L'America e Trump

14 novembre 2016 ore 11:10 segnala


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i Loris Campetti (il Manifesto di Bologna)

Che succede quando le forze che si dicono progressiste sposano il capitale e la finanza e i ceti più colpiti dalla globalizzazione neoliberista si sentono – e sono – cornuti e mazziati? In una stagione in cui la tendenza alla guerra prevale sulla tendenza alla rivoluzione, per parafrasare un vecchio saggio orientale, e la sinistra non dissolta nel pensiero unico non è in grado di offrire un’alternativa, la guerra che prevale sulla rivoluzione è quella tra poveri. E a vincere sono sempre i ricchi che cambiata la casacca avanzano inneggiando al nazionalismo etnicamente puro, scatenando i penultimi contro gli ultimi, i bianchi contro i “colorati”, gli indigeni contro i migranti, i giovani contro gli adulti, i maschi contro le femmine. Protezionismo e muri. Brexit e voto Usa dovrebbero insegnarci qualcosa. E far dormire notti agitate a Matteo Renzi.

Che dovrebbe fare una sinistra, qualora esistesse, se gli immigrati vengono usati dal capitale come esercito del lavoro di riserva, se il sentimento prevalente tra i lavoratori o aspiranti lavoratori è la paura del futuro e verso il diverso, mista alla rabbia contro il potere e la politica? Se il lavoro viene portato dove le persone che lavorano hanno meno salario e diritti, più orario, e dunque più “competitività” nell’ipermercato delle braccia? Se la lotta di classe da verticale diventa orizzontale, se la competizione prevale sulla solidarietà?

Le parole, le promesse, servono a poco in assenza di un progetto alternativo chiaro e semplice e non convincono i ceti sociali abbandonati e traditi. Bisognerebbe tagliare le ali all’ideologia della competizione ricominciando a percorrere la strada dei diritti e dell’uguaglianza, del lavoro rispettato e dei lavoratori attrezzati con uno zainetto pieno di diritti non negoziabili che ne tutelino dignità e futuro. Certo, a governare il mercato del lavoro dovrebbe essere il pubblico e non i caporali, i call center, le agenzie di affitto e subaffitto degli essere umani.

Salari minimi contro il dumping sociale, in Italia come negli Usa, in Cina come in Svizzera. Cambiare il verso della storia non è semplice, anzi è un’opera titanica. Ma chiunque abbia in mente un altro mondo possibile, non può che ripartire dall’eguaglianza. Chiunque abbia in mente una sinistra, non può che ripartire dal lavoro, camminando insieme a chi per vivere ha bisogno di lavorare e lasciando ad altri la rappresentanza di broker, speculatori ed evasori.

Il fossato che il neoliberismo ha scavato tra cittadini e politica, il primato dell’economia, la prevalenza del mercato sui diritti stanno inferendo colpi pesanti ai vari establishment, ieri in Gran Bretagna, oggi negli Stati uniti e domani, forse, in Italia. Se a cavalcare la rabbia popolare è la destra populista o il populismo tout court, la ragione va cercata nella mutazione genetica delle sinistre mondiali che nella loro metamorfosi hanno perso la ragione sociale.

Le elezioni americane come l’antieuropeismo inglese dicono che è una bufala l’idea che per vincere bisogna convergere al centro, in un centro sempre più intasato di poteri forti e post-ideologie e sempre più vuoto di cittadini. Vallo spiegare a Renzi che abbraccia Alfano e Verdini e taglia ogni ponte con la sinistra, chiamiamola così per semplicità. Verdini non è “aggiuntivo”, è “sostitutivo”. Gli applausi dei potenti della terra, da Merkel a Obama, non è detto che paghino nell’urna, e aggiungiamo che le agenzie di rating sono numericamente meno consistenti degli operai metalmeccanici. Per farglielo capire, al sindaco d’Italia, e toglierselo dai piedi ci vorrebbe uno scossone.

Ma chi l’ha detto che con Sanders i democratici avrebbero perso perché sarebbe troppo di sinistra? In realtà Sanders avrebbe rappresentato un’alternativa vera alle lobbies di Wall Street coinvolgendo i giovani, quei giovani che non hanno votato per Hillary Clinton. Prendersela con loro sarebbe la risposta più stupida
.
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« immagine » di Loris Campetti (il Manifesto di Bologna) Che succede quando le forze che si dicono progressiste sposano il capitale e la finanza e i ceti più colpiti dalla globalizzazione neoliberista si sentono – e sono – cornuti e mazziati? In una stagione in cui la tendenza alla guerra preva...
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Shimon Peres dal punto di vista delle sue vittime

10 ottobre 2016 ore 10:46 segnala
Il verdetto sulla sua vita è molto chiaro ed è già stato pronunciato dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama: Peres è stato un uomo che ha cambiato il corso della storia nella sua incessante ricerca della pace in Medio Oriente.

La mia ipotesi è che ben pochi dei necrologi esamineranno la vita e le attività di Peres dal punto di vista delle vittime del sionismo e di Israele.

Ha occupato molti posti in politica, posti che hanno avuto un impatto enorme sui palestinesi ovunque questi si trovassero. E' stato direttore generale del ministero della Difesa israeliano, ministro della Difesa, ministro dello sviluppo della Galilea e del Negev (Naqab), Primo ministro e Presidente.

In tutti questi ruoli, le decisioni prese e le politiche perseguite hanno contribuito alla distruzione del popolo palestinese e nulla ha fatto per far avanzare la causa della pace e della riconciliazione fra palestinesi e israeliani.

Nato a Szymon Perski nel 1923, in una città che allora faceva parte della Polonia, Peres emigra in Palestina nel 1934. Adolescente in una scuola d'agricoltura, diventa attivo politicamente all'interno del movimento laburista sionista che all'epoca dirigeva il sionismo e più tardi il giovane Stato d'Israele.

Come figura di spicco dei quadri giovanili del movimento, Peres attira l'attenzione del comando della forza paramilitare ebraica della Palestina sotto mandato britannico, l'Haganah.

Bomba nucleare

Nel 1947, Peres è a tutti gli effetti reclutato dall'organizzazione e inviato all'estero dal suo leader, David Ben-Gurion, per l'acquisto di armi che poi saranno utilizzate nella Nakba del 1948, la pulizia etnica dei palestinesi, e contro i contingenti arabi entrati in Palestina in quello stesso anno.

Dopo alcuni anni all'estero, principalmente negli Stati Uniti, dove si occupa dell'acquisto di armi e della costruzione di infrastrutture per l'industria militare israeliana, rientra per diventare direttore generale del ministero della Difesa.

Peres si attiva per forgiare l'unione d'intenti fra Israele, Regno Unito e Francia per invadere l'Egitto nel 1956, invasione per la quale Israele fu premiato dalla Francia con la capacità necessaria alla costruzione di armi nucleari.

In effetti è stato proprio Peres a curare in larga parte il programma clandestino di armamento nucleare di Israele.

Non meno importante è lo zelo che Peres ha mostrato, sotto la guida e l'ispirazione di Ben-Gurion, per giudaizzare la Galilea. Nonostante la pulizia etnica del 1948, quella parte di Israele era ancora in gran parte campagna palestinese.

C'è Peres dietro l'idea di confiscare le terre palestinesi per costruire città esclusivamente per ebrei, come Karmiel e Nazareth Alta, e di piazzare l'esercito nella regione in modo da interrompere la contiguità territoriale tra villaggi e città palestinesi.

Questa rovina della campagna palestinese ha portato alla scomparsa dei villaggi palestinesi tradizionali e alla trasformazione dei contadini in una classe operaia urbana sottoccupata e svantaggiata. Questa triste realtà è ancora oggi di attualità.

Il campione dei coloni

Peres scompare per un po' dalla scena politica quando il suo padrone Ben-Gurion, Primo ministro fondatore di Israele, è messo da parte nel 1963, scalzato da una nuova generazione di dirigenti.

Torna dopo la guerra del 1967 e il primo portafoglio ministeriale che ricopre è quello di responsabile per i territori occupati. In questo ruolo, legittima, spesso con effetto retroattivo, la colonizzazione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Come molti di noi comprendono oggi, al momento dell'arrivo al potere del partito pro-insediamento Likud nel 1977, l'infrastruttura delle colonie ebraiche, in particolare in Cisgiordania, aveva già reso impossibile una soluzione a due Stati.

Nel 1974, la carriera politica di Peres diviene intimamente connessa a quella del suo nemico giurato, Yitzhak Rabin. I due uomini politici, che non potevano sopportarsi, hanno dovuto lavorare in tandem per ragioni di sopravvivenza politica.

Tuttavia, sulla strategia di Israele nei confronti dei palestinesi, hanno condiviso la visione coloniale sionista, bramosa di più terra di Palestina possibile con il minor numero possibile di palestinesi sopra di essa.

Lavorano bene insieme nel reprimere brutalmente la rivolta palestinese iniziata nel 1987.

Il primo ruolo di Peres in questa complicata partnership è quello di ministro della difesa nel governo Rabin del 1974. La prima vera crisi che Peres deve affrontare è una grande espansione del movimento coloniale messianico Gush Emunim nel suo tentativo di colonizzazione all'interno e attorno la città di Nablus, in Cisgiordania.

Rabin si oppone ai nuovi insediamenti, ma Peres sta con i coloni. Quelle colonie che ora strangolano Nablus esistono grazie ai suoi sforzi.

Nel 1976, Peres spinge la politica del governo in direzione dei territori occupati, convinto che un accordo potrebbe essere raggiunto con la Giordania, in virtù del quale la Cisgiordania sarebbe diventata di competenza della Giordania, ma tutto il resto sarebbe ricaduto sotto il dominio effettivo israeliano.

Vara delle elezioni comunali in Cisgiordania, ma con sua grande sorpresa e delusione, sono eletti i candidati legati all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina e non quelli fedeli alla monarchia hashemita giordana.

Ma come leader dell'opposizione dopo il 1977 e quando tornerà al potere in coalizione con il Likud nel 1984-1988, Peres resta fedele a quella che chiama "l'opzione giordana". Spinge i negoziati su queste basi fino alla decisione di re Hussein di cessare ogni legame politico tra la Giordania e la Cisgiordania nel 1988.

Il volto internazionale di Israele

Gli anni 1990 mostrano al mondo un Peres più maturo e coerente. E' il volto internazionale di Israele, che sia al governo o al di fuori di esso. Gioca questo ruolo anche dopo che il Likud diviene la principale forza politica del paese.

Al potere nel governo Rabin nei primi anni 1990 e come primo Primo ministro dopo l'assassinio di Rabin del 1995, e successivamente come ministro nel governo di Ehud Barak dal 1999 al 2001, Peres spinge un nuovo progetto per quella che definisce "pace".

Invece di condividere il controllo in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza con la Giordania o l'Egitto, ora desidera farlo con l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina. L'idea viene accettata dal capo dell'OLP, Yasser Arafat, che può aver sperato di costruire su questa base un nuovo progetto per la liberazione della Palestina.

Come sancito negli accordi di Oslo del 1993, questo disegno è approvato entusiasticamente dagli alleati internazionali di Israele.

Peres è stato l'ambasciatore principale di questa farsa conosciuta come processo di pace, che ha fornito a Israele un ombrello internazionale per stabilire una politica del fatto compiuto, consentendo la creazione di una vasta apartheid israeliana con piccoli bantustan palestinesi sparsi all'interno di essa.

Il fatto che abbia vinto un premio Nobel per la pace per un processo che ha accelerato la rovina della Palestina e del suo popolo, è un'altra testimonianza dell'incomprensione, del cinismo e dell'apatia dei governi del mondo verso la sofferenza palestinese.

Abbiamo la fortuna di vivere in un'epoca in cui la società civile internazionale ha smascherato questa farsa e offre, attraverso il movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni e il crescente sostegno alla soluzione dello Stato unico, una strada più promettente e originale.

Qana

Come Primo ministro, Peres ha dato un ulteriore "contributo" alla storia della sofferenza palestinese e libanese.

In risposta alle schermaglie senza fine tra Hezbollah e l'esercito israeliano nel sud del Libano, dove Hezbollah e altri gruppi hanno resistito all'occupazione israeliana iniziata nel 1982, e cessata nel 2000, Peres ordina il bombardamento di tutta la regione nell'aprile del 1996.

Durante quella che Israele chiama "Operazione Furore", i bombardamenti israeliani uccidono più di 100 persone - civili in fuga e Caschi blu dalle Fiji – nei pressi del villaggio di Qana.

Nonostante un'indagine delle Nazioni Unite abbia trovato "improbabile" la spiegazione di Israele secondo cui il bombardamento era stato un incidente, il massacro non ha intaccato in nulla la reputazione internazionale di Peres come "operatore di pace".

In questo secolo, Peres è stato più una figura simbolica che un uomo politico attivo. Fonda il Centro Peres per la Pace, costruito sulla proprietà dei rifugiati palestinesi confiscata a Jaffa, che continua a vendere l'idea di uno "Stato" palestinese con poca terra, senza una vera e propria indipendenza o sovranità come la migliore soluzione possibile.

Questa non funzionerà mai, ma se il mondo continua a dare credito a questa eredità di Peres, non ci sarà fine alle sofferenze dei palestinesi.

Shimon Peres ha simboleggiato l'abbellimento del sionismo, ma i fatti sul terreno mettono a nudo il suo ruolo nel perpetrare innumerevoli sofferenze e conflitti. Conoscere la verità, almeno, ci aiuta a capire come andare avanti e sbarazzarsi della tanta ingiustizia che Peres ha contribuito a creare.

Ilan Pappe, professore israeliano

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Il verdetto sulla sua vita è molto chiaro ed è già stato pronunciato dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama: Peres è stato un uomo che ha cambiato il corso della storia nella sua incessante ricerca della pace in Medio Oriente. La mia ipotesi è che ben pochi dei necrologi esamineranno la...
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Lampedusa _Morire cercando la vita

27 settembre 2016 ore 15:49 segnala
"Morire cercando la vita. Questa l'idea più dolorosa che sorge di fronte alle scene delle tragedie di Lampedusa.
Abbandonando ogni "prudenza", cercando con ostinazione l'umano, queste donne e questi uomini avevano fuggito l'odio, e dimenticato chel'ipocrisia può essere persino più letale.
Gli spettatori del naufragio, al sicuro, ancora una volta osservano, enumerano, promettono.
Per questo disturba ascoltare l'unanime commozione di queste ore.
Lo strep-tease del nostro umanismo, scriveva Sartre cinquant'anni fa… Quanti corpi
ancora, accasciati su una spiaggia, o per sempre perduti nel Mediterraneo o nel Sahara, dovremo osservare prima di riconoscere che quelle donne e quegli uomini non sono stati uccisi dalle onde o dalla sete ma dalle leggi sulla migrazione? Quante menzogne dovremo ancora tollerare prima di sentirli ammettere che è la nostra "legalità" ad alimentare un'economia di morte che nei passeurs, negli scafisti ha solo
il prestanome per ministri, legislatori e governanti?
Vivere in un paese dove il razzismo trova le sue più rozze espressioni nelle fauci di
questo o quel senatore, accresce ancor più l'amarezza e la rabbia, soprattutto in chi, come noi, ogni giorno ascolta il dolore e la confusione di tanti immigrati.
Perseguitati, trattenuti in ghetti o prigioni, dimenticati da una burocrazia indifferente, essi si chiedono perché il diritto dei deboli, dei giusti, debba ancora attendere.
Un sistema di leggi inique, in Europa, ma non solo, trasforma gli immigrati senza permesso di soggiorno in criminali, in "infiltrati" (così recita una legge del 1954, la "Prevention Infiltration Law" che, in Israele, consente di deportare, o trattenere nei centri di detenzione senza limiti di tempo, gli stranieri privi di documenti).
È bene ricordarlo: questa economia di morte, che ossessiona la difesa dei confini nazionali e dei privelegi di pochi, nutre un'economia dell'emergenza e della coercizione, e viceversa ne viene alimentata.
Questa stessa economia di morte giunge a punire persino chi soccorre e protegge i clandestini. Una legge provò del resto, solo qualche anno fa, a imporre l'obbligo ai medici di denunciare alle autorità giudiziarie i cittadini stranieri senza
permesso di soggiorno: a imporne l'obbligo pure a chi aveva come unico dovere solo quello della cura... Quando una legge è ingiusta, disumana, razzista, noi disobbediamo: noi intendiamo essere "complici" di questi clandestini.
I morti di Lampedusa ce lo impongono. Ora chiedono silenzio.
Lo ingiungono a chi osa fingere commozione. Noi rimaniamo, come sempre, accanto a loro, accanto a questi corpi perduti, morti di una guerra condotta contro un nemico inesistente, uccisi da armi invisibili (circolari, decreti,commissioni). È il momento di abrogare immediatamente una legge perversa, in Italia e in Europa.
Quella nuova non dovrà avere il nome di nessuno. Ne ha già troppi: i nomi di tutti coloro che sono morti cercando la vita.
Siamo vicini agli abitanti di Lampedusa e al coraggio del suo sindaco Giusi Nicolini, al loro restare umani. Siamo vicini al muto ripiegarsi dei sopravvissuti. La cura del
presente, delle loro (e delle nostre) incertezze, è anche la necessità di curare questi morti."
Associazione Fanon

Già, Restiamo umani, diceva Vittorio
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"Morire cercando la vita. Questa l'idea più dolorosa che sorge di fronte alle scene delle tragedie di Lampedusa. Abbandonando ogni "prudenza", cercando con ostinazione l'umano, queste donne e questi uomini avevano fuggito l'odio, e dimenticato chel'ipocrisia può essere persino più letale. Gli...
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terrorismo, media e ISIS

28 luglio 2016 ore 14:57 segnala
Lo tsunami mediatico di queste ore rischia di innescare nei tanti folli, emarginati e sbandati d’Europa un perverso effetto emulazione. Giovani senza passato e senza futuro che non hanno mai ricevuto un’attenzione e immedesimandosi con la causa dell’Isis possono d’improvviso “sentirsi importanti”. L’Isis è un pretesto e questo spiega perché molti degli atti criminali avvenuti nelle ultime settimane siano stati compiuti da presunti islamisti radicali che però non frequentavano la moschea ma bensì prostitute, pusher e night.

Questo non significa che per Europa l’Isis non rappresenti un problema reale e che non esistano cellule pericolose. Del resto, la politica estera terrorista occidentale degli ultimi anni è stata devastante: 1 milione di morti in Iraq, 220.000 in Afghanistan e almeno 15.000 in Libia. Morti che, anche se per i mass media occidentali sembrano non avere valore, hanno innescato sentimenti di vendetta. Un odio che nasce dalla rabbia di veder dilaniata la propria famiglia dalla bomba sganciata da un drone telecomandato dall’ipocrisia dei politici occidentali consapevoli di avere le mani sporche di sangue.

La stessa Hillary Clinton, nel 2011, aveva affermato che i nemici numero uno dell’epoca, quell’Al Qaeda contro cui stavano combattendo, era stata creata dagli Usa 20 anni prima finanziando la jihad in Afghanistan.

Ma anche l’Isis, il nuovo pericolo odierno, è soltanto l’ultima creatura statunitense funzionale al disegno risalente agli anni 90 di destabilizzare il Medio Oriente per accaparrarsi le risorse energetiche. L’appoggio a gruppi radicali come l’Isis è servito per tentare di eliminare presidenti come Assad non disponibili a far colonizzare il proprio Paese. L’ex collaboratore della Cia, Steven Kelley, ha ben sintetizzato in un’intervista a Press Tv che l’Isis è “Un nemico totalmente creato e finanziato dagli Usa. I finanziamenti arrivano dagli Stati Uniti e dai suoi alleati, e il fatto che le persone pensino che questo sia un nemico che deve essere attaccato in Siria o in Iraq è una farsa, dato che è chiaramente qualcosa che abbiamo creato, controlliamo, e solo ora è diventato svantaggioso”.

Intanto però i media occidentali iniettano dosi sempre crescenti di paura e ansia nelle vene degli europei somministrando articoli di giornali e servizi televisivi che degenerano nel parossismo oltre che nella malafede. Durante la sparatoria di Monaco causata da un altro folle vittima di bullismo si è scritto e detto di tutto: “GERMANIA SOTTO ATTACCO”, “L’EUROPA TREMA”, “L’ISIS COLPISCE AL CUORE ‘EUROPA”, “TERRORISMO UN’ALTRA STRAGE”. La macchina del terrore subito si è messa in azione e i risultati sono evidenti. In una gelateria di un piccolo paese del pisano qualcuno ha dimenticato per alcuni minuti lo zaino e al ritorno c’era la proprietaria con una mazza di scopa che lo spingeva fuori convinta che fosse una bomba.

Ma questa perversa diffusione di paure è strumentalizzata anche dall’Isis che continua a ricevere pubblicità gratuita. Ma qual è il vero fine? L’obiettivo è sempre il medesimo: appena possibile seminare insicurezza e odio per giustificare nuovi investimenti che alimentano l’economia di guerra su cui si regge l’Occidente.

Siamo in balia di un fanatismo mediatico al soldo dell’élite che divide e che non spiega mai le vere ragioni del tempo complesso in cui viviamo. Ai popoli impauriti si fa credere che la guerra è di religione, ma non mi stancherò mai di ripetere che la religione è un pretesto! La vera posta in palio sono gli immensi introiti legati al controllo del petrolio, del gas e della droga in Medio Oriente. Un business a cui le élite non intendono rinunciare anche se questo significa dividere il mondo tra cristiani e musulmani come per decenni si è fatto tra “mondo libero” e comunismo. Ma oggi ancor più di ieri è fondamentale riflettere con il proprio cervello per non annegare in un mare di menzogne.
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Lo tsunami mediatico di queste ore rischia di innescare nei tanti folli, emarginati e sbandati d’Europa un perverso effetto emulazione. Giovani senza passato e senza futuro che non hanno mai ricevuto un’attenzione e immedesimandosi con la causa dell’Isis possono d’improvviso “sentirsi importanti”....
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NO TAV e la repressione giudiziaria in corso

04 luglio 2016 ore 12:35 segnala
Oggi 'è un tema, più che mai al centro delle vicende che accompagnano l'opposizione al TAV e più volte affrontato: la repressione della protesta sul piano giudiziario.
Si è fatta via via sempre più strada una forma di intrvento giudiziario solo all'apparenza meno pesante ma molto ampio e diffuso: è particolarmente preoccupante perché punta a tener lontani molti attivisti dai luoghi delle proteste e intimidirne molti altri.

E' quella che vede un uso abnorme e sempre più massiccio di misure cautelari che colpiscono molti militanti notav della valle, non di rado ultrasessantenni e anche ultrasettantenni.

E' evidente la sproporzione tra le pesanti misure cautelari inflitte (arresti domiciliari, obbligo di firma, divieti di residenza in un determinato comune) e l'entità di reati contestati in relazione a manifestazioni di resistenza popolare: ad esempio la violazione del divieto di circolazione previsto da ordinanze prefettizie reiterate per anni senza alcuna giustificazione in un'ampia zona "rossa" che circonda la zona di Chiomonte; ma anche la disobbidienza, da parte di militanti controllati mille volte, di esibire i propri documenti di fronte all'ennesima richesta e in situazioni di assoluta mancanza di tensione; e ancora l'appellativo di "fascista" rivolto a un carabiniere che ostenta provocatoriamente l'effigie di Mussolini. E via elencando.

E oltre alle misure cautelari anche condanne assurde, come il caso clamoroso di questi ultimi giorni: due mesi di carcere per concorso morale in invasione di terreni e violenza privata a Roberta Chiroli, laureata in antropologia alla Ca’ Foscari di Venezia, per un "noi partecipativo" usato come espediente narrativo nella sua tesi di laurea che riassumeva un'esperienza di tre mesi sul campo.
Idem il caso di Erri de Luca lo scrittore che ha osato dichiarere che il boiciottaggio è uno strumento che i cittadini possono utilizzare pr difendere i propri diritti, anche lui accusato di concorso morale e istigazione alla violenza.

Questo è il clima oggi sul fronte NOTAV mentre il ministro DEL RIO annuncia l'ennesima riduzione di costi derivanti semplicemente da tagli di pezzi di linea che rendono l'insieme del progetto (se possibile) ancora più assurdo e, sul piano della logica, sempre più incomprensibile anche a quella parte di opinione pubblica tendenzialmente favorevole, se pure poco e male informata.

Ma in questo panorama in cui le misure repressive puntano con sempre maggiore evidenza a fiaccare la determinazione di un intero movimento c'è un fatto nuovo. Alcuni militanti che sono sottoposti a misure cautelari hanno detto no e hanno lanciato una sfida alla luce del sole: veniteci a prendere e portateci in galera.

Scrive una ex insegnante, NIcoletta Dosio, oggi in pensione: " Per questi motivi rifiuto le misure restrittive che mi sono state o mi saranno comminate: non accetto di far atto di sudditanza con la firma quotidiana, non accetterò di trasformare i luoghi della mia vita in obbligo di residenza né la mia casa in prigione; non sarò la carceriera di me stessa"

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Oggi 'è un tema, più che mai al centro delle vicende che accompagnano l'opposizione al TAV e più volte affrontato: la repressione della protesta sul piano giudiziario. Si è fatta via via sempre più strada una forma di intrvento giudiziario solo all'apparenza meno pesante ma molto ampio e diffuso: è...
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Faber, amico fragile

28 giugno 2016 ore 12:49 segnala
E' una canzone di De Andrè che mi ha fatto molto pensare, e anche patire per quella musica così strana, ipnotica, quasi drogata. L'ho ascoltata mille volte chiedendomi che significato avesse o almeno che storia raccontasse. Perchè conosco Fabrizio e so che nessuna delle sue canzoni è stata scritta senza un perchè, un motivo profondo. Ho trovato questa analisi sul web, che condivido e così tanto per non perderla la posto qui.
E' un pò lunga ma vale la pena leggerla


Amico fragile -Faber


Trattavasi se non erro di una villa in Gallura (Sardegna), e di una cena dove il Faber, insospettito dalle dichiarazioni del vicario di Cristo, avrebbe voluto commentare con i commensali dell'inferno e delle sue implicazioni, sfumature, e via discorrendo.
La platea glissò, proponendo un revival a base di "bocche di rosa" e "canzoni di marinella", indigeste al Faber di quei tempi che (a quanto pare) mal sopportasse anche di riproporle dal vivo nei concerti che si apprestava a fare e che avrebbe fatto. Probabilmente solo la PFM riuscì a convincerlo del contrario, anzi, la PFM e la Pivano.
Indispettito dalla folla che acclamava a gran voce le sue epiche gesta musicali, tracannò come era sua abitudine fare (pasteggiava spesso a Martini), insultò come gli veniva bene da ubriaco e si ritirò nel garage della sua villa sarda. Ai tempi credo che l'Agnata ancora non esistesse.
Di lì compose mirabili versi, ermetici se vogliamo, che a dire la verità decifro solo per una parte.
Trattasi certamente di una invettiva nei confronti di quella borghesia ridanciana e festaiola che affolla le nostre amate coste sarde nel periodo estivo, trattasi di quella preistoria della costa smeralda allora da poco lottizzata dall'Aghakan, strappata con mancie di quelche decina di milioni ai pastori indigeni che svendevano convinti di far l'affare, ettari di pascoli a picco sul mare, senza sapere che sarebbero diventati luoghi perubriachi-sobri ("...e mai che mi sia venuto in mente, di essere più ubriaco di voi, di essere molto più ubriaco di voi..").
Azzarda riferimenti precisi e netti alla formalità di quella gente "Se mi vuoi bene piangi" per essere corrisposti e ancora e "E poi sospeso tra i vostri "Come sta" meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci".
Lo stato etilico avanzato è sottolineato dall'esordio "evaporato in una nuvola rossa" e ancora il nascondersi dagli occhi di quella sera "in una delle molte feritoie della notte". Faber esterna la sua necessità di capire, di confrontarsi, presto disillusa dalle pressioni dei presenti "perché già dalla prima trincea ero più curioso di voi ero molto più curioso di voi". Addirittura ribandendolo più volte, prendendo quasi le distanze da una umanità che lo disgustava "fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli senza rimpiangere la mia credulità". La chitarra e il suo elmo, forse simboli delle armi che lui usava per combattere, la chitarra come spada e le parole come lama, per tagliare i pensieri. E poteva barattarle con una scatola di legno, ma solo per capire che avrebbe perso.
Borghesia chiassosa, affittare un chilo d'erba ai contadini in pensione(forse cannaioli??), nei lori aliscafi, motoscafi, yacht e panfili (e regalare a piene mani oceani ed altre e altre onde ai marinai in servizio), direbbe Vecchioni "non verranno i piemontesi ad assalire Gaeta, con le loro Land Rover con le loro Toyota".
Graffiante il Faber, con un cane di nome Libero (presumibilmente non uno yorkshire razza nana creato in laboratorio per fare compagnia alla signore del "tua culpa che affollavano i parrucchieri"), pronto a rispondere ad una donna che ha perso il figlio, quanto questa sia stata distratta.
Perchè, e lasciatemelo dire, in quel pezzo di società (in cui mi sono mosso più o meno con la stessa fragilità del De André) ho visto le distanze enormi che ci sono tra genitori e figli, in balia di baby sitter tutto l'anno....e queste signore magari si meravigliano pure quando scoprono che il loro cucciolo non prenderà le redini dell'azienda paterna, ma finirà a farsi di coca ai party in giro per la riviera. Signora, lei è una donna piuttosto distratta....se lo lasci dire.
Ucciso dalla Vostra (finta) cortesia l'unica cosa che posso dirvi è un "mi ricordo", che vi lascerà con la bocca aperta.
Faber ben consapevole di se stesso, forse spaventato dalla sua stessa figura, ci piace pensarlo abbioccato sul sedile della macchina che non amava guidare, con a fianco queste parole.....
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E' una canzone di De Andrè che mi ha fatto molto pensare, e anche patire per quella musica così strana, ipnotica, quasi drogata. L'ho ascoltata mille volte chiedendomi che significato avesse o almeno che storia raccontasse. Perchè conosco Fabrizio e so che nessuna delle sue canzoni è stata scritta...
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Rom e Sinti ( gli "zingari")

09 giugno 2016 ore 11:46 segnala



Un pò di conoscenza della loro storia non guasta, perchè molti non sanno chi sia questo popolo.


“La nostra patria è solo in cielo, solo Dio ci capisce” sussurra S. nei momenti di scoramento, quando vede il suo futuro incerto e nero. I rom sono il popolo più disperso, martoriato e odiato nella storia, ma da parte loro non hanno mai mosso guerra, depredato, saccheggiato, sterminato nessun altro popolo.
De André diceva che a questo popolo andrebbe il Nobel per la pace.
Due mesi fa, nella mia città alcuni bambini, in un tranquillo parco pubblico, si misero a gridare “Aiuto!! gli zingari! Ci rubano, ci rapiscono!” e corsero terrorizzati dalle mamme. Non era successo niente, un bimbo rom si era solo avvicinato loro, sperando di poter giocare. Se ne andò mogio mogio

Nei lager nazisti morirono mezzo milione di rom e sinti: fu il porrajmos, la grande distruzione. I libri di scuola iniziarono a parlarne solo dal 1994.
Gli “zingari” furono perseguitati, sterilizzati in massa, usati come cavie per esperimenti, ed infine destinati alle camere a gas. Oltre 20.000 vennero uccisi nel solo Zigeunerlager, il campo loro riservato ad Auschwitz-Birkenau, tra il febbraio 1943 e l’agosto 1944.
Nessun superstite venne chiamato a testimoniare nei processi ai gerarchi nazisti, neppure a Norimberga.
Quando in Germania alcuni sopravvissuti si decisero a chiedere un risarcimento, questo fu loro negato con il pretesto che le persecuzioni subite non erano motivate da ragioni razziali ma dalla loro “asocialità”.

Dopo la guerra, la discriminazione continuò. In Svizzera, fino al 1980, un’organizzazione caritatevole finanziata con fondi statali attuò un vero e proprio programma di pulizia etnica: centinaia di bimbi Jenisches furono strappati a forza dalle loro mamme, messi in orfanotrofi o ospedali psichiatrici, molti di loro subirono violenze e sevizie.

Verrebbe da chiedersi… chi è che rapisce i bambini?

Solo nel 1987 la Confederazione Elvetica ammise le proprie colpe. In Italia gli “zingari” (termine carico di pregiudizi razziali) sono obbligati a vivere in campi nomadi in condizioni igienico sanitarie pessime, spesso vittime di razzismo: attacchi incendiari, picchetti razzisti, insulti.
L’Italia è stata duramente criticata dalla Commissione Europea contro il razzismo per le condizioni critiche dei campi nomadi, per le schedature etniche, per gli sgomberi forzati, illegali, senza preavviso. Spostati di continuo, senza nessun progetto di integrazione, senza alcuna attenzione alla frequenza scolastica del bambini. Anche il rapporto di Amnesty è molto duro a riguardo.

Rom e sinti non sono nomadi per scelta, ma per disperazione. Alcuni hanno la cittadinanza italiana, e vivono in Italia da sempre, altri sono profughi scappati dall’Est Europa. In ogni caso sono esseri umani e hanno diritto ad essere accolti dignitosamente. Lo Stato deve rimuovere, non aumentare, gli ostacoli di ordine sociale ed economico che impediscono l’uguaglianza (vedi nostra Costituzione)
La loro lingua, la lingua romanì, non ha ancora spazio nella legge che difende le minoranze linguistiche, benché sia parlata in Italia dal 1930.

“Gli zingari sporcano e rubano!”. Gli stessi pregiudizi rincorrevano gli italiani emigrati in America, considerati sporchi, ladri e stupratori.
Ovviamente non lo erano tutti, ma i pregiudizi a volte sono profezie che si auto-avverano: l’emarginazione e la ghettizzazione sono un pericoloso terreno per la devianza, per qualsiasi etnia o popolo.
L’ipocrisia della nostra società opulenta è disgustosa.
Si emarginano i poveri e si adulano i veri ladri: i ricchi, gli speculatori, i politici corrotti, coloro che nascondono le loro fortune nei paradisi fiscali o che presiedono banche fallimentari. I comuni hanno buttato milioni di euro per rendere “sicuri” i campi nomadi, ovvero per sgomberarli quando davano fastidio. Con molti meno soldi, avrebbero garantito un percorso di integrazione abitativa e lavorativa a tutti i nuclei rom.
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« immagine » Un pò di conoscenza della loro storia non guasta, perchè molti non sanno chi sia questo popolo. “La nostra patria è solo in cielo, solo Dio ci capisce” sussurra S. nei momenti di scoramento, quando vede il suo futuro incerto e nero. I rom sono il popolo più disperso, martoriato e ...
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i confini della realtà

26 maggio 2016 ore 15:30 segnala
La nostra realtà è l'incontro tra energia e materia. Faccio un esempio: la luce e i colori non sono altro che fotoni, onde elettromagnetiche che gli oggetti assorbono riflettendo quelle che poi noi vediamo e definiamo come colore.
Infine se io e te percepiamo il colore verde, siam sicuri che vediamo lo stesso colore o forse per te il nome corrisponderà ad un altro colore?
Un altro esempio, la retina capovolge le immagini che arrivano alle sue cellule, quindi la realtà viene mutata.
Alcune scoperte furono fatte tramite sogno, un chimico sognò un serpente che si mordeva la coda e riusci finalmente a far quadrare la formula del benzene.
E poi ancora sappiamo che due cariche negative normalmente si respingono eppure i legami più stabili della materia sono costituiti da una coppia di elettroni, insomma non è qualcosa di magico?
La scienza non è mai oggettiva, sorprende e si mescola alla filosofia. Il reale è solo la proiezione della nostra mente-corpo. Ognuno di noi definisce con i suoi sensi (e con i sentimenti, direi)i confini della propria realtà, che non è la realtà in assoluto.
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La nostra realtà è l'incontro tra energia e materia. Faccio un esempio: la luce e i colori non sono altro che fotoni, onde elettromagnetiche che gli oggetti assorbono riflettendo quelle che poi noi vediamo e definiamo come colore. Infine se io e te percepiamo il colore verde, siam sicuri che...
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Amicizia virtuale

28 aprile 2016 ore 13:06 segnala
Amo i blog, non la chat, perchè la natura dei blog è il confronto, mentre le chat altro non sono che trasposizione sul web di chiacchierate telefoniche. Nel blog idee e personalità si scontrano e si incontrano. Pertanto si può crescere ed anche imparare.
Come nella vita poi, man mano percepisci sintonie, affinità. E possono nascere amicizie, che con il tempo si possono approfondire ed evolvere come quelle vere. Possiamo anche prendere delle gran cantonate. Ma questo ha la stessa percentuale di probabilità che si ha nella vita reale.
La nostra scrittura ci rappresenta, se non siamo dei bugiardi patologici o inconsapevoli: infatti c'è il rischio o la tentazione di costruirsi un'immagine, ciò che vorremmo essere e che non siamo, per ottenere consensi o gratificazioni che nel reale ci mancano.


Un quesito che mi pongo è questo: è quello dell’eventualità che, non trasformandosi mai in qualcosa di concreto, l’amicizia virtuale possa finire.
E non ho una risposta certa.
Per la mia esperienza quando il rapporto si è fatto stretto, è stato naturale il passo successivo ovvero la conoscenza. Il desiderio di incontrare le persone con le quali c’era sintonia e amicizia mi ha portato a volerle conoscerle di persona, nel reale, dal "vivo". Molti non l'hanno voluto e questo mi ha reso dubbiosa sulla loro reale volontà di conoscenza e sincerità.

Non posso scommettere sulla longevità e sulla profondità di un rapporto che rimane virtuale.
In ogni caso devo farmene una ragione.
L'ossimoro : il web, che reale non è, è diventata una realtà di cui parlo e scrivo.
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Amo i blog, non la chat, perchè la natura dei blog è il confronto, mentre le chat altro non sono che trasposizione sul web di chiacchierate telefoniche. Nel blog idee e personalità si scontrano e si incontrano. Pertanto si può crescere ed anche imparare. « immagine » Come nella vita poi, man mano...
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Muri e filo spinato, la nuova Europa

18 aprile 2016 ore 13:26 segnala
Qualunque cosa si pensi di papa Bergoglio, e io ne penso bene, la sua visita nella Guantanamo di Lesbo ha un valore e un impatto simbolico, assai rilevante. Mette in luce, per contrasto, fino a qual punto quella che chiamano «crisi dei rifugiati» sia, in realtà, una grave crisi morale dell’Europa.
I meschini egoismi nazionali, le pulsioni nazionaliste, la crescita delle formazioni di estrema destra, la tendenza dei politici a compiacere gli umori più intolleranti del proprio elettorato non solo conduranno alla fine dell’unità europea, ma potrebbero aprire scenari ancor più inquietanti, quale quello di un altra guerra.
La costruzione di muri e barriere di filo spinato, controllati in molti casi dal'sercito, che sono sorti in Francia, Germania, Austria, Inghilterra e nei Paesi della rotta balcanica ne sono secondo me il prodromo. Non vorrei essere una Cassandra e spero che il tempo mi smentisca,.

Di fronte alla «crisi dei rifugiati», le misure adottate dall’Ue e da singoli Stati sono ciniche, lesive dei diritti umani più basilari, guidate da «un’indifferenza di natura criminosa verso la sorte dei rifugiati», quanto inutili spesso controproducenti.
Sono il frutto di una mente collettiva delirante, perhè il delirio è un disturbo della percezione e dell’interpretazione della realtà. A sua volta, il delirio ha a che fare con la rimozione del "cattivo passato" europeo e delle gravi responsabilità politiche odierne: sarebbe banale ricordare ( ma non lo è perchè molti ignorano o rimuovono appunto) che la fase attuale di esodi forzati, tali anche nel caso dei migranti detti economici, è effetto secondario del neocolonialismo occidentale e del suo interventismo armato, dell’opera di destabilizzazione di vaste aree, dall’Africa al Medio Oriente, nonché della predazione economica e della devastazione anche ambientale operate dal capitalismo globale.

Delirante, illegale e immorale, è l’accordo siglato, in forma di Statement, tra l’Ue e la Turchia il 18 marzo scorso, in violazione del diritto internazionale e perfino del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, in particolare dell’art. 218 che regola gli accordi tra l’Unione e i paesi terzi. Condannato dalla massima parte delle organizzazioni umanitarie e dallo stesso Unhcr, esso legittima e dà avvio alla deportazione di massa dei «migranti irregolari», bambini compresi, che dal 20 marzo sono approdati nelle isole greche partendo dalla Turchia. Paese terzo tutt’altro che sicuro, dominato da un regime a dir poco autoritario, la Turchia, che primeggia per violazioni del diritto internazionale e della stessa Convenzione europea dei diritti umani, non garantisce alcuna protezione ai richiedenti.

L’insensatezza di questo accordo è del tutto evidente: non servirà affatto, come si pretende, a scoraggiare gli esodi verso l’Europa e a smantellare «il business dei trafficanti», bensì a costringere le persone in fuga a intraprendere rotte e viaggi sempre più rischiosi ed alimentare la creazione di altri muri e barriere tra stati.

Ricordo che tra il 2015 e il 2016 a ripristinare i controlli alle frontiere sono stati, tra i paesi membri dell’Unione europea, l’Austria, la Danimarca, la Germania, la Svezia, l’Ungheria; tra i non membri, la Norvegia e la Macedonia, che pure è candidata all’ingresso nell’Ue. Dunque, per quanto scandalosa, perfino autolesionista – destinata com’è a provocare anche danni economici, non solo all’Italia -, la più recente trovata austriaca della barriera anti-profughi al Brennero non è che un’ulteriore tappa della dilagante pulsione nazionalista, nel senso peggiore, che attraversa l’Europa.
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Qualunque cosa si pensi di papa Bergoglio, e io ne penso bene, la sua visita nella Guantanamo di Lesbo ha un valore e un impatto simbolico, assai rilevante. Mette in luce, per contrasto, fino a qual punto quella che chiamano «crisi dei rifugiati» sia, in realtà, una grave crisi morale dell’Europa....
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18/04/2016 13:26:04
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