Tu denunceresti quella mano sul sedere?

14 aprile 2018 ore 21:19 segnala

Quale meccanismo ho fatto crescere nella mia mente che ha reso quei gesti un’abitudine che ora riesco a tollerare?
Perché non ho più la fiducia necessaria nel credere che un mio atto cambierebbe qualcosa?
Il 90% delle molestie che avviene sui mezzi di trasporto non si denuncia e per questo motivo la Met Police di Londra ha lanciato una campagna di sensibilizzazione con un video che è diventato in poco tempo virale e che ha suscitato moltissimi commenti sul web.
La sequenza delle immagini proposte è una vera e propria escalation in cui i gesti e gli atteggiamenti di uno sconosciuto vanno costruendo a poco a poco la molestia ai danni di una donna che si trova a percorre il suo quotidiano tragitto in metro: si comincia con degli sguardi insistenti che l’uomo lancia alla donna dalla banchina, poi in metro la sua presenza si fa più incombente, tanto da fare in modo che la donna riesca a percepire il suo respiro a pochi centimetri dal suo orecchio, fino a quando la distanza tra i due è talmente ridotta da consentirgli di sfiorarle i fianchi e toccarle il sedere con insistenza, prima con la mano e poi con altro. Lei prova a cambiare posto ma lui la segue.
A quel punto il filmato mostra la rassegnazione e l’impotenza sul volto di lei che spaventata altro non può fare se non scappare via alla prima fermata utile.
Ad ogni sequenza la voce di sottofondo chiede “would you report it?”, ovvero, “tu lo denunceresti?” Ho 31 anni anni ed a questa domanda ho già dovuto rispondere diverse volte e questo video, nel suo toccante realismo, suscita in me sensazioni più vicine all’ironia che alla partecipazione di una donna colpita da molestie. Solo rivedendolo più volte riesco a farmi coinvolgere.
Tu denunceresti?
Sì, l’ho fatto, ma soltanto una volta.
Avevo 15 anni e nella tranquillissima, educatissima Avellino, un pomeriggio d’estate, un baldo giovine pensò bene di sorprendermi scagliandosi contro il mio seno per poi continuare a camminare in tutta tranquillità. Io restai basita, immobile, quasi paralizzata per alcuni minuti.
Quando lo raccontai a casa mio padre mi disse che avrei dovuto denunciare il fatto, perché ero una cittadina con il dovere di segnalare una violazione della legge. Io mi sentivo stupida, impotente, ma ci andai e i Carabinieri annotarono la mia denuncia contro ignoti, della quale, ovviamente, non ho mai saputo più nulla. Esistono dieci, cento, mille motivazioni diverse per le quali tutti gli episodi che mi sono capitati in seguito sono caduti nell’oblio. Non che mi siano mancate le occasioni.
A Roma, a Milano, in vetture super affollate, più di una volta ho sentito mani viscide cercarmi nella calca, ho avuto la sensazione che alcuni corpi fossero immotivatamente troppo stretti al mio, ho avvertito quello stesso respiro richiamato nel video troppo vicino al mio orecchio.
Non è mai stato un semplice disagio, è sempre stato qualcosa in più. Perché non ho più avuto la forza, il coraggio, l’onestà di gridare, di denunciare, di cercare in qualunque modo di ribellarmi a quella violenza strisciante che si celava tra la folla in tutta la sua vigliaccheria?
Quale meccanismo ho fatto crescere nella mia mente che ha reso quei gesti un’abitudine che ora riesco a tollerare?
Perché non ho più la fiducia necessaria nel credere che un mio atto cambierebbe qualcosa?
Che cittadina sono diventata così incapace di affidare i miei disagi alla giustizia? Ma la mente umana riesce sempre a sorprendere, ad addolcire una pillola troppo amara da mandar giù, a creare una protezione che trasforma e smorza le realtà troppo difficili da accettare.
Compresa la nostra viltà, la nostra pavidità. Qualche volta sono arrivata a chiedermi se quello che sentivo era soltanto frutto della mia mente. Se ero io stessa a suggestionarmi troppo.
Così ho cominciato ad evitare alcune corse troppo affollate, ho cominciato ad utilizzare la borsa e tutto ciò che avessi con me come uno scudo per difendermi dagli altri.
Ho cercato sempre di percorrere strade trafficate, di stare dalla parte dell’autista sull’autobus, di evitare di incrociare gli sguardi di chiunque.
Ho cominciato a correre, a scappare dalle situazioni che prendevano una brutta piega. Ho preferito il silenzio perché sapevo che non avrei trovato il coraggio di denunciare l’ennesima mano, l’ennesimo commento sussurrato, l’ennesimo sberleffo alla mia dignità.
Sono onesta. Questo video non mi ha cambiato la vita, non mi ha trasformata di punto in bianco in una paladina della legge, in una eroina senza macchia e senza paura. Però mi ha restituito quelle domande che avevo spinto nell’angolo cieco della mia mente, che avevo volutamente soffocato perché in contrasto con la mia morale, con l’immagine che io stessa avevo di me.
Domande che meritano una risposta senza zucchero aggiunto.


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Pasquale Dichicco, consulente Immobiliare.

01 aprile 2018 ore 12:02 segnala

Numero iscrizione al ruolo: 7586
Pasquale Dichicco
CONSULENTE IMMOBILIARE, iscrizione al ruolo mediatori n°7586. REA MI-2312298. VUOI REALIZZARE IL MASSIMO DALLA TUA COMPRAVENDITA NEL MINOR TEMPO E CON IL MINIMO DISTURBO? NON ESITARE A CHIAMARMI!!
Svolgo con entusiasmo quest'attività dal 1996 già riscuotendo notevoli consensi. Aiutare i clienti a realizzare i propri sogni è ciò che ogni giorno mi da maggiore motivazione.
Se stai cercando o vendendo casa, vieni a trovarmi nel nostro centro uffici di Milano, corso Eritrea 262.......troveremo insieme ciò che maggiormente ti soddisfa!

Too Many Cooks (Troppi Cuochi).

15 marzo 2018 ore 18:23 segnala
Una serie TV che è tra la parodia, lo splatter e il nonsense, è diventata virale e sta facendo impazzire gli USA.

Too Many Cooks è un video di un genere strano, che potremmo situare in un territorio che sta tra la parodia, la nostalgia degli anni Ottanta, il surrealismo, lo splatter e il “weird”, ovvero il bizzarro.
Un po’ Mel Brooks, un po’ Luis Buñuel un po’ di Tarantino e un po’ di David Lynch. L’IMDb — Internet Movie Database — lo definisce «a humorous innovative, original, inventive, trend-setting, progressive, groundbreaking, trailblazing, revolutionary; parody of the 1980’s sitcoms», ma probabilmente è anche di più.
Si tratta di un video di undici minuti e undici secondi che è stato trasmesso, ogni giorno alle quattro del mattino, per circa una settimana consecutiva a partire dal 27 ottobre scorso da e, dopo essere stato pubblicato da un utente su YouTube, è diventato virale, è stato visto da circa due milioni di persone in poche ore ed è stato commentato, spiegato, interpretato dalla maggior parte delle testate statunitensi che si occupano di cultura, dal New Yorker al Washington Post, dal Guardian a Vox, da Buzzfeed a Vulture, da The Gawker a Slate.
Un consiglio, prima di andare avanti guardatelo:

La prima volta che l’ho visto io è al minuto 2.24, seduto sulle scale, dietro i personaggi che si preparano per la foto di gruppo, ma magari appare anche prima.
Siamo alla prima foto di gruppo del finto cast della finta sitcom che sembra, per ora, essere il centro di questo video parodia al gusto “Tanta nostalgia degli anni Ottanta”.
Dopo quell’istantanea il video cambia.
Prima riparte la sigla, ma in tondo, poi di colpo sembra diventare una parodia di T. J. Hooker e Super Vicky — due serie che se siete stati bambini tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli Ottanta avete ben presente — poi è il momento del cameo di Lars Von Trier travestito da torta (ripeto, se non l’avete visto fermatevi e guardatelo, altrimenti mi prendete per pazzo) e l’inizio di un pezzettino del video che diventa animato.
Lì ricompare lui, questa volta in versione animata, poi dopo pochi istanti, inizia il massacro.


Il Lui di cui sto parlando (e che a questo punto saprete quasi tutti chi è) inizia a fare a pezzi il cast del telefilm, insegue una ragazza (scena fantastica, dal minuto 5), la ammazza, conficca il machete nella testa di un tizio, fa saltare il capo ad altri, ne affoga una e ne strozza un paio, fino all’apoteosi dello splatter-horror nonsense, quando cucina pezzi degli attori. È un delirio pulp, con la violenza posticcia di un Quentin Tarantino e la presenza costante dell’inquietudine di un David Lynch.

C’è ancora tempo per una virata al fantascientifico trash, e poi, verso il minuto 9 il video va in cortocircuito e capitombola fino al finale in cui il gatto Smarf si trascina sviscerato sul pavimento nel tentativo di schiacciare il più classico dei bottoni rossi e far finire la follia, ma no fa altro che resettare tutto, e far ripartire il loop, garantito dal finale “To be continued”.

Ma che cos’è davvero Too Many Cooks? È veramente un video prodotto ingenuamente per finire proiettato alle quattro del mattino in uno slot di un network via cavo, casualmente finito su YouTube e altrettanto casualmente diventato una specie di ossessione per gli americani?
La risposta secondo me è sia sì che no. Perché Too Many Cooks è una trappola, un nonsense che genera senso dal suo non averne, un cortocircuito provocato. Per usare una frase presa a prestito da un fumetto di Ratigher che ho appena letto e che, forse, ho sovrainterpretato, direi che «This is not a video. This is a silver bullet for your middle class brain».
È un proiettile d’argento destinato ai nostri cervelli borghesi, è un André Breton elevato alla Luis Buñuel che nello stesso tempo non vuol dire nulla, ma può voler dire tutto.
È il postmoderno del postmoderno. È geniale.


Riassumo le tappe del mio rapporto con Too Many Cooks, e di come ne ho discusso con una mia collega, ieri notte, mentre eravamo indecise se farne un post subito o aspettare stamattina.
Se non altro per dormirci sopra e capire se è una cazzata o è una genialata.
Ho l’impressione che possano essere utili per capire che diavolo di oggetto è e come dobbiamo prenderlo.
Allora: la prima volta che lo vedi pensi sia una cazzata. Poi vedi che tutti ne parlano e pensi che, se tutti ne parlano allora qualcosa vorrà pur dire.
Poi trovi un pezzo del New Yorker che ne parla e ti vien da dire: «Ah, è come la pensavo io.


Vuol dire tutto e non vuol dire niente».
Poi pensi che, se scrivi esattamente quello che scrive il New Yorker i lettori credono che tu non ci abbia capito una mazza e che ti appoggi a qualcuno che ne sa di più. A quel punto cerchi sul serio di interpretarlo, ti viene in mente quando leggevi gli esperimenti surrealisti, quando ti stava molto simpatico André Breton. Ti ritorna in mente il Fascino discreto della borghesia e un altro paio di film di Buñuel, il situazionismo, pensi di aver capito tutto ipotizzando un meta-McGuffin, pensi a Infinite Jest di Davod Foster Wallace, parti in un circolo vizioso di associazioni libere fino a quando ti fermi.


Sì, ti fermi. Perché ti accorgi che quella cosa sta succedendo anche a te, che quel cortocircuito sta funzionando anche con te. Pensi che l’ansia catalogatrice di dover dare un’etichetta anche al nulla, quella specie di ossessione per la spiegazione che deve esserci a tutto, sempre, e che è tipica della nostra società ha fregato anche te, che invece pensavi snobisticamente di esserne esente. Perché in fondo, pensi, Too Many Cooks non vuol dire nulla, e che tutti i tuoi retropensieri sono gli schizzi di sangue sul muro di un cervello borghese colpito da quella pallottola d’argento.

È-una-trappola! Mi scrive in chat la mia amica, verso mezzanotte, quando io sono ancora immersa nel mio personale bagno di sangue che cola copioso dal mio cervello borghese, trafitto e spatasciato dal famoso proiettile d’argento, nel tentativo di trovare spiegazioni. Ha ragione. Too Many Cooks è una trappola, ma di quelle che hanno la genialità e il paradosso di una bomba che si autodisinnesca innescandosi.

Hello Kitty l'assorbente di tendenza fra le teenagers.

10 marzo 2018 ore 19:00 segnala


Penso che siano comparsi da una vita in tutti i supermercati gli assorbenti di Hello Kitty, la ormai famosissima gattina che ha conquistato mezzo mondo.
Però solo oggi li ho presi in considerazione perchè, avendo in famiglia una new entry in fatto di "ciclo", sono stata incaricata di comprarli.
La nipotina (13anni) si è tanto raccomandata: - Ti prego zia, solo quelli! -
La scelta è tra le confezioni viola, rosse e rosa, dagli assorbenti ai proteggi slip. Gli assorbenti ... pare che siano all'interno molto colorati!
Idea sicuramente simpatica per le giovani ragazze che si apprestano all'uso degli assorbenti e che non si sentono ancora donne, e naturalmente perfetta per chi ama Hello Kitty!


:::::::::::::::::::::::::::

E' stata la prima volta che li vedevo e, a dir la verità, mi sono messa un po' a ridere quando li ho visti lì sullo scaffale.
Strano, ho detto, io non ho mai pensato di comprarli, ma ora mi sono incuriosita vedendoli in bella mostra.



Spesso gli oggetti di marchi che vanno alla grande sono meno funzionali di altri, quindi assorbenti Hello Kitty si o no?
Oltre all'immagine, c'è qualcosa di più?
E poi, saranno davvero come nella foto? Un giorno di questi mi deciderò a provarli anch'io e poi, statene certi, vi farò sapere.
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« immagine » Penso che siano comparsi da una vita in tutti i supermercati gli assorbenti di Hello Kitty, la ormai famosissima gattina che ha conquistato mezzo mondo. Però solo oggi li ho presi in considerazione perchè, avendo in famiglia una new entry in fatto di "ciclo", sono stata incaricata di...
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Significato e differenza di outing e coming out.

25 febbraio 2018 ore 12:52 segnala


L’italiano, come tutte le lingue è sempre in evoluzione e si arricchisce con termini in prestito da lingue straniere, che entrano a far parte del vocabolario comune. Queste nuove parole devono però essere usate correttamente rispettando il loro significato originale, senza stravolgimenti. Oggi vi spiegherò il significato di due parole mutuate dalla lingua inglese: Outing e coming out, spesso usate per identificare lo stesso concetto, ma che hanno due significati propri e ben distinti. Cosa significano queste due parole che ormai sentiamo spesso e che magari ci siamo ritrovati ad usare? Ecco il loro significato e come usarle contestualmente e correttamente.



Prima di tutto chiariamo che le due parole si riferiscono al momento in cui viene reso noto l'orientamento sessuale di una persona fino a quel momento considerata eterosessuale.
I due termini, però, non sono intercambiabili perché fanno riferimento a due situazioni ben diverse. Quindi vediamo di capire una volta per tutte quando utilizzare la parola coming out e quando outing.



L’espressione “coming out” deriva dall’inglese e significa letteralmente “uscir fuori“: in italiano potremmo tranquillamente tradurlo con “dichiararsi”, uscire allo scoperto volontariamente in poche parole. Infatti è proprio di questo che si tratta perché il coming out è un atto volontario di dichiarazione del proprio orientamento sessuale.
Negli ultimi periodi abbiamo assistito a molti coming out di personaggi famosi che hanno dichiarato di essere omosessuali, tramite la stampa, video postati da loro stessi, e dichiarazioni spontanee sui social. Qualche esempio? Celebri coming out sono stati quelli di Tiziano Ferro, Ricky Martin, George Micheal, giusto per citare qualche nome famoso, ma sono in tanti ad aver deciso consapevolmente di mostrarsi al mondo così come sono, con coraggio e grande senso di libertà. Chiarito questo, dobbiamo però dire che il termine coming out è stato spesso confuso con la parola outing. Sentiamo, infatti spesso, l’espressione fare outing, ma cosa significa veramente?




Passiamo quindi a spiegare l’espressione outing: il termine deriva dall’inglese e viene usato quando una persona è “outed” , cioè viene scoperta, esposta! Questa espressione perciò si differenzia dal coming out perché è utilizzata per rivelare l’inclinazione sessuale di una persona senza il suo consenso! La differenza è abissale: nel caso del coming out la dichiarazione di omosessualità è volontaria e dipende solo dalla persona, mentre per l’outing si tratta di rendere noto l’orientamento sessuale di terzi che si trovano quindi a subire una rivelazione senza il loro benestare! L’outing è spesso associato a un’accezione negativa, ad una situazione spiacevole che viola la privacy di una persona.
Come potete notare le due espressioni sono davvero molto diverse e devono essere usate in modo corretto. Ora che ne conoscete il significato potete iniziare ad utilizzarle nel modo giusto, ciao ciao! :bye
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« immagine » L’italiano, come tutte le lingue è sempre in evoluzione e si arricchisce con termini in prestito da lingue straniere, che entrano a far parte del vocabolario comune. Queste nuove parole devono però essere usate correttamente rispettando il loro significato originale, senza stravolgim...
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Volevate qualche curiosità sulle tette? .... eccovene dieci!

18 febbraio 2018 ore 14:51 segnala

1. Le più grandi tette rifatte del mondo sono una taglia 38KKK che corrispondono più o meno a 4 kg di silicone. Appartengono all’esuberante Sheyla Hershey, una Texana 29enne che dopo essere andata contro il parere di medici amici ed ex-ragazzo, ha deciso di andare in Brasile e operarsi per ben 9volte per raggiungere questa taglia da record.

2. Esiste un’organizzazione non governativa che si batte per il diritto femminile di andare in giro in Topless. L’organizzazione si chiama GoTopless e da anni rivendica il diritto femminile di poter girare a torso nudo così come fanno gli uomini. Spesso i membri di questa particolare società organizzano raduni per rivendicare il loro diritto. Sosteniamo anche noi queste bellezze! Questo il sito: gotopless.org

3. La tetta sinistra solitamente è quella più grande. Come molti/e di voi sapranno le due tette non hanno praticamente mai la stessa dimensione. La cosa curiosa però è che quasi sempre è il seno sinistro ad essere il più grande. Se non ve ne siete rese conto, no problem, spesso (per fortuna) la differenza è quasi nulla.

4. E’ stato dimostrato che la prima cosa che gli uomini notano in una donna, sono le tette. Non una grande sorpresa a dire il vero. Una ricerca condotta al Victoria University di Wellington ha mostrato come il seno è spesso la prima cosa che gli uomini guardano in una donna e senza dubbio, la parte del corpo che guardano per più tempo rispetto alle altre. Buone notizie per gli uomini, un altro studio ha rivelato che guardare il seno ad una donna per almeno un minuto al giorno può giovare sulla vostra salute e allungarvi la vita da 1 a 4 anni.

5. Gli uomini possono allattare. Anche se accade in rari casi, gli uomini, essendo “dotati” di ghiandole mammarie sono in grado di produrre latte e quindi di allattare. La maggior parte delle volte in cui l’allattamento maschile avviene è a causa di trattamenti ormonali per tumori e malattie simili.

6. Le donne Inglesi sono quelle con le tette più grandi d’Europa. Un’indagine effettuata dalla marca di biancheria intima Triumph ha scoperto che le donne Inglesi sono quelle con i seni più grandi d’Europa, più della metà delle donne d’oltremanica veste almeno una coppa D. Al secondo posto si piazzano le Danesi, seguite dalle Olandesi. Le italiane sono in fondo alla classifica con un significativo 68% che non supera la coppa B. Non importa, siamo bellissime ugualmente!

7. In media una tetta pesa circa 500 grammi. Il seno contribuisce al 4-5% circa della massa grassa e a circa l’1% del peso corporeo totale in una donna media. Quindi se vi sentite grasse provate a togliere il peso e il grasso delle vostre tette, se siete maggiorate magari potreste tornare al peso forma.

8. Il seno ingrassa. All’età di 20 anni, il nostro seno sarà composto da collagene, ghiandole mammarie e grasso e sarà quasi sicuramente sodo; con il passare degli anni le prime due pian piano si ritireranno lasciando sempre più spazio al grasso. Per questo il seno con l’avanzare dell’età tende sempre più a collassare sotto il suo stesso peso.

9. La chirurgia plastica al seno può portare al suicidio. Nell’ Agosto del 2017 uno studio dell’Annals of Plastic Surgery ha portato alla luce che le donne che hanno effettuato un intervento di chirurgia plastica al seno, hanno la probabilità di commettere un suicidio 3volte superiore rispetto alle altre donne. Si crede che la causa sia riconducibile al fatto che le donne con il seno rifatto sono più propense ad avere problemi psichici.

10. In Cina esiste una facoltà per lo studio del reggiseno. Si trova ad Hong Kong la Polytechnic University, università nel quale è presente una laurea specialistica per lo studio, la progettazione e la realizzazione di reggiseni.

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« immagine » 1. Le più grandi tette rifatte del mondo sono una taglia 38KKK che corrispondono più o meno a 4 kg di silicone. Appartengono all’esuberante Sheyla Hershey, una Texana 29enne che dopo essere andata contro il parere di medici amici ed ex-ragazzo, ha deciso di andare in Brasile e operars...
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Descriviti elencando pregi e difetti (se ritieni di averne).

07 febbraio 2018 ore 12:40 segnala

Descrivi te stesso! Questa è la domanda di solito posta nella maggior parte dei colloqui di lavoro, e altrettanto spesso si risponde miseramente! Cosa si dice di così sbagliato nella risposta e perché ci fa sempre agitare questa domanda? Perché ci hanno sempre insegnato, i nostri genitori e gli anziani della famiglia, a non vantarsi parlando di noi stessi.
In poche parole ci hanno inculcato una falsa modestia che alla fine penalizza una descrizione obiettiva e sincera del nostro ego.
Con un’infanzia piena di tale consulenza repressiva, non è sorprendente che la maggior parte di noi inizi la risposta con balbuzie e con un puritano rossore, cambiando istantaneamente, in un lampo, le nostre possibilità di occupazione.
Quindi, cosa diciamo? Francamente, basta rispondere alla domanda come viene. La maggior parte dei candidati sconcertati temono questa domanda e iniziano con uno stupido "Fondamentalmente, il mio nome è ...". Perché non ci rendiamo conto che il nostro CV è lì proprio di fronte l'intervistatore, e lui lo sa già.
Ripetendo le cose che sono riportate nel nostro curriculum, abbiamo dimostrato che siamo un tipo di persona con poca fantasia e nessuna capacità d’innovazione e di presentazione.
In realtà, una domanda di questo tipo è un modo ideale per collegare tutto ciò che vogliamo dire di noi stessi e che, per forza di cose, abbiamo dovuto lasciare fuori del CV. Se hai frequentato un istituto superiore, si dovrebbe dire che l'istituzione scolastica ti ha insegnato molto di più di quello che dimostra il diploma che hai conseguito, si può parlare di persone che ti hanno influenzato, di libri letti, dei tuoi hobby e di altri interessi che ti riguardano.
Puoi parlare dei tuoi punti di forza; forse anche citare un esempio, quando avete utilizzato le vostre abilità di risoluzione dei conflitti o di capacità di vendita o qualsiasi altra cosa.
Citare, ma senza approfondire troppo, le proprie debolezze. Fare in modo che diventino punti deboli "positivi". Per esempio si potrebbe dire che a volte si paga per la troppa attenzione ai dettagli rispetto a quanto garantito. Si può confessare apertamente la tendenza ad essere impaziente con i membri del team che non riescono a portare il loro compito o che non possono contribuire a sufficienza.
Ma in primo luogo, pensare prima quello che si vuole dire di se facendo un po' di pratica con se stessi. Ricordate, se si esita a descriversi, i tuoi intervistatori se ne accorgeranno e dubiteranno che tu sia adatta ai requisiti che richiedono. Dopo tutto, se non sai parlare di te, sarà ben difficile che tu sappia comunicare con gli altri come si dovrebbe.
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« immagine » Descrivi te stesso! Questa è la domanda di solito posta nella maggior parte dei colloqui di lavoro, e altrettanto spesso si risponde miseramente! Cosa si dice di così sbagliato nella risposta e perché ci fa sempre agitare questa domanda? Perché ci hanno sempre insegnato, i nostri geni...
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Non farti strappare i jeans, strappali con le tue mani!

16 gennaio 2018 ore 18:23 segnala

Sono anni ormai che spopola la nuova moda tra uomini e donne dei Jeans strappati fai da te: ecco come fare a strappare e quanto strappare, video tutorial per realizzare pantaloni di tendenza.
Una tendenza in uso già negli anni Ottanta e Novanta e adesso, indossati con tacchi alti o scarpe comode, i jeans con gli strappi sono uno degli abbigliamenti attualmente più usati da tipi&tipe. Se ne trovano ormai di svariati modelli, ma quelli che fanno ancora più tendenza sono i modelli fai da te realizzati con fantasia o utilizzando appositi tutorial. Ma come strappare un paio di jeans con il fai da te e renderli alla moda?


Prendiamone un paio, possibilmente non troppo nuovi. Non devono essere né troppo attillati, né troppo larghi: il modello anni ’80 e ’90 attualmente più usato è prefetto, perchè rende lo strappo più facile da indossare e gestire.
Esistono diverse tecniche per strappare un vecchio pantalone e renderlo cool: vi sono vere e proprie voragini di forma rettangolare, che lasciano scoperte le gambe. Oppure vi sono piccoli strappi, quasi sempre all’altezza delle ginocchia, che sono poi anche i modelli attualmente più venduti dalle catene di grande distribuzione come Zara o Bershka.


Ecco alcuni consigli su come strappare i jeans, dove effettuare lo strappo e quali forbici o strumenti usare per ottenere un effetto quanto più naturale possibile.
Dando un’occhiata online ai video tutorial youtube, vediamo che tra gli “utensili” più usati per ottenere jeans strappati ci sono carta vetrata o spugna abrasiva, un coltello seghettato, forbicine molto taglienti o un taglierino.
Per realizzare strappi fatti in casa, vi occorrerà un pennarello (o meglio ancora il gesso da sarta) e un vecchio giornale da infilare dentro il jeans mentre lo lavorate, così da non tagliare il retro.


Indossate il paio di pantaloni e scegliete a quale modello di jeans strappati potervi ispirare, valutando anche la vestibilità del capo che state indossando.
E’ consigliabile quindi stare in piedi e posizionati di fronte uno specchio, questo per dare maggiore visibilità della posizione del taglio e per evitare di ritrovarsi con dei tagli al di sopra o al di sotto del segno dove si era deciso di strappare.
Cercate di rendere quanto più possibile morbido il jeans da strappare.
Una volta scelta davanti allo specchio la zona dove applicare gli strappi, stendete dei fogli di giornale o un vecchio lenzuolo sul pavimento e lavorate ulteriormente con la carta vetrata le parti da tagliare, finché non diventano molto più sottili. Ovviamente, se avete scelto dei jeans a tela grossa, l’operazione potrebbe richiederti più tempo.


Dopo che le parti da tagliare saranno abbastanza morbide, prendete le forbici ed il taglierino se volete ottenere l’effetto “taglio netto”, o il coltello seghettato, se invece preferite l’effetto “strappo casuale”. A questo punto intervenite nei punti segnati. Per un effetto light occorre fermarsi quando si vedono i fili bianchi all’interno del tessuto, che andranno poi tirati fuori con una pinzetta. Altrimenti, dopo aver bucato il tessuto, aiutatevi strappando direttamente con le mani: in questo caso gli strappi saranno molto grandi ed evidenti.
Se lavate i jeans strappati subito dopo averli modificati, allenterete ancora di più le fibre e otterrete un look più “vissuto”. Evitate di fare degli strappi vicino alle cuciture, altrimenti rischiate che si disfino. Se volete ottenere degli strappi precisi, tirate le fibre del tessuto usando un ago. Per i ragazzi, evitate gli strappi troppo alti sulla coscia o si vedranno i boxer.
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« immagine » Sono anni ormai che spopola la nuova moda tra uomini e donne dei Jeans strappati fai da te: ecco come fare a strappare e quanto strappare, video tutorial per realizzare pantaloni di tendenza. Una tendenza in uso già negli anni Ottanta e Novanta e adesso, indossati con tacchi alti o sc...
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NATALE A NEW YORK

24 dicembre 2017 ore 20:07 segnala

Come dice un mio carissimo amico: “Natale a New York è sempre una buona idea”. Soprattutto dopo la seconda volta che ci vai. Perché, esaurite le ansie da turista faidate, ti puoi permettere di fare tutte quelle cose che fanno gli abitanti del posto.


Scegliere il proprio bar preferito, entrare nei musei per rivedere una parte della collezione o solo per andare ad una mostra.
Perderti per le strade senza una meta, ma solo per scoprirne scorci e avere sempre la sensazione di essere in un film.
Se vi capita di andare a New York nel periodo natalizio, ecco qualche consiglio:
gli alberi e la maggior parte delle decorazioni vengono smontate il 2 gennaio, quindi se vi piacciono le luminarie regolatevi.



- Subito dopo Natale (ma per subito dopo intendo il 26 dicembre) iniziano i saldi sugli articoli natalizi e sono super scontati.
(vi segnalo che all’ultimo piano di Macy’s c’è un vero assalto alla diligenza: un'autentica esperienza folkloristica).


- Andate appena dopo l’imbrunire sulla Fifth ave. Per farvi abbagliare dalle vetrine. Per farvi emozionare. Per riuscire a ritrovare quello stupore della mattina del 25 dicembre come qualche anno fa.


- Prenotate un tavolo da Rolph’s (famoso ristorante di madrelingua tedesca). Non tanto per la sua cucina tedesca quanto per l’atmosfera: il ristorante fino ad Aprile è sommerso di decorazioni natalizie. Letteralmente!


- Non dimenticate di andare da Saks per vedere le vetrine e le decorazioni all’interno.
Vale la pena essere inondati da persone. Lo spettacolo vi distrarrà dall’effetto claustrofobico.


- Andante a Bryant Park per il mercatino e lo street food natalizio o anche solo per dire “certo che i nostri hanno molto da imparare”.


- Perdetevi per le vie dell’Upper East and West Side ma anche per quelle del Village: sarete stupiti dalla creatività e mania del decoro dei newyorkesi ... vi è piaciuta questa breve guida? Se si, sono felice di avervi dato qualche piccolo suggerimento per vivere alla meglio il Natale in quella splendida città che è New York.

I SenzaTempo lei&lui.

05 ottobre 2017 ore 14:39 segnala
Avere stile vuol dire non necessariamente essere “alla moda”. La persona elegante è quella che sa, in primo luogo, scegliere ciò che le sta bene.
Le mode passano, si evolvono e spesso anche involvono, ma ci sono dei capi “da avere” sempre nell’armadio (i cosiddetti “must have”) che non subiscono il passare del tempo.

IL TRENCH



LA CAMICIA BIANCA



IL BLAZER



I JEANS



THE LITTLE BLACK DRESS – LA PETITE ROBE NOIR – IL TUBINO


Difficile spiegare questo capo del guardaroba femminile: eterno.
Trovo esemplificativa la frase di Karl Lagerfeld “Non si è mai troppo o troppo poco eleganti con un vestitino nero”.

continua.......
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Avere stile vuol dire non necessariamente essere “alla moda”. La persona elegante è quella che sa, in primo luogo, scegliere ciò che le sta bene. Le mode passano, si evolvono e spesso anche involvono, ma ci sono dei capi “da avere” sempre nell’armadio (i cosiddetti “must have”) che non subiscono il...
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05/10/2017 14:39:13
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