione di un grande partito di popolo che ridette
il territorio anche giuridicamente a chi di fatto l'ha da sempre
governato. Operazione gattopardo.



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Il partito dell'amore, di recente creazione, ha come emblema il volto serafico dell'on. La Russa e il linguaggio ascetico dell'onorevole (si fa per dire) Borghezio. Il loro Padreterno e Spirito Santo, il padrone-padrino, alita su di loro con amorevole schiuma verdastra amorevoli parole, che dagli... (continua)
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10/05/2010 22:49:59
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La democrazia ed il principio di maggioranza

04 gennaio 2010 ore 22:05 segnala
  La cronaca recente e l’inflazione del pensiero populista stimolano ad una riflessione sulla portata delle parole che nella discussione politica spesso servono a giustificare un pensiero sottostante sostanzialmente autoritario, quello fondato sul principio che basti il solo consenso popolare maggioritario per  definire democratico l’esercizio del potere, per cui la maggioranza individuata nel suo referente massimo non debba essere infastidita nella sua azione da lacci e lacciuoli (il controllo degli altri organi istituzionali di contrappeso e della minoranza parlamentare)

In sostanza chi governa per volontà di dio e della Nazione non deve essere ostacolato e contraddetto nell’esplicazione della sua attività di governo e di potere , perché altrimenti l’opporre ostacolo, in qualsiasi modo si moduli tale tipo di conflitto, urterebbe contro il principio democratico.

A questo punto l’analisi del concetto di democrazia diventa fondamentale per giudicare se l’enfasi posta sulla pregiudiziale, che la patente di democrazia si acquisti o meno al solo libero mercato del suffragio elettorale, sia del tutto fondata. Per cui il voto, comunque si acquisti, diventa il prezzo  con cui il governante  ha ricevuto dagli elettori  il mandato temporale irrevocabile ed in bianco, ex  legibus solutus, di cui dovrà rendere conto al suo elettorato, alla luce delle informazioni che vorrà dare, nel momento del successivo suffragio, sempre che non abbia maturato la volontà e ne abbia avuto la possibilità fattuale di cambiare legalmente,  ma definitivamente, le regole del giuoco, al solo scopo di acquistare  il proseguimento del mandato.

Basta riflettere come già le regole del giuoco nel non lontano passato  vennero cambiate passando da un regime cosiddetto democratico ad un regime cosiddetto dittatoriale in modo legale, grazie ad un vastissimo  consenso popolare e a seguito di formali consultazioni elettorali, sia in Italia da Mussolini che in Germania da Hitler.

Cominceremo con il dire che un regime per definizione non è mai democratico, e neppure repubblicano, perché già nel nucleo centrale del concetto di democrazia è implicito l’esistenza del limite del potere.  E noi definiamo invece già nello stesso concetto di regime una tipologia  di potere che è prevalente su tutti gli altri e che rifiuta di porre se stesso  in equiparazione subordinata e paritaria con tutti gli altri poteri all’interno del sistema.

La stessa espressione che usa la nostra carta costituzionale allorché indica che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, non dà una nozione specifica della parola popolo e comunque indica dei limiti e delle modalità di esplicazione della sovranità. La sovranità è sub lege. L’esplicazione dell’attività politica non può essere affidata ad un regime. Nel concetto di popolo delle democrazie occidentali moderne  il popolo non coincide esattamente con il corpo elettorale, perché non consiste nel solo corpo elettorale, che appare anch’esso come organo all’interno del sistema costituzionale. Anche organi e funzionari  pubblici, sia elettivi che di carriera, esplicano il loro mandato nel nome del popolo italiano, alla stessa stregua dei rappresentanti del popolo eletti nel Parlamento.

L’esempio più noto è quello della magistratura, ma anche tutti i funzionari pubblici dal più modesto al più importante , ad esempio il governatore della Banca d’Italia, sono espressioni del e rappresentano per le rispettive funzioni il popolo italiano.

Tralasciando nello specifico la nozione di popolo, che merita per la sua complessità un approfondimento apposito, anche in contrapposizione ad altre espressioni, come quella di Nazione,  sarà opportuno ritornare all’argomento iniziale di definizione del concetto di democrazia, parola inflazionata che corre sulla bocca di tutti (dagli scolaretti ai massimi uomini politici) e in tutti i paesi del mondo, specie in quelli in cui essa in realtà non esiste e che molti utilizzano strumentalmente senza  che ne conoscano la vera natura o, pur conoscendola, scientemente calpestandone l’essenza.

Cominciamo, data la complessità della nozione, ad effettuare una ricognizione in negativo del concetto, dicendo quello che non è.

E’ da respingere l’immagine della democrazia come regime plebiscitario, basato sul principio che la maggioranza può fare ciò che vuole: dunque fondato sulla confusione, penetrata nel senso comune, tra democrazia e principio di maggioranza.

La democrazia non sarebbe in tal modo altro che l’onnipotenza della maggioranza legittimata dal voto popolare, il quale varrebbe a consentire ogni abuso, compreso il conflitto tra interessi pubblici e interessi privati;  così come il liberalismo equivarrebbe a sua volta all’assenza di regole e  limiti alla libertà di impresa. In tal modo di fatto l’espressione liberal-democrazia ha finito in certi ambienti a designare  in un certo lessico due forme convergenti di assolutismo, entrambe ostili al sistema di vincoli e contrappesi, nel quale il garantismo consiste: l’assolutismo della maggioranza e l’assolutismo del mercato, dei poteri politici come di quelli economici, sempre più, oltretutto, minacciosamente confusi.

Mentre per contro nel concetto di democrazia è ancora valido il principio della divisione dei poteri, individuati come pesi e contrappesi tra funzioni  (e più che di bilanciamento di poteri dovremmo riferirci ad un bilanciamento di funzioni, e non solo a proposito dell’ordine giudiziario, ma anche dello stesso Parlamento, composto non da titolari di poteri,  ma di rappresentanti del solo titolare del potere politico, esplicanti pertanto una funzione di rappresentanza in nome e per conto del popolo italiano e non un loro potere autonomo.)

Dalla società del tempo di Montesquieu è sicuramente cambiata l’organizzazione sociale dei titolari degli interessi  da rappresentare, che allora erano più nettamente individuabili, essendo la contrapposizione delle classi sociali al loro interno visibili in modo più netto. Oggi esiste una maggiore trasversalità che impedisce una individuazione netta degli interessi in senso classista, per cui tale bilanciamento assume sempre di più una complessità di livello istituzionale.  Permane comunque ancora oggi la attualità di un sistema di balance of power indispensabile per assicurare un corretto funzionamento del sistema e a preservarlo dalle spinte autoritarie, da qualunque parte provengano, assicurando al contempo la garanzia della conservazione dello stato di diritto.

Obiettano i sostenitori della assoluta sacralità dell’investitura popolare:  a che scopo assicurare un bilanciamento del potere, se il governo è il governo del popolo, in quanto rispecchia la volontà della maggioranza degli italiani? Ma il governo è veramente del Popolo? All’origine  della democrazia, nella polis, dove tutti si conoscevano, la scelta doveva andare ai migliori. Ma chi doveva stabilire chi fossero i migliori? Si dirà: il demos, che era un insieme di tribù legate ad un certo territorio, dove si abitava e si era iscritti, e che sanciva degli iscritti non solo l’appartenenza giuridica, ma anche psicologica , antropologica e morale. Ma anche in una situazione così semplificata, che poneva minori problemi rispetto all’attuale realtà degli stati moderni, Pericle stesso sembrò essere convinto che la democrazia ateniese non fosse governo del popolo, e che un governo del popolo non possa semplicemente esistere.  Difatti nel suo grande discorso, come viene riportato da Tucidite, asserì: “ Benché siamo in pochi capaci a dar vita ad una politica, siamo però tutti capaci di giudicarla”. E questo significa: non possiamo tutti governare o dirigere, ma possiamo tutti giudicare un governo, possiamo fungere da giudici. Per il popolo la vera partecipazione alla vita democratica nel paese non avviene tanto nella scelta del governante, quanto nel suo controllo e nella limitazione dei suoi poteri,  perché non diventino eccessivi o si trasformino in abusi per interesse personale, economico o comunque di potere.

Perché attraverso lo scudo della volontà del popolo è possibile giustificare qualsiasi cosa, cosicchè la democrazia diviene un vuoto simulacro, e come dicono i francesi Flers e Caglaret  è il nome che diamo al popolo tutte le volte che abbiamo bisogno di lui.

 

Il Partito democratico e l'elogio dalemiano.

28 dicembre 2009 ore 17:00 segnala

Riprendendola dalla Stampa (MicroMega), riteniamo meritevole di diffusione la seguente lettera aperta di Gabriele Zamparini:


“Perchè ho appena strappato la tessera del Pd”. Lettera aperta a Ignazio Marino.

di Gabriele Zamparini

Caro senatore Ignazio Marino,

Ho appena strappato la tessera del Partito democratico, tessera che avevo preso la scorsa estate per sostenere la sua candidatura alla segreteria del partito. Il dissenso con le ultime dichiarazioni di Massimo D’Alema non mi consente di restare all’interno del Pd un minuto di più. La classica goccia che fa traboccare il vaso, come si dice.

Per giustificare la sua linea politica, D’Alema ha ricordato Togliatti e l’articolo 7 della Costituzione, quello che accoglie i Patti Lateranensi di Mussolini all’interno della Carta repubblicana. A voler prendere le dichiarazioni di D’Alema seriamente, basterebbe ricordare le parole di Piero Calamandrei che nel 1947 scrisse che quei Patti Lateranensi “sono in contrasto (anche i ciechi lo vedono) colla costituzione della Repubblica”, e che quella “capitolazione” fu il risultato del “voltafaccia” dei comunisti.

Per prendere le dichiarazioni di Massimo D’Alema seriamente però si dovrebbe ignorare la storia di questi ultimi quindici anni, una storia tormentata ma che non può essere ignorata. Già nel 2001 l’economista Paolo Sylos Labini scriveva a proposito della Bicamerale (1997-1998) presieduta da D’Alema:

La legittimazione politica scattò automaticamente quando fu varata la Bicamerale: non era possibile combattere Berlusconi avendolo come partner per riformare, niente meno, che la Costituzione, con l’aggravante che l’agenda fu surrettiziamente allargata includendo la riforma della giustizia, all’inizio non prevista. E la responsabilità dei leader dei Ds è gravissima.

Qualche giorno fa il britannico Guardian – non un foglio bolscevico, esattamente – scriveva a proposito di Berlusconi: “i leader mondiali dovrebbero iniziare a prendere le distanze da un uomo come questo”. E tuttavia sarebbe ingeneroso e disonesto addossare la responsabilità politica per le drammatiche condizioni in cui versa oggi l’Italia solamente all’attuale capo del governo. In questi ultimi, tormentatissimi quindici anni, Massimo D’Alema è stato l’alleato principale di Silvio Berlusconi; dalla (fallita) Bicamerale alla (fallita) scalata alle vette della diplomazia europea, i due nemici inseparabili, di fallimento in fallimento, hanno lasciato dietro di sè solo macerie.

So che all’interno del Pd ci sono moltissime cittadine e cittadini moralmente e intellettualmente onesti, capaci e di buona volontà. Sono convinto che queste persone siano la stragrande maggioranza, sia tra gli iscritti sia tra i dirigenti del partito. Ma al punto in cui si è arrivati – e nel partito e nel paese – restare all’interno del Partito democratico significherebbe regalare un’immeritata foglia di fico a chi condivide le pesanti responsabilità politiche per la morte della Repubblica.

Mentre le scrivo, sto leggendo sulla stampa che ci sarebbero forti polemiche all’interno del Pd per le dichiarazioni di D’Alema (e di Latorre). Lo spettacolo non è certo edificante e le polemiche sono ormai davvero stanche e inutili e riflettono solo l’eutanasia del partito che avrebbe voluto essere democratico. Scriveva Bertrand Russell un secolo fa, “Il nocciolo dell’atteggiamento scientifico sta nel rifiuto di considerare i nostri desideri, gusti e interessi come la chiave per la comprensione del mondo”. Da uomo di scienza, non le sfuggirà l’importanza del metodo scientifico, anche in politica.

Le faccio i migliori auguri per il Natale e per il nuovo anno e chiudo questa lettera con le parole con cui Piero Calamandrei chiudeva quel suo articolo. Lo spirito del Natale passato.

Il realismo degli «ultimi mohicani»
Difficile dunque dire quale parte sia stata vittoriosa. Ma forse la vera sconfitta è stata, insieme colla sovranità italiana, la democrazia parlamentare.
Alla base della democrazia e del sistema parlamentare sta un principio di lealtà e di buona fede: le discussioni devono servire a difendere le proprie opinioni e a farle prevalere con argomenti scoperti, e i voti devono essere espressione di convinzioni maturate attraverso i pubblici dibattiti. Quando i voti si danno non più per fedeltà alle proprie opinioni, ma per calcoli di corridoio in contrasto colla propria coscienza, il sistema parlamentare degenera in parlamentarismo e la democrazia è in pericolo.
Proprio per questo il voto sull’art. 7 lasciò alla fine, in tutti i sinceri amici della democrazia, un senso di disagio e di mortificazione. L’on. Togliatti, in un articolo dedicato al partito di azione (sull’«Unità» del 2 aprile), ha espresso l’opinione che la fondamentale debolezza di questi «ultimi mohicani» consista nella mancanza del «senso delle cose reali, che dovrebbe invece essere ed è la qualità prima di chi vuole impostare e dirigere un’azione politica». Ma quali sono le «cose reali?». Qualcuno pensa che anche certe forze sentimentali e morali, che hanno sempre diretto e sempre dirigeranno gli atti degli uomini migliori, come potrebb’essere la lealtà, la fedeltà a certi principi, la coerenza, il rispetto della parola data e così via, siano «cose reali» di cui il politico deve tener conto se non vuole, a lunga scadenza, ingannarsi nei suoi calcoli.
Potrebbe darsi che i comunisti, quando hanno compiuto con estremo virtuosismo quell’abilissimo esercizio di acrobazia parlamentare che è stato il voto sull’art. 7, non abbiano calcolato abbastanza l’impressione di disorientamento e di delusione ch’esso avrebbe prodotto sulla coscienza del popolo ingenuo, che continua a credere nella democrazia. E non abbiano pensato che anche la delusione e il disgusto sono stati d’animo idonei a produrre nel mondo certe conseguenze pratiche, dei quali il politico, se non vuole andare incontro ad acerbi disinganni, deve tener conto come di «cose reali».
[da: ART. 7: STORIA QUASI SEGRETA DI UNA DISCUSSIONE E DI UN VOTO, «Il Ponte», anno III, n. 4, aprile 1947]

Molto cordialmente,

Gabriele Zamparini, Londra

(19 dicembre 2009)


La proscrizione della giustizia.

14 novembre 2009 ore 15:26 segnala
Perchè¨ mai un uomo qualunque, quello che comunemente viene definito "l'uomo della strada" e che partecipa alla comunità  indefinita e indefinibile della "società  civile" dovrebbe trovare la necessità  e forse il dovere di far sentire anche la sua debole voce in un contesto così¬ disperso come quello di internet? Particella atomica della moltitudine, ha la medesima capacità comunicativa di un passante che si mette ad urlare sulla autostrada, indirizzandosi ad un pubblico viaggiante su velocissime automobili. Eppure ciascuno di noi come parte del tutto ha un compito irrinunciabile nella nostra società, a qualsiasi livello operi. Non possiamo lamentarci di quello che la società non ha fatto o ha mal fatto nei nostri riguardi, se prima non ci siamo domandati cosa mai abbiamo fatto noi per la società. E non basta per sentirsi assolti l'avere apprestato il proprio voto (talvolta anche per motivazioni che noi stessi glissiamo a giustificare moralmente) in occasione delle ricorrenti consultazioni elettorali. Nessuno di noi ignora quali sono le criticità della nostra società civile (civile si fa per dire): la corruzione e l'inefficienza delle nostre istituzioni sono peculiari del nostro paese, dove larga parte del territorio dello Stato è fuori controllo delle istituzioni ed in mano al più forte potere economico e politico dell'Italia,la mafia, e larghe clientele politiche si alimentano con la corruzione e la collusione con la mafia, dove il senso della eguaglianza e della giustizia sono irrise da  componenti della società che si identificano con la stessa classe dirigente, dove la speculazione prevale sul lavoro e sulla produzione. E dove le disuguaglianze di classe tendono ad aumentare piuttosto che a ridursi, per effetto delle politiche attuate. La legge che in questi giorni viene contrabbandata come riforma della giustizia, per la salvezza indecorosa di pochi, mette non a rischio ma a sicura fine quel poco che rimaneva della certezza della pena per delitti di estrema gravità sociale, primi fra tutti i delitti di corruzione e di bancorotta fraudolenta, di evasione fiscale , di ricettazione e riciclaggio di denaro sporco e reati collegati. Per assicurare l'impunità di pochi individui (o un solo individuo?) baciati dalla fortuna di potere influire sulla legiferazione, a causa della giusta censura della Corte costituzionale si è reso in ultima istanza necessario approntare, da parte delle stesse persone (o della stessa persona?) che avrebbero dovuto e non vogliono sottoporsi al generale principio del giusto processo, un altro provvedimento ancora più disastroso del precedente, che assicura l'impunità tombale di alcune tra le più vaste categorie di delinquenti di massimo pericolo sociale: corruttori, bancorottieri ed evasori fiscali (e per il fine voluto non era possibile altrimenti evitarlo, perchè i reati del superiorem non reconoscentem erano per l'appunto i medesimi.) Ed allora? tutti zitti. Perchè il leader maximo ha avuto il consenso degli italiani ed ha i sondaggi manipolativi del consenso costantemente favorevoli. L'assunto di partenza è che non esiste un principio di giustizia da far valere con garanzia di terzietà e indipendenza da parte del giudice, perchè il giudice non può giudicare chi è stato investito dalla grazia dello spirito elettorale. Vale invece il giustizialismo della maggioranza come ordalia politica. L'eletto ha sempre e comunque ragione, perchè se non l'avesse con la logica giuridica potrebbe comunque avvantaggiarsi della forza del potere conquistato. Vae victis! I prossimi processi si auspica che nel glorioso futuro imperiale possano essere celebrati con il televoto a mezzo del telecomando del digitale terrestre, preferibilmente su una rete mediaset. Auspice la mafia, che grazie al telecomando ha segnato il solco del progresso allorchè amministrò la sua giustizia nei confronti di alcune toghe, suggerendo nel coprirle di sangue l'aggettivazione di toghe rosse, aggettivazione molto cara a molti tesserati della loggia P2. D'altra parte niente di nuovo sotto il sole della cara nostra repubblica delle banane. Tutto quello che di male si dice oggi della magistratura lo aveva anticipato parola per parola l'imputato Riina in una famosa dichiarazione al suo processo, allorchè aveva affermato come la mala giustizia nei suoi confronti era opera di macchinazione dello stato fuorviato dai comunisti. In quella dichiarazione il "Maestro" sperava forse che la fiaccola della rivolta contro lo Stato comunista venisse raccolta da uno dei numerosi seguaci di Gelli, per una riedizione in un primo maggio futuro di un'altra Portella della Ginestra. Ma la fantasia gli ha fatto cilecca. Non esiste più alcuna necessità di operare sommosse per l'eversione. L'eversione si appronta con disegni di legge governativi, dal momento che il vecchio discepolo di Gelli legittimamente risiede a Palazzo Chigi e i veri eversori della futura repubblica presidenziale sono coloro che pretendono la difesa ad oltranza dello stato di diritto, essendo relegati tutti all'opposizione.

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