E se...

12 giugno 2016 ore 21:50 segnala


Carmina Burana ~ O Fortuna ~ Carl Orff

Scozia, 1587.
Vivevo la mia nuova vita da un tempo relativamente breve. Mi ero trasferito in un paese totalmente diverso dal mio, sia per cultura che per tradizione, cercando di ricominciare un'esistenza da zero che si prospettava eterna.
Avevo presto capito che non avrei più potuto ammirare un'alba od un tramonto. Mi cibavo di notte, nell'oscurità, come tutte le creature che appartenevano alla mia specie. Durante il giorno mi rifugiavo nella piccola stanza al piano di sopra della locanda di Mr. Wallace che mi aveva concesso vitto ed alloggio in cambio dei miei servigi da garzone durante le ore notturne.
Quella sera uscii fuori dal retro per svuotare le casse dal cibo avanzato. Non davo confidenza a nessuno, facevo il mio lavoro e per la maggior parte del tempo stavo in silenzio. Sentii delle urla avvicinarsi: "Da questa parte! Non ci sfuggirà, è in trappola! Al rogo, al rogo!".
In un attimo tre uomini piuttosto corpulenti, armati di bastoni e tridenti, entrarono nel vicolo in cui mi trovavo.
Nella mia mente vedevo già l'epilogo di quell'incontro. Un lauto pasto, nessuno li avrebbe cercati nè trovati, ma soprattutto nessuno li avrebbe sentiti gridare, perchè di fatto non avrebbero emesso un suono. Nel breve tempo trascorso dalla mia rinascita avevo imparato diverse cose sul nuovo genere a cui appartenevo. Una di queste consisteva nel poter condizionare i comportamenti degli umani semplicemente guardandoli negli occhi. Ecco perchè sarei riuscito a passare inosservato.
Si fermarono trafelati a pochi passi da me: "Ehi ragazzo, hai visto una donna venire da questa parte?" "No Signore" "Sei sicuro? E' ferita, non puoi non averla notata!". Mi stava irritando, stavo per fare la mia mossa, ma risposi ancora una volta: "No Signore".
Da più lontano si udirono altre voci "Eccola, venite, di qua!". I tre uomini corsero via, senza dire più nient'altro. Divertito dalla cosa continuai a svuotare le casse. Spostandone una notai che essa nascondeva un animale. Guardai meglio. Era un gatto nero come la pece, col pelo lucido ed un'enorme ferita tra la testa e la zampa anteriore, da cui usciva parecchio sangue. L'ironia della sorte mi stava mettendo davanti ciò che da qualche anno ormai bramavo ogni notte eppure, in quel momento, non volli infierire sulla bestiola. La mia umanità non era ancora del tutto spenta.
Lo nascosi sotto al grembiule e rientrai furtivamente. Corsi su per le scale e mi chiusi nella mia stanza. In una tinozza misi dell'acqua, preparai delle strisce di stoffa strappando una federa, medicai al meglio il gatto che non era più cosciente, ma respirava ancora.
"So che ti farà tanto male, ma questa ferita va cucita". Con tutta la delicatezza di cui ero capace cucii quel taglio. Avvolsi l'animale in una coperta e lo lasciai riposare sul letto, ormai convinto che probabilmente, al mio ritorno, l'avrei trovato esanime.
La notte stava lasciando posto all'alba quando ritornai nel mio alloggio. Chiusi ogni finestra, ogni fessura. Mi sdraiai sul letto e con mia grande sorpresa sentii il respiro del gatto "Uhm sei ancora vivo, fantastico!". Mi assopii.
Poche ore dopo fui risvegliato da un tonfo. Balzai sul letto controllando che le finestre fossero ancora chiuse. Nella penombra scorsi una donna, completamente nuda, di schiena. Accesi frettolosamente il lume. Lei mi guardò dietro la spalla. "Un vero gentiluomo non spierebbe una signora". "Ehm, perdonatemi" mi girai vergognoso "Come siete entrata qui?". "Mi ci avete portata voi, questa notte". "Io? Non ho bevuto ieri sera e credetemi, me lo ricorderei se avessi portato qui una persona". Prese una delle mie camicie e se la infilò, poi si avvicinò a me e con voce suadente mi disse: "Non dimenticherò ciò che avete fatto per me, dormite". Quando riaprii gli occhi questo era tutto ciò che ricordavo. Mi sentivo un po' stordito, non capivo perchè. Spalancai le finestre verso la luna che nel frattempo era sorta e sul tavolo, di fronte alla finestra, qualcosa si illuminò. Era un anello d'argento con una pietra nera, onice forse. Era poggiato su un pezzo di carta su cui era scritto "Indossalo e non dovrai più temere il sole". Provai quell'anello un po' titubante. Me l'aveva lasciato la donna che avevo sognato? L'avevo sognata o era reale? Com'era entrata nella mia stanza senza che io me ne accorgessi?
Il gatto, dov'era il gatto? La piccola bestiola era svanita. Tutto mi sembrava ancora più strano.
Mi preparai, scesi alla locanda, pensai e ripensai a quella notte. Per quasi una settimana, pur avendo ripreso la mia routine, avevo quel pensiero sempre in testa. Finchè, giunta quasi l'alba, dieci giorni dopo, entrai nel mio alloggio. Chiusi tutte le finestre, mi spogliai, spensi il lume, mi sdraiai e sentii una presenza in quei pochi metri quadrati. Accesi nuovamente la lampada ad olio e mi ritrovai di fronte quella donna. Potevo vederla con chiarezza ora. Un fisico slanciato, i capelli lunghi, lisci e corvini le scendevano sulle spalle, occhi scuri e penetranti, labbra carnose. Mi guardò e sorrise.
"Faccio così tanta paura?"
"No Milady, ma....ma....come siete entrata?"
"Non ha importanza, piuttosto, vedo che portate l'anello, ma non avete ancora avuto il coraggio di verificarne il potere"
"Siete voi che me l'avete donato?"
"E chi altro? La vostra specie è così dannatamente inconsapevole"
"La mia specie?"
"Si, non avete idea del potere che avete e comunque lo usate male. Ecco perchè la mia di specie vi dà la caccia" disse spalancando la finestra.
"Nooooo, che fate!" urlai rifugiandomi nell'unico angolo buio mentre fuori albeggiava.
"Venite qui, coraggio, non abbiate paura!"
Titubante mi avvicinai a lei, alla luce. Con mia grande sorpresa la mia pelle non cominciò a surriscaldarsi, non si incendiò. La guardai stupito. Mi sorrise "Vedete? Non c'è nulla da temere se avete indosso quell'anello. Consideratelo un mio regalo per avermi salvato la vita, ora siamo pari". Mentre si voltava per uscire dalla stanza notai una grande cicatrice sulla sua spalla, che finiva sul collo, dietro l'orecchio. Sbarrai gli occhi. "Il....gatto....eravate...voi?".
"Suvvia, non ditemi che l'avete capito soltanto ora" rispose ridendo. Con un cenno della mano scomparve, in uno sbuffo di fumo grigio.
Da quel momento la mia esistenza ritornò ad essere più "normale". Potevo di nuovo camminare alla luce del sole. E tutto grazie a quella donna misteriosa ed affascinante che ogni tanto appariva, chiacchierava con me e spariva di nuovo.
Avevo imparato a conoscerla, la trovavo davvero affine a me, ma non aveva mai voluto spiegarmi perchè la "sua specie" cacciasse la "mia". In fondo eravamo stati tutti umani un tempo. I nostri incontri erano sempre più frequenti, i nostri confronti sempre costruttivi, le nostre risate autentiche. Era la prima "persona" con cui mi rapportavo davvero dopo tanto tempo, nutriva tutto il mio rispetto, non riuscivo a fidarmi ciecamente di lei, ma quello che provavo vi si avvicinava molto. Non conoscevo il suo nome, ma conoscevo la sua anima e lei conosceva la mia.
Una notte, una maledetta notte, mi trovavo nel solito vicolo a svuotar casse quando sentii urla di un'intera folla provenire dalla vicina piazza. Incuriosito mi avvicinai. Si fece largo, tra tutte quelle persone, un carro-prigione condotto da un uomo muscoloso che portava un cappuccio nero in testa, un boia.
Si fermò al centro dell'ampio spazio dove scorsi un palo ricoperto di cataste di legno. Fece scendere una donna dal carro, incatenata ed incappucciata. La folla cominciò a gridare a gran voce "Al rogo strega!! Brucia!!! Maledetta!!!". Il boia le levò il cappuccio. "Oh diavolo!" esclamai. Era lei, la mia Milady. Sgomitai a destra e a manca per raggiungerla (avrei potuto uccidere tutte quelle persone in un attimo, ma non dovevo destare sospetti). "Milady! Milady!" gridai. Lei mi rivolse uno sguardo ed accennando un sorriso mi disse "Tranquillo, niente è per sempre. Io tornerò e la pagheranno tutti. Ora andate, andate via, vi prego!".
Non riuscivo più a muovere un muscolo, ero paralizzato, incredulo. E la guardai bruciare senza poter fare nulla. Rimasi lì per tutto il tempo, finchè il rogo non si spense da solo, inginocchiato di fronte a quello che rimaneva di lei. Le lacrime rigavano il mio volto. Perchè mi aveva impedito di agire? Perchè non mi aveva permesso di uccidere tutta quella gente maledetta? Giurai vendetta, per lei e per noi. L'ultimo barlume della mia umanità si spense insieme a quel fuoco.

New York, 2015.
Erano trascorsi secoli, durante i quali avevo ucciso migliaia di persone. L'oscurità in cui ero rinato mi aveva avvolto completamente. Se mostravo gentilezza o cortesia lo facevo soltanto per avere un ritorno di sangue. Lavoravo come pubblicitario. Era stato facile ottenere quell'incarico. La mia capacità "di convincimento" era aumentata con gli anni. E di anni ne erano passati centinaia.
Passeggiavo in Central Park, fumando una sigaretta ed osservando tutte le mie probabili vittime. Badavo ad ogni singolo dettaglio. E sentivo i loro cuori battere, le loro vene pulsare. Musica per le mie orecchie, cibo per il mio stomaco. Mi sedetti su una panchina. Mi guardai intorno ancora. Ad un certo punto udii un fruscio alle mie spalle, qualcuno si nascondeva dietro di me, in un cespuglio. "E' inutile che celi la tua identità con le foglie, ti ho sentito! Non sei stato molto attento eh?". Mi girai e rimasi senza fiato, senza parole.
Da quel cespuglio spuntò lei, Milady, in carne ed ossa. "Vi avevo detto che sarei tornata, no?". Strabuzzai gli occhi, la guardai ancora per essere certo di non avere le traveggole. Istintivamente presi il suo viso tra le mani e baciai la sua fronte.
"Ehi, tenete le mani a posto, non sono nè sono mai stata di vostra proprietà" disse accigliata.
"Perdonatemi, ma sono così felice di ritrovarvi."
"Non avete mai perso quella brutta umanità eh?"
"In realtà l'avevo spenta, siete voi ad aver riattivato il tutto"
"Senti, confondiamoci con gli umani, sai bene che fine possiamo fare no? Noi siamo diversi da tutti gli altri!"
"Certo, è una buona idea, anche se mi par strano darti del tu"





Passammo tutto il pomeriggio su quella panchina. Riprendemmo a raccontarci, come se non ci fossimo mai separati, ma 400 anni erano stati davvero tanti. Non le chiesi com'era sopravvissuta al rogo, non me l'avrebbe detto. Non mi diceva mai molto di sè, scoprivo (o immaginavo) di lei man mano che parlava di questo o quell'argomento. Si fece sera, la invitai a simulare una cena in un ristorante che frequentavo spesso. Almeno per mantenere le apparenze. Accettò l'invito. Cenammo e passeggiammo per le vie della città trovando sempre qualcosa di cui discorrere.


Passammo poi davanti ad un vicolo stretto e poco illuminato. All'improvviso mi spinse in quella viuzza e mi bloccò contro il muro. Si avvicinò. Il suo viso era così vicino che quasi le sue labbra sfioravano le mie. Mi guardò dritto negli occhi "Mi dispiace garzone, ti avevo detto che la mia specie caccia la vostra. E' stato bello ritrovarsi. E' stato bello sapere che non mi avete dimenticata, ma la guerra è guerra. Avreste dovuto spegnere qualunque sentimento, soprattutto verso di me.".
Sentii quel paletto di legno affondare nel mio cuore. Come 400 anni prima una lacrima rigò il mio volto. Come 400 anni prima il mio cuore si spezzò, ma questa volta fu per sempre.
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12/06/2016 21:50:25
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Commenti

  1. jade77 12 giugno 2016 ore 22:15
    non avrebbero dovuto incontrarsi mai.. quindi..?
  2. TheDarkOne 12 giugno 2016 ore 22:22
    @jade77: ognuno può dare l'interpretazione che preferisce e/o immedesimarsi nel racconto o meno... Lascio ai lettori la risposta alla tua domanda ;-)
  3. apocalixx 22 giugno 2016 ore 09:16
    ..DOVEVANO incontrarsi..anche solo per riaccendere quella poca umanità che era rimasta di loro...da entrambe le parti..
    ...è stato un bel modo per morire...un bel modo per far battere ancora quel cuore spento..
  4. TheDarkOne 22 giugno 2016 ore 18:35
    @apocalixx: interessante interpretazione anche la tua... In realtà al momento del racconto avevo un'idea ben precisa.. Che si traduce, in poche parole, in "cuore spezzato" ;-)
  5. apocalixx 23 giugno 2016 ore 09:06
    ...l'immedesimazione che due persone hanno di uno stesso racconto...non è sempre uguale...
    ...è questo che rende bello uno scritto come questo...che lo rende ATTUALE..
    ...Se leggessi questo brano fra qualche mese...sono sicura che la mia interpretazione sarebbe diversa...e noterei sfumature che ad oggi mi sfuggono..
    ...le lettere parlano...ogni giorno in maniera diversa.
  6. Stregandoti 28 dicembre 2016 ore 22:04
    Solitamente inconsciamente preferisco i racconti a lieto fine! ...lascia l amaro in bocca...l ennesima delusione....
  7. TheDarkOne 28 dicembre 2016 ore 22:06
    @Stregandoti: l'ennesima delusione? Se non ci conosciamo nemmeno come posso avervi delusa? :mmm

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