Holy, holy night

22 dicembre 2016 ore 05:11 segnala


Mi ricordo un natale di quando ero piccola: non più di sei anni e una fede grande come tutto il mondo in Babbo Natale. Aspettavo di ricevere una casetta di Polly Pocket, che mia cugina più grande già aveva e di cui ero gelosissima. Ho qualche lampo di ricordi: le vecchie luci grosse e rotonde dell’albero, brillanti nella loro alternanza di colori caldi e freddi, i bulbi incrostati di neve artificiale; i miei genitori che sorridevano molto di più, mio papà con i baffi e dei bei capelli neri; soprattutto ricordo il profumo delle bucce d’arancia lasciate a scaldare sulla piastra del fornello, come usava fare mia mamma. L’inverno sembrava più freddo ed il buio della sera avrebbe nascosto qualsiasi magia: una bambina come me non doveva vederla, solo trovarla realizzata nella solida luce del mattino.
Con la faccia appiccicata al vetro della finestra, scrutavo fuori nella strada di fronte alla casa dove abitavamo allora.
Subito oltre un piazzale con poche macchine parcheggiate, lo sguardo si perdeva nell’oscurità della campagna circostante che diventava tutt’uno col cielo notturno, costellata di punti gialli, finestre lontane. Ogni luce di automobile, che si muoveva rapida e intermittente dietro ai filari degli alberi lungo la strada, aveva un che di magico e misterioso, perché la mia eccitazione di bambina non poteva che ricollegarle a Babbo Natale, alle incomprensibili dinamiche del suo movimento.
Ripenso spesso a quella sensazione, a quello sguardo nel buio con il suo carico di aspettativa.
È l’unico momento di cui ho ricordo in cui ho creduto veramente nell’esistenza di qualcosa di magico, con una fede autentica, di quelle che colorano il mondo con la loro certezza.


Ricordo un altro natale. Tredici o quattordici anni e già non credevo più nella magia, anche se forse c’era ancora in me la voglia, almeno, di sperare. Sai, l’idealismo assurdo di quell’età, che mantieni un po’ per sfida nei confronti di adulti che sembrano averlo ormai perso.
Ricordo la cantina di un amico, con mobili di legno massiccio che profumavano di lacca, e l’odore troppo dolce di quei profumi terribili che si trovavano nelle riviste per teenagers.
A Silvia, la mia migliore amica, piaceva Simone, che era già in terza superiore. A me stava simpatico Alessandro e fingevo con lei che mi piacesse sul serio, quando in realtà sia io che lui sapevamo di essere piuttosto indifferenti l’uno all’altra da quel punto di vista. Più che altro ci scambiavamo cd ed mp3, perché ci piaceva quasi la stessa musica. Daniele era l’elemento slegato di questa implicita doppia coppia, ma noi ragazze lo sopportavamo per rispetto di quella strana legge atomica che lo legava agli altri due elementi. Quella sera non successe niente di memorabile: nessun momento topico, come avrebbe richiesto la sceneggiatura di un film, nè un ricordo indelebile legato alla nascita di un soprannome; nessuno scherzo che ricordiamo ancora oggi. Neppure un memento, perché persino la consuetudine di scambiarsi un regalo fra noi sarebbe nata solo qualche anno più tardi. L’unica cosa che lega tutti i frammenti di memoria di quella vigilia è il ricordo, forse aggiunto a posteriori, di una sensazione di libertà. Sospesi nel tempo in un eterno presente, con la possibilità, ancora, di essere tutto. È anche questa una magia a cui credevamo, a quell’età.

È quasi la vigilia di Natale e guardo fuori dalla finestra adesso, nell’oscurità di un giardino poco curato e nella stasi di una stradina stretta e deserta, illuminata duramente dalla luce bianca dei lampioni, che le auto parcheggiate catturano e restituiscono indifferenti. Riflessi metallici di colori monotoni. Anche i muri delle vecchie case sono desaturati, pallide sfumature di grigi che conferiscono loro un’aria abbattuta. Le finestre chiuse o spente, come palpebre abbassate od orbite vuote.
Qua fuori, nella luce elettrica, non c’è rimasto più niente di magico. Concreti asfalto e mattone e metallo, e nessuna renna volante nascosta nella cappa buia del cielo, solo la nozione di un sottile guscio d’aria, e oltre, distanze incommensurabili di freddo assoluto. Persi nel vuoto senza fine non luci ma altri agglomerati di pietra e metallo, uguali al nostro, a vorticare velocissimi ma senza neanche accorgercene in un cosmo tanto vasto quanto indifferente.
Senza più magia veniamo riconsegnati a noi stessi, strani atomi animati brevemente da una scarica elettrica, che inventano regole perché troppo atterriti di fronte al vuoto di senso di tali immensità.

Sul vetro buio della finestra si riflettono le luci colorate del mio piccolo albero. Anche se vivo da sola e qui non viene quasi nessuno, lo faccio sempre, più che altro per me. Mi trasmette calore. Mi ricorda con nostalgia l’anticipazione per la magia autentica a cui credevo di assistere.
A quanto era bello non sapere niente, non aver ancora vissuto.
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Free hugs

13 gennaio 2016 ore 13:25 segnala


A causa di problemi psicologici di diversa natura e una profonda antisocialità, il contatto fisico con le persone per me è un mix di disagio, imbarazzo e fastidio.

Queste festività sono quindi riassumibili in una serie di impacciate ritirate e timide, educate schivate di abbracci e baci sulle guancie, un vero e proprio assalto coordinato di parenti e amicizie che sembra non vedano l'ora che arrivi la stagione natalizia per profondersi in questi assurdi gesti di facciata.

E poi mia cugina.
Incinta, ideale centro del focolare famigliare, dopo la cena con i suoi e i miei genitori e nonni, mi raggiunge sul divano scoppiando la mia bolla di isolamento e mi si siede accanto, mentre io cerco allo stesso tempo di fondermi con il bracciolo del divano ed entrare fisicamente nello schermo dello smartphone.
E dopo un po' che è seduta lì, abbioccata dal brusio delle chiacchiere, come se niente fosse appoggia il suo peso contro di me e la sua testa sulla mia spalla.
Questa persona con cui avevo un legame fortissimo, ma quindici anni fa.
Ed è un abisso di tempo.
Mi manca il collegamento logico con la bimba con cui giocavo da piccola, con cui davvero scambierei volentieri un abbraccio.
Riesco a sentirne la mancanza, nello stesso tempo in cui mi preme addosso con il suo peso, il suo calore e la sua realtà.
Dove ci siamo perse? Dov'è stata questa persona negli ultimi... dieci, quindici anni della mia vita?


...
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Quiet shout-out

19 settembre 2015 ore 02:29 segnala

Non racconto più a nessuno di come mi sento, è qualcosa che ormai non riesco più a fare. Le mie insicurezze e paranoie stanno raggiungendo nuove vette, i canali di sfogo ormai sono tutti arrugginiti o rotti, quindi tutto quanto resta dentro di me.
Vedo delle nuvole scure all'orizzonte, so già che sarà un inverno di pioggia fitta.
Sento che sto scivolando verso quello stato di torpore mentale che mi è odiosamente familiare. Ho l'impressione che questa volta ci resterò insabbiata più a lungo. Chissà...

Forse alcuni di noi, semplicemente, non sono fatti per stare bene.
Credo che sia un modo che ha l'universo per bilanciarsi... stupidaggini karmiche, ma guardando fuori a volte sembra proprio così.
Non vorrei essere così negativa, ma non vorrei essere neanche tante altre cose, che invece sono.
E non si tratta di scelte.
E' un po' strano scrivere certe cose, e forse un po' stupido... un incidente di frasi slegate, poco comprensibile; un po' il ritratto di come mi sento.

Quindi... non so. Spero esista qualcuno che, leggendo, pensi di aver capito.
A chi, ogni volta che ci prova, sembra ritrovarsi in una situazione peggiore.
A chi non ha la forza per staccarsi dai suoi pensieri e andare a vivere sul serio, a fare qualcosa di concreto.
A chi non ha più un'autostima e odia lo specchio, a chi sta male da solo e in silenzio.
A chi è depresso in qualsiasi forma e modo, perché non si possono davvero fare grandi distinzioni.
Proverò a dormire. Non vedo l'ora di svegliarmi e odiare me stessa anche domani.
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« immagine » Non racconto più a nessuno di come mi sento, è qualcosa che ormai non riesco più a fare. Le mie insicurezze e paranoie stanno raggiungendo nuove vette, i canali di sfogo ormai sono tutti arrugginiti o rotti, quindi tutto quanto resta dentro di me. Vedo delle nuvole scure all'orizzonte...
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...Of the Valley of The Wind

05 marzo 2015 ore 17:33 segnala

Questa notte Pisa è stata funestata da un vento incredibile.
Ha battuto sulle finestre come un animale feroce e instancabile, tenendo tutti svegli per ore, ognuno immerso nel proprio buio.

Il paesaggio familiare della strada di fronte a casa, questa mattina, era quasi lo stesso di sempre, non fosse stato per certi particolari fuori posto.
Gli alberi e le siepi ancora piegati e visibilmente sfoltiti, con i rami e le foglie strappati a forza e sparsi ovunque. Un motorino sdraiato sul fianco, scomposto. Il cartello dell'attraversamento pedonale stranamente piegato a guardare verso l'alto.
Foglie morte e aghi di pino, ammucchiati in balle disomogenee, tappezzavano l'asfalto e venivano trascinati qua e là dalle poche auto che passano di fronte alla mia finestra.
E in tutto questo sfacelo apparente, le persone ripetevano gli stessi gesti di ogni giorno.
La replica di ogni mattina è andata in scena sul palcoscenico in disarmo. Stretti nei loro piumini, mani in tasca e cappuccio ben saldo in testa, gli attori erano distratti al massimo da qualche ultima raffica di vento che distrubava il loro equilibrio.
La giornata è schiarita, è tornato il sole nel pomeriggio.
La torre pende ancora, né più, né meno di prima.
Degli aghi di pino, le foglie, i rami che questa mattina coprivano l'asfalto e rendevano l'atmosfera desolante, ne sono rimasti così pochi che pensereste sia un giorno normale. Il grosso dello sporco si è ritirato fuori scena, forse per volontà propria, o forse sarà sparito come per magia.
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« immagine » Questa notte Pisa è stata funestata da un vento incredibile. Ha battuto sulle finestre come un animale feroce e instancabile, tenendo tutti svegli per ore, ognuno immerso nel proprio buio. Il paesaggio familiare della strada di fronte a casa, questa mattina, era quasi lo stesso di s...
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Out of this world

29 novembre 2014 ore 04:24 segnala


Sono rimasta senza amici vicini. Hanno inseguito la loro vita all'estero: Francia, Inghilterra, America e addirittura Australia. Il che ha qualcosa di ironico nei miei confronti, che sono impossibilitata a muovermi per lunghe tratte e stare molto lontana da casa.

Certo si fa di tutto per compensare la solitudine: lunghe chiacchierate via Skype previ funambolismi di fuso orario, si scambiano pensieri con sconosciuti via forum o tumblr tematici, si accede ad una chat.

Il tutto confinato in internet, dalla comodità della mia camera, da dietro un computer, da dove posso essere giudicata per quello che esprimo e non per come sono. Tutto più semplice e alle mie condizioni. Ogni volta che esco, la presenza imposta o lo sguardo di questo o quello sconosciuto mi avviliscono, o mi irritano, o mi fanno diventare matta e insofferente: perché non posso inquadrare le persone in una finestra, da chiudere con un clic non appena una frase o un atteggiamento guastano l'atmosfera?
La rete ha questo vantaggio.

Fino a poco tempo fa ero convinta che la rete avesse soltanto vantaggi.
Poi, alcune conoscenze, quasi anonime, sono diventate persone care. Peggio ancora, quelle che lo sarebbero diventate, se non fossero state risucchiate di nuovo in questo mare di facce e frasi disincarnate, senza lasciare una sola traccia.
Ogni persona un microcosmo, attraverso lo schermo arrivano ispirazioni artistiche, o di vita, di modi di pensare così lontani dal mio... volti di persone uniche e così tanto, così tanto interessanti...
Ma confinate dietro il monitor: anche loro distanti, in Inghilterra, America, Norvegia... la rete è un'illusione di vicinanza, e questa illusione può dissolversi in un attimo.

A volte qualcuno è così particolare e diverso che fa quasi male essere relegata in questo ruolo di timida spettatrice. La vita lascia segni di frustate a qualcuno, ad altri carezze amorevoli che levigano il viso e lo rendono di porcellana: bellissimo. E parlando con loro si infrange l'illusione invidiosa che siano persone vacue o poco dotate artisticamente, come per compensare in qualche modo i tratti positivi regalati dal destino. Non è così. Ci sono ragazzi e ragazze fantastici, che rendono la propria vita un capolavoro. E a volte mi brucia il desiderio di farne in qualche modo parte.

Mi spronano al divenire, a modellare con fatica l'argilla indurita di cui sono fatta, imparando a curare di più me stessa, a minimizzare problemi, a gettarmi in qualcosa in cui non sono portata... Sono sforzi vani, motivati solo da una folle, folle voglia di essere una persona diversa, di entrare in un mondo che non è il mio. Di bruciare le mie ali in un sole che rimarrà per sempre troppo distante.
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« immagine » Sono rimasta senza amici vicini. Hanno inseguito la loro vita all'estero: Francia, Inghilterra, America e addirittura Australia. Il che ha qualcosa di ironico nei miei confronti, che sono impossibilitata a muovermi per lunghe tratte e stare molto lontana da casa. Certo si fa di tutt...
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29/11/2014 04:24:31
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Panta rei

17 agosto 2014 ore 17:46 segnala


A volte mi sorprendo di quanto siamo resistenti.

Il nostro corpo si spezza ma le ossa si rinsaldano, nel tentativo disperato di funzionare di nuovo.
La pelle lacerata si ricongiunge, il lembi si baciano e si fondono per proteggere quello che c'è sotto.

Allo stesso modo le ferite interiori vengono sepolte sotto nuove esperienze, messe in prospettiva nel tempo.
La mancanza di qualcuno scompare nell'abitudine delle giornate senza di lui, la voragine che ha lasciato è ricoperta poco a poco.

La nostra maledizione è che proseguiremo sempre avanti, e ci adatteremo sempre al nuovo. Nessuna meraviglia rimane tale a lungo, nessuna emozione sarà sempre dissetante.

Induriti, sforacchiati, menomati, l'unica scelta che ci viene offerta dalla nostra stessa natura è di proseguire sempre avanti
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« immagine » A volte mi sorprendo di quanto siamo resistenti. Il nostro corpo si spezza ma le ossa si rinsaldano, nel tentativo disperato di funzionare di nuovo. La pelle lacerata si ricongiunge, il lembi si baciano e si fondono per proteggere quello che c'è sotto. Allo stesso modo le ferite in...
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17/08/2014 17:46:41
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attraverso Robin Williams e la depressione

16 agosto 2014 ore 21:14 segnala
E' stato il volto del cinema americano per famiglie, eppure l'uomo dietro a quel volto ha deciso di uscire di scena da solo, una sera solitaria di agosto in una grande casa vuota in California. Lasciando una compagna e tre figli, lasciando cadere il suo volto pubblico sorridente e positivo per mostrarci, solo per un attimo, l'attimo finale, qualcosa di oscuro che lo ha divorato dall'interno.

Io non ho mai apprezzato più di tanto i suoi film di successo, che ho visto da piccola e a cui poi ho ripensato quando ero più grande e meno ingenua: troppo buonisti, troppo educazionali per la mia sensibilità di adesso. Finti. Ma posso relazionarmi a lui oltre al semplice ricordo, perché anche io ho conosciuto la malattia che lo ha finito e voglio provare a descriverla.

Per capire "perché" lo abbia fatto, bisogna cercare di immaginare il posto buio in cui si trovava.

Essere depressi non è semplice malessere, è essere immersi in emozioni negative.
Immersi, costantemente, in una stanchezza che affligge il cervello e il corpo.
Mentre il peso che hai dentro ti porta sempre più a fondo, la vita da laggiù ti appare sempre più lontana, dato che il dolore che ottunde ogni emozione.

Pensate come può essere vivere odiando se stessi o le proprie condizioni di vita, sentendosi giù tutto il tempo, senza riuscire ad avere pensieri diversi da questi.

Quando niente ti appare importante ti impedisci di fare anche quello che vorresti, bloccato dall'idea che comunque falliresti, o che non ti darebbe alcun sollievo.

Stati improvvisi di rabbia o prostrazione ti sorprendono senza motivo, ingigantiscono il ricordo di un litigio o di cose perdute che non torneranno mai. Ti scuotono e se ne vanno come sono venuti, lasciando un vuoto riarso.

La depressione ti trascina in un luogo buio, dove ti svuota e cerca di romperti.

Si può guarire, ma le crepe che lascia saranno sempre lì perché tu possa contemplarle. Così nitide che quando le guarderai penserai che sono verità, impresse come cicatrici: che i pensieri che avevi erano la realtà, che il tuo vero io lo hai lasciato laggiù in fondo al buio, e che adesso stai indossando una maschera.

Robin Williams questa maschera l'ha forgiata così bene che è stata il suo volto da attore. Come ho scritto all'inizio, lui è stato il volto del cinema americano per famiglie. Io trovo emblematico che quel volto fosse una maschera da attore, e che nascondesse un luogo buio di difficoltà e dolore. E adesso lo sento un po' più vicino, come quando da piccola mi divertiva con i suoi personaggi impossibili.

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« immagine » E' stato il volto del cinema americano per famiglie, eppure l'uomo dietro a quel volto ha deciso di uscire di scena da solo, una sera solitaria di agosto in una grande casa vuota in California. Lasciando una compagna e tre figli, lasciando cadere il suo volto pubblico sorridente e posi...
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