Il prezzo è l'assoluta solitudine e una vita grigia

07 febbraio 2019 ore 14:38 segnala
La cocaina è meravigliosa, niente ti fa sentire meglio, tanto che non hai nemmeno bisogno di sesso, perché quando lo consumi hai una sensazione orgasmica che dura molto più a lungo dell'orgasmo sessuale. Non ti stanchi mai, non provi stanchezza, né sonno, né fame, né sete, né dolore, né preoccupazione.

Ma il prezzo che paghi è davvero molto alto. Se la scegli, devi rinunciare a tutto il resto. I tuoi amici, il tuo partner, la tua famiglia, le tue finanze personali, le tue capacità cognitive progressivamente ridotte, la tua salute, la tua sanità mentale, la tua volontà, il tuo stato fisico, la tua capacità di decidere, LA TUA LIBERTÀ.

Il prezzo è l'assoluta solitudine e una vita grigia, un mondo in cui i colori diventano grigi, dove i suoni della musica non risvegliano più nulla in te. Niente ti piace, niente ti riempie, niente ti soddisfa, perché in aggiunta, è MAI abbastanza.

La cocaina è una trappola, un lupo travestito da Cappuccetto rosso e mangerà gradualmente la cosa più preziosa che hai nella vita: la tua PACE. E quando realizzi e vuoi scappare sarà troppo tardi, sarai intrappolato dietro quelle barre invisibili che hai creato tu stesso, facendo cose che non ti lasceranno dormire la notte, perché per riposare non c'è cuscino migliore di una coscienza pulita. E non ce l'avrai, perché oltre a farti del male, farai molto danno a quelli che ami e ami di più, causerai molto dolore ... e attraverserai posti strani, trattando con persone che non si preoccupano della tua vita, solo i tuoi soldi.

E vedrai con nostalgia e angoscia e dolore, colpa e vergogna tutto ciò che una volta ha arricchito la tua vita e dato significato ai tuoi giorni, e hai perso per questo. E sarai solo con lei, amandola e odiandola e quando deciderai di recuperare la tua vita, non sarai più in grado di liberarti dalle loro catene.

La cocaina è la migliore trappola. Devi sapere.

E lo dico perché ovunque il numero di rivenditori e di nuovi consumatori cresce ogni giorno. Non lasciarti trasportare dalla curiosità, non seguire i tuoi amici se sono in quello ..

NON TESTARLO. NON FARLO

Non importa quanto sia dura la tua vita, valuta quanto poco hai, il che probabilmente vale molto più di quanto pensi.

E se hai commesso l'errore di entrare in quel mondo di spavento, CHIEDI AIUTO, perché non sarai in grado di andartene. Lei non ti lascerà scappare .. MAI.

Con lei al tuo fianco, la tua storia può finire solo in 3 modi: morto, imprigionato o in un manicomio.
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La cocaina è meravigliosa, niente ti fa sentire meglio, tanto che non hai nemmeno bisogno di sesso, perché quando lo consumi hai una sensazione orgasmica che dura molto più a lungo dell'orgasmo sessuale. Non ti stanchi mai, non provi stanchezza, né sonno, né fame, né sete, né dolore, né...
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No

04 febbraio 2019 ore 14:51 segnala
No è No

e c’è un solo modo di dirlo.

No.

Senza stupori, ne indugi,

né punti sospensivi.

No, si dice in un solo modo.

È corto, veloce, monocorde,

sobrio, conciso.

No.

Si dice una sola volta, No.

Con la medesima intonazione, No.

Un No che ha bisogno di una lunga camminata

o di una riflessione nel giardino,

non è un No.

No, ha la brevità di un secondo.

E’ un No per l’altro,

perché lo è già stato per noi stessi.

No è No, qui, e molto lontano da qui.

Dire No, è l’ultimo atto di dignità.

Il No è la fine di un libro,

senza più capitoli né seconde parti.

Il No non si dice via lettera,

non si dice con i silenzi, a bassa voce,

o urlando, o con la testa china,

o guardando da un’altra parte,

o con dei simboli ribaltati;

nemmeno con pena,

e men che meno con soddisfazione.

No è no, perché No.

Quando il No è No,

si guarda negli occhi

e il No si stacca naturalmente dalle labbra.

La voce del No non è né tremula

né vacillante, né aggressiva,

non si lascia dietro dei dubbi.

Quel No non è una negazione del passato,

è una correzione del futuro.

E solo chi sa dire No

imparerà un giorno a dire Sì.
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No è No e c’è un solo modo di dirlo. No. Senza stupori, ne indugi, né punti sospensivi. No, si dice in un solo modo. È corto, veloce, monocorde, sobrio, conciso. No. Si dice una sola volta, No. Con la medesima intonazione, No. Un No che ha bisogno di una lunga camminata o di una...
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È solo un figlio dell'umanitá perduta

24 gennaio 2019 ore 15:30 segnala
Se fosse tuo figlio
riempiresti il mare di navi
di qualsiasi bandiera.

Se fosse tuo figlio ti getteresti in mare,
uccideresti il pescatore che non presta la barca, urleresti per chiedere aiuto,
busseresti alle porte dei governi
per rivendicarne la vita.

Se fosse tuo figlio oggi saresti a lutto,
odieresti il mondo, odieresti i porti
pieni di navi attraccate.
Odieresti chi le tiene ferme e lontane.

Se fosse tuo figlio li chiameresti
vigliacchi disumani, gli sputeresti addosso.
Dovrebbero fermarti, tenerti, bloccarti
vorresti spaccargli la faccia,
annegarli tutti nello stesso mare.

Ma stai tranquillo,
non è tuo figlio.
Puoi dormire tranquillo.
Non è tuo figlio.

È solo un figlio dell'umanitá perduta,
dell'umanità sporca, che non fa rumore.

Non è tuo figlio.
Dormi tranquillo,
non è il tuo.
Non ancora.
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Se fosse tuo figlio riempiresti il mare di navi di qualsiasi bandiera. http://funkyimg.com/view/2QvGS Se fosse tuo figlio ti getteresti in mare, uccideresti il pescatore che non presta la barca, urleresti per chiedere aiuto, busseresti alle porte dei governi per rivendicarne la vita. Se fosse tuo...
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Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi

15 gennaio 2019 ore 16:32 segnala
Non c’è esperienza quotidiana che non abbia delle espressioni sentenziose che trovino la loro giustificazione e verifica in una “massima”.

Questo antichissimo proverbio di saggezza popolare dalla valenza un po’ criptica in poche parole significa che le astuzie e le malvagità possono fornire il recipiente per contenere le azioni giudicate riprovevoli, ma non il coperchio per tenerle nascoste ovvero… tutto viene a galla!

Sappiamo tutti come le pentole e i coperchi siano complementari e come la sinergia dei due componenti porti ad un prodotto migliore. Dire che il Diavolo produca pentole e non i coperchi lascia intravedere che le sue azioni non sono complete e drasticamente imperfette.

Il Diavolo (l’azione, l’intenzione) fa le pentole (suggerisce le occasioni, prepara le situazioni, elabora i piani) ma non i coperchi, indica una metafora della capacità della coscienza etica di analizzare e trasformare le azioni e le pulsioni in riflessioni.

La morale è questa: è più facile fare del male che evitarne le ricadute negative. Nella tradizione proverbiale il Diavolo è presentissimo come personificazione del male e degli istinti malvagi che albergano negli esseri umani.

Il Diavolo raffigura un cattivo o imperfetto consigliere. Il proverbio in questione è intriso di pragmatismo: meglio non architettare azioni cattive (o anche solo disoneste) perché è facile che si ripercuotano contro chi le ha pianificate e commesse.

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Non c’è esperienza quotidiana che non abbia delle espressioni sentenziose che trovino la loro giustificazione e verifica in una “massima”. Questo antichissimo proverbio di saggezza popolare dalla valenza un po’ criptica in poche parole significa che le astuzie e le malvagità possono fornire il...
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Mr. Pino

04 gennaio 2019 ore 16:03 segnala
4 anni senza Pino....ma la tua musica sara' sempre l'anima di tutti noi.



Quattro anni fa, ci lasciava Pino Daniele e VOGLIAMO ricordare oggi il grande musicista partenopeo che riuscì a incarnare l'anima della sua città come seppero fare solo i più grandi: da Eduardo De Filippo a Totò. La sua carriera si divide in due parti distinte tanto da farci poter dire di aver conosciuto Mr. Pino e il Signor Daniele. Gli inizi, incazzati, furono di Mr. Pino che cantava la sua Napoli, i suoi tanti problemi, ma anche le sue infinite virtù. Seppe creare con Napul'è un inno alla città come mai nessuno prima. E quell'era culminò nell'indimenticabile concerto del 19 settembre 1981 in una piazza del Plebiscito gremita fino all'impossibile (io c'ero, posso vantarmene), in cui suonò accompagnato sul palco da quella che fu forse la migliore formazione di sempre: Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, Rino Zurzolo, Tony Esposito, James Senese, tutti figli di Napoli. Fu inconfondibile la sua musica contaminata dai suoni dei vicoli e dal sound mediterraneo: uno dei tanti esempi di contaminazioni positive. Nella seconda parte della sua carriera abbiamo conosciuto un Signor Daniele più composto e anche un po' sdolcinato, che non ha sicuramente cancellato le emozioni e la bellezza, musicale e non solo, che ha saputo lasciarci Mr. Pino. A lui Napoli ha dedicato un vicolo nel quartiere Porto, dove nacque. Un vicolo, non una grande strada. E non a caso. Ciao Pino e grazie, noi non ti dimenticheremo mai.
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4 anni senza Pino....ma la tua musica sara' sempre l'anima di tutti noi. http://funkyimg.com/view/2PRhE Quattro anni fa, ci lasciava Pino Daniele e VOGLIAMO ricordare oggi il grande musicista partenopeo che riuscì a incarnare l'anima della sua città come seppero fare solo i più grandi: da Eduardo...
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se l'idolo di mio figlio 13enne fosse questo beota

11 dicembre 2018 ore 15:48 segnala
Una premessa, necessaria onde evitare inutili polemiche, commenti, spiegazioni, batti e ribatti: la tragedia di Corinaldo è solo uno spunto per quanto sto per scrivere. L'episodio di cronaca mi addolora ma non sto qui a fare processi, le inchieste faranno il loro corso e stabiliranno le responsabilità del caso. Altra cosa: gli incidenti capitano anche di giorno, anche a un concerto diretto da Riccardo Muti. Un incidente è un incidente.

Detto questo, io penso che a 11 anni, ma anche a 14 e a 16, un bambino (o poco più), all'una del mattino, per non parlare poi delle quattro e delle cinque, debba essere a letto, senza se e senza ma, da un bel po'. A quell'età i figli devono fare ciò che dicono i genitori e non viceversa. Io ho fatto così e mi sono trovato bene. Se poi la ragione per cui i piccoli fanno le ore piccole è una notte da trascorrere in una discoteca alcolica (se va bene), in compagnia di coetanei spesso ubriachi il cui passatempo più intelligente è quello di giocherellare con dello spray urticante, e di ascoltare della musica (esageriamo) spazzatura accompagnata da testi demenziali (siamo buoni) del tipo "quanto sei porca dopo una vodka", e questa è la frase più intelligente del testo che ho letto, allora le mie ragioni si moltiplicano. Cos'è che ci ha portati a un tale livello di nichilismo mentale da non insegnare più nulla ai nostri figli, che poi finiscono per apprezzare i contenuti di un beota come quello che si sarebbe dovuto esibire a Corinaldo? Non dico di insegnare ad amare Bach e Mozart (ma anche sì), ma insomma, la musica in altre epoche ha fermato guerre (Vietnam), ha rivoluzionato i costumi sociali e sessuali, ha comunicato, trasmesso valori e ideali, che fossero condivisi oppure no. A Woodstock ci si sballava ma allo stesso tempo si provava a cambiare il mondo, e parzialmente ci si riusciva. E lo sballo non era una cosa sistematica, una scadenza settimanale, una bolletta da pagare: esisteva, è vero, ma era episodico, non programmato. Fermo restando che chi scrive, con un pizzico di vergogna (ma pensa) ammette di non aver mai non solo sballato, ma nemmeno mai fumato, che bere qualcosa è bello ma che poi la testa pesante è fastidiosa e vomitare gli fa schifo. Per dire. La colpa non è dei ragazzini, ma della peggior generazione di genitori dell'ultimo secolo. E adesso tiratemi le pietre: sono vecchio e benpensante.

P.s.: se l'idolo di mio figlio 13enne fosse questo beota in foto, oltre alle spiegazioni del caso, ci scapperebbe pure qualche sganassone.


tratto da un'articolo di un'amico che condivido in toto..saro' che anche io sono di un'altra epoca.
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Una premessa, necessaria onde evitare inutili polemiche, commenti, spiegazioni, batti e ribatti: la tragedia di Corinaldo è solo uno spunto per quanto sto per scrivere. L'episodio di cronaca mi addolora ma non sto qui a fare processi, le inchieste faranno il loro corso e stabiliranno le...
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«vittime collaterali»

26 novembre 2018 ore 15:47 segnala
"Sono il padre di una ragazza meravigliosa uccisa, come tante altre, dall’uomo che diceva di amarla. Mia figlia aveva 35 anni e morì di coltello per mano del padre dei suoi figli. Lei era con i suoi bambini, quel giorno di marzo del 2015: teneva per mano la piccola di tre anni ed era accanto al più grande, di sei. L’assassino li sorprese davanti alla porta di casa e mia figlia non ebbe scampo. I bambini la videro nel sangue prima che il grande riuscisse a portar via la sorellina e fuggire dalla vicina per chiedere aiuto, mentre suo padre gridava «bastardo, dove scappi?».

Da quel giorno io, mia moglie e i nostri nipotini facciamo parte di quella marea di persone che si chiamano «vittime collaterali», gente che ha perduto tanto o tutto e che però è ancora qui, con tutto il dolore e le difficoltà del dopo. Ed è proprio su questo che vorrei soffermarmi. Sulle difficoltà del dopo. Vorrei che per qualche minuto chi legge provasse a immaginarsi nei nostri panni, a seguire la nostra sofferenza e a capire la nostra solitudine immensa. Siamo soli ogni santo giorno, vessati da una burocrazia a dir poco molesta, da regole a volte incomprensibili e pagamenti che per decenza nessuno dovrebbe chiederci.

Ogni anno sento nomi nuovi nell’elenco infinito delle vite perdute e mi chiedo: cosa celebriamo se non cambia mai niente? Mia figlia ne sapeva qualcosa, di violenza. E parlo quasi esclusivamente di violenza psicologica, perché quell’uomo in questo era un professionista: nell’umiliarla, minacciarla, farla sentire una nullità. E se la prendeva anche con i suoi figli: svegliava il maschietto di notte per fargli paura, gli diceva cose orribili, lo trattava male. Un orco. Ogni volta, quando si parla di femminicidi la parola d’ordine è: denunciate, non rimanete in silenzio. Mia figlia lo aveva fatto. Sette mesi prima di essere uccisa era andata dai carabinieri, si era rivolta al consultorio familiare, aveva raccontato dei maltrattamenti subiti, aveva avviato un procedimento penale. Ma le cose invece di migliorare peggiorarono in fretta e quel momento lì — quello della denuncia — è stato per lei la condanna.

E così siamo rimasti io e mia moglie con le sue creature innocenti, bambini fantastici che ogni minuto delle loro piccole vite lottano per non annegare nel mare dei cattivi ricordi. Io ho 74 anni, mia moglie 67. Siamo vecchi, diciamocelo. Ma dobbiamo sperare che la salute ci assista ancora a lungo perché questi piccoli hanno bisogno di noi. Le nostre energie non sono infinite e molte ne abbiamo sprecate per seguire i tre gradi di giudizio per l’omicidio. Altre se ne sono andate per tormenti giudiziari diversi: le cause civili per l’affido dei piccoli, quella per gli alimenti (i genitori di lui pagano per i bimbi 800 euro al mese), quella per escludere che la famiglia di lui possa avere notizie dirette sui bambini, quella penale per i maltrattamenti che mia figlia stessa aveva cominciato (anche lì dal primo grado alla Cassazione). E ora ne avremo un’altra per togliere a lui i diritti sulla casa.

Non è possibile, perché non è umano, descrivere il grado di complicazioni e burocrazia che c’è dietro tutto questo. Passo giorni interi fra rendiconti ai servizi sociali, giudice tutelare, fila davanti a qualche sportello, tribunale dei minori... Uno sfinimento che non auguro a nessuno.
Io e mia moglie siamo ex insegnanti e abbiamo una pensione dignitosa ma certo non ricca, e il finale delle nostre vite non è proprio come lo avevamo immaginato. Da quando è successo il fatto dobbiamo per forza di cose tirare la cinghia, non ci siamo più comprati nemmeno un paio di scarpe o un vestito — per dire — né tolti uno sfizio. Tutto è per loro, per i bambini, com’è giusto che sia.

Siamo ogni giorno alle prese con i loro psicologi perché ne hanno bisogno come l’aria, con gli insegnanti di sostegno, con le spese che sono necessarie in ogni famiglia per due bimbetti di quell’età. In questi anni, poi, abbiamo speso un mare di soldi in avvocati, salvo uno di loro che ci ha assistito gratis e che non finiremo mai di ringraziare. Stiamo pagando la parte di mutuo sulla casa che mia figlia non aveva ancora estinto ma anche quella che toccherebbe all’assassino, perché lui non la paga e se non lo facessimo noi la banca la pignorerebbe, ai bambini non rimarrebbe nulla e noi non abbiamo un conto in banca che garantisca un po’ di tranquillità nel loro futuro. Il Comune in cui viviamo ci ha riconosciuto 4 euro al giorno di aiuto per ciascun bambino ma il pagamento è fermo al 2016, poi più nulla. Non sappiamo neanche più quanto spendiamo fra occhiali, visite mediche o medicine per farli dormire perché dormire è un tormento. Dio solo sa cos’è successo nelle teste di questi due bambini dal giorno dell’omicidio. Riescono a prendere sonno soltanto abbracciati a mia moglie, tutti e due. Li spaventa ogni rumore, ogni persona adulta che si avvicina, anche se con il tempo stanno lentamente migliorando. Sono terrorizzati dall’idea che un giorno il loro papà possa ripresentarsi perché vivono nella certezza che voglia tornare per ucciderli.

Lui ha preso 30 anni per l’omicidio e altri 4 anni e 8 mesi per i maltrattamenti, ma non c’è un numero di anni di prigione che tolga la paura. Più di una volta ho dovuto portare il bambino davanti a un carcere vicino alla nostra città per vedere le guardie, le sbarre, il filo spinato e le camionette perché lo tranquillizzava. La loro domanda più ricorrente è: «Nonno, le sbarre non si possono aprire con un coltello, vero?», oppure — quando vedono gli altri bambini con i loro genitori —: «Perché abbiamo avuto un papà che ha ucciso la mamma?».

Io e mia moglie dobbiamo sempre avere la prontezza per rispondere bene, per sorridere, anche se delle volte ci verrebbe da piangere. Ogni tanto arriviamo a pensare che nostra figlia morendo abbia finito di soffrire e che quasi quasi è andata meglio a lei... Ma poi sentiamo la vocina dei bimbi che vengono a darci un bacetto e a dirci «siete i nonni migliori del mondo» e ritroviamo le forze per andare avanti. Noi «vittime collaterali» abbiamo l’obbligo di essere forti, è una questione di sopravvivenza. Vorremmo solo che le istituzioni ci fossero più vicine invece che esserci quasi nemiche, vorremmo che ci semplificassero un po’ la vita. Nel nome di nostra figlia e di tutte le altre.

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"Sono il padre di una ragazza meravigliosa uccisa, come tante altre, dall’uomo che diceva di amarla. Mia figlia aveva 35 anni e morì di coltello per mano del padre dei suoi figli. Lei era con i suoi bambini, quel giorno di marzo del 2015: teneva per mano la piccola di tre anni ed era accanto al più...
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E ci voleva l'ISTAT per capire che siamo nella merda?

14 novembre 2018 ore 15:57 segnala
Non ci voleva l'ISTAT, che ha scoperto l'acqua calda affermando che è impossibile per il Paese il raggiungimento dei livelli di crescita del PIL previsti dal governo giallonero, per farci capire che il salvimaio, attraverso il ventriloquo di Palazzo Chigi, in materia di economia dà i numeri. A caso. Un po' per malafede, molto per incompetenza o incoscienza. Sua e dei suoi elettori adepti, sostenitori a prescindere. Il punto non è tanto lo sforamento dei conti pubblici e dei parametri europei, quanto l'efficacia economica e politica di questi ultimi. Lo abbiamo ribadito in questa rubrica negli anni e in tutte le salse, lo abbiamo detto quando al governo c'era Renzi, lo diciamo adesso: un decennio di ricette di austerità propinate sulla base di parametri economici stabiliti pare un po' a caso (così raccontano le cronache) in una notte alcolica in una cittadina olandese oltre un quarto di secolo fa, quando peraltro le condizioni economiche del continente e del pianeta erano completamente diverse, si era in piena espansione e la globalizzazione era di là da venire, ha miseramente fallito il suo obiettivo. Almeno quello ufficiale, il miglioramento dei conti pubblici e per verificare questa affermazione basta rivisitare i numeri del debito pubblico, della disoccupazione, del potere di acquisto e quant'altro, quali erano prima della crisi del 2008 e quali sono oggi, dopo l'austerità e le ricette della troika. E d'altra parte non ci vuole Keynes per capire che politiche di austerità in tempi di (feroce) recessione economica sono un suicidio. La finanziaria, così come è stata pensata dal governo, sforerà quindi qualsiasi conto, parametro e previsione possibile. Questo, di per sè, sarebbe un bene, se portasse effettivamente alla scossa evocata da Di Maio, se conducesse all'inversione di rotta e alla crescita del Paese. Il problema, in questo contesto, è il merito del DEF, che prevede sussidi e provvedimenti assistenziali, laddove in Italia, il Paese dei ponti che crollano, delle strade groviera, degli acquedotti scolapasta, delle scuole che cadono a pezzi, sarebbe utile, necessario, un piano imponente di lavori e investimenti pubblici che, quello sì, porterebbe a una forte espansione. Il guaio è che a disubbidire all'UE e alla troika ci siamo ritrovati personaggi dello spessore di Salvini e Di Maio. Non se ne esce.

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Non ci voleva l'ISTAT, che ha scoperto l'acqua calda affermando che è impossibile per il Paese il raggiungimento dei livelli di crescita del PIL previsti dal governo giallonero, per farci capire che il salvimaio, attraverso il ventriloquo di Palazzo Chigi, in materia di economia dà i numeri. A...
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Spaccanapoli

11 novembre 2018 ore 14:38 segnala
Eccola ancora lì Spaccanapoli....., diritta come tirata con il righello dopo secoli e secoli, la strada più famosa della città partenopea, cuore trafficato e via delle mercanzie

Il Decumano inferiore, volgarmente chiamata Spaccanapoli, è un'arteria viaria del centro antico di Napoli ed è una delle vie più animate della città
Essa è insieme al Decumano maggiore e al Decumano superiore, una delle tre strade che furono costruite dai greci e che attraversavano in tutta la loro lunghezza l'antica Neapolis (Napoli). Dato che la struttura stradale di Napoli è originaria dell'antica Grecia, sarebbe dunque più opportuno parlare di plateiai e non di "decumani", denominazione di epoca romana che per convenzione ha sostituito l'originaria.
La strada è anche volgarmente chiamata "Spaccanapoli" in quanto divide nettamente, con la sua perfetta linearità, la città antica tra il nord e il sud.Durante il rinascimento la via subì enormi cambiamenti, le strutture gotiche vennero rimaneggiate oppure si realizzarono edifici sui suoli di antichi palazzi demoliti.
Durante il Cinquecento, il Viceré Don Pedro de Toledo avviò un processo di espansione territoriale verso la collina di San Martino e allineò Spaccanapoli con un'arteria dei Quartieri Spagnoli, in modo da collegarli con il centro della città per favorire gli spostamenti.



Napule è mille culure, Napule è mille paure; Napule è nu sole amaro, Napule è addore e mare; Napule è na carta sporca e nisciuno se ne importa; Napule è na’ camminata, inte viche miezo all’ato; Napule è tutto nu suonno e a sape tutto ‘o munno, ma nu sann a verità“. In questo bellissimo testo Pino Daniele descrive Napoli attraverso tutti i sensi: i colori che vede, gli odori che sente, le sensazioni che prova e i sapori che scopre. Napoli è la voce di tutti, è la voce dei bambini. La nostra città è descritta come una carta sporca, e niusciun se ne importa. Ma per quanto possa essere narrata e sbandierata da tutti, chi non vive qui non la può comprendere e da qua la sua conclusione: “Ma nun sann a verità“.

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Eccola ancora lì Spaccanapoli....., diritta come tirata con il righello dopo secoli e secoli, la strada più famosa della città partenopea, cuore trafficato e via delle mercanzie Il Decumano inferiore, volgarmente chiamata Spaccanapoli, è un'arteria viaria del centro antico di Napoli ed è una delle...
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