Appunti di viaggio in Nicaragua, anno 1984

09 ottobre 2017 ore 21:39 segnala


Il viaggio in Aeroflot è stato lungo:abbiamo fatto scalo a Mosca per sei ore. L’aeroporto è nuovo con soffitti a cilindri cavi di metallo ramato:il sole al tramonto li accende come lampade d’oro. C’è poca gente, tutto è tranquillo:la cena è compresa nel biglietto aereo, ci servono donne austere, poco inclini al sorriso;mangiamo a puntate, prima con sgombro , cetrioli, pane bianco e nerodolce di pasta frolla ed infine carne e gelato.
Siamo tutti allegri e ridiamo per le strane abitudini alimentari dei moscoviti. Prima dell’imbarco molti controlli e poi il decollo. Il tramonto visto a diecimila metri di altezza, sopra un tappeto di nuvole, ci accompagna per pochi minuti ed è subito notte.
Pochi di noi riescono dormire: ragazzi nicaraguensi dai tratti forti e scuri parlano., scherzano, si alzano di continuo, bevono e offrono da bere con la gioia di chi torna alla propria terra, lasciata per andare a studiare all’estero.
Fuori il buio è completo, vedo solo il riflesso delle luci interne sull’ala. Intanto le hostess russe passano servendo succhi di frutta dal sapore indecifrabile:anche loro sono indecifrabili, né sorridenti né serie, contadine che non amano il cielo.
Si accendono i segnali di atterraggio, stiamo sorvolando l’Irlanda, è notte piena: a Shannon fa freddo, i lavoratori dell’aeroporto sono assonnati e hanno tutti i capelli rossi. I servizi igienici sono uno specchio, sulle pareti ci sono i contenitori portaprofumo di cui puoi servirti gratuitamente.
Siamo al terzo decollo.
All’alba le coste di Cuba si stendono sotto di noi come fili bianchi di spuma intorno a un verde fitto e compresso. Il carrello dà un colpo sordo sulla pista., siamo all’Habana.
Sole tropicale e umidità ci avvolgono , sono le sette del mattino ma il caldo è già torrido. Attraverso le vetrate dell’aeroporto le palme stano immobili e sfocate come in un acquario.
La gente è allegra, colorata nella pelle, negli abiti e nelle voci.
La coda per l’imbarco è gonfia di risate , siamo storditi dal sonno e dall’afa, ma la curiosità di vedere e sentire è più urgente della stanchezza. Un’ altra ora di volo e tocchiamo il suolo di Managua: i giovani nica cantano in piedi canzoni d’amore e di lotta, guardando dagli oblò la terra di Sandino.
L’aria è assolata e ardente, ci ritroviamo fuori dall’aeroporto letteralmente fusi: un autobus ci porta nel Barrio di Santa Rosa, dove alloggeremo in una candelerìa, fabbrica di candele,: non c’è molta privacy, bambini entrano dalla strada fermandosi a guardare curiosi i nostri sacchi a pelo.
Una pioggia violenta interrompe la calura pomeridiana , le strade sterrate si riempiono di fango, dal marciapiede osserviamo la gente che dalle baracche di fronte a noi va e viene tranquillamente sotto l’acqua; il sollievo portato dall’ “aguacero” è finito e la sera arriva improvvisa , il sole qui tramonta alle sei, ma il caldo continua a trasudare dalle vie e dai tetti di lamiera.
Usciamo alla ricerca di un posto dove mangiare e chiedendo in giro arriviamo alla casa di Pablo:nel cortiletto interno ci sono alcuni tavoli di legno e due alberi da cui pende un’amaca in cui riposa un bambino piccolo. La moglie del nostro oste ci serve il piatto tipico, composto da riso, fagioli, avocado e tortilla. Pablo sta seduto in disparte e ci guarda sorridente: è un bel giovane indio , con occhi neri ed espressivi, ogni tanto tira su il figlio dall’amaca e lo stringe a sé. Ci racconta che ha appena terminato il suo servizio militare sui monti del nord, passato a combattere le incursioni della “contra” che uccide senza discriminazioni soldati e civili inermi.
Nella serenità della sera, interrotta solo dal vociare dei bambini che giocano sulla via, le sue parole riportano alla dura realtà di un paese in stato di guerra.
A Managua restiamo soltanto tre giorni; il Plantel Central è la fabbrica più grande della città , cerchiamo un nostro amico e lo troviamo in mezzo a torni e frese da riparare.
Paolo è contento di rivederci e ci dà appuntamento per il giorno dopo alle sei nella Panaderia di Plaza d’Espana.

Portiamo il registratore a Ines che lavora qui da un anno; partita dall’Italia per un campo di lavoro estivo come il nostro, ha deciso di restare per motivi che non le abbiamo chiesto, ma che tra due mesi capiremo.
Visitiamo il mercato “Edoardo Incontrera”, occhieggiante di frutti sconosciuti, ed immersi in una folla vociante di donne che vendono e comprano. Non distante c’è il Museo de la Révolucion, un edificio piccolo e basso, ricco di fotografie e documenti originali.
Sandino e il suo esercito ”loco” ci guardano come a chiederci perché siamo arrivati fino a loro. La risposta è difficile o forse troppo semplice sarebbe dire che la libertà e la giustizia per cui sono morti rappresentano un’utopia ancora da costruire.

........continua
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09/10/2017 21:39:27
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