Rep. IX. Senza Titolo.

03 dicembre 2018 ore 03:16 segnala
La sensazione dello stendersi sull'asfalto; una strada deserta, dove le erbacce lacerano lo strato nero, spuntando sporadiche vicino ai capelli.
I fantasmi della memoria giungono come cerchi concentrici attraverso il padiglione auricolare, come linee parallele attraverso il timpano frammentandosi in scaglie di squittii, fischi attutiti, riverberi pallidi, evocativi silenzi.

La pioggia attraverso un kaleidoscopio, simboli del sole.

Prima di abitare in questa stanza abitavo in una villetta di campagna.
Giocavo a colpire con dei sassi.
Immaginavo di gettarmi di sotto, nel cuore della campagna.

Sto disegnando sul muro una sfera d'argento.

Ho portato una penna ed una matita ai giardini pubblici, ieri notte.
Mi sono seduto su una panchina, intorno forse migliaia di comparse scontate di scenario cittadino. Non vedevo nessuno in realtà.
Ho riempito pagine per te.
Prima di andare via ho tenuto a mente il tuo indirizzo immaginario.
Immagino che tu viva in giro.
Che espressione piena di sorrisi amari covavi.
Volevo mi raccontassi di te con poche frasi brevi.
Sapevi quello che dicevi ma non dicevi mai quello che sapevi.
Ora brucerò questo foglio come gli altri prima di lui. Così le mie parole ti arriveranno un pò alla volta. Come una corrente.

Tutto dissolto nell'acqua.
Le incombenze dell'ossigeno si stanno smontando, e il mio cervello non aerato si sottopone completamente alla mia volontà. Una sniffata di corporalità. Senza lo spirito in mezzo. Senza la ragione di mezzo. Coscienza cardiaca e sanguigna.
Come se potessi spandermi dentro questo boccaporto, essere bevuto dai sensi del mio stesso corpo.

Stamattina pioveva.
Fuori si formavano pozzanghese verdastre.
Perchè questa gente mi guarda?

Filamenti blu della realtà.
Onde mute percorrono il mio corpo, tutto è dissolto.

Bambini antepongono le loro mani sudaticce alla meccanica perfetta.
Sangue schizza dagli abissi dell'anima, scimmie leggono.
Le mie gambe sono sfocate, rallentate il nastro.

Sulle sue piastrelle bianche, il riflesso di anni.

Qualche vera ferita in uno dei pomeriggi in cui organizzavo la rivoluzione.

Guardare la provincia sognante mentre il vecchio scarafaggio spurga dentro la stanza e dentro noi.

Veloce! Veloce! Veloce!
Veloce percorre le miniere fino alle prime luci dell'alba.
Veloce corre a folle velocità verso un bagliore e il nulla oltre. Con un folle senso di vertigine. Con smarrimento. Le membra sono al contrario da tanta è la velocità.
Veloce! Veloce! Veloce! Scorri la gomma quadrata che ti inumidisce e unge attorno.
Veloce! Veloce! Veloce!
Non ripartire subito. Molle nell'atomosfera. La notte che schizza come sangue fra i tuoi capelli, nei bagliori delle scintille.
Veloce! Veloce! Veloce!
La tua immagine rimasta nella fissità.
Veloce! Veloce! Veloce!

Scorre le strade come pagine di calendari e scrive messaggi personali.
Fila per le strade a scrivere nei posti dove la gente non guarda.
Se potesse amputarle ne farebbe un mosaico.
Un eroe abbastanza impossibile darà la caccia a loro come all'oro azteco, le troverà perchè tutte unite sono alla mia carezza di dama.
Le mie scritte una dopo l'altra.
Il mio eroe verso me.
Le mie scritte verso l'impossibile.
La mia costruzione verso me stessa.
La mia vita verso le mie scritte.

La notte ascoltavo le sue parole di nulla.
Splendido ed incosapevolmente signorile, distruttore.
D'altra parte ognuno ha l'effigie esistenziale che merita.
Non violenza. Non brutalità. Non entusiasmo. Non passione. Non amore. Non odio. Non ciò era sua arma di bel brivido.

Sembra sarebbero esistiti lo stesso, pur senza qualcosa contro cui risaltare.

Mi cercano; sfilano per casa a tastare le mie matite d'avorio, i miei disegni, i miei racconti, le mie ghirlande.
Le montagne sono in bianco e nero.
Se fossi abbastanza sicuro che non mi stessero cercando andrei in una di quelle grotte, a viverci, ad accendere piccoli falò.
Ho freddo anche se c'è il sole che mi abbaglia.
Ho abbandonato il mio giaccone in una cabina.
Più tardi andrò nel bagno a tagliarmi i capelli ed il viso.
Non mi riconosceranno.

Ci troviamo sopra un traliccio di metallo.
E' lì che ci troviamo in un mondo che non è questo, e che non è abbastanza vivido da trovarsi in un altro.
Nell'eco meraviglioso mille volte sparirà, mille volte sarà presente.
In quell'eco siamo insieme.
Spira lì il nostro vento.

Sputare colori variopinti sul quaderno, con le braccia lunghe chilometri di asfalto.
E non creda che non pensi troppo al tempo perduto.

Con il vuoto attorno, a richiuderlo, il capitolo lacero.

Il desiderio è ciò che conosci più di ogni cosa.

Lo vedi l'angolo del fermo immagine?
La strada affollata mi inghiotte.

Sarebbe stupendo vedere quel tipo di condensanzione di morte esplodere insieme.
Ripenso a tutti gli incendi che ho causato un tempo.
Cosa sarebbe successo al mio cervello?

Penso fermamente che un giorno valga l'altro.

In un universo dallo spazio finito, come questo e tutti quelli che descriviamo nei nostri racconti, non abbiamo diritto alla vita.

Nessuna poesia che mi renda più vicini i sogni che non ho.

La tua mente è un concentrato di pareti di cartone, da spostare mano a mano che procedi; gli sbarramenti sono apparenti e tu li sposti a piacimento.

Ho detto ad M. ad N. ed ad I. che le iniziali dei nostri nomi non corrisponderanno mai ai nostri nomi.
Con voce ebbra non mi dice questo e mi scrive "La follia è negli occhi di chi non sa vedere l'inferno".

I miei occhi pulsavano sotto la febbre, oscurandosi a intervalli.
In lapide mordente, silenzio enorme in sguardo altrui.
Che dica tutto ciò che io non riesco mai a pensare.

Sento pulsare la notte

Ripenso a tanti anni fa, quando era una notte calda come questa.

Ho bisogno di sprecare parole sopra ciò che di parole è morto.
Perdonami.

Pioveva davvero tanto, ed era pioggia vorticosa nel vento.
Solo Dio saprebbe perchè lo facciamo se Dio esistesse.

Progressivamente l'impulso scomparve, come tutte le idee e le emozioni.

La stessa frase che giaceva da qualche parte nei momenti di condivisione e di fratellanza, si è presentata a chieder pegno.
Per rubare l'ultimo piacere.

Meglio scrivere subito.
Fra un'ora il mondo non esisterà più.
La morte arriva come il resto, discretamente.

Stacco fino ad una mattinata dispersa per campagne all'inizio della primavera; la strada completamente deserta è inondata di luce.

Il cielo è di nuovo grigio.
Intravista tra così tanta morte da dover piangere per l'eternità.

Arriva, fortissimo e aspro, uno schiaffo cerebrale. La sensazione di aver colto qualcosa.
Mentre l'acido mantellino si distende, non riesco a sputare niente.
Butto solo indietro la testa. Svengo. Vado. Ciao.

Prima di sparire, pare qualcosa dentro di me stia muovendo tutto; squassato il silenzio come una pietra, come una rete stesa contro la caduta.
Per un attimo ho toccatto qualcosa.

Indietreggia la telecamera e scopre noi.
Indietreggia la telecamera e scopre una telecamera che la sta riprendendo.

Incapaci di pensare per un solo attimo che il nostro dolore non abbia significato.
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La sensazione dello stendersi sull'asfalto; una strada deserta, dove le erbacce lacerano lo strato nero, spuntando sporadiche vicino ai capelli. I fantasmi della memoria giungono come cerchi concentrici attraverso il padiglione auricolare, come linee parallele attraverso il timpano frammentandosi...
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03/12/2018 03:16:26
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