Laura Boldrini e noi tutte

13 settembre 2017 ore 11:33 segnala




Il bilancio di un’estate calda e violenta, soprattutto con le donne, non può non interrogarci su colei che è diventata il simbolo e dunque il bersaglio prediletto degli hater nostrani e maschilisti: Laura Boldrini.

Diventata presidente della Camera nel 2013 dopo una carriera a contatto con gli ultimi del pianeta, Boldrini caratterizza il suo mandato con una battaglia importante contro bufale e diffusione di linguaggio dell’odio attraverso i social network, senza mai riuscire a scrollarsi di dosso quello che i detrattori considerano il buonismo degli «amici dei migranti», in pratica quelli che conservano il valore dell’umanità.

Durante questa estate, Laura Boldrini è stata oggetto di una nuova campagna di odio che vedeva sullo stesso fronte giornali di destra, rappresentanti locali di formazioni politiche come la Lega, grillini particolarmente attivi sui social e più in generale hater di ogni risma.

Il livello dello scontro sembra crescere ad ogni tornata, questa volta persino lo stupro è diventato uno strumento sdoganato di punizione, esattamente come la locandina fascista che riemerge dal Ventennio per ricordarci che l’uomo nero e indemoniato è lì pronto e assetato per violentare le donne proprietà dell’uomo bianco.

Laura Boldrini nonostante tutto questo non fa un passo indietro, continua quasi in solitaria la sacrosanta battaglia di civiltà in difesa di valori che sembrano fuori moda o addirittura piccole bandiere sbiadite di una sinistra sempre più debole e confusa. A detta di alcuni un modo per non parlare delle questioni sociali ed economiche su cui è meno netta la distinzione con l’avversario di destra.

Da femminista più che da donna, confesso di aver sentito tanto, troppo silenzio, dal mondo vasto della politica e in modo particolare dalle voci di donna autorevoli che il femminismo ha espresso. Mi sono interrogata su questo silenzio e del perché Laura non fosse quell’una di noi a cui tendere più di una mano, far sentire più di un abbraccio, preservarla per lo svelamento del nesso sessismo/razzismo esploso su di lei, sulla terza Presidente della Camera donna in settant’anni.

Laura è austera? Troppo poco plebeista? È troppo poco femminista o lo è troppo? È andata troppo in giro per il mondo, tanto da conoscere guerre, fame, occhi di bambini troppo spenti? Oppure è troppo impegnata politicamente e questo dà fastidio a tutti quelli che si considerano suoi avversari? O peggio è troppo autonoma dal punto di vista professionale ma anche esistenziale e relazionale?

«Laura Boldrini, piaccia o no, è una donna laica, femminista, gay friendly, tollerante, internazionalista, multilateralista, democratica, libera», scrive Della Vedova, in un pezzo su Il Foglio, in cui chiede di depurare da odio e fake news per poter tornare ad avversarla nelle scelte politiche.

Per chi invece in quegli aggettivi ritrova la propria identità e la propria storia non è forse il momento di darle una mano nella battaglia contro «webeti» e avversari codardi?

Il silenzio di questa estate più allarmante per me è stato questo. Il silenzio del mondo che sento più vicino a me, a noi, a Boldrini. E in generale, trasversalmente, la politica tutta sembra non rendersi conto dello scivolamento nel basso, quello dei bassi istinti, quello dell’odio che genera odio, dell’invidia sociale nemica della giustizia sociale.

E invece noi, femministe storiche o meno, donne di sinistra, autorevoli compagne, dobbiamo essere lì, a difendere Laura per quello che rappresenta, per come ha svolto in questi anni il suo ruolo. Essere lì, nei posti scomodi, nei posti che contano, per provare a metterci di traverso con i nostri corpi.

Non è forse questo ciò che volevamo?

Laura ha messo in mezzo il suo, ha svelato l’inganno: la discriminazione ha la stessa radice, oggi tocca a loro, domani tocca a noi, ieri erano i terroni, oggi sono i migranti, ieri c’era il delitto d’onore, oggi ci sono gli stupri «presunti», le «consenzienti», il «dopo la penetrazione piace a tutte». Perché c’è qualcuno che si sente superiore, che pensa di dover possedere, perché sa che mostrare i muscoli è il modo migliore per coprire la vacuità del cervello.

Laura per fortuna oggi è lì e noi non dobbiamo lasciarla sola. Per lei, ma soprattutto per quelle che verranno dopo, di qualunque schieramento facciano parte.
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AIUTIAMOLI A CASA LORO

06 settembre 2017 ore 18:58 segnala


Aiutarli a casa loro” per anni è stato lo slogan della destra. Ora è diventato il mantra di quasi tutte le forze politiche da Renzi al M5S. Uno slogan carino da pronunciare, ma che ha come unico obiettivo il tacitare la coscienza di chi lo declama e di chi, compiaciuto, lo ascolta: non siamo cattivi, né egoisti, anzi rispettiamo gli insegnamenti evangelici dell’aiutare il prossimo, solo che decidiamo noi dove e come.

Ma la realtà è ben diversa: nonostante gli accordi internazionali sottoscritti prevedano di destinare all’aiuto pubblico allo sviluppo almeno lo 0,7% del Pil, il nostro Paese nel 2015 ha stanziato solo lo 0,22% del Pil, nel quale sono compresi pure i fondi rimasti sul nostro territorio destinati a gestire il fenomeno migratorio.

1. Vendiamo armi

La principale preoccupazione dei nostri governi è stata quella di incentivare la vendita di armi in Africa. Tra il 2013 e il 2014 è stata organizzata la circumnavigazione dell’Africa della portaerei Cavour, trasformata in un’enorme vetrina delle armi prodotte dalle nostre industrie; per tale missione i vertici militari avevano perfino cercato l’appoggio dei missionari italiani presenti nell’Africa Sub-Sahariana, ricevendone ovviamente un netto diniego come mi è stato personalmente raccontato in un colloquio a lato dell’incontro dei Movimenti popolari organizzato da papa Francesco in Vaticano lo scorso novembre.

Come spesso ricorda Francesco Vignarca, uno dei massimi esperti sul mercato delle armi, i risultati non si sono fatti attendere e nel 2016 sono state autorizzate vendite verso Angola, Congo, Kenia, Sud Africa, Algeria, Marocco, Ciad, Mali, Namibia ed Etiopia facendo carta straccia della legge 185/90 che vieta le armi a Paesi in conflitto e a quelli che non rispettano i diritti umani. Facilitatori in questi accordi sono stati i viaggi nel continente africano della ministra Roberta Pinotti e dello stesso Matteo Renzi.

2. Distruggiamo l’agricoltura locale

Mentre si vendono le armi si distrugge l’agricoltura dei Paesi Sub- Sahariani.

La distruzione di una parte importante dell’agricoltura sub sahariana è diretta conseguenza degli accordi di Partenariato economico (Epa) che l’Ue, in accordo con l’Organizzazione mondiale del commercio, ha imposto all’Africa Subsahariana. Gli obiettivi degli Epa sono: rimozione delle barriere tariffarie, difesa degli investimenti delle imprese estere, liberalizzazione del settore dei servizi, protezione dei diritti di proprietà intellettuale.

Ancor prima che gli Epa entrassero in vigore, il Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (l’Undp), aveva ammonito l’Ue che tali accordi avrebbero provocato il crollo del Pil delle nazioni africane (in parte significativa sostenuto dai dazi doganali) e il collasso di ampi settori dell’agricoltura africana non in grado di competere con le grandi multinazionali europee sostenute dai sussidi che ogni anno la Commissione europea elargisce loro.

Tutto ciò si è drammaticamente realizzato e i mercati delle grandi metropoli africane, a cominciare da Nairobi, sono invasi da prodotti agricoli europei. Decine di migliaia di contadini sono così rimasti senza lavoro, costretti ad abbandonare la terra.

3. Ci impadroniamo delle loro terre

Contemporaneamente, nell’Africa Sub Sahariana e non solo, si è sviluppato il fenomeno del land grabbing, l’accaparramento delle terre fertili da parte di grandi multinazionali o di Stati quali la Cina. Al 2015, considerando solo gli accordi stipulati dopo il 2000 – e solo quelli relativi ad appezzamenti di terra superiori ai 200/ettari (ha) e con un acquirente finale internazionale – erano oltre 44 milioni gli ettari oggetto di land grabbing. Di questi 44 milioni di ettari circa il 50% sono collocati in Africa. Di questi, solo l’8% è rimasto destinato totalmente a colture alimentari; il restante 82% è destinato, almeno in parte, ad altro, ad esempio alla produzione di biocarburanti eccetera.

Le industrie italiane partecipano al fenomeno del land grabbing per un totale di 1.000.000/ha quasi tutti in Africa.

Il fenomeno del land grabbing quindi produce: espropriazione delle terre, cacciata dei contadini e delle loro famiglie, sostituzione della produzione di cibo fino ad ora destinato al consumo locale con prodotti non finalizzati all’alimentazione umana e con produzioni agricole fondate su monoculture destinate a mercati globali, lontani dalle zone di coltivazione.

Ne consegue un grave impoverimento delle popolazioni ivi residenti, abbandono della propria regione con fenomeni migratori inizialmente interni al proprio Paese e in seguito con migrazioni internazionali rivolte verso il Mediterraneo.

4. Follia e ignoranza preparano la tragedia

Potrei dilungarmi sull’accaparramento delle ricchezze del sottosuolo, fenomeno alla base di molte delle guerre per procura oggi in atto nel continente africano. E’ sufficiente ricordare il conflitto che in Congo in vent’anni ha prodotto milioni di morti. Una guerra che ha le sue ragioni nelle ricchezze del Paese: coltan e cassiterite stanno alla base dell’industria hightech mondiale. Un esempio di come evolve il colonialismo nell’era della globalizzazione.

Ecco come “li stiamo aiutando a casa loro”. Nessuno, fra i tanti leader politici che quotidianamente ripetono in modo ossessivo tale slogan, ha mai avanzato proposte precise sui temi qui indicati. Ammesso che sappiano di cosa si sta parlando.

Il fenomeno delle migrazioni è strutturale e trova le proprie ragioni nell’enorme divario della distribuzione della ricchezza e nelle feroci politiche di saccheggio.

O si ha il coraggio di intervenire con trasformazioni radicali che modifichino in profondità le attuali politiche, oppure andremo incontro nel prossimo futuro ad una tragedia collettiva di dimensioni inimmaginabili.

di Vittorio Agnoletto | 6 settembre 2017
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Codice Minniti: strappo al codice morale

09 agosto 2017 ore 09:34 segnala


Marco Revelli da il Manifesto dell’8/8/2017

Negli ultimi giorni qualcosa di spaventosamente grave è accaduto, nella calura di mezza estate. Senza trovare quasi resistenza, con la forza inerte dell’apparente normalità, la dimensione dell’«inumano» è entrata nel nostro orizzonte, l’ha contaminato e occupato facendosi logica politica e linguaggio mediatico. E per questa via ha inferto un colpo mortale al nostro senso morale.
L’«inumano», è bene chiarirlo, non è la mera dimensione ferina della natura contrapposta all’acculturata condizione umana.
Non è il «mostruoso» che appare a prima vista estraneo all’uomo. Al contrario è un atteggiamento propriamente umano: l’«inumano» – come ha scritto Carlo Galli – «è piuttosto il presentarsi attuale della possibilità che l’uomo sia nulla per l’altro uomo».
Che l’Altro sia ridotto a Cosa, indifferente, sacrificabile, o semplicemente ignorabile. Che la vita dell’altro sia destituita di valore primario e ridotta a oggetto di calcolo. Ed è esattamente quanto, sotto gli occhi di tutti, hanno fatto il nostro governo – in primis il suo ministro di polizia Marco Minniti – e la maggior parte dei nostri commentatori politici, in prima pagina e a reti unificate.
Cos’è se non questo – se non, appunto, trionfo dell’inumano – la campagna di ostilità e diffidenza mossa contro le Ong, unici soggetti all’opera nel tentativo prioritario di salvare vite umane, e per questo messe sotto accusa da un’occhiuta «ragion di stato».
O la sconnessa, improvvisata, azione diplomatica e militare dispiegata nel caos libico con l’obiettivo di mobilitare ogni forza, anche le peggiori, per tentare di arrestare la fiumana disperata della nuda vita, anche a costo di consegnarla agli stupratori, ai torturatori, ai miliziani senza scrupoli che non si differenziano in nulla dagli scafisti e dai mercanti di uomini, o di respingerla a morire nel deserto.
Qui non c’è, come suggeriscono le finte anime belle dei media mainstream (e non solo, penso all’ultimo Travaglio) e dei Gabinetti governativi o d’opposizione, la volontà di ricondurre sotto la sovranità della Legge l’anarchismo incontrollato delle organizzazioni umanitarie.
Non è questo lo spirito del famigerato «Codice Minniti» imposto come condizione di operatività in violazione delle antiche, tradizionali Leggi del mare (il trasbordo) e della più genuina etica umanitaria (si pensi al rifiuto di presenze armate a bordo). O il senso dell’invio nel porto di Tripoli delle nostre navi militari.
Qui c’è la volontà, neppur tanto nascosta, di fermare il flusso, costi quel che costi. Di chiudere quei fragili «corridoi umanitari» che in qualche modo le navi di Medici senza frontiere e delle altre organizzazioni tenevano aperti. Di imporre a tutti la logica di Frontex, che non è quella della ricerca e soccorso, ma del respingimento (e il nome dice tutto).
Di fare, con gli strumenti degli Stati e dell’informazione scorretta, quanto fanno gli estremisti di destra di Defend Europe, non a caso proposti come i migliori alleati dei nuovi inquisitori. Di spostare più a sud, nella sabbia del deserto anziché nelle acque del Mare nostrum, lo spettacolo perturbante della morte di massa e il simbolo corporeo dell’Umanità sacrificata.

Non era ancora accaduto, nel lungo dopoguerra almeno, in Europa e nel mondo cosiddetto «civile», che la solidarietà, il salvataggio di vite umane, l’«umanità» come pratica individuale e collettiva, fossero stigmatizzati, circondati di diffidenza, scoraggiati e puniti.
Non si era mai sentita finora un’espressione come «estremismo umanitario», usata in senso spregiativo, come arma contundente. O la formula «crimine umanitario». E nessuno avrebbe probabilmente osato irridere a chi «ideologicamente persegue il solo scopo di salvare vite», quasi fosse al contrario encomiabile chi «pragmaticamente» sacrifica quello scopo ad altre ragioni, più o meno confessabili (un pugno di voti? un effimero consenso? il mantenimento del potere nelle proprie mani?)
A caldo, quando le prime avvisaglie della campagna politica e mediatica si erano manifestate, mi ero annotato una frase di George Steiner, scritta nel ’66. Diceva: «Noi veniamo dopo. Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz». Aggiungevo: Anche noi «veniamo dopo».
Dopo quel dopo. Noi oggi sappiamo che un uomo può aver letto Marx e Primo Levi, orecchiato Marcuse e i Francofortesi, militato nel partito che faceva dell’emancipazione dell’Umanità la propria bandiera, esserne diventato un alto dirigente, e tuttavia, in un ufficio climatizzato del proprio ministero firmare la condanna a morte per migliaia di poveri del mondo, senza fare una piega. La cosa può essere sembrata eccessiva a qualcuno. E il paragone fuori luogo. Ma non mi pento di averlo pensato e di averlo scritto.
Consapevole o meno di ciò che fa, chi si fa tramite dell’irrompere del disumano nel nostro mondo è giusto che sia consapevole della gravità di ciò che compie. Della lacerazione etica prima che politica che produce.
Se l’inumano – è ancora Galli a scriverlo – «è il lacerarsi catastrofico della trama etica e logica dell’umano», allora chi a quella rottura contribuisce, quale che sia l’intenzione che lo muove, quale che sia la bandiera politica sotto cui si pone, ne deve portare, appieno, la responsabilità. Così come chi a quella lacerazione intende opporsi non può non schierarsi, e dire da che parte sta. Io sto con chi salva.
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« immagine » Marco Revelli da il Manifesto dell’8/8/2017 Negli ultimi giorni qualcosa di spaventosamente grave è accaduto, nella calura di mezza estate. Senza trovare quasi resistenza, con la forza inerte dell’apparente normalità, la dimensione dell’«inumano» è entrata nel nostro orizzonte, l’ha...
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E il lupo incontrò l'uomo

23 giugno 2017 ore 15:34 segnala


"Il buio intorno mi protegge, luci lontane tremano dondolate dal vento gelido.
Non mi spaventano la fame, la neve e l’infinità delle pianure. Non mi spaventa la estenuante ricerca di una preda difficile.
Ho paura di lui.
E’ un animale strano, cammina a due zampe e ha indosso un mantello completamente liscio. Si raduna in branchi molto numerosi, mangia e caccia di giorno.
Emette suoni incomprensibili da un muso piatto e privo di peli, non ha coda e cosa assurda le sue orecchie sono piccole e senza movimenti.
E’ certamente un animale folle: stavo catturando una faina quando ho visto un branco di questo animale cacciare sé stesso, si sono uccisi tra loro ma non hanno toccato un solo pezzo di tutto quel cibo.

La luna sta completando il suo ciclo notturno e un altro cerchio luminoso si è formato lontano dal nulla e protegge lo strano animale da noi lupi.
A volte penso che dovremmo diventare suoi amici.

Saluto come un tempo il disco bianco nel cielo nero ma tutto sembra cambiato.
I piccoli dello strano animale, appena nati, non camminano e vengono portati a spalle dalle femmine, emettono suoni acuti e a volte acqua limpida esce dai loro occhi.
Uno di essi è penetrato, perdendosi, nel mio territorio, l’ ho cacciato ed ucciso.
Avrò cibo sufficiente per qualche giorno, ma non sono tranquillo.
La luna riposa ed io la saluto pensando a come era bella la nostra prateria.
Senza di lui." C.S:

Aveva ragione quel lupo, la strana creatura vuole sterminare la sua specie
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« immagine » "Il buio intorno mi protegge, luci lontane tremano dondolate dal vento gelido. Non mi spaventano la fame, la neve e l’infinità delle pianure. Non mi spaventa la estenuante ricerca di una preda difficile. Ho paura di lui. E’ un animale strano, cammina a due zampe e ha indosso un mant...
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E nessun media ne parla, perchè???

14 maggio 2017 ore 13:03 segnala


Dal 17 aprile più di 1.800 prigionieri politici palestinesi hanno iniziato uno Sciopero della fame a oltranza.
Lo Sciopero per la Dignità, che per numero dei partecipanti e durata, non ha eguali nella storia, sta andando avanti con coraggio e determinazione, nonostante tutte le manovre, le intimidazioni e la repressione delle autorità israeliane.
Le rivendicazioni dei prigionieri sono:
- Abolizione della detenzione amministrativa, arresto senza accusa nè processo
- Abolizione di tutte le forme di tortura, compreso l’isolamento.
- Fine dell'imprigionamento dei bambini e delle donne.
- Diritto di ricevere visite dei parenti, all’assistenza sanitaria, allo studio, etc.
- Rispetto delle leggi e delle convenzioni internazionali sui diritti umani dei prigionieri all'interno delle carceri.
Queste rivendicazioni si inseriscono all’interno della lotta di tutto il popolo palestinese per la fine dell’occupazione, delle violazioni e delle violenze che subisce da decenni.
Le vessazioni cui sono sottoposti i prigionieri in sciopero sono inaudite: trasferimenti in celle d’isolamento, barbecue davanti alle celle, offerte di cibo da parte dei medici, confisca di indumenti personali e coperte, incursioni delle unità speciali anche in piena notte, diniego dell'acqua in bottiglia, confisca del sale necessario per poter continuare lo sciopero, politica dell’alimentazione forzata, etc.
Ma tutti i tentativi di minare la volontà di lotta e dividere i prigionieri sono falliti. Il movimento di sciopero dei prigionieri prosegue unito!
Bisogna rompere il muro del silenzio intorno a questa lotta
I principali media non ne parlano, rendendosi complici del regime di occupazione e apartheid sionista. Il governo Gentiloni e le forze che lo sostengono sono proni ai voleri del governo di estrema destra di Netanyahu, che ha adottato la linea di bloccare ogni genere di informazione, perché la questione palestinese va rimossa e cancellata dal dibattito politico.
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« immagine » Dal 17 aprile più di 1.800 prigionieri politici palestinesi hanno iniziato uno Sciopero della fame a oltranza. Lo Sciopero per la Dignità, che per numero dei partecipanti e durata, non ha eguali nella storia, sta andando avanti con coraggio e determinazione, nonostante tutte le manov...
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Mariti giovani e mogli vecchie

02 maggio 2017 ore 16:44 segnala


Ancora una volta la storia d'amore tra un uomo e una donna molto più vecchia suscita gossip, pruderie , stupore per non dire scandalo
Naturale e accettato, addirittura come esempio di successo per il maschio, il caso inverso suscita diffidenza e teorie psicologiche che attribuiscono alla donna il ruolo di un surrogato materno o all’uomo addirittura una copertura per la propria omosessualità.
Senza ipocrisia bisogna dire che per la donna non è tanto l'età in sé a destare scalpore quanto la visione del suo corpo e quindi la pervicacia dello stereotipo, non ancora superato, che la donna valga, esista in quanto bella, giovane e fresca. Che si possa amare una “vecchia”anche per motivi non legati al corpo come l'intelligenza, la sensibilità e la stima è un dato culturale tanto sbandierato quanto non digerito, né dagli uomini né dalle donne.
Senza ipocrisia però bisogna anche dire che una sessantenne di oggi ha un aspetto neanche paragonabile a quello di donne della stessa età di cinquanta anni fa. E che il corpo gioca il suo compito nell’innamoramento, ma che il fascino e l’eros stanno più nel cervello che in carni fresche e sode.
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« immagine » Ancora una volta la storia d'amore tra un uomo e una donna molto più vecchia suscita gossip, pruderie , stupore per non dire scandalo Naturale e accettato, addirittura come esempio di successo per il maschio, il caso inverso suscita diffidenza e teorie psicologiche che attribuiscono...
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Lettera per Michele suicida

14 febbraio 2017 ore 12:53 segnala


"Dispiacere.
Tanta amarezza.
Tanta commozione per una persona che era nei migliori e piu belli anni della sua vita.
Non ho la forza di non commentare di fronte a un episodio del genere.
Se devo essere me stesso devo avere il coraggio di dire che il suicidio non è mai una soluzione.
Mi chiedo se questa persona abbia mai avuto la possibilità di essere aiutato.
Vedo tanta fragilità nella sua lettera come capita nella vita di ognuno di noi.
Tutti qualche volta nella nostra vita siamo stati fragili. È in questi momenti che abbiamo più bisogno di chi ci sta vicino.
E se non abbiamo nessuno vicino dobbiamo avere anche la forza di cercarlo.
Troveremo sempre qualcuno disposto ad ascoltarci. La morte non è un rifugio sicuro.
La morte è la cosa più lontana che ci sia dalla vita.
La vita è bella e va vissuta in ogni momento.
Ad ogni azione deve corrispondere una reazione.
Non farsi schiacciare dallo stress.
Dalla mancanza di prospettive.
Dalla solitudine.
Dalla paura di vivere.
Trovare in ogni piccola cosa la bellezza della vita.
La vita è un dono che ci è stato dato.
Non riesco a pensare cosa possa spingere un essere umano a un gesto del genere.
Non ci credo ancora.
Non so.
Non so cosa.
Scusate ma ho anche rabbia.
Una persona non deve essere mai lasciata sola.
Una persona è una persona.
E siamo tutti diversi e ognuno fatto a modo suo.
E a volte non capiamo.
E a volte litighiamo.
E a volte stiamo male.
Ma cerchiamo tutti di tirare avanti.
E basta un piccolo sorriso per darci un pó di animo.
Un bambino che inizia a fare i primi passi per farci emozionare.
Una bella giornata di sole.
Una persona che ci riscalda il cuore."
Ecco queste sono parole, non mie, di un ragazzo che esprimono quello che è stato il mio sentire dopo aver letto la dolorosa e spietata denuncia di Michele.
La canzone di Fiorella può essere criticata come retorica o sdolcinata, ma per me resta vera, non è solo un inno alla vita ma una denuncia per noi umani che la violentiamo con guerre, avidità e sete di potere e denaro e con tanta stupidità
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« video » "Dispiacere. Tanta amarezza. Tanta commozione per una persona che era nei migliori e piu belli anni della sua vita. Non ho la forza di non commentare di fronte a un episodio del genere. Se devo essere me stesso devo avere il coraggio di dire che il suicidio non è mai una soluzione. Mi c...
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binario 21

28 gennaio 2017 ore 20:06 segnala


Quella fredda mattina di gennaio i camion percorsero una città deserta ed arrivarono a destinazione. I teloni furono aperti e i prigionieri a gruppi furono spinti verso la stazione.
La donna era alla finestra, scostò solo un pò la tendina per guardare e non farsi
vedere. Invisibili loro e invisibile lei.
Fuori rumore di frenate e motori e dentro silenzio, il silenzio della paura che, come un’onda gelata, spazzava via la voglia di spalancare la finestra sulla strada e guardare negli occhi gli altri occhi solo per dire no, non siete invisibili.
Ma quale coraggio e quale consolazione sarebbe stata per loro che partivano con un treno che viaggiava verso la fine.
Sì, si ripetè con una smorfia amara, viaggiare è un po’ morire, beffa di un sentire comune che si stava avverando sul binario numero 21.
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« immagine » Quella fredda mattina di gennaio i camion percorsero una città deserta ed arrivarono a destinazione. I teloni furono aperti e i prigionieri a gruppi furono spinti verso la stazione. La donna era alla finestra, scostò solo un pò la tendina per guardare e non farsi vedere. Invisibili...
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Il Bel Paese il giorno dopo

23 gennaio 2017 ore 12:45 segnala



Il Galileo di Bertolt Brecht rispondeva al suo allievo: «Sfortunata la terra che ha bisogno di eroi». Che si può anche tradurre come «beato quel paese che non ha bisogno di eroi»». E l’Italia certamente non è questo paese. Senza questi eroici vigili del fuoco, i volontari del Soccorso alpino e di altre organizzazioni la tragedia di questi giorni avrebbe avuto un bilancio ancora più pesante.

Non solo all’hotel Rigopiano, ma anche nei tanti borghi e frazioni rimaste isolate. È mai possibile che nell’era della rivoluzione dei mezzi di trasporto e comunicazione possono essere lasciate senza corrente elettrica 70-80mila persone secondo le stime approssimative che circolano? Certo, c’è stata una nevicata eccezionale, ma la verità è un’altra.

Anche quando abbiamo nevicate «normali» (come capita d’inverno!) c’è difficoltà a spalare le strade di montagna in molte località dell’Appenino, soprattutto nel Centro-Sud, a riparare i pali della corrente elettrica, in tante località dove i cavi della corrente passano su pali di legno vecchi e malfermi. L’ho sperimentato di persona in cinque anni di presidenza del Parco nazionale dell’Aspromonte: non c’è stato un solo inverno senza che paesini e frazioni non restassero senza corrente elettrica per qualche giorno o non fosse consentito l’accesso per la neve molto alta. Bisognava urlare, utilizzare le tv e le radio locali per costringere gli addetti ai lavori a compiere il proprio dovere.

In realtà, per chi conosce la pubblica amministrazione dall’interno sa che i servizi necessari di manutenzione sono un’eccezione e che solo nelle emergenze si attivano forze ed energie che vivono nel letargo.

Non riusciamo più a fare la manutenzione ordinaria, figuriamoci la straordinaria che oggi sarebbe necessaria per adeguarsi all’epocale mutamento climatico, allo squilibrio dell’ecosistema, per affrontare gli «« eventi estremi»» con cui, ci piaccia o no, dovremo convivere per molto tempo. Ma, non ci sono i soldi, si dice – nel momento dell’emergenza se ne stanzioni subito pochi e se ne promettono tantissimi -, per comprare tutti gli spalaneve che servirebbero, per rifare la vecchia rete elettrica che collega paesi e borghi delle nostre colline e montagne, per altro con un alto tasso di dispersione energetica.

Ma, se un cacciabombardiere F-35 che serve per distruggere e fare la guerra, costa come minimo dai 120 ai 150 milioni di euro (ne stiamo acquistando ben 90 per 15 miliardi di dollari) ed uno spalaneve nuovo fiammante costa 80mila euro, ci si domanda: quanti spalaneve potremmo comprare rinunciando all’acquisto di un solo F35 ?

Insomma, se viene l’estate abbiamo l’emergenza incendi, in autunno l’emergenza alluvioni, in inverno l’emergenza neve e in tutte le stagioni, secondo una temporalità imprevedibile, l’emergenza terremoti.

Così il Belpaese va giù un pezzo dopo l’altro, soprattutto l’Italia dei borghi antichi, delle aree interne di cui tutti parlano e scrivono, ma dove non succede assolutamente niente a livello di messa in sicurezza del territorio.

Ma, anche le città non se la passano tanto bene. Nella scorsa settimana sono state chiuse per il freddo (sic) più di mille scuole nelle città piccole, medi e grandi del Centro-Sud. Caldaie che si guastano e nessuno ripara, gasolio che finisce e non ci sono i soldi per comprarlo, o per riparare le finestre che si rompono o i vecchi impianti di riscaldamento. Eppure, con un tratto di penna in un baleno si sono trovati 20 miliardi di euro come salvagente per le banche. In questo caso la velocità è stata massima e non c’è stato nessun vincolo europeo o politica di austerity che conti. Con questa somma potremmo avviare un programma serio di attività di manutenzione ordinaria e straordinaria, di messa in sicurezza del nostro territorio e creare centinaia di migliaia di posti di lavoro veramente utili alla società ed all’ecosistema. Rifare e rendere efficiente la rete elettrica nazionale, mettere in sicurezza antisismica scuole e ospedali, terrazzare le colline, canalizzare le acque e rinaturalizzare fiumi e torrenti, proprio come ribasce spesso, inascoltato, questo giornale. Potremmo far lavorare insieme italiani e immigrati, i nostri «naufraghi dello sviluppo» secondo la definizione di Latouche, cioè i profughi di un mercato del lavoro che li espelle e chi scappa dalla fame e dalle guerre.

Utopia? No, è vero il contrario. Spendere in armamenti una pesante fetta di finanziaria e ben 20 miliardi per tamponare il sistema bancario italiano quando sappiamo che hanno la pancia piena di crediti inesigibili (per 200 miliardi) e di titoli tossici è questa la distopia dell’ insostenibile cinismo del nostro governo. In fine dei conti per loro quella del Kapital è l’unica emergenza che conta.

Da Il Manifesto 23 gennaio 2017
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« immagine » Il Galileo di Bertolt Brecht rispondeva al suo allievo: «Sfortunata la terra che ha bisogno di eroi». Che si può anche tradurre come «beato quel paese che non ha bisogno di eroi»». E l’Italia certamente non è questo paese. Senza questi eroici vigili del fuoco, i volontari del Soccor...
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23/01/2017 12:45:36
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L'America e Trump

14 novembre 2016 ore 11:10 segnala


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i Loris Campetti (il Manifesto di Bologna)

Che succede quando le forze che si dicono progressiste sposano il capitale e la finanza e i ceti più colpiti dalla globalizzazione neoliberista si sentono – e sono – cornuti e mazziati? In una stagione in cui la tendenza alla guerra prevale sulla tendenza alla rivoluzione, per parafrasare un vecchio saggio orientale, e la sinistra non dissolta nel pensiero unico non è in grado di offrire un’alternativa, la guerra che prevale sulla rivoluzione è quella tra poveri. E a vincere sono sempre i ricchi che cambiata la casacca avanzano inneggiando al nazionalismo etnicamente puro, scatenando i penultimi contro gli ultimi, i bianchi contro i “colorati”, gli indigeni contro i migranti, i giovani contro gli adulti, i maschi contro le femmine. Protezionismo e muri. Brexit e voto Usa dovrebbero insegnarci qualcosa. E far dormire notti agitate a Matteo Renzi.

Che dovrebbe fare una sinistra, qualora esistesse, se gli immigrati vengono usati dal capitale come esercito del lavoro di riserva, se il sentimento prevalente tra i lavoratori o aspiranti lavoratori è la paura del futuro e verso il diverso, mista alla rabbia contro il potere e la politica? Se il lavoro viene portato dove le persone che lavorano hanno meno salario e diritti, più orario, e dunque più “competitività” nell’ipermercato delle braccia? Se la lotta di classe da verticale diventa orizzontale, se la competizione prevale sulla solidarietà?

Le parole, le promesse, servono a poco in assenza di un progetto alternativo chiaro e semplice e non convincono i ceti sociali abbandonati e traditi. Bisognerebbe tagliare le ali all’ideologia della competizione ricominciando a percorrere la strada dei diritti e dell’uguaglianza, del lavoro rispettato e dei lavoratori attrezzati con uno zainetto pieno di diritti non negoziabili che ne tutelino dignità e futuro. Certo, a governare il mercato del lavoro dovrebbe essere il pubblico e non i caporali, i call center, le agenzie di affitto e subaffitto degli essere umani.

Salari minimi contro il dumping sociale, in Italia come negli Usa, in Cina come in Svizzera. Cambiare il verso della storia non è semplice, anzi è un’opera titanica. Ma chiunque abbia in mente un altro mondo possibile, non può che ripartire dall’eguaglianza. Chiunque abbia in mente una sinistra, non può che ripartire dal lavoro, camminando insieme a chi per vivere ha bisogno di lavorare e lasciando ad altri la rappresentanza di broker, speculatori ed evasori.

Il fossato che il neoliberismo ha scavato tra cittadini e politica, il primato dell’economia, la prevalenza del mercato sui diritti stanno inferendo colpi pesanti ai vari establishment, ieri in Gran Bretagna, oggi negli Stati uniti e domani, forse, in Italia. Se a cavalcare la rabbia popolare è la destra populista o il populismo tout court, la ragione va cercata nella mutazione genetica delle sinistre mondiali che nella loro metamorfosi hanno perso la ragione sociale.

Le elezioni americane come l’antieuropeismo inglese dicono che è una bufala l’idea che per vincere bisogna convergere al centro, in un centro sempre più intasato di poteri forti e post-ideologie e sempre più vuoto di cittadini. Vallo spiegare a Renzi che abbraccia Alfano e Verdini e taglia ogni ponte con la sinistra, chiamiamola così per semplicità. Verdini non è “aggiuntivo”, è “sostitutivo”. Gli applausi dei potenti della terra, da Merkel a Obama, non è detto che paghino nell’urna, e aggiungiamo che le agenzie di rating sono numericamente meno consistenti degli operai metalmeccanici. Per farglielo capire, al sindaco d’Italia, e toglierselo dai piedi ci vorrebbe uno scossone.

Ma chi l’ha detto che con Sanders i democratici avrebbero perso perché sarebbe troppo di sinistra? In realtà Sanders avrebbe rappresentato un’alternativa vera alle lobbies di Wall Street coinvolgendo i giovani, quei giovani che non hanno votato per Hillary Clinton. Prendersela con loro sarebbe la risposta più stupida
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« immagine » di Loris Campetti (il Manifesto di Bologna) Che succede quando le forze che si dicono progressiste sposano il capitale e la finanza e i ceti più colpiti dalla globalizzazione neoliberista si sentono – e sono – cornuti e mazziati? In una stagione in cui la tendenza alla guerra preva...
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14/11/2016 11:10:58
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