Tu denunceresti quella mano sul sedere?

14 aprile 2018 ore 21:19 segnala

Quale meccanismo ho fatto crescere nella mia mente che ha reso quei gesti un’abitudine che ora riesco a tollerare?
Perché non ho più la fiducia necessaria nel credere che un mio atto cambierebbe qualcosa?
Il 90% delle molestie che avviene sui mezzi di trasporto non si denuncia e per questo motivo la Met Police di Londra ha lanciato una campagna di sensibilizzazione con un video che è diventato in poco tempo virale e che ha suscitato moltissimi commenti sul web.
La sequenza delle immagini proposte è una vera e propria escalation in cui i gesti e gli atteggiamenti di uno sconosciuto vanno costruendo a poco a poco la molestia ai danni di una donna che si trova a percorre il suo quotidiano tragitto in metro: si comincia con degli sguardi insistenti che l’uomo lancia alla donna dalla banchina, poi in metro la sua presenza si fa più incombente, tanto da fare in modo che la donna riesca a percepire il suo respiro a pochi centimetri dal suo orecchio, fino a quando la distanza tra i due è talmente ridotta da consentirgli di sfiorarle i fianchi e toccarle il sedere con insistenza, prima con la mano e poi con altro. Lei prova a cambiare posto ma lui la segue.
A quel punto il filmato mostra la rassegnazione e l’impotenza sul volto di lei che spaventata altro non può fare se non scappare via alla prima fermata utile.
Ad ogni sequenza la voce di sottofondo chiede “would you report it?”, ovvero, “tu lo denunceresti?” Ho 31 anni anni ed a questa domanda ho già dovuto rispondere diverse volte e questo video, nel suo toccante realismo, suscita in me sensazioni più vicine all’ironia che alla partecipazione di una donna colpita da molestie. Solo rivedendolo più volte riesco a farmi coinvolgere.
Tu denunceresti?
Sì, l’ho fatto, ma soltanto una volta.
Avevo 15 anni e nella tranquillissima, educatissima Avellino, un pomeriggio d’estate, un baldo giovine pensò bene di sorprendermi scagliandosi contro il mio seno per poi continuare a camminare in tutta tranquillità. Io restai basita, immobile, quasi paralizzata per alcuni minuti.
Quando lo raccontai a casa mio padre mi disse che avrei dovuto denunciare il fatto, perché ero una cittadina con il dovere di segnalare una violazione della legge. Io mi sentivo stupida, impotente, ma ci andai e i Carabinieri annotarono la mia denuncia contro ignoti, della quale, ovviamente, non ho mai saputo più nulla. Esistono dieci, cento, mille motivazioni diverse per le quali tutti gli episodi che mi sono capitati in seguito sono caduti nell’oblio. Non che mi siano mancate le occasioni.
A Roma, a Milano, in vetture super affollate, più di una volta ho sentito mani viscide cercarmi nella calca, ho avuto la sensazione che alcuni corpi fossero immotivatamente troppo stretti al mio, ho avvertito quello stesso respiro richiamato nel video troppo vicino al mio orecchio.
Non è mai stato un semplice disagio, è sempre stato qualcosa in più. Perché non ho più avuto la forza, il coraggio, l’onestà di gridare, di denunciare, di cercare in qualunque modo di ribellarmi a quella violenza strisciante che si celava tra la folla in tutta la sua vigliaccheria?
Quale meccanismo ho fatto crescere nella mia mente che ha reso quei gesti un’abitudine che ora riesco a tollerare?
Perché non ho più la fiducia necessaria nel credere che un mio atto cambierebbe qualcosa?
Che cittadina sono diventata così incapace di affidare i miei disagi alla giustizia? Ma la mente umana riesce sempre a sorprendere, ad addolcire una pillola troppo amara da mandar giù, a creare una protezione che trasforma e smorza le realtà troppo difficili da accettare.
Compresa la nostra viltà, la nostra pavidità. Qualche volta sono arrivata a chiedermi se quello che sentivo era soltanto frutto della mia mente. Se ero io stessa a suggestionarmi troppo.
Così ho cominciato ad evitare alcune corse troppo affollate, ho cominciato ad utilizzare la borsa e tutto ciò che avessi con me come uno scudo per difendermi dagli altri.
Ho cercato sempre di percorrere strade trafficate, di stare dalla parte dell’autista sull’autobus, di evitare di incrociare gli sguardi di chiunque.
Ho cominciato a correre, a scappare dalle situazioni che prendevano una brutta piega. Ho preferito il silenzio perché sapevo che non avrei trovato il coraggio di denunciare l’ennesima mano, l’ennesimo commento sussurrato, l’ennesimo sberleffo alla mia dignità.
Sono onesta. Questo video non mi ha cambiato la vita, non mi ha trasformata di punto in bianco in una paladina della legge, in una eroina senza macchia e senza paura. Però mi ha restituito quelle domande che avevo spinto nell’angolo cieco della mia mente, che avevo volutamente soffocato perché in contrasto con la mia morale, con l’immagine che io stessa avevo di me.
Domande che meritano una risposta senza zucchero aggiunto.


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14/04/2018 21:19:52
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