Pasqua a Gaza , i palestinesi massacrati

03 aprile 2018 ore 14:52 segnala


Non una manifestazione di Hamas, come ipocritamente sostiene Israele, ma della gente comune di Gaza, dei suoi giovani, dei contadini; i palestinesi hanno sempre manifestato in occasione del “giorno della terra”, rivendicando il diritto di tornare alle loro terre, di coltivarla, di accedervi. Ogni anno, in questa occasione, qualcuno si inventa qualche mezzo creativo per qualche azione di protesta: tipicamente piantare nuovi ulivi nella “buffer zone” o provare ad accedere – per un giorno – ai campi loro sottratti con la forza militare, per coltivarli in una sorta di intervento lampo. Quest’anno, per il settantesimo anniversario della Nakba (la tragedia palestinese che coincide con il giorno dell’indipendenza di Israele nel 1948) erano state annunciate manifestazioni di protesta per 45 giorni, che sarebbero dovute culminare appunto il 15 maggio nelle celebrazioni della Nakba.

Già giorni prima della manifestazione di Gaza gli ufficiali israeliani avevano ripetutamente minacciato di ricorrere alla forza letale. Distorcendo le proteste per farle apparire immensi rischi per la sicurezza di Israele, evocando presunti scopi terroristici, e riferendosi a Gaza come “combat zone”, gli ufficiali israeliani hanno consapevolmente spianato la strada per l’uso della violenza sproporzionata e indiscriminata da parte dei militari.

Già da giorni si era capito che sarebbe stato un massacro , nonostante gli organizzatori a Gaza avessero assicurato da parte loro che la protesta non sarebbe degenerata in violenza ; Israele aveva preventivamente alzato la tensione ai massimi livelli dando ai soldati, inclusi un centinaio di cecchini schierati al confine, l’ordine di uccidere chiunque si avvicinasse, anche disarmato, anche senza alcun pericolo, come ben mostrano alcuni video.

Gli eventi di venerdì scorso sono particolarmente scioccanti ma è da molto che Israele ha adottato una policy illegittima e criminale di “shoot to kill” chiunque si avvicini al muro. Solo lo scorso dicembre ben otto palestinesi sono stati uccisi così a Gaza senza che rappresentassero una minaccia, solo perché protestavano vicino al confine.

Nel denunciare a caldo l’uccisione di manifestanti disarmati Ayman Odeh, membro del Parlamento israeliano e presidente della coalizione per la minoranza araba in Israele, ha detto: “Nel giorno della festa ebraica della libertà, gli abitanti della più grande prigione al mondo stanno chiedendo di vivere. Uomini donne e bambini, residenti di Gaza, stanno marciando per chiedere la loro libertà, sfidando indifferenza e crudeltà. Dalla prospettiva di Israele non esiste alcuna forma legittima di protesta palestinese. Persino un tale modello di lotta popolare non violenta è repressa da soldati che non esitano a sparare contro manifestanti disarmati. Israele deve immediatamente cessare la sparatoria e permettere ai residenti di Gaza si portare avanti la loro giusta e legittima protesta.”

Il diritto al ritorno. Un’utopia ormai. Il diritto alla vita e alla dignità umana. Cancellati, calpestati. Neanche il diritto di manifestare e protestare è concesso ai Palestinesi. Israele è ben consapevole che la lotta per la liberazione di un popolo oppresso passa anche da questi momenti di protesta. Ma la domanda è: il resto del mondo che intenzioni ha? Dove sono i bei principi di cui ci siamo, proprio nel 1948, fregiati?

Da Ilfattoquotidiano del 3 aprile 2018
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« immagine » Non una manifestazione di Hamas, come ipocritamente sostiene Israele, ma della gente comune di Gaza, dei suoi giovani, dei contadini; i palestinesi hanno sempre manifestato in occasione del “giorno della terra”, rivendicando il diritto di tornare alle loro terre, di coltivarla, di ac...
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–Elenco Risoluzioni ONU VIOLATE da ISRAELE 6

01 aprile 2018 ore 21:00 segnala


– Risoluzione 641 (1989): continua a deplorare la deportazione israeliana dei palestinesi;
– Risoluzione 672 (1990): condanna Israele per le violenze contro i Palestinesi a Haram Al-Sharif/Temple Monte;
– Risoluzione 673 (1990): deplora il rifiuto israeliano a cooperare con le Nazioni Unite; – Risoluzione 681 (1990): deplora la ripresa israeliana della deportazione dei palestinesi;
– Risoluzione 694 (1991): si rammarica della deportazione dei palestinesi e chiede ad Israele di garantire la loro sicurezza e il ritorno immediato;
– Risoluzione 726 (1992): condanna fermamente la deportazione dei palestinesi ad opera di Israele;
– Risoluzione 799 (1992): condanna fermamente la deportazione di 413 palestinesi e chiede ad Israele il loro immediato ritorno;
– Risoluzione 1397 (2002): afferma una visione di una regione in cui due Stati, Israele e Palestina, vivono fianco a fianco all’interno di frontiere sicure e riconosciute;
– La risoluzione dell’Assemblea generale ES-10/15 (2004): dichiara che il muro costruito all’interno dei territori occupati è contrario al diritto internazionale e chiede a Israele di demolirlo.
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« immagine » – Risoluzione 641 (1989): continua a deplorare la deportazione israeliana dei palestinesi; – Risoluzione 672 (1990): condanna Israele per le violenze contro i Palestinesi a Haram Al-Sharif/Temple Monte; – Risoluzione 673 (1990): deplora il rifiuto israeliano a cooperare con le Nazi...
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–Elenco Risoluzioni ONU VIOLATE da ISRAELE 5

01 aprile 2018 ore 20:54 segnala


– Risoluzione 515 (1982): chiede ad Israele di allentare l’assedio di Beirut e di consentire l’ingresso di approvvigionamenti alimentari;
– Risoluzione 517 (1982): censura Israele per non obbedire alle risoluzioni ONU e gli chiede di ritirare le sue forze dal Libano;
– Risoluzione 518 (1982): chiede che Israele cooperi pienamente con le forze delle Nazioni Unite in Libano;
– Risoluzione 520 (1982): condanna l’attacco di Israele a Beirut Ovest;
– Risoluzione 573 (1985): condanna vigorosamente Israele per i bombardamenti in Tunisia durante l’attacco alla sede dell’OLP;
– Risoluzione 587 (1986): prende atto della precedente richiesta a Israele di ritirare le sue forze dal Libano ed esorta tutte le parti a ritirarsi;
– Risoluzione 592 (1986): deplora vivamente l’uccisione di studenti palestinesi all’università di Bir Zeit ad opera di truppe israeliane;
– Risoluzione 605 (1987): deplora vivamente le politiche e le prassi israeliane che negano i diritti umani dei palestinesi;
– Risoluzione 607 (1988): chiede ad Israele di non espellere i palestinesi e di rispettare la Quarta Convenzione di Ginevra;
– Risoluzione 608 (1988): si rammarica profondamente del fatto che Israele ha sfidato le Nazioni Unite e deportato civili palestinesi;
– Risoluzione 636 (1989): si rammarica profondamente della deportazione di civili palestinesi ad opera di Israele;

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« immagine » – Risoluzione 515 (1982): chiede ad Israele di allentare l’assedio di Beirut e di consentire l’ingresso di approvvigionamenti alimentari; – Risoluzione 517 (1982): censura Israele per non obbedire alle risoluzioni ONU e gli chiede di ritirare le sue forze dal Libano; – Risoluzione ...
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–Elenco Risoluzioni ONU VIOLATE da ISRAELE 4

01 aprile 2018 ore 20:50 segnala


– Risoluzione 468 (1980): chiede a Israele di annullare le espulsioni illegali di due sindaci palestinesi e di un giudice, e di facilitare il loro rientro;
– Risoluzione 469 (1980): deplora vivamente la mancata osservanza da parte di Israele dell’ordine del Consiglio di non deportare i palestinesi;
– Risoluzione 471 (1980): esprime profonda preoccupazione per il mancato rispetto della Quarta Convenzione di Ginevra da parte di Israele;
– Risoluzione 476 (1980): ribadisce che la richiesta di Gerusalemme da parte di Israele è nulla;
– Risoluzione 478 (1980): censura Israele, nei termini più energici, per la sua pretesa di porre Gerusalemme sotto la propria legge fondamentale;
– Risoluzione 484 (1980): dichiara imperativamente che Israele rilasci i due sindaci palestinesi deportati;
– Risoluzione 487 (1981): condanna con forza Israele per il suo attacco contro l’impianto per la produzione di energia nucleare in Iraq;
– Risoluzione 497 (1981): dichiara che l’annessione israeliana del Golan siriano è nulla e chiede che Israele revochi immediatamente la sua decisione;
– Risoluzione 498 (1981): chiede a Israele di ritirarsi dal Libano;
– Risoluzione 501 (1982): chiede a Israele di fermare gli attacchi contro il Libano e di ritirare le sue truppe;
– Risoluzione 509 (1982): chiede ad Israele di ritirare immediatamente e incondizionatamente le sue forze dal Libano;
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« immagine » – Risoluzione 468 (1980): chiede a Israele di annullare le espulsioni illegali di due sindaci palestinesi e di un giudice, e di facilitare il loro rientro; – Risoluzione 469 (1980): deplora vivamente la mancata osservanza da parte di Israele dell’ordine del Consiglio di non deportar...
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–Elenco Risoluzioni ONU VIOLATE da ISRAELE 3

01 aprile 2018 ore 20:47 segnala


– Risoluzione 332 (1973): condanna di Israele ripetuti attacchi contro il Libano;
– Risoluzione 337 (1973): condanna Israele per aver violato la sovranità del Libano;
– Risoluzione 347 (1974): condanna gli attacchi israeliani sul Libano;
– Assemblea Generale risoluzione 3236 (1974): sancisce i diritti inalienabili del popolo palestinese in Palestina all’autodeterminazione senza interferenze esterne, all’indipendenza e alla sovranità nazionale;
– Risoluzione 425 (1978): chiede a Israele di ritirare le sue forze dal Libano;
– Risoluzione 427 (1978): chiede a Israele di completare il suo ritiro dal Libano;
– Risoluzione 444 (1979): si rammarica della mancanza di cooperazione con le forze di pace delle Nazioni Unite da parte di Israele;
– Risoluzione 446 (1979): stabilisce che gli insediamenti israeliani sono un grave ostacolo per la pace e chiede a Israele di rispettare la Quarta Convenzione di Ginevra;
– Risoluzione 450 (1979): chiede a Israele di smettere di attaccare il Libano;
– Risoluzione 452 (1979): chiede a Israele di cessare la costruzione di insediamenti nei territori occupati;
– Risoluzione 465 (1980): deplora gli insediamenti di Israele e chiede a tutti gli Stati membri di non dare assistenza agli insediamenti in programma;
– Risoluzione 467 (1980): deplora vivamente l’intervento militare di Israele in Libano;

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« immagine » – Risoluzione 332 (1973): condanna di Israele ripetuti attacchi contro il Libano; – Risoluzione 337 (1973): condanna Israele per aver violato la sovranità del Libano; – Risoluzione 347 (1974): condanna gli attacchi israeliani sul Libano; – Assemblea Generale risoluzione 3236 (1974...
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–Elenco Risoluzioni ONU VIOLATE da ISRAELE 2

01 aprile 2018 ore 20:43 segnala


– Risoluzione 256 (1968): condanna del raid israeliano sulla Giordania e delle palesi violazioni del diritto internazionale;
– Risoluzione 259 (1968): deplora il rifiuto di Israele di accettare la missione delle Nazioni Unite per valutare l’occupazione dei territori;
– Risoluzione 262 (1968): condanna Israele per l’attacco sull’aeroporto di Beirut; – - -Risoluzione 265 (1969): condanna Israele per gli attacchi aerei di Salt in Giordania; – - Risoluzione 267 (1969): censura Israele per gli atti amministrativi atti a modificare lo status di Gerusalemme;
– Risoluzione 270 (1969): condanna Israele per gli attacchi aerei sui villaggi nel sud del Libano;
– Risoluzione 271 (1969): condanna Israele per la mancata esecuzione delle risoluzioni delle Nazioni Unite su Gerusalemme;
– Risoluzione 279 (1970): chiede il ritiro delle forze israeliane dal Libano; – Risoluzione 280 (1970): condanna gli attacchi israeliani contro il Libano; -Risoluzione 285 (1970): richiesta dell’immediato ritiro israeliano dal Libano; – Risoluzione 298 (1971): deplora il cambiamento dello status di Gerusalemme ad opera di Israele;
– Risoluzione 313 (1972): chiede ad Israele di fermare gli attacchi contro il Libano; – Risoluzione 316 (1972): condanna Israele per i ripetuti attacchi sul Libano;
– Risoluzione 317 (1972): deplora il rifiuto di Israele di ritirarsi dagli attacchi;

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« immagine » – Risoluzione 256 (1968): condanna del raid israeliano sulla Giordania e delle palesi violazioni del diritto internazionale; – Risoluzione 259 (1968): deplora il rifiuto di Israele di accettare la missione delle Nazioni Unite per valutare l’occupazione dei territori; – Risoluzione ...
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–Elenco Risoluzioni ONU VIOLATE da ISRAELE

01 aprile 2018 ore 20:39 segnala


Assemblea Generale risoluzione 194 (1947): profughi palestinesi hanno il diritto di tornare alle loro case in Israele;
– Risoluzione 106 (1955): Condanna Israele per l’attacco a Gaza;
– Risoluzione 111 (1956): condanna Israele per l’attacco alla Siria, che ha ucciso cinquanta-sei persone;
– Risoluzione 127 (1958): raccomanda a Israele di sospendere la sua zona “no man” (di nessuno) a Gerusalemme;
– Risoluzione 162 (1961): chiede a Israele di rispettare le decisioni delle Nazioni Unite;
– Risoluzione 171 (1962): indica brutali violazioni del diritto internazionale da parte di Israele nel suo attacco alla Siria;
– Risoluzione 228 (1966): censura Israele per il suo attacco a Samu in Cisgiordania, allora sotto il controllo giordano;
– Risoluzione 237 (1967): chiede con urgenza a Israele di consentire il ritorno dei profughi palestinesi;
– Risoluzione 242 (1967): l’occupazione israeliana della Palestina è illegale;
– Risoluzione 248 (1968): condanna Israele per il suo attacco massiccio su Karameh in Giordania;
– Risoluzione 250 (1968): chiede a Israele di astenersi dal dispiegamento militare (parata) a Gerusalemme;
– Risoluzione 251 (1968): deplora profondamente il dispiegamento militare (parata) israeliano a Gerusalemme, in spregio della risoluzione 250;
– Risoluzione 252 (1968): dichiara nulli gli atti di Israele volti a unificare Gerusalemme come capitale ebraica;

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« immagine » Assemblea Generale risoluzione 194 (1947): profughi palestinesi hanno il diritto di tornare alle loro case in Israele; – Risoluzione 106 (1955): Condanna Israele per l’attacco a Gaza; – Risoluzione 111 (1956): condanna Israele per l’attacco alla Siria, che ha ucciso cinquanta-sei p...
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Reato di solidarietà

23 marzo 2018 ore 13:01 segnala



Roberto Saviano
21 h
·

È un post lungo questo, ma di solidarietà e migranti mi rifiuto di scrivere in tre righe. Non sono un politico, non devo vincere l’attenzione e il consenso di molti, ma sono uno scrittore e mi interessa convincere chi ritiene di poter trovare il tempo per leggere tutto, fino in fondo.

Non permetteremo che si istituisca il reato di solidarietà. L’imbarcazione della Ong Proactiva Open Arms ha salvato, nei giorni scorsi, 218 migranti. Li ha salvati in acque internazionali e non solo dal mare, ma soprattutto da torture, stupri e violenze documentate dall’Onu, perpetrate dalla guardia costiera libica nei lager libici, costruiti con finanziamenti italiani. Le Ong vanno eliminate per un solo motivo: sono testimoni scomodi di violenze di cui l’Italia è corresponsabile. Ma l’Italia non è solo accordi con la Libia e codici di condotta capestri, l’Italia è per fortuna anche altro: l’Italia ha accolto a Pozzallo i 218 migranti salvati dall’Open Arms restituendo umanità a tutta l’Europa. Noi siamo anche e soprattutto questo: maestri di umanità. Ma la nostra politica deve capire che la sfida non è mandare a morire centinaia di migliaia di persone ed eliminare i testimoni che possano raccontare queste morti e queste torture, la sfida è accogliere e integrare, la sfida è ammettere (fuori da ogni ridicola campagna elettorale) che l’immigrazione ci serve e ci salva. Perché #SalvandoCiSalviamo

Una cortesia: se davvero credete che l’Italia abbia interesse ad aiutarli a casa loro, monitorate i paesi a cui vendiamo armi, per rendervi conto che esportiamo instabilità più che democrazia e il politico che vi dice “aiutiamoli a casa loro” è un imbroglione.
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« immagine » Roberto Saviano 21 h · È un post lungo questo, ma di solidarietà e migranti mi rifiuto di scrivere in tre righe. Non sono un politico, non devo vincere l’attenzione e il consenso di molti, ma sono uno scrittore e mi interessa convincere chi ritiene di poter trovare il tempo per le...
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la sinistra, una casa abbandonata e in rovina

10 marzo 2018 ore 01:11 segnala


Da Il manifesto.it del 10 marzo di Marco Revelli

L’Italia del day after non ce la dicono i numeri, le tabelle dei voti. Ce la dicono le mappe, ce la dicono i colori. Ed è un’Italia irriconoscibile, quasi tutta blu nel centro nord, tutta gialla nel centro sud. Verrebbe da dire: l’Italia di Visegrad e l’Italia di Masaniello.

L’Italia di sopra allineata con l’Europa del margine orientale, l’Europa avara che contesta l’eccesso di accoglienza e coltiva il timore di tornare indietro difendendo col coltello tra i denti le proprie piccole cose di pessimo gusto: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, passando per il corridoio austriaco…

L’Italia di sotto piegata nel suo malessere da abbandono mediterraneo, nella consapevolezza disperante del fallimento di tutte le proprie classi dirigenti, e in tumultuoso movimento processionale nella speranza di un intervento provvidenziale (un novum, qualcuno che al potere non c’è finora stato mai) che la salvi dall’inferno.

L’una attirata dal flauto magico della flat tax, l’altra da quello del reddito di cittadinanza.

In mezzo il nulla, o quasi: una sottile fascia, slabbrata, colorata di rosso nei territori in cui era radicato il nucleo forte dell’insediamento elettorale della sinistra, e che ora appare in progressiva disgregazione, con i margini che già cambiano.

Bisognerà ben dircelo una buona volta fuori dai denti, se non altro per mantenere il rispetto intellettuale di noi stessi: in questa nuova Italia bicolore la sinistra non c’è più. Non ha più spazio come presenza popolare, come corpo sociale culturalmente connotato, neppure come linguaggio e modo di sentire comune e collettivo. Persino come parola. La sua identità politica, un tempo tendenzialmente egemonica, non ha più corso legale. L’acqua in cui eravamo abituati a nuotare da sempre è defluita lontano – molto lontano – e noi ce ne stiamo qui, abbandonati sulla sabbia come ossi di seppia. Disseccati e spogli.

NON È UNA «SCONFITTA storica», come quella del ’48 quando il Fronte popolare fu messo sotto dalla Dc atlantista e degasperiana, ma non uscì di scena. È piuttosto un «esodo». Allora il giorno dopo, come dice Luciana Castellina, si poté ritornare al lavoro e alla lotta, perché quell’esercito era stato battuto in battaglia ma c’era, aveva un corpo, messo in minoranza ma consistente, e nelle fabbriche gli operai comunisti ritornavano a tessere la propria tela come pesci nell’acqua, appunto.

Oggi no: la sinistra del 2018 (se ha ancora un senso chiamarla così) non è stata messa sotto da nessuno. Non è stata selezionata come avversario da battere da nessuno degli altri contendenti. Se n’è andata da sé. O quantomeno si è messa di lato. Gli elettori si sono limitati a sfilarle accanto per andare altrove. Come si lascia una casa in rovina. Ha ragione Roberto Saviano quando dice che i blu e i gialli hanno potuto occupare tutto lo spazio perché dall’altra parte non c’era più nulla. Da questo punto di vista questo esito elettorale almeno un merito ce l’ha: ci mette di fronte a un dato di verità. E a un paio di constatazioni scomode: che l’«onda nera» non era affatto illusoria, è stata veicolata al nord da Salvini, ed è stata neutralizzata al sud dai 5Stelle (come fece a suo tempo la Dc).

D’ALTRA PARTE un tratto di verità ci viene consegnato anche dalla catastrofica esperienza del quadriennio renziano. L’opera devastante di «Mister Catastrofe», come felicemente lo chiama Asor Rosa, costituisce un ottimo experimentum crucis. Utilissimo – a volerlo utilizzare per quello che è: una sorta di vivisezione senza anestesia – per indagare che cosa sia diventato il Pd a dieci anni dalla sua nascita, ma anche cosa rimanga delle sue identità pregresse, delle culture politiche che plasmarono il suo background novecentesco, dell’antropologia dei suoi quadri e dei suoi membri, del suo radicamento sociale, del grado di tenuta o viceversa di evaporazione dei riferimenti nel set di tradizioni che definiscono ogni comunità. Matteo Renzi, nella sua breve ma tumultuosa (quasi isterica) esperienza da leader nazionale ha stressato il proprio partito in ogni sua fibra, ne ha rovesciato (e irriso) tutti i valori, ha umiliato persone e idee che di quella tradizione avessero anche una minima traccia, ha rovesciato di 180 gradi l’asse dei riferimenti sociali (gli operai di Mirafiori sostituiti da Marchionne), ha provocato a colpi di fiducia l’approvazione di leggi impopolari e antipopolari, ha rieducato alla retorica e alla menzogna una comunità che aveva fatto del rigore intellettuale un mito se non una pratica effettiva, ha cancellato ogni traccia di «diversità berlingueriana» dando voce al desiderio smodato di «essere come tutti», di coltivare affari e cerchi magici, erigendo a modelli antropologici i De Luca delle fritture di pesce e i padri etruschi dei crediti facili agli amici… Ora, con tutto questo, ci si sarebbe potuto aspettare che, se di quella tradizione fosse rimasto qualcosa, se un qualche corpo collettivo di «sinistra storica» fosse rimasto dentro quelle mura, si sarebbe fatto sentire (“se non ora, quando”, appunto). Tanto più dopo il compimento del gran passo – del rito sacrificale – della scissione. Un esodo di massa, al seguito del quadro dirigente che avevano seguito fino al 2013.

INVECE NIENTE: fuori da quelle mura è uscito un fiume di disgustati, ma è filtrato appena un esile rivolo, una minuscola «base» al seguito di un pletorico gruppo dirigente. Il 3 e rotti percento di Liberi ed Eguali misura le dimensioni di uno spazio residuale. Non annuncia – e lo dico con rammarico e rispetto per chi ci ha creduto – nessun nuovo inizio, ma piuttosto un’estenuazione e tendenzialmente una fine. Dice che non c’è resilienza, in quello che fu nel passato il veicolo delle speranze popolari. Né l’esperienza pur generosa (per lo meno nella sua componente giovanile) di Potere al popolo – purtroppo sfregiata dal pessimo spettacolo in diretta la sera dei risultati con i festeggiamenti mentre si compiva una tragedia politica nazionale -, può tracciare un possibile percorso alternativo: il suo risultato frazionale, sotto la soglia minima di visibilità, ci dice che neppure l’uso di un linguaggio mimetico con quello «populista» aiuta a superare l’abissale deficit di credibilità di tutto ciò che appare riesumare miti, riti, bandiere travolte, a torto o a ragione, dal maelstrom che ci trascina.

SI DISCUTERÀ A LUNGO degli errori compiuti, che pure ci sono stati: delle candidature sbagliate (come si fa a scegliere come frontman il presidente del Senato in un’Italia che odia tutto ciò che è istituzionale e puzza di ceto politico?). Delle modalità di costruzione della proposta politica, assemblata in modo meccanico. Della compromissioni di molti con un ciclo politico segnato da scelte impopolari. Tutto vero. Ma non basta. La caduta della sinistra italiana tutta intera s’inquadra in un ciclo generale che vedo la tendenziale e apparentemente irreversibile dissoluzione delle famiglie del socialismo europeo, e con esse l’uscita di scena della categoria stessa di “centro-sinistra”, inutilizzabile per anacronismo.

PER QUESTO NON BASTA fare. Occorre pensare e ripensare. Guardare le cose per come sono e non per come vorremmo che fossero. Misurare i nostri fallimenti. Costruire strumenti di analisi più adeguati. Perché questo mondo che non riconosciamo, non ci riconosce più… Come il Montale del 1925 (millenovecentoventicinque!) mi sentirei di dire: «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato | l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco | lo dichiari e risplenda come un croco | perduto in mezzo a un polveroso prato», per concludere, appunto, con il poeta, che questo solo sappiamo «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».
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« immagine » Da Il manifesto.it del 10 marzo di Marco Revelli L’Italia del day after non ce la dicono i numeri, le tabelle dei voti. Ce la dicono le mappe, ce la dicono i colori. Ed è un’Italia irriconoscibile, quasi tutta blu nel centro nord, tutta gialla nel centro sud. Verrebbe da dire: l’Ita...
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Nevica, governo ladro!

27 febbraio 2018 ore 22:51 segnala


La neve di di Roma ferma i treni. Pochi centimetri e tutti gli aghi degli scambi vanno in blocco perché gli apparati di riscadamento, le “scaldiglie”, non funzionano, ammesso che davvero ci siano. Anche la linea elettrica ha problemi e anche su molti dei treni ad alta velocità pare ci siano guasti. Insomma un disastro e la circolazione ferroviaria si ferma, da Reggio Calabria a Torino un treno arriva addirittura con 29 ore di ritardo. E dopo una giornata il caos ancora continua.

Guardate fuori, vedete metri di neve, tempeste siberiane, glaciazioni epocali? No, una spolverata di neve ed un po’ di freddo. Le Ferrovie dello Stato di quarant’anni fa, con il loro personale di manutenzione diffuso sulle linee e nelle stazioni e con la loro più arretrata, ma più controllata e meglio gestita tecnologia, non avrebbero avuto certo questi problemi.

Poi le ferrovie sono state spezzettate in tante aziende, chi gestisce binari e stazioni non fa viaggiare i treni, quelli merci sono di un’azienda e quelli passeggeri di un altra e tra breve le frecce saranno di un’altra ancora, quotata in Borsa. L’Unione Europea a sua volta ha spinto per la cosiddetta liberalizzazione ferroviaria. Così, anche se formalmente ancora in mano statale, queste aziende sono state tutte gestite con logica privatistica e non di servizio pubblico. Quindi sono stati più che dimezzati i lavoratori mentre si sono moltiplicati a dismisura i manager, strapagati.

I lavori di controllo, manutenzione e riparazione che rendevano le ferrovie italiane tra le più sicure del mondo sono finiti in appalto e subappalto, spesso con la clausola criminale del massimo ribasso. Sfruttamento e rischio sono diventati normali per chi lavora in questa aziende che dovrebbero garantire il buon funzionamento delle ferrovie.

E poi le spese folli per trasformare le grandi stazioni in colossali centri commerciali, anche qui in attesa di venderle a qualche multinazionale dei supermercati. Così a Termini mentre aspettate invano di partire potete vedere tutte le vetrine alla moda. E infine i soldi buttati sul TAV Torino Lione e su altre Grandi Opere inutili e dannose.

Ora lo stesso governo ammette. anche se a denti stretti, che le previsioni di traffico sulla ferrovia i cui lavori stanno devastando la Valle Susa, quelle previsioni sono sbagliate. Ma i lavori andranno avanti, una montagna di miliardi buttata per far risparmiare qualche minuto a pochi treni al giorno.

Ecco, questo conto bisognerebbe fare. Nel paese dove tutti i governi sono stati fanatici finanziatori dell’alta velocità, la velocità reale media di tutti treni, regionali e frecce assieme, è probabilmente in calo. La somma di privatizzazioni con Grandi Opere utili solo a chi le fa, ha prodotto disastri ovunque, nelle ferrovie in particolare. Come in Gran Bretagna, il paese con le migliori ferrovie del mondo prima che la Thatcher le spezzettasse e privatizzasse. Ora in quel paese non solo Corbyn, ma la grande maggioranza dei cittadini vuole e il ritorno alle ferrovie di stato.

Tra qualche giorno il traffico ferroviario ripartirà, i mass media riprenderanno ad esaltare privatizzazioni ed alta velocità e centrosinistra e centrodestra pure. Fino al prossimo disastro. Solidarietà e ammirazione per tutti i ferrovieri che, nonostante chi li dirige, fanno l’impossibile per far funzionare il servizio ferroviario.

Nevica, governo ladro!
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27/02/2018 22:51:34
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