«vittime collaterali»

26 novembre 2018 ore 15:47 segnala
"Sono il padre di una ragazza meravigliosa uccisa, come tante altre, dall’uomo che diceva di amarla. Mia figlia aveva 35 anni e morì di coltello per mano del padre dei suoi figli. Lei era con i suoi bambini, quel giorno di marzo del 2015: teneva per mano la piccola di tre anni ed era accanto al più grande, di sei. L’assassino li sorprese davanti alla porta di casa e mia figlia non ebbe scampo. I bambini la videro nel sangue prima che il grande riuscisse a portar via la sorellina e fuggire dalla vicina per chiedere aiuto, mentre suo padre gridava «bastardo, dove scappi?».

Da quel giorno io, mia moglie e i nostri nipotini facciamo parte di quella marea di persone che si chiamano «vittime collaterali», gente che ha perduto tanto o tutto e che però è ancora qui, con tutto il dolore e le difficoltà del dopo. Ed è proprio su questo che vorrei soffermarmi. Sulle difficoltà del dopo. Vorrei che per qualche minuto chi legge provasse a immaginarsi nei nostri panni, a seguire la nostra sofferenza e a capire la nostra solitudine immensa. Siamo soli ogni santo giorno, vessati da una burocrazia a dir poco molesta, da regole a volte incomprensibili e pagamenti che per decenza nessuno dovrebbe chiederci.

Ogni anno sento nomi nuovi nell’elenco infinito delle vite perdute e mi chiedo: cosa celebriamo se non cambia mai niente? Mia figlia ne sapeva qualcosa, di violenza. E parlo quasi esclusivamente di violenza psicologica, perché quell’uomo in questo era un professionista: nell’umiliarla, minacciarla, farla sentire una nullità. E se la prendeva anche con i suoi figli: svegliava il maschietto di notte per fargli paura, gli diceva cose orribili, lo trattava male. Un orco. Ogni volta, quando si parla di femminicidi la parola d’ordine è: denunciate, non rimanete in silenzio. Mia figlia lo aveva fatto. Sette mesi prima di essere uccisa era andata dai carabinieri, si era rivolta al consultorio familiare, aveva raccontato dei maltrattamenti subiti, aveva avviato un procedimento penale. Ma le cose invece di migliorare peggiorarono in fretta e quel momento lì — quello della denuncia — è stato per lei la condanna.

E così siamo rimasti io e mia moglie con le sue creature innocenti, bambini fantastici che ogni minuto delle loro piccole vite lottano per non annegare nel mare dei cattivi ricordi. Io ho 74 anni, mia moglie 67. Siamo vecchi, diciamocelo. Ma dobbiamo sperare che la salute ci assista ancora a lungo perché questi piccoli hanno bisogno di noi. Le nostre energie non sono infinite e molte ne abbiamo sprecate per seguire i tre gradi di giudizio per l’omicidio. Altre se ne sono andate per tormenti giudiziari diversi: le cause civili per l’affido dei piccoli, quella per gli alimenti (i genitori di lui pagano per i bimbi 800 euro al mese), quella per escludere che la famiglia di lui possa avere notizie dirette sui bambini, quella penale per i maltrattamenti che mia figlia stessa aveva cominciato (anche lì dal primo grado alla Cassazione). E ora ne avremo un’altra per togliere a lui i diritti sulla casa.

Non è possibile, perché non è umano, descrivere il grado di complicazioni e burocrazia che c’è dietro tutto questo. Passo giorni interi fra rendiconti ai servizi sociali, giudice tutelare, fila davanti a qualche sportello, tribunale dei minori... Uno sfinimento che non auguro a nessuno.
Io e mia moglie siamo ex insegnanti e abbiamo una pensione dignitosa ma certo non ricca, e il finale delle nostre vite non è proprio come lo avevamo immaginato. Da quando è successo il fatto dobbiamo per forza di cose tirare la cinghia, non ci siamo più comprati nemmeno un paio di scarpe o un vestito — per dire — né tolti uno sfizio. Tutto è per loro, per i bambini, com’è giusto che sia.

Siamo ogni giorno alle prese con i loro psicologi perché ne hanno bisogno come l’aria, con gli insegnanti di sostegno, con le spese che sono necessarie in ogni famiglia per due bimbetti di quell’età. In questi anni, poi, abbiamo speso un mare di soldi in avvocati, salvo uno di loro che ci ha assistito gratis e che non finiremo mai di ringraziare. Stiamo pagando la parte di mutuo sulla casa che mia figlia non aveva ancora estinto ma anche quella che toccherebbe all’assassino, perché lui non la paga e se non lo facessimo noi la banca la pignorerebbe, ai bambini non rimarrebbe nulla e noi non abbiamo un conto in banca che garantisca un po’ di tranquillità nel loro futuro. Il Comune in cui viviamo ci ha riconosciuto 4 euro al giorno di aiuto per ciascun bambino ma il pagamento è fermo al 2016, poi più nulla. Non sappiamo neanche più quanto spendiamo fra occhiali, visite mediche o medicine per farli dormire perché dormire è un tormento. Dio solo sa cos’è successo nelle teste di questi due bambini dal giorno dell’omicidio. Riescono a prendere sonno soltanto abbracciati a mia moglie, tutti e due. Li spaventa ogni rumore, ogni persona adulta che si avvicina, anche se con il tempo stanno lentamente migliorando. Sono terrorizzati dall’idea che un giorno il loro papà possa ripresentarsi perché vivono nella certezza che voglia tornare per ucciderli.

Lui ha preso 30 anni per l’omicidio e altri 4 anni e 8 mesi per i maltrattamenti, ma non c’è un numero di anni di prigione che tolga la paura. Più di una volta ho dovuto portare il bambino davanti a un carcere vicino alla nostra città per vedere le guardie, le sbarre, il filo spinato e le camionette perché lo tranquillizzava. La loro domanda più ricorrente è: «Nonno, le sbarre non si possono aprire con un coltello, vero?», oppure — quando vedono gli altri bambini con i loro genitori —: «Perché abbiamo avuto un papà che ha ucciso la mamma?».

Io e mia moglie dobbiamo sempre avere la prontezza per rispondere bene, per sorridere, anche se delle volte ci verrebbe da piangere. Ogni tanto arriviamo a pensare che nostra figlia morendo abbia finito di soffrire e che quasi quasi è andata meglio a lei... Ma poi sentiamo la vocina dei bimbi che vengono a darci un bacetto e a dirci «siete i nonni migliori del mondo» e ritroviamo le forze per andare avanti. Noi «vittime collaterali» abbiamo l’obbligo di essere forti, è una questione di sopravvivenza. Vorremmo solo che le istituzioni ci fossero più vicine invece che esserci quasi nemiche, vorremmo che ci semplificassero un po’ la vita. Nel nome di nostra figlia e di tutte le altre.

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"Sono il padre di una ragazza meravigliosa uccisa, come tante altre, dall’uomo che diceva di amarla. Mia figlia aveva 35 anni e morì di coltello per mano del padre dei suoi figli. Lei era con i suoi bambini, quel giorno di marzo del 2015: teneva per mano la piccola di tre anni ed era accanto al più...
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26/11/2018 15:47:08
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Commenti

  1. o.mbradelvento 01 dicembre 2018 ore 11:03
    :-( :-( :-(

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