Codice Minniti: strappo al codice morale

09 agosto 2017 ore 09:34 segnala


Marco Revelli da il Manifesto dell’8/8/2017

Negli ultimi giorni qualcosa di spaventosamente grave è accaduto, nella calura di mezza estate. Senza trovare quasi resistenza, con la forza inerte dell’apparente normalità, la dimensione dell’«inumano» è entrata nel nostro orizzonte, l’ha contaminato e occupato facendosi logica politica e linguaggio mediatico. E per questa via ha inferto un colpo mortale al nostro senso morale.
L’«inumano», è bene chiarirlo, non è la mera dimensione ferina della natura contrapposta all’acculturata condizione umana.
Non è il «mostruoso» che appare a prima vista estraneo all’uomo. Al contrario è un atteggiamento propriamente umano: l’«inumano» – come ha scritto Carlo Galli – «è piuttosto il presentarsi attuale della possibilità che l’uomo sia nulla per l’altro uomo».
Che l’Altro sia ridotto a Cosa, indifferente, sacrificabile, o semplicemente ignorabile. Che la vita dell’altro sia destituita di valore primario e ridotta a oggetto di calcolo. Ed è esattamente quanto, sotto gli occhi di tutti, hanno fatto il nostro governo – in primis il suo ministro di polizia Marco Minniti – e la maggior parte dei nostri commentatori politici, in prima pagina e a reti unificate.
Cos’è se non questo – se non, appunto, trionfo dell’inumano – la campagna di ostilità e diffidenza mossa contro le Ong, unici soggetti all’opera nel tentativo prioritario di salvare vite umane, e per questo messe sotto accusa da un’occhiuta «ragion di stato».
O la sconnessa, improvvisata, azione diplomatica e militare dispiegata nel caos libico con l’obiettivo di mobilitare ogni forza, anche le peggiori, per tentare di arrestare la fiumana disperata della nuda vita, anche a costo di consegnarla agli stupratori, ai torturatori, ai miliziani senza scrupoli che non si differenziano in nulla dagli scafisti e dai mercanti di uomini, o di respingerla a morire nel deserto.
Qui non c’è, come suggeriscono le finte anime belle dei media mainstream (e non solo, penso all’ultimo Travaglio) e dei Gabinetti governativi o d’opposizione, la volontà di ricondurre sotto la sovranità della Legge l’anarchismo incontrollato delle organizzazioni umanitarie.
Non è questo lo spirito del famigerato «Codice Minniti» imposto come condizione di operatività in violazione delle antiche, tradizionali Leggi del mare (il trasbordo) e della più genuina etica umanitaria (si pensi al rifiuto di presenze armate a bordo). O il senso dell’invio nel porto di Tripoli delle nostre navi militari.
Qui c’è la volontà, neppur tanto nascosta, di fermare il flusso, costi quel che costi. Di chiudere quei fragili «corridoi umanitari» che in qualche modo le navi di Medici senza frontiere e delle altre organizzazioni tenevano aperti. Di imporre a tutti la logica di Frontex, che non è quella della ricerca e soccorso, ma del respingimento (e il nome dice tutto).
Di fare, con gli strumenti degli Stati e dell’informazione scorretta, quanto fanno gli estremisti di destra di Defend Europe, non a caso proposti come i migliori alleati dei nuovi inquisitori. Di spostare più a sud, nella sabbia del deserto anziché nelle acque del Mare nostrum, lo spettacolo perturbante della morte di massa e il simbolo corporeo dell’Umanità sacrificata.

Non era ancora accaduto, nel lungo dopoguerra almeno, in Europa e nel mondo cosiddetto «civile», che la solidarietà, il salvataggio di vite umane, l’«umanità» come pratica individuale e collettiva, fossero stigmatizzati, circondati di diffidenza, scoraggiati e puniti.
Non si era mai sentita finora un’espressione come «estremismo umanitario», usata in senso spregiativo, come arma contundente. O la formula «crimine umanitario». E nessuno avrebbe probabilmente osato irridere a chi «ideologicamente persegue il solo scopo di salvare vite», quasi fosse al contrario encomiabile chi «pragmaticamente» sacrifica quello scopo ad altre ragioni, più o meno confessabili (un pugno di voti? un effimero consenso? il mantenimento del potere nelle proprie mani?)
A caldo, quando le prime avvisaglie della campagna politica e mediatica si erano manifestate, mi ero annotato una frase di George Steiner, scritta nel ’66. Diceva: «Noi veniamo dopo. Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz». Aggiungevo: Anche noi «veniamo dopo».
Dopo quel dopo. Noi oggi sappiamo che un uomo può aver letto Marx e Primo Levi, orecchiato Marcuse e i Francofortesi, militato nel partito che faceva dell’emancipazione dell’Umanità la propria bandiera, esserne diventato un alto dirigente, e tuttavia, in un ufficio climatizzato del proprio ministero firmare la condanna a morte per migliaia di poveri del mondo, senza fare una piega. La cosa può essere sembrata eccessiva a qualcuno. E il paragone fuori luogo. Ma non mi pento di averlo pensato e di averlo scritto.
Consapevole o meno di ciò che fa, chi si fa tramite dell’irrompere del disumano nel nostro mondo è giusto che sia consapevole della gravità di ciò che compie. Della lacerazione etica prima che politica che produce.
Se l’inumano – è ancora Galli a scriverlo – «è il lacerarsi catastrofico della trama etica e logica dell’umano», allora chi a quella rottura contribuisce, quale che sia l’intenzione che lo muove, quale che sia la bandiera politica sotto cui si pone, ne deve portare, appieno, la responsabilità. Così come chi a quella lacerazione intende opporsi non può non schierarsi, e dire da che parte sta. Io sto con chi salva.
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E il lupo incontrò l'uomo

23 giugno 2017 ore 15:34 segnala


"Il buio intorno mi protegge, luci lontane tremano dondolate dal vento gelido.
Non mi spaventano la fame, la neve e l’infinità delle pianure. Non mi spaventa la estenuante ricerca di una preda difficile.
Ho paura di lui.
E’ un animale strano, cammina a due zampe e ha indosso un mantello completamente liscio. Si raduna in branchi molto numerosi, mangia e caccia di giorno.
Emette suoni incomprensibili da un muso piatto e privo di peli, non ha coda e cosa assurda le sue orecchie sono piccole e senza movimenti.
E’ certamente un animale folle: stavo catturando una faina quando ho visto un branco di questo animale cacciare sé stesso, si sono uccisi tra loro ma non hanno toccato un solo pezzo di tutto quel cibo.

La luna sta completando il suo ciclo notturno e un altro cerchio luminoso si è formato lontano dal nulla e protegge lo strano animale da noi lupi.
A volte penso che dovremmo diventare suoi amici.

Saluto come un tempo il disco bianco nel cielo nero ma tutto sembra cambiato.
I piccoli dello strano animale, appena nati, non camminano e vengono portati a spalle dalle femmine, emettono suoni acuti e a volte acqua limpida esce dai loro occhi.
Uno di essi è penetrato, perdendosi, nel mio territorio, l’ ho cacciato ed ucciso.
Avrò cibo sufficiente per qualche giorno, ma non sono tranquillo.
La luna riposa ed io la saluto pensando a come era bella la nostra prateria.
Senza di lui." C.S:

Aveva ragione quel lupo, la strana creatura vuole sterminare la sua specie
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« immagine » "Il buio intorno mi protegge, luci lontane tremano dondolate dal vento gelido. Non mi spaventano la fame, la neve e l’infinità delle pianure. Non mi spaventa la estenuante ricerca di una preda difficile. Ho paura di lui. E’ un animale strano, cammina a due zampe e ha indosso un mant...
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E nessun media ne parla, perchè???

14 maggio 2017 ore 13:03 segnala


Dal 17 aprile più di 1.800 prigionieri politici palestinesi hanno iniziato uno Sciopero della fame a oltranza.
Lo Sciopero per la Dignità, che per numero dei partecipanti e durata, non ha eguali nella storia, sta andando avanti con coraggio e determinazione, nonostante tutte le manovre, le intimidazioni e la repressione delle autorità israeliane.
Le rivendicazioni dei prigionieri sono:
- Abolizione della detenzione amministrativa, arresto senza accusa nè processo
- Abolizione di tutte le forme di tortura, compreso l’isolamento.
- Fine dell'imprigionamento dei bambini e delle donne.
- Diritto di ricevere visite dei parenti, all’assistenza sanitaria, allo studio, etc.
- Rispetto delle leggi e delle convenzioni internazionali sui diritti umani dei prigionieri all'interno delle carceri.
Queste rivendicazioni si inseriscono all’interno della lotta di tutto il popolo palestinese per la fine dell’occupazione, delle violazioni e delle violenze che subisce da decenni.
Le vessazioni cui sono sottoposti i prigionieri in sciopero sono inaudite: trasferimenti in celle d’isolamento, barbecue davanti alle celle, offerte di cibo da parte dei medici, confisca di indumenti personali e coperte, incursioni delle unità speciali anche in piena notte, diniego dell'acqua in bottiglia, confisca del sale necessario per poter continuare lo sciopero, politica dell’alimentazione forzata, etc.
Ma tutti i tentativi di minare la volontà di lotta e dividere i prigionieri sono falliti. Il movimento di sciopero dei prigionieri prosegue unito!
Bisogna rompere il muro del silenzio intorno a questa lotta
I principali media non ne parlano, rendendosi complici del regime di occupazione e apartheid sionista. Il governo Gentiloni e le forze che lo sostengono sono proni ai voleri del governo di estrema destra di Netanyahu, che ha adottato la linea di bloccare ogni genere di informazione, perché la questione palestinese va rimossa e cancellata dal dibattito politico.
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« immagine » Dal 17 aprile più di 1.800 prigionieri politici palestinesi hanno iniziato uno Sciopero della fame a oltranza. Lo Sciopero per la Dignità, che per numero dei partecipanti e durata, non ha eguali nella storia, sta andando avanti con coraggio e determinazione, nonostante tutte le manov...
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Mariti giovani e mogli vecchie

02 maggio 2017 ore 16:44 segnala


Ancora una volta la storia d'amore tra un uomo e una donna molto più vecchia suscita gossip, pruderie , stupore per non dire scandalo
Naturale e accettato, addirittura come esempio di successo per il maschio, il caso inverso suscita diffidenza e teorie psicologiche che attribuiscono alla donna il ruolo di un surrogato materno o all’uomo addirittura una copertura per la propria omosessualità.
Senza ipocrisia bisogna dire che per la donna non è tanto l'età in sé a destare scalpore quanto la visione del suo corpo e quindi la pervicacia dello stereotipo, non ancora superato, che la donna valga, esista in quanto bella, giovane e fresca. Che si possa amare una “vecchia”anche per motivi non legati al corpo come l'intelligenza, la sensibilità e la stima è un dato culturale tanto sbandierato quanto non digerito, né dagli uomini né dalle donne.
Senza ipocrisia però bisogna anche dire che una sessantenne di oggi ha un aspetto neanche paragonabile a quello di donne della stessa età di cinquanta anni fa. E che il corpo gioca il suo compito nell’innamoramento, ma che il fascino e l’eros stanno più nel cervello che in carni fresche e sode.
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« immagine » Ancora una volta la storia d'amore tra un uomo e una donna molto più vecchia suscita gossip, pruderie , stupore per non dire scandalo Naturale e accettato, addirittura come esempio di successo per il maschio, il caso inverso suscita diffidenza e teorie psicologiche che attribuiscono...
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Lettera per Michele suicida

14 febbraio 2017 ore 12:53 segnala


"Dispiacere.
Tanta amarezza.
Tanta commozione per una persona che era nei migliori e piu belli anni della sua vita.
Non ho la forza di non commentare di fronte a un episodio del genere.
Se devo essere me stesso devo avere il coraggio di dire che il suicidio non è mai una soluzione.
Mi chiedo se questa persona abbia mai avuto la possibilità di essere aiutato.
Vedo tanta fragilità nella sua lettera come capita nella vita di ognuno di noi.
Tutti qualche volta nella nostra vita siamo stati fragili. È in questi momenti che abbiamo più bisogno di chi ci sta vicino.
E se non abbiamo nessuno vicino dobbiamo avere anche la forza di cercarlo.
Troveremo sempre qualcuno disposto ad ascoltarci. La morte non è un rifugio sicuro.
La morte è la cosa più lontana che ci sia dalla vita.
La vita è bella e va vissuta in ogni momento.
Ad ogni azione deve corrispondere una reazione.
Non farsi schiacciare dallo stress.
Dalla mancanza di prospettive.
Dalla solitudine.
Dalla paura di vivere.
Trovare in ogni piccola cosa la bellezza della vita.
La vita è un dono che ci è stato dato.
Non riesco a pensare cosa possa spingere un essere umano a un gesto del genere.
Non ci credo ancora.
Non so.
Non so cosa.
Scusate ma ho anche rabbia.
Una persona non deve essere mai lasciata sola.
Una persona è una persona.
E siamo tutti diversi e ognuno fatto a modo suo.
E a volte non capiamo.
E a volte litighiamo.
E a volte stiamo male.
Ma cerchiamo tutti di tirare avanti.
E basta un piccolo sorriso per darci un pó di animo.
Un bambino che inizia a fare i primi passi per farci emozionare.
Una bella giornata di sole.
Una persona che ci riscalda il cuore."
Ecco queste sono parole, non mie, di un ragazzo che esprimono quello che è stato il mio sentire dopo aver letto la dolorosa e spietata denuncia di Michele.
La canzone di Fiorella può essere criticata come retorica o sdolcinata, ma per me resta vera, non è solo un inno alla vita ma una denuncia per noi umani che la violentiamo con guerre, avidità e sete di potere e denaro e con tanta stupidità
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« video » "Dispiacere. Tanta amarezza. Tanta commozione per una persona che era nei migliori e piu belli anni della sua vita. Non ho la forza di non commentare di fronte a un episodio del genere. Se devo essere me stesso devo avere il coraggio di dire che il suicidio non è mai una soluzione. Mi c...
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binario 21

28 gennaio 2017 ore 20:06 segnala


Quella fredda mattina di gennaio i camion percorsero una città deserta ed arrivarono a destinazione. I teloni furono aperti e i prigionieri a gruppi furono spinti verso la stazione.
La donna era alla finestra, scostò solo un pò la tendina per guardare e non farsi
vedere. Invisibili loro e invisibile lei.
Fuori rumore di frenate e motori e dentro silenzio, il silenzio della paura che, come un’onda gelata, spazzava via la voglia di spalancare la finestra sulla strada e guardare negli occhi gli altri occhi solo per dire no, non siete invisibili.
Ma quale coraggio e quale consolazione sarebbe stata per loro che partivano con un treno che viaggiava verso la fine.
Sì, si ripetè con una smorfia amara, viaggiare è un po’ morire, beffa di un sentire comune che si stava avverando sul binario numero 21.
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« immagine » Quella fredda mattina di gennaio i camion percorsero una città deserta ed arrivarono a destinazione. I teloni furono aperti e i prigionieri a gruppi furono spinti verso la stazione. La donna era alla finestra, scostò solo un pò la tendina per guardare e non farsi vedere. Invisibili...
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Il Bel Paese il giorno dopo

23 gennaio 2017 ore 12:45 segnala



Il Galileo di Bertolt Brecht rispondeva al suo allievo: «Sfortunata la terra che ha bisogno di eroi». Che si può anche tradurre come «beato quel paese che non ha bisogno di eroi»». E l’Italia certamente non è questo paese. Senza questi eroici vigili del fuoco, i volontari del Soccorso alpino e di altre organizzazioni la tragedia di questi giorni avrebbe avuto un bilancio ancora più pesante.

Non solo all’hotel Rigopiano, ma anche nei tanti borghi e frazioni rimaste isolate. È mai possibile che nell’era della rivoluzione dei mezzi di trasporto e comunicazione possono essere lasciate senza corrente elettrica 70-80mila persone secondo le stime approssimative che circolano? Certo, c’è stata una nevicata eccezionale, ma la verità è un’altra.

Anche quando abbiamo nevicate «normali» (come capita d’inverno!) c’è difficoltà a spalare le strade di montagna in molte località dell’Appenino, soprattutto nel Centro-Sud, a riparare i pali della corrente elettrica, in tante località dove i cavi della corrente passano su pali di legno vecchi e malfermi. L’ho sperimentato di persona in cinque anni di presidenza del Parco nazionale dell’Aspromonte: non c’è stato un solo inverno senza che paesini e frazioni non restassero senza corrente elettrica per qualche giorno o non fosse consentito l’accesso per la neve molto alta. Bisognava urlare, utilizzare le tv e le radio locali per costringere gli addetti ai lavori a compiere il proprio dovere.

In realtà, per chi conosce la pubblica amministrazione dall’interno sa che i servizi necessari di manutenzione sono un’eccezione e che solo nelle emergenze si attivano forze ed energie che vivono nel letargo.

Non riusciamo più a fare la manutenzione ordinaria, figuriamoci la straordinaria che oggi sarebbe necessaria per adeguarsi all’epocale mutamento climatico, allo squilibrio dell’ecosistema, per affrontare gli «« eventi estremi»» con cui, ci piaccia o no, dovremo convivere per molto tempo. Ma, non ci sono i soldi, si dice – nel momento dell’emergenza se ne stanzioni subito pochi e se ne promettono tantissimi -, per comprare tutti gli spalaneve che servirebbero, per rifare la vecchia rete elettrica che collega paesi e borghi delle nostre colline e montagne, per altro con un alto tasso di dispersione energetica.

Ma, se un cacciabombardiere F-35 che serve per distruggere e fare la guerra, costa come minimo dai 120 ai 150 milioni di euro (ne stiamo acquistando ben 90 per 15 miliardi di dollari) ed uno spalaneve nuovo fiammante costa 80mila euro, ci si domanda: quanti spalaneve potremmo comprare rinunciando all’acquisto di un solo F35 ?

Insomma, se viene l’estate abbiamo l’emergenza incendi, in autunno l’emergenza alluvioni, in inverno l’emergenza neve e in tutte le stagioni, secondo una temporalità imprevedibile, l’emergenza terremoti.

Così il Belpaese va giù un pezzo dopo l’altro, soprattutto l’Italia dei borghi antichi, delle aree interne di cui tutti parlano e scrivono, ma dove non succede assolutamente niente a livello di messa in sicurezza del territorio.

Ma, anche le città non se la passano tanto bene. Nella scorsa settimana sono state chiuse per il freddo (sic) più di mille scuole nelle città piccole, medi e grandi del Centro-Sud. Caldaie che si guastano e nessuno ripara, gasolio che finisce e non ci sono i soldi per comprarlo, o per riparare le finestre che si rompono o i vecchi impianti di riscaldamento. Eppure, con un tratto di penna in un baleno si sono trovati 20 miliardi di euro come salvagente per le banche. In questo caso la velocità è stata massima e non c’è stato nessun vincolo europeo o politica di austerity che conti. Con questa somma potremmo avviare un programma serio di attività di manutenzione ordinaria e straordinaria, di messa in sicurezza del nostro territorio e creare centinaia di migliaia di posti di lavoro veramente utili alla società ed all’ecosistema. Rifare e rendere efficiente la rete elettrica nazionale, mettere in sicurezza antisismica scuole e ospedali, terrazzare le colline, canalizzare le acque e rinaturalizzare fiumi e torrenti, proprio come ribasce spesso, inascoltato, questo giornale. Potremmo far lavorare insieme italiani e immigrati, i nostri «naufraghi dello sviluppo» secondo la definizione di Latouche, cioè i profughi di un mercato del lavoro che li espelle e chi scappa dalla fame e dalle guerre.

Utopia? No, è vero il contrario. Spendere in armamenti una pesante fetta di finanziaria e ben 20 miliardi per tamponare il sistema bancario italiano quando sappiamo che hanno la pancia piena di crediti inesigibili (per 200 miliardi) e di titoli tossici è questa la distopia dell’ insostenibile cinismo del nostro governo. In fine dei conti per loro quella del Kapital è l’unica emergenza che conta.

Da Il Manifesto 23 gennaio 2017
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« immagine » Il Galileo di Bertolt Brecht rispondeva al suo allievo: «Sfortunata la terra che ha bisogno di eroi». Che si può anche tradurre come «beato quel paese che non ha bisogno di eroi»». E l’Italia certamente non è questo paese. Senza questi eroici vigili del fuoco, i volontari del Soccor...
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L'America e Trump

14 novembre 2016 ore 11:10 segnala


d
i Loris Campetti (il Manifesto di Bologna)

Che succede quando le forze che si dicono progressiste sposano il capitale e la finanza e i ceti più colpiti dalla globalizzazione neoliberista si sentono – e sono – cornuti e mazziati? In una stagione in cui la tendenza alla guerra prevale sulla tendenza alla rivoluzione, per parafrasare un vecchio saggio orientale, e la sinistra non dissolta nel pensiero unico non è in grado di offrire un’alternativa, la guerra che prevale sulla rivoluzione è quella tra poveri. E a vincere sono sempre i ricchi che cambiata la casacca avanzano inneggiando al nazionalismo etnicamente puro, scatenando i penultimi contro gli ultimi, i bianchi contro i “colorati”, gli indigeni contro i migranti, i giovani contro gli adulti, i maschi contro le femmine. Protezionismo e muri. Brexit e voto Usa dovrebbero insegnarci qualcosa. E far dormire notti agitate a Matteo Renzi.

Che dovrebbe fare una sinistra, qualora esistesse, se gli immigrati vengono usati dal capitale come esercito del lavoro di riserva, se il sentimento prevalente tra i lavoratori o aspiranti lavoratori è la paura del futuro e verso il diverso, mista alla rabbia contro il potere e la politica? Se il lavoro viene portato dove le persone che lavorano hanno meno salario e diritti, più orario, e dunque più “competitività” nell’ipermercato delle braccia? Se la lotta di classe da verticale diventa orizzontale, se la competizione prevale sulla solidarietà?

Le parole, le promesse, servono a poco in assenza di un progetto alternativo chiaro e semplice e non convincono i ceti sociali abbandonati e traditi. Bisognerebbe tagliare le ali all’ideologia della competizione ricominciando a percorrere la strada dei diritti e dell’uguaglianza, del lavoro rispettato e dei lavoratori attrezzati con uno zainetto pieno di diritti non negoziabili che ne tutelino dignità e futuro. Certo, a governare il mercato del lavoro dovrebbe essere il pubblico e non i caporali, i call center, le agenzie di affitto e subaffitto degli essere umani.

Salari minimi contro il dumping sociale, in Italia come negli Usa, in Cina come in Svizzera. Cambiare il verso della storia non è semplice, anzi è un’opera titanica. Ma chiunque abbia in mente un altro mondo possibile, non può che ripartire dall’eguaglianza. Chiunque abbia in mente una sinistra, non può che ripartire dal lavoro, camminando insieme a chi per vivere ha bisogno di lavorare e lasciando ad altri la rappresentanza di broker, speculatori ed evasori.

Il fossato che il neoliberismo ha scavato tra cittadini e politica, il primato dell’economia, la prevalenza del mercato sui diritti stanno inferendo colpi pesanti ai vari establishment, ieri in Gran Bretagna, oggi negli Stati uniti e domani, forse, in Italia. Se a cavalcare la rabbia popolare è la destra populista o il populismo tout court, la ragione va cercata nella mutazione genetica delle sinistre mondiali che nella loro metamorfosi hanno perso la ragione sociale.

Le elezioni americane come l’antieuropeismo inglese dicono che è una bufala l’idea che per vincere bisogna convergere al centro, in un centro sempre più intasato di poteri forti e post-ideologie e sempre più vuoto di cittadini. Vallo spiegare a Renzi che abbraccia Alfano e Verdini e taglia ogni ponte con la sinistra, chiamiamola così per semplicità. Verdini non è “aggiuntivo”, è “sostitutivo”. Gli applausi dei potenti della terra, da Merkel a Obama, non è detto che paghino nell’urna, e aggiungiamo che le agenzie di rating sono numericamente meno consistenti degli operai metalmeccanici. Per farglielo capire, al sindaco d’Italia, e toglierselo dai piedi ci vorrebbe uno scossone.

Ma chi l’ha detto che con Sanders i democratici avrebbero perso perché sarebbe troppo di sinistra? In realtà Sanders avrebbe rappresentato un’alternativa vera alle lobbies di Wall Street coinvolgendo i giovani, quei giovani che non hanno votato per Hillary Clinton. Prendersela con loro sarebbe la risposta più stupida
.
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« immagine » di Loris Campetti (il Manifesto di Bologna) Che succede quando le forze che si dicono progressiste sposano il capitale e la finanza e i ceti più colpiti dalla globalizzazione neoliberista si sentono – e sono – cornuti e mazziati? In una stagione in cui la tendenza alla guerra preva...
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Shimon Peres dal punto di vista delle sue vittime

10 ottobre 2016 ore 10:46 segnala
Il verdetto sulla sua vita è molto chiaro ed è già stato pronunciato dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama: Peres è stato un uomo che ha cambiato il corso della storia nella sua incessante ricerca della pace in Medio Oriente.

La mia ipotesi è che ben pochi dei necrologi esamineranno la vita e le attività di Peres dal punto di vista delle vittime del sionismo e di Israele.

Ha occupato molti posti in politica, posti che hanno avuto un impatto enorme sui palestinesi ovunque questi si trovassero. E' stato direttore generale del ministero della Difesa israeliano, ministro della Difesa, ministro dello sviluppo della Galilea e del Negev (Naqab), Primo ministro e Presidente.

In tutti questi ruoli, le decisioni prese e le politiche perseguite hanno contribuito alla distruzione del popolo palestinese e nulla ha fatto per far avanzare la causa della pace e della riconciliazione fra palestinesi e israeliani.

Nato a Szymon Perski nel 1923, in una città che allora faceva parte della Polonia, Peres emigra in Palestina nel 1934. Adolescente in una scuola d'agricoltura, diventa attivo politicamente all'interno del movimento laburista sionista che all'epoca dirigeva il sionismo e più tardi il giovane Stato d'Israele.

Come figura di spicco dei quadri giovanili del movimento, Peres attira l'attenzione del comando della forza paramilitare ebraica della Palestina sotto mandato britannico, l'Haganah.

Bomba nucleare

Nel 1947, Peres è a tutti gli effetti reclutato dall'organizzazione e inviato all'estero dal suo leader, David Ben-Gurion, per l'acquisto di armi che poi saranno utilizzate nella Nakba del 1948, la pulizia etnica dei palestinesi, e contro i contingenti arabi entrati in Palestina in quello stesso anno.

Dopo alcuni anni all'estero, principalmente negli Stati Uniti, dove si occupa dell'acquisto di armi e della costruzione di infrastrutture per l'industria militare israeliana, rientra per diventare direttore generale del ministero della Difesa.

Peres si attiva per forgiare l'unione d'intenti fra Israele, Regno Unito e Francia per invadere l'Egitto nel 1956, invasione per la quale Israele fu premiato dalla Francia con la capacità necessaria alla costruzione di armi nucleari.

In effetti è stato proprio Peres a curare in larga parte il programma clandestino di armamento nucleare di Israele.

Non meno importante è lo zelo che Peres ha mostrato, sotto la guida e l'ispirazione di Ben-Gurion, per giudaizzare la Galilea. Nonostante la pulizia etnica del 1948, quella parte di Israele era ancora in gran parte campagna palestinese.

C'è Peres dietro l'idea di confiscare le terre palestinesi per costruire città esclusivamente per ebrei, come Karmiel e Nazareth Alta, e di piazzare l'esercito nella regione in modo da interrompere la contiguità territoriale tra villaggi e città palestinesi.

Questa rovina della campagna palestinese ha portato alla scomparsa dei villaggi palestinesi tradizionali e alla trasformazione dei contadini in una classe operaia urbana sottoccupata e svantaggiata. Questa triste realtà è ancora oggi di attualità.

Il campione dei coloni

Peres scompare per un po' dalla scena politica quando il suo padrone Ben-Gurion, Primo ministro fondatore di Israele, è messo da parte nel 1963, scalzato da una nuova generazione di dirigenti.

Torna dopo la guerra del 1967 e il primo portafoglio ministeriale che ricopre è quello di responsabile per i territori occupati. In questo ruolo, legittima, spesso con effetto retroattivo, la colonizzazione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Come molti di noi comprendono oggi, al momento dell'arrivo al potere del partito pro-insediamento Likud nel 1977, l'infrastruttura delle colonie ebraiche, in particolare in Cisgiordania, aveva già reso impossibile una soluzione a due Stati.

Nel 1974, la carriera politica di Peres diviene intimamente connessa a quella del suo nemico giurato, Yitzhak Rabin. I due uomini politici, che non potevano sopportarsi, hanno dovuto lavorare in tandem per ragioni di sopravvivenza politica.

Tuttavia, sulla strategia di Israele nei confronti dei palestinesi, hanno condiviso la visione coloniale sionista, bramosa di più terra di Palestina possibile con il minor numero possibile di palestinesi sopra di essa.

Lavorano bene insieme nel reprimere brutalmente la rivolta palestinese iniziata nel 1987.

Il primo ruolo di Peres in questa complicata partnership è quello di ministro della difesa nel governo Rabin del 1974. La prima vera crisi che Peres deve affrontare è una grande espansione del movimento coloniale messianico Gush Emunim nel suo tentativo di colonizzazione all'interno e attorno la città di Nablus, in Cisgiordania.

Rabin si oppone ai nuovi insediamenti, ma Peres sta con i coloni. Quelle colonie che ora strangolano Nablus esistono grazie ai suoi sforzi.

Nel 1976, Peres spinge la politica del governo in direzione dei territori occupati, convinto che un accordo potrebbe essere raggiunto con la Giordania, in virtù del quale la Cisgiordania sarebbe diventata di competenza della Giordania, ma tutto il resto sarebbe ricaduto sotto il dominio effettivo israeliano.

Vara delle elezioni comunali in Cisgiordania, ma con sua grande sorpresa e delusione, sono eletti i candidati legati all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina e non quelli fedeli alla monarchia hashemita giordana.

Ma come leader dell'opposizione dopo il 1977 e quando tornerà al potere in coalizione con il Likud nel 1984-1988, Peres resta fedele a quella che chiama "l'opzione giordana". Spinge i negoziati su queste basi fino alla decisione di re Hussein di cessare ogni legame politico tra la Giordania e la Cisgiordania nel 1988.

Il volto internazionale di Israele

Gli anni 1990 mostrano al mondo un Peres più maturo e coerente. E' il volto internazionale di Israele, che sia al governo o al di fuori di esso. Gioca questo ruolo anche dopo che il Likud diviene la principale forza politica del paese.

Al potere nel governo Rabin nei primi anni 1990 e come primo Primo ministro dopo l'assassinio di Rabin del 1995, e successivamente come ministro nel governo di Ehud Barak dal 1999 al 2001, Peres spinge un nuovo progetto per quella che definisce "pace".

Invece di condividere il controllo in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza con la Giordania o l'Egitto, ora desidera farlo con l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina. L'idea viene accettata dal capo dell'OLP, Yasser Arafat, che può aver sperato di costruire su questa base un nuovo progetto per la liberazione della Palestina.

Come sancito negli accordi di Oslo del 1993, questo disegno è approvato entusiasticamente dagli alleati internazionali di Israele.

Peres è stato l'ambasciatore principale di questa farsa conosciuta come processo di pace, che ha fornito a Israele un ombrello internazionale per stabilire una politica del fatto compiuto, consentendo la creazione di una vasta apartheid israeliana con piccoli bantustan palestinesi sparsi all'interno di essa.

Il fatto che abbia vinto un premio Nobel per la pace per un processo che ha accelerato la rovina della Palestina e del suo popolo, è un'altra testimonianza dell'incomprensione, del cinismo e dell'apatia dei governi del mondo verso la sofferenza palestinese.

Abbiamo la fortuna di vivere in un'epoca in cui la società civile internazionale ha smascherato questa farsa e offre, attraverso il movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni e il crescente sostegno alla soluzione dello Stato unico, una strada più promettente e originale.

Qana

Come Primo ministro, Peres ha dato un ulteriore "contributo" alla storia della sofferenza palestinese e libanese.

In risposta alle schermaglie senza fine tra Hezbollah e l'esercito israeliano nel sud del Libano, dove Hezbollah e altri gruppi hanno resistito all'occupazione israeliana iniziata nel 1982, e cessata nel 2000, Peres ordina il bombardamento di tutta la regione nell'aprile del 1996.

Durante quella che Israele chiama "Operazione Furore", i bombardamenti israeliani uccidono più di 100 persone - civili in fuga e Caschi blu dalle Fiji – nei pressi del villaggio di Qana.

Nonostante un'indagine delle Nazioni Unite abbia trovato "improbabile" la spiegazione di Israele secondo cui il bombardamento era stato un incidente, il massacro non ha intaccato in nulla la reputazione internazionale di Peres come "operatore di pace".

In questo secolo, Peres è stato più una figura simbolica che un uomo politico attivo. Fonda il Centro Peres per la Pace, costruito sulla proprietà dei rifugiati palestinesi confiscata a Jaffa, che continua a vendere l'idea di uno "Stato" palestinese con poca terra, senza una vera e propria indipendenza o sovranità come la migliore soluzione possibile.

Questa non funzionerà mai, ma se il mondo continua a dare credito a questa eredità di Peres, non ci sarà fine alle sofferenze dei palestinesi.

Shimon Peres ha simboleggiato l'abbellimento del sionismo, ma i fatti sul terreno mettono a nudo il suo ruolo nel perpetrare innumerevoli sofferenze e conflitti. Conoscere la verità, almeno, ci aiuta a capire come andare avanti e sbarazzarsi della tanta ingiustizia che Peres ha contribuito a creare.

Ilan Pappe, professore israeliano

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Il verdetto sulla sua vita è molto chiaro ed è già stato pronunciato dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama: Peres è stato un uomo che ha cambiato il corso della storia nella sua incessante ricerca della pace in Medio Oriente. La mia ipotesi è che ben pochi dei necrologi esamineranno la...
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10/10/2016 10:46:29
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Lampedusa _Morire cercando la vita

27 settembre 2016 ore 15:49 segnala
"Morire cercando la vita. Questa l'idea più dolorosa che sorge di fronte alle scene delle tragedie di Lampedusa.
Abbandonando ogni "prudenza", cercando con ostinazione l'umano, queste donne e questi uomini avevano fuggito l'odio, e dimenticato chel'ipocrisia può essere persino più letale.
Gli spettatori del naufragio, al sicuro, ancora una volta osservano, enumerano, promettono.
Per questo disturba ascoltare l'unanime commozione di queste ore.
Lo strep-tease del nostro umanismo, scriveva Sartre cinquant'anni fa… Quanti corpi
ancora, accasciati su una spiaggia, o per sempre perduti nel Mediterraneo o nel Sahara, dovremo osservare prima di riconoscere che quelle donne e quegli uomini non sono stati uccisi dalle onde o dalla sete ma dalle leggi sulla migrazione? Quante menzogne dovremo ancora tollerare prima di sentirli ammettere che è la nostra "legalità" ad alimentare un'economia di morte che nei passeurs, negli scafisti ha solo
il prestanome per ministri, legislatori e governanti?
Vivere in un paese dove il razzismo trova le sue più rozze espressioni nelle fauci di
questo o quel senatore, accresce ancor più l'amarezza e la rabbia, soprattutto in chi, come noi, ogni giorno ascolta il dolore e la confusione di tanti immigrati.
Perseguitati, trattenuti in ghetti o prigioni, dimenticati da una burocrazia indifferente, essi si chiedono perché il diritto dei deboli, dei giusti, debba ancora attendere.
Un sistema di leggi inique, in Europa, ma non solo, trasforma gli immigrati senza permesso di soggiorno in criminali, in "infiltrati" (così recita una legge del 1954, la "Prevention Infiltration Law" che, in Israele, consente di deportare, o trattenere nei centri di detenzione senza limiti di tempo, gli stranieri privi di documenti).
È bene ricordarlo: questa economia di morte, che ossessiona la difesa dei confini nazionali e dei privelegi di pochi, nutre un'economia dell'emergenza e della coercizione, e viceversa ne viene alimentata.
Questa stessa economia di morte giunge a punire persino chi soccorre e protegge i clandestini. Una legge provò del resto, solo qualche anno fa, a imporre l'obbligo ai medici di denunciare alle autorità giudiziarie i cittadini stranieri senza
permesso di soggiorno: a imporne l'obbligo pure a chi aveva come unico dovere solo quello della cura... Quando una legge è ingiusta, disumana, razzista, noi disobbediamo: noi intendiamo essere "complici" di questi clandestini.
I morti di Lampedusa ce lo impongono. Ora chiedono silenzio.
Lo ingiungono a chi osa fingere commozione. Noi rimaniamo, come sempre, accanto a loro, accanto a questi corpi perduti, morti di una guerra condotta contro un nemico inesistente, uccisi da armi invisibili (circolari, decreti,commissioni). È il momento di abrogare immediatamente una legge perversa, in Italia e in Europa.
Quella nuova non dovrà avere il nome di nessuno. Ne ha già troppi: i nomi di tutti coloro che sono morti cercando la vita.
Siamo vicini agli abitanti di Lampedusa e al coraggio del suo sindaco Giusi Nicolini, al loro restare umani. Siamo vicini al muto ripiegarsi dei sopravvissuti. La cura del
presente, delle loro (e delle nostre) incertezze, è anche la necessità di curare questi morti."
Associazione Fanon

Già, Restiamo umani, diceva Vittorio
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"Morire cercando la vita. Questa l'idea più dolorosa che sorge di fronte alle scene delle tragedie di Lampedusa. Abbandonando ogni "prudenza", cercando con ostinazione l'umano, queste donne e questi uomini avevano fuggito l'odio, e dimenticato chel'ipocrisia può essere persino più letale. Gli...
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