gasdotto TAP

17 dicembre 2017 ore 23:14 segnala

Lavori sul Tap in Albania Mister Tap, la mafia calabrese, i narcos sudamericani, le valigie piene di denaro nero, le casseforti anonime con la targa offshore, gli oligarchi russi, gli affaristi italiani legati alla politica e altri misteriosi protagonisti e comprimari. Alla base del Tap, il supergasdotto che minaccia di perforare le coste del Salento, c’è una storia nera mai raccontata prima. Un intreccio di vicende pubbliche e segreti privati che rilancia quel groviglio di interrogativi che fanno da detonatore delle proteste esplose in Puglia contro lo sradicamento dei primi 231 olivi: chi ha deciso l’attuale tracciato? È davvero necessario far passare miliardi di metri cubi di gas tra spiagge meravigliose e oliveti secolari, anziché dirottare i maxi-tubi in zone già industrializzate, che si potrebbero disinquinare con una minima parte dei fondi del Tap? Come mai i finanziamenti pubblici europei sono stati incamerati da una società-veicolo con azionisti svizzeri? Se è vero che il gasdotto è strategico per molti Stati sovrani, perché sono le aziende private a progettare dove, come e con chi costruire una grande opera tanto costosa e controversa?

Il Tap, che sta per Trans Adriatic Pipeline, è la parte finale di un gasdotto gigantesco: quasi quattromila chilometri di condotte per trasportare enormi quantità di metano dall’Azerbaijan all’Italia. Il costo preventivato è di 45 miliardi. Il troncone iniziale Sud-Caucasico parte dal giacimento azero di Shah Deniz 2 e attraversa la Georgia. Il secondo tratto, chiamato Tanap, percorre tutta la Turchia. Il Tap italiano è l’ultimo pezzo, lungo 878 chilometri, che s’inerpica nel nord della Grecia (fino a quota 1.800), scende sulla costa albanese, s’inabissa in mare (fino a meno 820 metri) e arriva in Salento: l’approdo previsto è la spiaggia di San Foca, a Melendugno, dove in questi giorni, tra rumorose proteste popolari, è iniziato lo sradicamento degli olivi. La società capofila Tap Ag, che raggruppa in Svizzera una cordata di multinazionali, assicura che il gasdotto sarà interrato, tutti gli alberi verranno ripiantati e gli altissimi standard di sicurezza azzereranno ogni rischio di inquinamento, incidente o disastro.



In Italia finora sono iniziati solo i lavori preparatori del micro-tunnel previsto dal ministero dell’Ambiente per non devastare una costa che vive di turismo: una galleria di cemento che parte in mare, a 800 metri dalla riva, passa sotto la spiaggia e riaffiora nei campi, a 700 metri dalla battigia. Da lì il progetto continua su terra, per altri 8,2 chilometri, fino a un nuovo terminale di recezione: qui il consorzio Tap prevede di spostare 1.900 alberi secolari. Per collegarsi alla rete nazionale del gas, poi, servono altri 55 chilometri di condotte fino a Mesagne, vicino a Brindisi. Gli olivi a rischio, in totale, salgono così a 10 mila.

Contro questo tracciato, oltre ai cittadini del fronte “No Tap”, si sono schierati i sindaci interessati e il governatore della Puglia, Michele Emiliano, che ha chiesto più volte di «far approdare il gasdotto direttamente a Brindisi, evitando 55 chilometri di scavi e tubi superflui». I governi Monti, Letta e Renzi hanno però inserito il Tap tra le opere strategiche, per cui si possono ignorare comuni e regioni: basta una valutazione d’impatto ambientale gestita dal ministero, che in questi giorni è stata convalidata dal Consiglio di Stato.

Il super gasdotto, dunque, è un’opera progettata, eseguita e gestita da imprese private, ma dichiarata di eccezionale interesse pubblico, addirittura sovranazionale. L’Espresso ha potuto esaminare una serie di documenti riservati della Commissione europea, che svelano il ruolo cruciale di una società-madre, finora sconosciuta: l’azienda che ha ideato il progetto TAP e ha ottenuto i primi decisivi finanziamenti pubblici. Si chiama Egl Produzione Italia, è una società per azioni con 200 mila euro di capitale, ma è controllata dalla Egl lussemburghese, a sua volta posseduta dal gruppo elvetico Axpo, che fa capo a diversi cantoni della Svizzera tedesca.

Le carte, ottenute grazie a una richiesta di atti dell’organizzazione Re:Common, documentano che la Egl italiana ha ottenuto, nel 2004 e 2005, due finanziamenti europei a fondo perduto, per oltre tre milioni, utilizzati proprio per i progetti preliminari e gli studi di fattibilità del Tap. I ricercatori avevano chiesto di esaminare tutti gli altri atti, ma la Commissione europea ha risposto che devono restare riservati per rispettare i segreti industriali, la sicurezza e la privacy delle aziende del gasdotto. Comunque ora è chiaro che il Tap è nato con «fondi strutturali europei» concessi a un colosso svizzero dell’energia, in teoria esterno alla Ue.

Anche l’amministratore delegato di questa Egl Italia, la società-madre del Tap, è un cittadino svizzero: Raffaele Tognacca, 51 anni, un manager che ha fatto anche politica con i liberali in Canton Ticino. Tognacca ha lavorato per anni tra Roma e Genova come dirigente del gruppo italiano Erg, che ha diversificato dal petrolio agli impianti eolici e solari soprattutto al sud. Tornato in Svizzera, ha aperto con la moglie la società finanziaria Viva Transfer, che un’indagine anti-mafia italiana ha additato come una lavanderia di soldi sporchi. Intervistato dalla tv svizzera italiana, il procuratore aggiunto Michele Prestipino descrisse la vicenda come «un caso esemplare di riciclaggio internazionale di denaro mafioso».


Oggi la Egl italiana non esiste più: è stata assorbita da Axpo. Ma il Tap va avanti. Nel 2009 la Commissione europea accetta pure di cambiare il beneficiario del residuo finanziamento a fondo perduto, dirottato dalla Egl alla Tap Asset spa, un’altra filiale di Axpo con sede a Roma, nello stesso palazzo della delegazione europea. La vicinanza aiuta. La società-bis infatti eredita i contributi quando è già diventata una scatola vuota: nove mesi prima, infatti, ha venduto il progetto del supergasdotto, per almeno 12 milioni, all’attuale capofila Tap Ag. Pure questa è una società svizzera, ma oggi è controllata da multinazionali dell’energia come l’italiana Snam, l’inglese Bp, la belga Fluxys, la spagnola Enagas, l’azera Az-tap e naturalmente Axpo.



Ad aumentare il tasso di misteri attorno al Tap pensano anche i Panama Papers . I documenti offshore ottenuti dal consorzio giornalistico Icij, di cui fa parte L’Espresso in esclusiva per l’Italia, mostrano che tra i clienti dello studio Mossack Fonseca (i cui titolari nel frattempo sono stati arrestati a Panama) compare anche il manager più importante della Tap Ag svizzera. Si chiama Zaur Gahramanov, è nato nel 1982 in Azerbaijan e occupa ruoli cruciali in tutte le società chiave del maxi-gasdotto: e il 18 febbraio 2011 lo studio di Panama registra proprio Gahramanov come azionista di una società offshore delle British Virgin Islands, chiamata Geneva Commodities International Ltd. La società è gestita da un fiduciario elvetico e tutti gli atti vengono trasmessi in Svizzera, spesso su richiesta di una banca. Gli altri due soci della offshore sembrano fiduciari di altri soggetti che vogliono restare nell’ombra: sono un professionista tedesco residente in Svizzera e un russo con domicilio in Israele. Nello studio Mossack Fonseca, accanto al certificato azionario, ci sono tutti i dati personali del manager azero dei gasdotti. Il timbro della società anonima ha un disegno con tre spighe di grano. Sembra quasi un programma: con le offshore c’è grano per tutti.

La cassaforte segreta delle Isole Vergini viene resa inattiva il 12 settembre 2014, con una singolare coincidenza di date: proprio quel giorno il governo di Enrico Letta approva la valutazione d’impatto ambientale del Tap. La stessa autorizzazione ministeriale ora convalidata da un’autorevole sentenza del Consiglio di Stato. Che sarebbe stata ancora più autorevole se, a guidare il collegio, fosse andato un togato diverso dall’espertissimo burocrate scelto dal governo Renzi come presidente aggiunto del Consiglio di Stato: Filippo Patroni Griffi, ex ministro e poi sottosegretario dello stesso esecutivo che ha approvato il Tap.
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ALLE DONNE da uno amorevolmente incazzato

10 dicembre 2017 ore 00:05 segnala


Riporto qui un discorso che mi ha fatto pensare e che dovrebbe far riflettere. Come non tutti gli uomini sono violenti, così non tutte le donne sono innocenti:

"Molti uomini sono "deboli", "fragili", "vacui", "volubili".... eppoi anche "farfalloni", "machisti", "maschilisti", "infedeli", "inaffidabili"... si può andare avanti e riempire la pagina di definizioni miserande e tutte vere.
Ma io mi domando, in modo molto semplice e diretto: si è mai vista una donna, una madre, insegnare al proprio figlio maschio qualcosa della sua femminilità, del suo modo di essere, di vedere le cose... insomma, si è mai vista una donna che abbia insegnato al figlio ad essere uomo, possibilmente padre, marito o compagno, nella società degli ultimi 70 anni ?
Naturalmente parto dal dopoguerra, perchè considero il periodo precedente solo la parte tarda del medioevo intellettuale dell'umanità...
Parlo, naturalmente, del ruolo educativo delle donne perchè – se diamo per scontato che le definizioni iniziali siano vere - sono solo le donne che possono insegnare qualcosa sul mondo femminile.
Non certo i nostri padri, quelli di due generazioni fa, figli di una sotto-cultura quasi completamente post-rurale, ignoranti al pari del proprio bestiame o peggio, che non avrebbe potuto insegnare proprio niente ai propri figli se non la difficoltà di procurarsi il pane, facendolo spesso con l'uso della cinghia dei pantaloni...
O i padri della generazione attuale e precedente, che hanno prodotto le due generazioni di "assassini di donne" attuali, due generazioni di padri che sono il prodotto di una cultura di reazione alla fame post-bellica e che non hanno saputo - e continuano a non sapere e a non volere nemmeno imparare a conoscere ed insegnare un minimo di disciplina sociale e di rispetto per il prossimo...
Tre generazioni di maschi in larga parte falliti come padri, come educatori e uomini. Tre generazioni di maschi che hanno ridotto il Paese in un deserto
intellettuale e spirituale, popolato da piagnoni rissosi e vigliacchi, di smidollati, di persone senza rispetto per il prossimo ma alla caccia - la larghissima parte - del profitto facile, del "successo" a costo di qualsiasi porcheria.
Orbene, in questa desolazione maschile, una desolazione ampia ben 3 generazioni dal dopoguerra ad oggi, voi donne, dall'interno della famiglia, dalle scuole, dalle sedi della politica, cosa avete fatto ? Niente.
Siete state complici, spesso più amorosamente ammirate della "luce dei vostri occhi", il figlio "masculo", per il quale buona parte delle femmine italiche nutre una passione al limite dell'incesto, che invece di prendere a sberle il marmocchio capriccioso ed insegnargli il rispetto per le altre persone e, soprattutto, per il genere femminile, ha infinite volte perdonato, giustificato, vezzeggiato.
Infinite volte VOI donne che avete patito la bestialità e il dolore dell'odio da "amanti tradite" da parte delle vostre suocere, ma non avete esitato un solo istante a rivoltarvi anche voi contro le fidanzate e le mogli dei vostri figli, senza alcuna pietà per la femmina che vi portava via la "luce dei vostri occhi", il troppo
amato figlio maschio...
Pur avendo voi patito le pene dell'inferno non avete esitato e non esitate ancora oggi a fare patire alle femmine giovani altrettante pene infernali.
Ma c'è di più, purtroppo…
Quante volte voi donne oggi scegliete il mascalzone tenebroso di turno, perchè vi fa sfrigolare la passera, perchè promette chissà quali emozioni avventurose, invece di scegliere uomini decenti e, soprattutto, senza educare mai le vostre figlie femmine ad operare scelte maschili consapevoli e sagge... E la dolorosa domanda è: perchè queste merde maschili vi fanno sfrigolare la passera, quando dovrebbero farvi solo schifo ?
Sarebbe così facile, da parte vostra, se vi decideste ad applicare l'eugenetica
dello stronzo… a furia di andare in bianco i maschi lo capirebbero che è ora di
darsi una mossa e proverebbero a migliorare.
La verità è ben diversa. Disponibilità di femmine per l'uomo stronzo contro disponibilità di femmine per l'uomo decente = 10 a 1.
Poi vi lamentate che gli stronzi sono la maggioranza… ma VOI, quale selezione applicate ? Nessuna. Siete voi stesse che permettete all'uomo stronzo di riprodursi e prosperare alla grande.
E quante volte voi donne evitate di praticare l'eutanasia di un rapporto per la paura di restare sole, e vi tenete uomini intellettualmente inetti, professionalmente incapaci, spiritualmente più vuoti del vuoto interstellare e, purtroppo, spesso violenti, alcolizzati, inutili solo perchè avete paura della solitudine e della riprovazione sociale di essere "single" ?
Oggi voi donne siete piuttosto potenti, in parlamento (siete 198)… e se invece di comportarvi un gruppo di oche starnazzanti - spesso a vuoto - asservite ai maschi, vi organizzaste trasversalmente per promulgare leggi a vostra stessa tutela, queste passerebbero senza problemi !!
Specialmente con dalla vostra parte il presidente della Camera, che – a parte una retorica ottusa e vuota senza precedenti, è una donna - forse aprirebbe corsie preferenziali per le discussioni dei progetti di legge a tutela delle donne... forse....
Quanto ci vuole per un gruppo di duecento parlamentari per scrivere un progetto di legge che preveda il carcere immediato con procedura d'ufficio per situazioni ritenute pericolose, dopo la prima denuncia di violenza familiare ? quanto ci vuole per ottenere la direttissima e infliggere uno o due anni di carcere senza la sospensione della pena e senza attenuanti alla prima violenza familiare ?
Perché ricordo che i maschi di questo paese sono riusciti a portare a 4 anni e qualche mese il limite della condanna sotto la quale non si fa un solo giorno di galera...
Cosa ci vuole per fare un presidio sostenuto da uno sciopero della fame collettivo delle parlamentari per ottenere che un simile progetto di legge passi in un baleno ?
Niente. Basta volerlo fare davvero.
Cosa ci vuole per fare un progetto di legge che istituisca un fondo di aiuto alle donne che vengono lasciate in mezzo alla strada dai mariti inetti ? Niente, basta volerlo. Non lo fanno i maschi ? FATELO VOI !
Cosa ci vuole per fare un progetto di legge che tolga i beni di famiglia ai mariti violenti ? NIENTE. Basta volerlo. Non lo fanno i maschi ? FATELO VOI !
Ma voi donne non lo volete davvero, perchè a voi, infondo, non ve ne frega proprio un beneamato c... (niente) della sofferenza delle vostre simili, perchè striscia sempre tra voi il preconcetto che, per ogni donna, le altre femmine siano rivali, nemiche, competitrici alla conquista delle "poche" risorse maschili disponibili.
Basta mettervi insieme in un gruppo e stare a sentire quello che vi dite dietro le spalle l'un l'altra... Tra voi siete capaci di togliervi la pelle di dosso l'un l'altra. E lo sapete che qual che dico è la verità.
Volete meno femminicidi ? Datevi da fare, perchè se è vero che noi maschi siamo dei poveri diavoli allora dovete intervenire voi.
Crescete, prima di tutto, e nel frattempo intervenite.
In parlamento, con leggi durissime, severissime, che colpiscano i maschi violenti subito e con la massima durezza, alle prime avvisaglie, senza appello, senza sconti.
Non esiste dissuasione migliore della certezza della pena per un maschio ubriacone, violento e/o possessivo. ALTRO CHE MULTA PER LO STALKER !!
Ti sei avvicinato a meno di 500 metri dopo la diffida del giudice ? In galera per un anno, senza sconti, senza appello, senza possibilità di discussione.
Poi vedi che agli altri "pazzi" la voglia gli passa di colpo.
L'impunità reale garantita da questo sistema costruito da maschi è la migliore garanzia che i femminicidi continueranno. VOLETE CAPIRLA O NO ?
In famiglia, dove dovete decidervi ad insegnare cosa sia e come funzioni il mondo femminile ai figli maschi, e la "meritocrazia nella scelta del compagno" alle figlie femmine.
Datevi da fare e alla svelta, perchè l'unica domanda, qui, è solo quante morti ancora vogliamo vedere, prima di fare qualcosa.
Donne, quante altre donne volete vedere morire ancora, prima di darvi una mossa ?
Il mio è un grido di rabbia, il grido di rabbia di tutti i maschi decenti, amorevoli compagni, che vedono continuamente infangato il mondo maschile sano dagli esiti di questa subcultura ignobile, tutta italica, fatta di possesso, ignoranza e di mancanza di rispetto nel prossimo.
Una subcultura maschile che è al potere e che esprime una classe politica che non farà mai niente di serio contro i femminicidi.
Non illudetevi, donne: così come il vostro compagno inetto e insulso attuale non vi faciliterà la vita, ne ora né mai, altrettanti maschi insulsi ed inetti in parlamento se ne guaderanno bene dal promulgare leggi a vostra tutela e a promuovere una cultura diversa.
Datevi da fare, che è ora.
Un saluto amorevolmente incazzato a tutte voi"
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Da uomo solo al comando a uomo solo allo sbando?

07 novembre 2017 ore 11:14 segnala


Norma Rangeri da Il manifesto del 7/11/17

"Non lo farà, non farà un passo di lato così come non accetterà i buoni consigli che alcuni commentatori gli inviano a mezzo stampa (fai autocritica, buttati a sinistra), perché, molto semplicemente, certi suggerimenti vanno a sbattere contro il progetto e la cultura politica di Renzi.

Certo sarebbe arrivata l’ora di riconoscere che la disfatta siciliana è solo l’ultima di una lunga serie di sconfitte, sia a livello politico generale (il referendum costituzionale), sia in importanti amministrazioni locali, con grandi città (Roma, Torino, Genova) consegnate al governo dei pentastellati o del centrodestra. Ora si aggiunge la ciliegina sulla cassata siciliana.

Come onestamente ammette il vicesegretario Lorenzo Guerini, si tratta di «una sconfitta inequivocabile».

Renzi dovrebbe, altrettanto onestamente, prenderne atto riconoscendo di aver dato il massimo contributo a un esito così nefasto per il Pd. E, serenamente, riprendere il progetto di ritirarsi a vita privata.

Se non fosse che il giovane leader, ha perseguito e affermato una linea politica neocentrista e, coerentemente, lavorato alla rottamazione della sinistra interna, volendo portare a termine una profonda metamorfosi del Pd.

Ha costruito un partito sulla sua persona, contro sindacati e forze intermedie. Solo che così, come all’indomani delle primarie del 2013 scrivevamo «di un uomo solo al comando», oggi, 5 anni dopo, è ormai ora di cambiare definizione perché con tutta evidenza siamo di fronte a un uomo solo allo sbando.

L’ex presidente del consiglio non è tipo da farsi da parte, anche perché il partito che così ostinatamente si è cucito su misura è una creatura che, nonostante tutti i falsi movimenti verso Pisapia e altri raggruppamenti, rivendica le politiche neocentriste e principalmente sull’economia e il lavoro. Esattamente quelle che meglio esprimono la nuova natura del suo Pd.

Più che consigli verso tattici spostamenti a sinistra, sarebbe giusto riconoscergli una sua forte coerenza sulla via maestra di una coalizione, dopo le elezioni politiche, con il redivivo Berlusconi. Tanto più che il vecchio leader di Arcore suda cento camicie nel completare l’operazione di lifting politico, da padre del populismo italiano a figura degasperiana europeista. Trovando il conforto delle grandi firme.

E’ per questo motivo, di fondo e generale, che l’emorragia di consensi, prolungata e profonda, anziché amare riflessioni sul suicidio del Pd, al contrario, si manifesta con reazioni scomposte. Come la sgangherata e vana ricerca di qualche improbabile capro espiatorio. E’ il caso dell’attacco al presidente del senato Grasso per non aver accettato la candidatura in Sicilia. Recriminazione sciocca non fosse altro per il fatto che è rivolta a chi stava meditando di lasciare il Pd, come Grasso ha fatto all’indomani dell’approvazione della legge elettorale.

Se il partito di Renzi si ritrova senza candidati qualche domanda sul perché non sarebbe inutile. Succede in Sicilia e capita anche con il preoccupate risultato di Ostia, il popoloso municipio di Roma, dove è stato ripescato un piddino senza chance in un territorio commissariato per mafia da due anni, con il presidente del Pd finito agli arresti.

E come non bastasse, ecco che nel ballottaggio tra pentastellati e destra (con l’exploit di Casa Pound), l’indicazione di voto del Pd è l’astensione, la fuga, l’abbandono del campo di battaglia.

Se Sparta piange, Atene non ride.

La lista di Claudio Fava lotta per raggiungere il quorum del 5%, probabilmente riuscirà ad agguantare un rappresentante nell’assemblea siciliana. Un risultato dignitoso ma deludente, specialmente se giudicato nel contesto di un’astensione che nessuno, nemmeno i grillini, riescono a scalfire. Né in Sicilia, né al confine metropolitano di Ostia dove è aumentata del 20%.

Ma è proprio lì, nella disillusione verso questa sinistra che riconsegna il paese alla destra, che chiunque voglia costruire un nuovo soggetto politico dovrà misurarsi"
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« immagine » Norma Rangeri da Il manifesto del 7/11/17 "Non lo farà, non farà un passo di lato così come non accetterà i buoni consigli che alcuni commentatori gli inviano a mezzo stampa (fai autocritica, buttati a sinistra), perché, molto semplicemente, certi suggerimenti vanno a sbattere contr...
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Io sto con Asia

18 ottobre 2017 ore 13:19 segnala


Perché non hanno denunciato prima? Perché ci sono voluti vent’anni? Bisognerebbe ricordarsi che è la stessa accusa che è stata rivolta alle vittime di abusi pedofili. Che insomma le vittime vengono sempre incolpate delle violenze che subiscono.

Perché ci vuole forza. Non solo quella individuale, che permette di opporsi al predatore, ci vuole anche quella simbolica, collettiva, che permetta di non sentirsi una paria, una che dice cose a cui nessuno crede. Una che non si sente sporcata da questo. Insomma, il tempo è cambiato. Ora si può denunciare, per fortuna. E se lo fa chi ha più anni, libera le più giovani, le più esposte.

Del resto si scopre che già negli anni scorsi erano state proposte inchieste contro Weinstein e i giornali, come per esempio il New York Times, avevano insabbiato.

C’è un penoso risvolto italiano. Anche Asia Argento è tra chi denuncia. Lo fa con la temerarietà che è le è propria. Descrive vividamente l’aggressione e la sua successiva subalternità al molestatore, indotta dalla vergogna e dalla sua debolezza, come lei stessa dice. Prima di riuscire a liberarsene. E questo le vale ogni sorta di accusa infamante. Eppure ci dice con chiarezza che la violenza, effetto del dominio maschile, ha molteplici aspetti. Non è solo sul corpo, ma anche sui sentimenti, il senso di sé, la dignità. L’abuso di potere non è solo il ricatto e il ceffone. Realtà difficile da comprendere, e che appunto avviluppa le donne. Umilia, ferisce. Poi certo, ce la si può cavare, perfino ribaltare il tavolo. A volte.

Il ricatto sessuale è una realtà a cui la maggior parte delle donne giovani, in qualunque contesto, è stata ed è tuttora sottoposta. Si può accettarlo, usarlo, da parte delle donne, ma di questo si tratta: dell’esercizio di un potere.

Le ragazze accusano le femministe della mia generazione: ci avete imbrogliato, ero convinta che nei luoghi di lavoro non fosse più richiesto di essere disponibili, per fare carriera. Per questo Gwyneth e le altre vanno ringraziate. Aprono una strada.

Sarebbe divertente, se ciascuna si decidesse a elencare il catalogo delle molestie subite. Altro che la lista di Don Giovanni. Che tra l’altro non sarebbe mai andato in una clinica a farsi curare dalla dipendenza dal sesso. Segno di tempi che cambiano?
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« immagine » Perché non hanno denunciato prima? Perché ci sono voluti vent’anni? Bisognerebbe ricordarsi che è la stessa accusa che è stata rivolta alle vittime di abusi pedofili. Che insomma le vittime vengono sempre incolpate delle violenze che subiscono. Perché ci vuole forza. Non solo quella...
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Appunti di viaggio in Nicaragua, anno 1984

09 ottobre 2017 ore 21:39 segnala


Il viaggio in Aeroflot è stato lungo:abbiamo fatto scalo a Mosca per sei ore. L’aeroporto è nuovo con soffitti a cilindri cavi di metallo ramato:il sole al tramonto li accende come lampade d’oro. C’è poca gente, tutto è tranquillo:la cena è compresa nel biglietto aereo, ci servono donne austere, poco inclini al sorriso;mangiamo a puntate, prima con sgombro , cetrioli, pane bianco e nerodolce di pasta frolla ed infine carne e gelato.
Siamo tutti allegri e ridiamo per le strane abitudini alimentari dei moscoviti. Prima dell’imbarco molti controlli e poi il decollo. Il tramonto visto a diecimila metri di altezza, sopra un tappeto di nuvole, ci accompagna per pochi minuti ed è subito notte.
Pochi di noi riescono dormire: ragazzi nicaraguensi dai tratti forti e scuri parlano., scherzano, si alzano di continuo, bevono e offrono da bere con la gioia di chi torna alla propria terra, lasciata per andare a studiare all’estero.
Fuori il buio è completo, vedo solo il riflesso delle luci interne sull’ala. Intanto le hostess russe passano servendo succhi di frutta dal sapore indecifrabile:anche loro sono indecifrabili, né sorridenti né serie, contadine che non amano il cielo.
Si accendono i segnali di atterraggio, stiamo sorvolando l’Irlanda, è notte piena: a Shannon fa freddo, i lavoratori dell’aeroporto sono assonnati e hanno tutti i capelli rossi. I servizi igienici sono uno specchio, sulle pareti ci sono i contenitori portaprofumo di cui puoi servirti gratuitamente.
Siamo al terzo decollo.
All’alba le coste di Cuba si stendono sotto di noi come fili bianchi di spuma intorno a un verde fitto e compresso. Il carrello dà un colpo sordo sulla pista., siamo all’Habana.
Sole tropicale e umidità ci avvolgono , sono le sette del mattino ma il caldo è già torrido. Attraverso le vetrate dell’aeroporto le palme stano immobili e sfocate come in un acquario.
La gente è allegra, colorata nella pelle, negli abiti e nelle voci.
La coda per l’imbarco è gonfia di risate , siamo storditi dal sonno e dall’afa, ma la curiosità di vedere e sentire è più urgente della stanchezza. Un’ altra ora di volo e tocchiamo il suolo di Managua: i giovani nica cantano in piedi canzoni d’amore e di lotta, guardando dagli oblò la terra di Sandino.
L’aria è assolata e ardente, ci ritroviamo fuori dall’aeroporto letteralmente fusi: un autobus ci porta nel Barrio di Santa Rosa, dove alloggeremo in una candelerìa, fabbrica di candele,: non c’è molta privacy, bambini entrano dalla strada fermandosi a guardare curiosi i nostri sacchi a pelo.
Una pioggia violenta interrompe la calura pomeridiana , le strade sterrate si riempiono di fango, dal marciapiede osserviamo la gente che dalle baracche di fronte a noi va e viene tranquillamente sotto l’acqua; il sollievo portato dall’ “aguacero” è finito e la sera arriva improvvisa , il sole qui tramonta alle sei, ma il caldo continua a trasudare dalle vie e dai tetti di lamiera.
Usciamo alla ricerca di un posto dove mangiare e chiedendo in giro arriviamo alla casa di Pablo:nel cortiletto interno ci sono alcuni tavoli di legno e due alberi da cui pende un’amaca in cui riposa un bambino piccolo. La moglie del nostro oste ci serve il piatto tipico, composto da riso, fagioli, avocado e tortilla. Pablo sta seduto in disparte e ci guarda sorridente: è un bel giovane indio , con occhi neri ed espressivi, ogni tanto tira su il figlio dall’amaca e lo stringe a sé. Ci racconta che ha appena terminato il suo servizio militare sui monti del nord, passato a combattere le incursioni della “contra” che uccide senza discriminazioni soldati e civili inermi.
Nella serenità della sera, interrotta solo dal vociare dei bambini che giocano sulla via, le sue parole riportano alla dura realtà di un paese in stato di guerra.
A Managua restiamo soltanto tre giorni; il Plantel Central è la fabbrica più grande della città , cerchiamo un nostro amico e lo troviamo in mezzo a torni e frese da riparare.
Paolo è contento di rivederci e ci dà appuntamento per il giorno dopo alle sei nella Panaderia di Plaza d’Espana.

Portiamo il registratore a Ines che lavora qui da un anno; partita dall’Italia per un campo di lavoro estivo come il nostro, ha deciso di restare per motivi che non le abbiamo chiesto, ma che tra due mesi capiremo.
Visitiamo il mercato “Edoardo Incontrera”, occhieggiante di frutti sconosciuti, ed immersi in una folla vociante di donne che vendono e comprano. Non distante c’è il Museo de la Révolucion, un edificio piccolo e basso, ricco di fotografie e documenti originali.
Sandino e il suo esercito ”loco” ci guardano come a chiederci perché siamo arrivati fino a loro. La risposta è difficile o forse troppo semplice sarebbe dire che la libertà e la giustizia per cui sono morti rappresentano un’utopia ancora da costruire.

........continua
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« immagine » Il viaggio in Aeroflot è stato lungo:abbiamo fatto scalo a Mosca per sei ore. L’aeroporto è nuovo con soffitti a cilindri cavi di metallo ramato:il sole al tramonto li accende come lampade d’oro. C’è poca gente, tutto è tranquillo:la cena è compresa nel biglietto aereo, ci servono do...
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9 ottobre 1967 Ernesto viene ammazzato

07 ottobre 2017 ore 16:12 segnala


Se all'alba del 9 ottobre 1967 fu una pallottola a uccidere Che Guevara, nei decenni successivi le armi non servirono più. Bastarono due fantasmi socioculturali che fecero strage dell'intraprendenza dell'intera classe piccolo borghese occidentale e che ne nutrirono la pavidità che ancora ci accompagna: l'individualismo senza freni e il pacifismo capito male e applicato peggio.

Il primo, l'individualismo contemporaneo, ben lontano dal somigliare a quello di matrice anarco-sindacalista o umanista che metteva l'individuo al centro di una comunità, è un individualismo della ragione, una solitudine morale autocentrica che ha azzerato l'importanza della comunità a favore del singolo, ha distrutto la solidarietà spingendo l'opportunismo e ha messo al centro delle nostre vite la competizione invece che la cooperazione. Il risultato di questo individualismo è semplice: ognuno di noi è diventato un Mondo e nessuno è più disposto a rischiare la propria vita per gli altri, “for the greater good”. Quello che ha spinto tutti i rivoluzionari della storia è un altruismo che oggi ci suona totalmente sconsiderato: chi di noi sarebbe disposto a rischiare qualsiasi cosa, figuriamoci la vita, per della gente con cui non solo non ha più niente a che fare, ma che ormai odia e disdegna?

Il secondo fattore mortale per lo spirito rivoluzionario è quella sorta di pacifismo slavato e depotenziato di ogni carica insurrezionale. Pare strano pensarci ora, ma il pacifismo nasce sostanzialmente come una tattica di lotta e di resistenza. Era un pacifismo violento quello di Gandhi, non la resa incondizionata che è ormai diventato, identificato con il cristiano “porgi l'altra guancia”,ma all'infinito. Snaturato della sua dimensione tattica, il pacifismo è diventato la scusa per non cercare mai e poi mai lo scontro, sia fisico che verbale, per giustificare a se stessi la paura istintiva e sacrosanta di andare addosso a un nemico che sembra soverchiante — in tutte le rivoluzione, all'inizio, il nemico sembra soverchiante, se no non servono le rivoluzioni per sbarazzarsene — ma che tutte le generazioni prima delle tre che sono al mondo in questo momento hanno superato.

Tratto dal web
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Catalogna. breccia nella fortezza burocratica dell'UE

05 ottobre 2017 ore 01:41 segnala


La Catalogna ha votato per l’indipendenza, raccogliendo il 90% di “sì” su oltre il 42% degli aventi diritto al voto . Per i difensori dello statu quo spagnolo ed europeo starebbe qui la “debolezza” del referendum, come se l’intervento squadrista della Guardi Civil falangista – con ancora il fascio littorio sullo stemma! – non avesse prodotto nessun effetto sui numeri. Il 27% dei seggi è stato “visitato” nelle forme e nei modi che tutto il mondo ha potuto ammirare. E ovviamente non tutte le persone anziane o le famiglie con bambini piccoli hanno avuto lo stesso coraggio delle centinaia di migliaia che hanno sfidato per tutta la giornata manganelli, calci e pallottole di gomma grandi come palle da tennis. Quelle che invece non si sono viste al secondo turno delle presidenziali francesi, con l’identica percentuale di votanti salutata come “un grande successo”.

Per la prima volta nell’Europa del dopoguerra abbiamo visto una polizia militare assaltare i seggi per impedire alla popolazione di votare. L’esatto opposto delle retoriche sparate a tutto volume da trent’anni a questa parte, da quando le tre repubbliche baltiche l’ex Unione Sovietica iniziarono il loro percorso di secessione con l’appoggio esplicito di Stati Uniti e Unione Europea.

Un percorso diventato guerra aperta per garantire lo stesso diritto a Slovenia, Croazia, Bosnia e infine Kosovo.

Dal 1 ottobre 2017 pretendere di votare può essere dichiarato un “atto illegale”.

E oggi Margaritis Schinas, portavoce di Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea (il “governo”), ha ripetuto la formula di rito in appoggio all’ex falangista Mariano Rajoy: “per la Costituzione spagnola, quel voto non è legale. Per la Commissione europea si tratta di una questione interna alla Spagna, che deve essere affrontata nel quadro dell’ordine costituzionale spagnolo e in linea con i diritti umani fondamentali. Chiediamo ad entrambe le parti di muoversi velocemente da una situazione di conflitto al dialogo. La violenza non è lo strumento in politica per risolvere le questioni. Confidiamo in Mariano Rajoy per la gestione della situazione nel rispetto dei diritti umani previsti dalla Costituzioni”. Un penoso esercizio cerchiobottista, con cui si chiede a Rajoy di procedere come crede, ma menando un po’ meno…

Solo ieri sera, il presidente catalano Carles Puigdemont aveva chiesto alla Ue di esercitare una qualche forma di mediazione con Madrid: “L’Ue non può continuare a guardare dall’altra parte: questa è una questione europea, non interna“.

Guardando da esterni alla situazione, l’incomunicabilità sembra assoluta. Mariano Rajoy ha risposto da caudillo anni ‘30: “non c’è stato alcun referendum. È stato una messinscena, una sceneggiata ignorata dalla maggioranza dei catalani”. I catalani per lui semplicemente non esistono; o comunque sarebbe meglio che non avessero una volontà, aspirazioni, lingua, tradizioni, cultura e istituzioni proprie.

Le autorità catalane, certamente non “rivoluzionarie”, hanno fin qui rispettato il programma e le scadenze proposte al proprio popolo. E dopo la grande prova di massa di ieri non sarebbe comunque semplice, per loro, fare marcia indietro.

Dunque la palla arriva nelle mani dell’Unione Europea, che tutto vorrebbe tranne che occuparsi di questa vicenda.

Lo si può capire facilmente. Grazie all’ottusità – o alla debolezza politica – di Rajoy, la democrazia popolare ha fatto irruzione nelle stanze ovattate delle grandi burocrazie, da Madrid a Bruxelles e Francoforte. Ossia nelle istituzioni nate per negare a tutti i popoli d’Europa il diritto di decidere come vivere e stare insieme.

Fin qui le apparenze della democrazia e la realtà di istituzioni al servizio del capitale multinazionale non erano entrate in conflitto – se non in occasioni particolari, come nel referendum greco del 2015 e nel rifiuto franco-olandese della “costituzione europea” – grazie allo sforzo congiunto di Stati disposti a cedere sovranità verso l’alto (“i mercati” e le “istituzioni europee”), ma proprio per questo più rigidi nel creare una gabbia d’acciaio contro le opposizioni interne. Sia sociali che, in parte, “nazionali”.

Gli Stati, in sintesi, hanno garantito fin qui che si trattava di un processo democratico perché accettato e concordato da istituzioni elette con suffragio universale. Ma l’Unione Europea si veniva consolidando attraverso trattati che non potevano essere sottoposti al voto popolare né alle rispettive Corti Costituzionali (tranne quella tedesca, non a caso).

Ora tutte queste contraddizioni, e i relativi ossimori nati per occultarle, vengono portate alla luce da un popolo in piazza. Quel diritto all’autodeterminazione che era stato brandito con forza militare ed economica per disgregare l’Urss e gli altri paesi plurinazionali dell’Est europeo viene ora invocato da una nazione interna a uno Stato membro dell’Unione.

Ora non va più bene, ora è (o lo si vorrebbe presentare) come “sovranismo” deteriore.

Ancora peggio. La maggioranza delle forze indipendentiste catalane sarebbe favorevole a rimanere come Stato autonomo all’interno della Ue. Dunque non ci sarebbe – dall’angolo visuale di Bruxelles – nessuno “strappo irrecuperabile” alla tessitura tecnoburocratica in atto da decenni. Basterebbe ricontrattare gli stessi trattati con la nuova entità, oltretutto da una posizione di assoluta forza (non caso le grandi imprese multinazionali presenti sul territorio catalano sono contrarie al processo indipendentista). Non cambierebbe granché…

Ma una simile scelta manderebbe in crisi totale il quarto paese della Ue, che dovrebbe perdere il 25% del Pil e veder crescere – come già sta avvenendo da decenni – analoghe spinte da Euskadi e Galizia.


Un paradosso al cubo, per coprire il quale servirebbero un mago della logica e tanti servitorelli della “comunicazione”.

Per dirne solo una.

Se la questione catalana è “tutta interna” alla Spagna, la Ue afferma implicitamente che lo Stato-nazione mantiene prerogative sovrane inviolabili. Di conseguenza, se la maggioranza di un paese volesse sottoporre a referendum i trattati europei (obbligo al pareggio di bilancio, euro, fiscal compact, ecc), dovrebbe avere la libertà di farlo. Ma così facendo inizierebbe la disgregazione della costruzione sovranazionale.

Se invece la questione catalana è “interna all’Europa”, allora si pongono le basi per la disgregazione formale dello Stato spagnolo a fronte di due sovranità più forti: una “dal basso”, rappresentata dalle nazionalità interne ai confini, e una “dall’alto”, incarnata nei trattati.

Peggio ancora, solo nel caso della Catalogna l’Unione Europea rispolvera per un attimo il “principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano”, che aveva certamente dominato in tutto il secondo dopoguerra e che era stato seppellito con l’”ingerenza umanitaria”, ossia con le guerre contro Jugoslavia, Iraq, Libia, ecc.

Di fatto, la “questione nazionale” è diventata – in questa Unione Europea – uno dei tanti “valori” a geometria variabile. Se è utile a distruggere “entità nemiche”, va benissimo; se mette in difficoltà un membro di questa alleanza, è una degenerazione passatista…

Se l’Unione Europea avesse un governo politico – anziché una governance tenco-economica “automatica” – sarebbe comunque un bel problema, ma non irrisolvibile. Se almeno la Germania fosse ancora quella pre-elezioni, con Angela Merkel “unica statista europea”, idem. Ma a Berlino regna per ora il mercanteggiamento delle poltrone in cambio di pezzi di programma politico. E il prossimo monistro dell’economia sarà probabilmente un liberale, ossia un rappresentante di quella Germania che farebbe volentieri a meno dei Pigs mediterranei (catalani compresi). Difficile che escano da quel teatro “grandi idee” in grado si risolvere problemi imprevisti che coinvolgono decine di milioni di persone.

Davanti a questo groviglio di contraddizioni è andato in frantumi anche quel che restava degli schemi interpretativi della “sinistra” europea ed italiana. Tacciare di “nazionalismo reazionario” catalani e baschi – vere e proprie basi popolari dell’antifascismo in Spagna – è un insulto che pochi osano fare apertamente, ma che traspare da alcune analisi men che rozze e altamente contradittorie sulla necessità di “mantenere l’unità dello Stato”. Come se, in qualche testa, l’Unione Europea – e dunque l’internazionalismo del capitale, esplicitamente mirante alla riduzione del salario medio al di sotto dei livelli di sopravvivenza – fosse l’anticamera obbligata dell’”internazionalismo proletario” del terzo millennio.

Eppure sembra quasi ieri l’epoca in cui i movimenti di liberazione nazionale erano i movimenti rivoluzionari per antonomasia, guidati quasi sempre da forze comuniste…

A noi sembra invece evidente che la crisi ormai decennale stia erodendo le basi su cui la costruzione europea si era affermata. Un lungo periodo in cui le filiere produttive sono state ridisegnate ponendole a supporto di quelle più forti e tecnologicamente avanzate; in cui le politiche di bilancio sono state centralizzate lasciando agli Stati nazionali margini di manovra sempre più stretti (o inesistenti come nel caso della Grecia), in cui classi politiche sempre meno adeguate hanno condotto le loro locali lotte di classe o contro singole comunità manovrando il joystick di una redistribuzione senza risorse.

Non c’è perciò alcun paragone possibile tra l’indipendentismo catalano e le pagliacciate referendarie lombardo-venete, e nessuno può sovrapporre il volto dei leader catalani o baschi alla maschera di Salvini e soci. I quali, non a caso, hanno subito fiutato la mala parata e ridotto tutto a una pura mossa propagandistica, senza alcun effetto politico o economico.

La Catalogna del 1 ottobre non è il Nicaragua del ‘79 e neanche il Venezuela di Chavez. Ma è un “cigno nero” che evidenzia, con particolare forza, lo scarto irrimediabile tra ceti popolari europei e architettura istituzionale tecnoburocratica della Ue, Stati nazionali compresi.

Non è insomma il punto di arrivo della Rivoluzione, ma apre uno squarcio nel pallone gonfiato in cui siamo tutti immersi. Prima ce ne rendiamo conto, prima riusciremo a costruire – anche qui da noi – un fronte di lotta all’altezza di questo scontro.

Dal Sito www.contropiano.org
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05/10/2017 01:41:57
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Omaggio alla Catalogna

02 ottobre 2017 ore 13:35 segnala


Dalla Pagina Facebook di Bifo Berardi

Non sono cittadino di Bologna come c’è scritto sulla mia carta di identità (l’identità mente, l’identità non c’è, come può una carta certificare l’inesistente dell’identità?).

In questi anni sono cittadino di Barcellona, una città dove ho molti amici, dove insegno periodicamente, dove ho visto le mostre d’arte più interessanti degli ultimi anni e dove le librerie espongono i miei libri in bella vista (mentre alla Feltrinelli di Bologna li nascondono).

Le mie condizioni fisiche non mi permettono di essere a Barcellona domenica primo ottobre. Debbo curarmi un’asma soffocante e il mio medico sta a Bologna, per cui ho dovuto rientrare nella città dei morti che mangiano al Fico.
Negli ultimi mesi mi sono chiesto cosa farei il primo ottobre, se fossi iscritto nelle liste elettorali della città di Barcellona (il mio nome figura nelle liste elettorali della città dei morti che mangiano).

Ci ho pensato e ripensato e avevo deciso che il primo ottobre mi sarei astenuto. Né sì né no. Certo non voterei per il centralismo monarchico di Rajoy e di Urdungarin. Ma tutte le bandiere mi fanno vomitare come dice Lopez Petit, quindi non mi entusiasma l’indipendentismo catalano. L’unità del popolo non fa per me.
Mi astengo, avevo deciso, non voto né si né no.

Ma nell’ultima settimana ho cambiato idea. Se le gambe mi reggessero e i miei polmoni non fossero in apnea andrei a Barcellona e voterei per l’indipendenza.
Odio la nazione e odio il popolo, due concetti prodotti dall’ignoranza dei romantici la cui funzione è stata ed è spingere la gente a massacrarsi per l’interesse di chi detiene il potere finanziario.
Ma ora, come ha detto Ada Colau, il problema non è più l’indipendenza nazionale, il problema è difendere la libertà contro il franchismo.
Agli spagnoli piace il re, piace il franchismo?
Se li tengano e vadano a farsi fottere, noi catalani ce ne andiamo via.
Ho letto tutti giornali spagnoli, ho passato qualche giorno a Barcellona, ho incontrato un dirigente di Podemos, un amico artista, un paio di insegnanti dell’università di Barcellona, due attivisti autonomi, la coordinatrice del Plan de estudis internacionais, una giornalista norvegese, una giornalista basca e molti altri. Con tutti ho parlato del primo ottobre e di quello che significa e di quello che può accadere.

Ne ho ricavato un po’ confusione. Alcuni mi hanno detto, credo del tutto giustamente, che gli indipendentisti catalani sono guidati da un centro-destra neoliberale e usano il sentimento indipendentista per consolidare il loro potere. Mi hanno detto che nell’indipendentismo c’è un po’ di leghismo anti-meridionale, c’è l’orgoglio leghista di chi dice: io lavoro e pago le tasse mentre a Siviglia prendono il sole e ballano il flamenco.
Inoltre il mio amico di Podemos mi ha spiegato con grande sottigliezza che Rajoy sta usando questa situazione per recuperare consenso, e impedire una vittoria elettorale di una possibile coalizione futura Podemos-PSOE.
E che la borghesia indipendentista sta cercando lo scontro per potersi presentare come vittima e rafforzare il suo consenso elettorale.
Analisi inconfutabile, eppure…

Eppure come si fa a tollerare l’aggressione in corso? A Huelva e altrove la folla nazionalista accompagna con le bandiere i camion militari che partono verso la Catalogna al grido “A por ellos!” Dategli addosso ai quei catalani.
Sono truppe di occupazione quelle accampate nei parchi cittadini e al porto, in un revival agghiacciante del 1939.
Nella mia memoria risuonano le note di una canzone dei repubblicani di un tempo.

“El esercito del Ebro
rumba la rumba la rumba-mba
esta noche el rio passò
ahy Carmela… ahy Carmela…”


Pericoloso eccesso di memoria? Può darsi, ma è meglio non dimenticare troppo, è meglio non dimenticare come nacque il fascismo in Europa, è meglio non dimenticare che la guerra civile spagnola fu l’inizio della guerra civile europea, che divampò nel 1939, dopo che Barcellona fu piegata dalla falange di Franco e i militanti anarchici e trotzkisti furono giustiziati prima dagli stalinisti poi dalla Falange.
Adesso giunge l’ordine di non avvicinarsi agli edifici pubblici che potrebbero essere usati per votare. Non ci si può avvicinare a più di cento metri dalle scuole o dagli uffici comunali. E’ una provocazione estrema, e giustamente Trapero, il capo dei Mossos de Esquadra, la polizia catalana, ha risposto che non si può eseguire quell’ordine perché sarebbe un modo per scatenare disordini.
Rajoy vuole schiacciare il movimento indipendentista, ma se le truppe riusciranno a disperdere le folle che rivendicano il loro diritto di votare che cosa accadrà dopo?
Questa domanda è ricca di implicazioni. L’aggressione franchista a Barcellona può essere l’inizio della guerra civile europea, che si sta preparando da tempo per effetto della rapina finanziaria, del tradimento delle sinistre e dell’impoverimento dei lavoratori.

Ma potrebbe anche accadere un’altra cosa.

L’indipendentismo ha sfruttato le energie che vengono dal movimento della società, ma ora la dinamica del movimento sociale potrebbe riprendere forza dalla resistenza anti-franchista. Podemos è giustamente esitante perché percepisce l’ambiguità di questo movimento, ma ora è il momento di dirlo con chiarezza: trasformiamo la guerra civile sovranista in movimento per l’autonomia sociale.

Nei prossimi mesi in Francia l’alternativa sarà tra subire l’aggressione nazional-liberista di Macron o travolgerla con un’insurrezione di strada. La strada, non le elezioni (in cui peraltro Macron ha perso contro un astensionismo del 56%) decideranno la storia di Francia.

Dalla Francia verrà l’energia per rovesciare la dittatura finanziara. Barcellona può essere l’innesco di un processo di risveglio dell’autonomia sociale. Come diceva quello: hic Rhodus hic salta.

Il terreno non l’abbiamo scelto noi. E’ scivoloso e irto.
Ma per ora non ce n’è un altro, e forse è un’occasione per calpestare i re.
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Laura Boldrini e noi tutte

13 settembre 2017 ore 11:33 segnala




Il bilancio di un’estate calda e violenta, soprattutto con le donne, non può non interrogarci su colei che è diventata il simbolo e dunque il bersaglio prediletto degli hater nostrani e maschilisti: Laura Boldrini.

Diventata presidente della Camera nel 2013 dopo una carriera a contatto con gli ultimi del pianeta, Boldrini caratterizza il suo mandato con una battaglia importante contro bufale e diffusione di linguaggio dell’odio attraverso i social network, senza mai riuscire a scrollarsi di dosso quello che i detrattori considerano il buonismo degli «amici dei migranti», in pratica quelli che conservano il valore dell’umanità.

Durante questa estate, Laura Boldrini è stata oggetto di una nuova campagna di odio che vedeva sullo stesso fronte giornali di destra, rappresentanti locali di formazioni politiche come la Lega, grillini particolarmente attivi sui social e più in generale hater di ogni risma.

Il livello dello scontro sembra crescere ad ogni tornata, questa volta persino lo stupro è diventato uno strumento sdoganato di punizione, esattamente come la locandina fascista che riemerge dal Ventennio per ricordarci che l’uomo nero e indemoniato è lì pronto e assetato per violentare le donne proprietà dell’uomo bianco.

Laura Boldrini nonostante tutto questo non fa un passo indietro, continua quasi in solitaria la sacrosanta battaglia di civiltà in difesa di valori che sembrano fuori moda o addirittura piccole bandiere sbiadite di una sinistra sempre più debole e confusa. A detta di alcuni un modo per non parlare delle questioni sociali ed economiche su cui è meno netta la distinzione con l’avversario di destra.

Da femminista più che da donna, confesso di aver sentito tanto, troppo silenzio, dal mondo vasto della politica e in modo particolare dalle voci di donna autorevoli che il femminismo ha espresso. Mi sono interrogata su questo silenzio e del perché Laura non fosse quell’una di noi a cui tendere più di una mano, far sentire più di un abbraccio, preservarla per lo svelamento del nesso sessismo/razzismo esploso su di lei, sulla terza Presidente della Camera donna in settant’anni.

Laura è austera? Troppo poco plebeista? È troppo poco femminista o lo è troppo? È andata troppo in giro per il mondo, tanto da conoscere guerre, fame, occhi di bambini troppo spenti? Oppure è troppo impegnata politicamente e questo dà fastidio a tutti quelli che si considerano suoi avversari? O peggio è troppo autonoma dal punto di vista professionale ma anche esistenziale e relazionale?

«Laura Boldrini, piaccia o no, è una donna laica, femminista, gay friendly, tollerante, internazionalista, multilateralista, democratica, libera», scrive Della Vedova, in un pezzo su Il Foglio, in cui chiede di depurare da odio e fake news per poter tornare ad avversarla nelle scelte politiche.

Per chi invece in quegli aggettivi ritrova la propria identità e la propria storia non è forse il momento di darle una mano nella battaglia contro «webeti» e avversari codardi?

Il silenzio di questa estate più allarmante per me è stato questo. Il silenzio del mondo che sento più vicino a me, a noi, a Boldrini. E in generale, trasversalmente, la politica tutta sembra non rendersi conto dello scivolamento nel basso, quello dei bassi istinti, quello dell’odio che genera odio, dell’invidia sociale nemica della giustizia sociale.

E invece noi, femministe storiche o meno, donne di sinistra, autorevoli compagne, dobbiamo essere lì, a difendere Laura per quello che rappresenta, per come ha svolto in questi anni il suo ruolo. Essere lì, nei posti scomodi, nei posti che contano, per provare a metterci di traverso con i nostri corpi.

Non è forse questo ciò che volevamo?

Laura ha messo in mezzo il suo, ha svelato l’inganno: la discriminazione ha la stessa radice, oggi tocca a loro, domani tocca a noi, ieri erano i terroni, oggi sono i migranti, ieri c’era il delitto d’onore, oggi ci sono gli stupri «presunti», le «consenzienti», il «dopo la penetrazione piace a tutte». Perché c’è qualcuno che si sente superiore, che pensa di dover possedere, perché sa che mostrare i muscoli è il modo migliore per coprire la vacuità del cervello.

Laura per fortuna oggi è lì e noi non dobbiamo lasciarla sola. Per lei, ma soprattutto per quelle che verranno dopo, di qualunque schieramento facciano parte.
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« immagine » Il bilancio di un’estate calda e violenta, soprattutto con le donne, non può non interrogarci su colei che è diventata il simbolo e dunque il bersaglio prediletto degli hater nostrani e maschilisti: Laura Boldrini. Diventata presidente della Camera nel 2013 dopo una carriera a con...
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AIUTIAMOLI A CASA LORO

06 settembre 2017 ore 18:58 segnala


Aiutarli a casa loro” per anni è stato lo slogan della destra. Ora è diventato il mantra di quasi tutte le forze politiche da Renzi al M5S. Uno slogan carino da pronunciare, ma che ha come unico obiettivo il tacitare la coscienza di chi lo declama e di chi, compiaciuto, lo ascolta: non siamo cattivi, né egoisti, anzi rispettiamo gli insegnamenti evangelici dell’aiutare il prossimo, solo che decidiamo noi dove e come.

Ma la realtà è ben diversa: nonostante gli accordi internazionali sottoscritti prevedano di destinare all’aiuto pubblico allo sviluppo almeno lo 0,7% del Pil, il nostro Paese nel 2015 ha stanziato solo lo 0,22% del Pil, nel quale sono compresi pure i fondi rimasti sul nostro territorio destinati a gestire il fenomeno migratorio.

1. Vendiamo armi

La principale preoccupazione dei nostri governi è stata quella di incentivare la vendita di armi in Africa. Tra il 2013 e il 2014 è stata organizzata la circumnavigazione dell’Africa della portaerei Cavour, trasformata in un’enorme vetrina delle armi prodotte dalle nostre industrie; per tale missione i vertici militari avevano perfino cercato l’appoggio dei missionari italiani presenti nell’Africa Sub-Sahariana, ricevendone ovviamente un netto diniego come mi è stato personalmente raccontato in un colloquio a lato dell’incontro dei Movimenti popolari organizzato da papa Francesco in Vaticano lo scorso novembre.

Come spesso ricorda Francesco Vignarca, uno dei massimi esperti sul mercato delle armi, i risultati non si sono fatti attendere e nel 2016 sono state autorizzate vendite verso Angola, Congo, Kenia, Sud Africa, Algeria, Marocco, Ciad, Mali, Namibia ed Etiopia facendo carta straccia della legge 185/90 che vieta le armi a Paesi in conflitto e a quelli che non rispettano i diritti umani. Facilitatori in questi accordi sono stati i viaggi nel continente africano della ministra Roberta Pinotti e dello stesso Matteo Renzi.

2. Distruggiamo l’agricoltura locale

Mentre si vendono le armi si distrugge l’agricoltura dei Paesi Sub- Sahariani.

La distruzione di una parte importante dell’agricoltura sub sahariana è diretta conseguenza degli accordi di Partenariato economico (Epa) che l’Ue, in accordo con l’Organizzazione mondiale del commercio, ha imposto all’Africa Subsahariana. Gli obiettivi degli Epa sono: rimozione delle barriere tariffarie, difesa degli investimenti delle imprese estere, liberalizzazione del settore dei servizi, protezione dei diritti di proprietà intellettuale.

Ancor prima che gli Epa entrassero in vigore, il Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (l’Undp), aveva ammonito l’Ue che tali accordi avrebbero provocato il crollo del Pil delle nazioni africane (in parte significativa sostenuto dai dazi doganali) e il collasso di ampi settori dell’agricoltura africana non in grado di competere con le grandi multinazionali europee sostenute dai sussidi che ogni anno la Commissione europea elargisce loro.

Tutto ciò si è drammaticamente realizzato e i mercati delle grandi metropoli africane, a cominciare da Nairobi, sono invasi da prodotti agricoli europei. Decine di migliaia di contadini sono così rimasti senza lavoro, costretti ad abbandonare la terra.

3. Ci impadroniamo delle loro terre

Contemporaneamente, nell’Africa Sub Sahariana e non solo, si è sviluppato il fenomeno del land grabbing, l’accaparramento delle terre fertili da parte di grandi multinazionali o di Stati quali la Cina. Al 2015, considerando solo gli accordi stipulati dopo il 2000 – e solo quelli relativi ad appezzamenti di terra superiori ai 200/ettari (ha) e con un acquirente finale internazionale – erano oltre 44 milioni gli ettari oggetto di land grabbing. Di questi 44 milioni di ettari circa il 50% sono collocati in Africa. Di questi, solo l’8% è rimasto destinato totalmente a colture alimentari; il restante 82% è destinato, almeno in parte, ad altro, ad esempio alla produzione di biocarburanti eccetera.

Le industrie italiane partecipano al fenomeno del land grabbing per un totale di 1.000.000/ha quasi tutti in Africa.

Il fenomeno del land grabbing quindi produce: espropriazione delle terre, cacciata dei contadini e delle loro famiglie, sostituzione della produzione di cibo fino ad ora destinato al consumo locale con prodotti non finalizzati all’alimentazione umana e con produzioni agricole fondate su monoculture destinate a mercati globali, lontani dalle zone di coltivazione.

Ne consegue un grave impoverimento delle popolazioni ivi residenti, abbandono della propria regione con fenomeni migratori inizialmente interni al proprio Paese e in seguito con migrazioni internazionali rivolte verso il Mediterraneo.

4. Follia e ignoranza preparano la tragedia

Potrei dilungarmi sull’accaparramento delle ricchezze del sottosuolo, fenomeno alla base di molte delle guerre per procura oggi in atto nel continente africano. E’ sufficiente ricordare il conflitto che in Congo in vent’anni ha prodotto milioni di morti. Una guerra che ha le sue ragioni nelle ricchezze del Paese: coltan e cassiterite stanno alla base dell’industria hightech mondiale. Un esempio di come evolve il colonialismo nell’era della globalizzazione.

Ecco come “li stiamo aiutando a casa loro”. Nessuno, fra i tanti leader politici che quotidianamente ripetono in modo ossessivo tale slogan, ha mai avanzato proposte precise sui temi qui indicati. Ammesso che sappiano di cosa si sta parlando.

Il fenomeno delle migrazioni è strutturale e trova le proprie ragioni nell’enorme divario della distribuzione della ricchezza e nelle feroci politiche di saccheggio.

O si ha il coraggio di intervenire con trasformazioni radicali che modifichino in profondità le attuali politiche, oppure andremo incontro nel prossimo futuro ad una tragedia collettiva di dimensioni inimmaginabili.

di Vittorio Agnoletto | 6 settembre 2017
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