Genova

11 settembre 2017 ore 22:20 segnala
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Via Madre di Dio

21 luglio 2017 ore 18:42 segnala
Nel centro storico, ed in quella via, tutto scorreva come al solito, circoscritto in un tempo unico e lento, sufficiente a se stesso.
Ogni mattina i negozi sbadigliavano con le loro saracinesche ed i loro infissi, preparandosi al nuovo giorno.
Voglio ritornarci:
Mi trovo alla fine di Piazza Dante, con il grattacielo alla mia sinistra.
Di fronte, la strada comincia a declinare: inizia Via Madre di Dio.
Da quasi subito, incontro U Scio Baciccia, il fruttivendolo, che ha un baracchino sullo stesso lato, e proprio a fianco dei vecchi lavatoi, incastonati in una specie di tempietto in pietra grigia.
Scendo alcuni gradini e mi ci introduco. Delle donne parlottano, mentre lavano i panni. Sono tre. Due, piuttosto corpulente, con le maniche arrotolate fin sopra il gomito, mettono in evidenza grosse braccia arrossate per il freddo. Stanno strizzando delle grandi lenzuola. La terza, è mingherlina e lunga lunga. Strizza anche lei, con inaspettata forza, un asciugamano. Ha le braccia livide.
Mi incanto a guardare quella loro ipnotica gestualità e ad annusare l’odore di sapone e varechina. L’acqua dalle fontane scorre senza sosta, gelida e pura, per finire nell’altra dentro le vasche, bianca di schiuma.
Continuano a parlare le donnine, mentre me ne esco portandomi dietro la loro eco. E’ una mattina grigia, appena sfumata di giallo; il colore di una vecchia cartolina.
Sui marciapiedi, solo poche persone imbacuccate. Perché è ancora inverno. Qualche auto transita sulla strada .
Continuo il mio percorso.
Non posso fare a meno di notare, sempre nello stesso lato, una specie di poggio, ricavato sopra una palazzina più piccola delle altre. Ci sono due persone affacciate, che chiacchierano, guardando il panorama.
Sono indecisa se deviare per una di quelle stradine come di campagna, che portano direttamente, più sopra, nella parallela Via Fieschi. Avrei voglia di inerpicarmi in quelle “creuze” per dare un’occhiata alle casette recintate che hanno muri con dei cocci di bottiglie sulla sommità e che conservano, come scrigni, bellissimi giardini.
Decido, però, di andare avanti.
C’è un grande Bar, che mostra all’ingresso la metallica pubblicità di variegati gelati. Una donna bionda ne addenta uno bianco. Lì vicino, si trova il giocattolaio, nelle cui vetrine alloggiano quelle bellissime bambole dal vestito a ruota, in merletto colorato, che si collocano nel centro del letto. Ne contemplo una: ha le trecce bionde ed indossa un immenso vestito di merletto candido. L’ho sognata tanto un tempo! Ma al suo posto ne ricevetti un’altra dal vestito azzurro, che proprio non volevo.
Mi guardo intorno.
La prospettiva della strada si presenta sinuosa. Gli edifici, piuttosto alti, quasi si sostengono tra loro. Alcuni sono proprio attaccati, altri inframmezzati da stradine. La maggior parte delle finestre è dotata di persiane, e su ogni davanzale verdeggiano i gerani. Molti posseggono la loro Edicola, sempre ornata di fiori.
Dei panni stesi fluttuano come fantasmi, appesi su fili collegati da un palazzo all’altro. In questo momento, una donnina si è affacciata alla finestra. Sta facendo scorrere un paniere di vimini legato ad una cordicella. Dabbasso, in strada, un tizio glielo afferra prontamente per metterci dentro un pacchettino.
Porto il mio sguardo sul lato opposto.
Mi accorgo di una tabaccheria, e di una sartoria che espone all’ingresso un manichino vestito con un doppio petto imbastito e di colore grigio. Somiglia a Clark Gable.
Un po’ più in là, è situata una magnifica trattoria-friggitoria, con l’insegna “Torte e farinata”.
Avanzo, ed attraverso la strada per guardarne da vicino la vetrina.
E’ un po’ appannata per il freddo. Con la mano la pulisco per vedere meglio la mercanzia esposta : polenta fredda versata su dei fondi bianchi, “toscanelli” contornati da rosse fagiolane dentro ad un oblungo vassoio in acciaio; qualche bottiglia di vino, e degli ortaggi framezzo a torte di cipolle, di riso, di bietole, e dei polli arrosto; anche delle pere al forno con del cioccolato scuro sopra, e dei budini.
La farinata fumante, invece, è sul bancone interno accanto alla bilancia. Un signore un po’ calvo, con tanto di pancia e baffi, la sta tagliando con dei mitici fendenti, mentre un gruppetto di clienti lo osserva in religioso silenzio. Alle sue spalle, dentro un generoso forno a legna, dell’altra farinata sta cuocendo.
Mantenendomi sullo stesso lato, proseguo.
Ecco il commestibile della Scià Maria. Una donnina fine, dai capelli bianchi che tiene rigorosamente raccolti. Il negozietto è ricolmo di mercanzia. Tutta una parete ha dei cassettoni a vetro per la pasta. In un’altra c’è il reparto scatolami, e in un angolino, verso il fondo, il settore riservato allo zucchero ed al caffè, il cui aroma si espande ovunque. Lì vicino, sul pavimento, ci sono dei grossi sacchi con relativa paletta, contenenti ogni sorta di legumi e, più scostati, nella stessa direzione, sistemati su una mensola, dei prodotti per la casa con OMO e OLA’, i due rivali, in evidenza. Ci sono anche delle confezioni di acqua di Vichy, nelle due versioni, con una o due buste, insieme ai relativi bicchieri decorati con le bolle, da vincere accumulando i punti…
Gentile e strana quella Scià Maria, pure lei in due versioni: da un lato della bocca ha tutti i denti e, dall’altro, nemmeno uno. Però, quelle sue ciambelle con il buco, rigonfie e spolverate di zucchero… paradisiache!
Ecco, quindi, la Merceria.
La Signora Dora, la titolare, è sempre imbellettata. Rossetto rosso fuoco, cipria da geisha, e capelli più corvini di un corvo, vaporosamente immobili a causa della enorme quantità di lacca che vi spruzza.
E’ l’unico negozio di “Via Madre di Dio” a mostrare “ambizioni più elevate”. Sia per la predisposizione della merce, che per la qualità degli arredi. Presenta un bellissimo bancone di legno intarsiato con il piano tutto in cristallo, facente anche funzione da vetrina. Da dove, si può ammirare l’esposizione degli oggetti più “preziosi” in vendita: spille, fermagli in argento ed in pietre brillanti, foulard in seta delle migliori “Maisons”. Su due pareti sono disposti, in successione cromatica, scampoli di stoffe, che impregnano il locale con il loro caratteristico odore. Su un’altra, tutta la maglieria, e, sull’ultima, scatole di cerniere e bottoni, con il prodotto campione apposto su di ognuna.
Mi avvicino gradatamente e la osservo, questa “elegante gallina”chiamata Dora, mentre serve una cliente. Le sta mostrando una bella stoffa: la valuta, la decanta, soffregandone lievemente la trama fra i polpastrelli.
Guardo il mio orologio, è tardi. Non posso permettermi di indugiare oltre, per non infrangere le “regole” di lettura.
Nel voltarmi, vedo passare Beppe: un vecchietto, vittima di una strana forma di paralisi. Nessuna parte del corpo gli è stata risparmiata. Ma sia pure tutto storto e claudicante, riesce in maniera grottesca a camminare. Sua nota unica e distintiva, è un fazzoletto bianco, che tiene sempre in bocca, come fosse un cane. Le mani, “moncate”, gli servono per annaspare nel suo precario equilibrio.
Riprendo il cammino fermandomi davanti alla macelleria.
Ha l’atrio enorme, e la gestisce una signora di mezz’età di cui non ricordo il nome. La vedo tagliare delle fettine con la sua solita dolcezza. Ha un aspetto fine, che tutto ricorda tranne quello di un macellaio: alta, slanciata, sempre in ordine, potrebbe sembrare l’interprete di “un noir” degli anni quaranta. E’ succeduta lì al marito, morto congelato, proprio nel negozio, dopo essere rimasto accidentalmente chiuso nella cella frigorifera.
Vado avanti.
Ci sono un paio di officine ed un fabbro, sul lato destro dove mi trovo. I vicoletti che, ogni due o tre palazzi, sfociano in questa via, portano dappertutto, ed hanno la pavimentazione caratteristica della Genova di una volta: un tappeto di mattoni rossi, in mezzo a dei ciottoli grigi.
Da qui, se volessi risalirne una, mi troverei direttamente in “via del Pomogranato”, situata fino a quasi sotto il “Grande Ponte di Carignano” che, trasversalmente e verso la fine, soverchia “Via Madre di Dio”. Se, una volta intrapresa questa via, volessi deviare imboccando una delle salite che da essa si diramano, arriverei in una piazzetta con degli altri troggi (lavatoi). E ancora risalendola, fino in cima, raggiungerei un bivio posto tra l’inizio del “Ponte” e Via del Colle, dove nelle immediate vicinanze, in via della Gattamora, si trova la casa di Niccolò Paganini
Tuttavia, proseguo.
Eccola l’Osteria Icardi dove spesso ho bevuta la mia spuma! E visto per la prima volta Topo Gigio, da un cassettone chiamato televisore; la “farinotta Gioia” con una focaccia unica, irripetibile; e dei negozi di frutta e verdura.
Il tempo a mia disposizione ormai è poco… ho difficoltà a scegliere dove curiosare. Vediamo…
Entro nella salumeria della Rosetta.
Salgo alcuni gradini perché si trova appena sopra il livello stradale. Effluvi avvolgenti mi accolgono, anche di merluzzo affumicato.
- Scià me dighe! - domanda lei a una vecchietta.
- Scià me daghe, un pittin de bitirro, ecco coscì…
A scià Rosetta serve lentamente. Gustandosi ogni azione. E’ grassa, sempre vestita di nero, con la voce roca. Guarda la cliente con aria interrogativa ed un sorriso. E la cliente, continua ad ordinare:
- Scià me daghe anche…un etto di gorgonzola e un tocchetto di tonno.
Il tonno si trova in tranci compatti sistemato in una grossa scatola di latta. A scià Rosetta si serve di un coltello da parmigiano per “staccarlo”.
Poi va sulla bilancia in metallo granato, e ne prende e rimette dei tocchetti.
- Desidera altro?
- Scì. Un mestolino di concentrato e un etto di “cotto”.
La salsa viene prelevata con un grosso cucchiaio di legno. Poi è la volta del prosciutto. Un prosciutto “onirico”, altro che “gran ben cotto”!
Fetta dopo fetta, il profumo esce come musica da un mandolino, dominando tutti gli altri. Una fragranza che s’accoppia con il colore, che è d’un rosa tenue, striato di riflessi argento, e con a lato la giusta striscia di gustoso grasso.
Esco.
Di fronte c’è la pescheria. Ha il marmo ricolmo di mercanzia e lo “scacciamosche”con i nastri in funzione. Ne ricordo le pareti: piastrellate in azzurro con decorazioni in tema.
Attraverso e continuo la mia strada per addentrarmi nella vecchia farmacia.
Ci sono preziose ceramiche con sopra scritte in latino e pitture floreali, ben sistemate nelle scaffalature in legno nero lavorato.
Il farmacista sta dando lezioni di “furbizia” ad una giovane massaia:
- Si faccia scrivere la ricetta dal dottore e poi…venga da me che al posto della medicina…le darò una cremina o anche un profumino.
Mi dileguo per non essere indiscreta.
il “Grande Ponte” incombe su di me.
Rivolta verso il mare, ne intravedo la fluorescenza e ne percepisco lo iodio . Sto giungendo alla fine. Scorgo l’antica Drogheria, gestita da due anziani fratelli : uno di “bell’aspetto”, e l’altro scheletrico, con la voce metallica uscita fuori grazie ad un aggeggio che usa appoggiarsi sul collo. Un collo secco e lungo, coperto da un fazzoletto. I bambini ne sono intimoriti, e lui si diverte, accompagnando il gesto con un espressione sardonica.
La tentazione per le leccornie che si possono acquistare supera, però, ogni remora. Cioccolato di vari tipi, boeri bitorzoluti ricolmi di liquore e zucchero, cannoli al mascarpone con chiusa in cioccolato, e ancora cioccolato, ma in crema, contenuto in casette in plastica colorata, che si gusta aprendole dal tetto.
A dire il vero, si tratta di un doppio negozio, perché ha due ingressi, due vetrine, due reparti contrapposti: uno, appunto, di dolciumi, caffè in grani, zucchero, the , karkadè e svariati prodotti coloniali; l’altro, di saponi, profumi e prodotti di bellezza, fra i quali, gli indimenticati, rossetti con l’astuccio bianco e rosso, sistemati in vetrina come soldatini.
A pochi passi più avanti, c’è il “Bar Vergi” con annesso campo da bocce. Da lì, a sinistra, esiste un’ampia salita che, ad un certo punto, si biforca. Dal lato mare sfocia sulla “montagnola”o “Collia” , che è la parte collinare della zona, rigogliosa di macerie e vegetazione, dove i bambini vanno spesso a giocare immaginando di trovarsi nella giungla.
Ci sono alberi di fichi, coltivazioni di pomodori e ortaggi vari rusticamente recintate, e qualche casa scampata ai bombardamenti, in mezzo a misteriosi poderi.
A sinistra, invece, c’è una particolare rampa di scale che, come incastonata tra vari ingressi di palazzi, conduce direttamente sul ponte di Carignano. Proprio a fianco dell’istituto delle suore Ravasco e quindi, all’omonima piazza ed alla chiesa dell’Alessi.
Torno a “focalizzarmi” nel punto in cui mi trovo, ossia sul Bar Vergi. E penso al titolare: un omone tanto grande e grosso, quanto buono. L’ultimo esercizio della via è “la latteria Rosa”. Quella dove si trovano le buste con le sorprese.
Appena oltre, si presenta uno slargo sul quale sfocia via della Marina. Anche a lato della “latteria Rosa” esiste una salita che conduce alla montagnola. Però, in direzione mare. Vi sorgono insoliti e modesti agglomerati, che ricordano alcuni villaggi arabi. Se si prosegue e ci si trova direttamente nell’omonima circonvallazione. Basta attraversare e discendere alcune scale, per essere sulla spiaggia della “Cava”.
Smetto di pensarci per gustarmi ciò che ora, proprio nell’area del Bar Vergi, ho intorno: la Chiesa, dove ”regna” il bellissimo Don Genziani e la sua corte di fedeli parrocchiane; un'altra tabaccheria, e un fruttivendolo dove si acquistano delle uova dalla buccia bianca e sottile, che difficilmente arrivano in casa tutte integre. Ma così fresche e buone! Il portego, nel cui androne si trova la bottega di Bastiano, il calzolaio. Un bugigattolo, dove lui, con le sue tozze mani, in questo momento starà a martellare ed incollare qualche tacco. Faccio appena capolino, e lo intravedo là in fondo con la luce sempre accesa.
Ritorno sui miei passi per recarmi nuovamente sul lato opposto della strada. Il negozio - magazzino del carbonaio è subito dopo. Lui è un ometto tutto sporco di nero, sempre in mezzo a cumuli di carbone a spalare. Vende anche blocchi di ghiaccio, che tiene stivati in una grande ghiacciaia. Un ragazzo, annerito come lui, lo aiuta. Li osservo brevemente dalla soglia. Una seicento bianca transita in questo momento, in strada. Mi sento stordita da tutto ciò che mi circonda. Vorrei espandermi ovunque, come fossi aria. Do solo un’occhiata ai terrazzi che si intravedono dai palazzi, da cui so bene si possa vedere il mondo, e ne annuso l’odore particolare, un misto di legna e di vissuto.
Mi viene in mente il Dott. Fanciulli, il medico della mutua della zona, rinomato ed isterico. Mi dirigo da lui. “Sempre a misurare pressione a tutti, anche ad un manichino!” , commentò un dì, con ragione, un suo paziente. E fra una misura di pressione e l’altra, il medico si sfoga i nervi, muovendo continuamente le sedie del suo studio, con la scusa di far spazio o di rimetterle a posto. Sono giunta in sala d’aspetto… Posso sentire la sua voce nasale ed il rumore delle sedie mosse. Ma non posso aspettare che lui termini la visita, è troppo tardi. Esco a malincuore.
Appena in strada, un gruppo di bambini in corsa quasi non m’investe. Faccio in tempo a spostarmi. Devono essere appena usciti da scuola, perché ognuno stringe in mano la cartella, ed ha il collo infiocchettato d’azzurro…

- Signora! Signora! Non si sente bene? - mi domanda un attempato e distinto signore, mentre mi sorregge per le braccia. Mi rendo conto, proprio in quel momento, di avere in mano una vecchia foto di Via Madre di Dio e di trovarmi alla fiera del libro di galleria Mazzini.
- Che è successo? - chiedo al mio sconosciuto “Cavalier servente”.
- Stava guardando delle foto di Genova antica…quando ad un tratto, appena presa quella che ha ancora in mano, si è bloccata. Catatonica. La cosa non mi è sfuggita e l’ho tenuta d’occhio. Così quando improvvisamente ha cominciato a vacillare sono intervenuto impedendole di cadere. Ora come va?
- Meglio. E la ringrazio, - rispondo, intanto che osservo quella vecchia foto e ciò che vi è scritto:
Via Madre di Dio- 1973 - poco prima della demolizione.