ViStO ChE Mi VuOi LaScIaRe...

26 novembre 2016 ore 11:46 segnala
Mi sono purtroppo svegliata da poco. Scrivo purtroppo perchè ho fatto un sogno così bello e insieme così triste che avrei preferito non risvegliarmi più piuttosto che interromperlo e ritornare nella realtà.
Ormai i miei sogni sono monotematici e ciò dipende dal fatto che prima di addormentarmi ho in testa sempre lo stesso soggetto. Potrebbe risultare una consolazione sognarlo, potrei dire "beh, sempre meglio che niente"; però il problema sorge quando apro gli occhi, quando vedo un raggio solare che oltrepassa una piccola fessura della tapparella e mi colpisce il viso, quando vedo l'altra metà del letto vuota, quando mi accarezzo le mani, il viso, la pelle liscia, delicata, desiderosa di un abbraccio, quando mi alzo e in casa non c'è nessuno, niente voci, niente passi, niente rumori di una caffettiera messa sul fornello, nessuna pagina di giornale che viene aperta, nessuna televisione accesa...
Apro piano piano la tapparella e osservo dalla mia postazione auto che sfrecciano, persone che si affrettano per i marciapiedi, l'odore di croissant e di pane che giunge dal panificio dietro l'angolo, l'autobus che accoglie gli studenti, molti dei quali salgono mano nella mano, o si baciano per salutarsi, perchè prendono una direzione diversa.
Mi piace stare lì a guardare la strada e le persone, sorseggiando a piccoli sorsi una tazza di té fumante.
Per un attimo lo immagino che mi abbraccia da dietro, tenendomi per i fianchi, un bacio sulle labbra, e sento la sua bocca che sa di caffè, di brioche al cioccolato.
Scaccio subito dalla testa questo pensiero per paura che il desiderio possa perseguitarmi per tutto il giorno.
Rimango davanti alla finestra, sfregandomi nervosamente le mani, e percepisco che la mia pelle diventa più ruvida a causa di un abbraccio mancato, di una carezza che non c'è stata, e sento le labbra screpolarsi per un bacio atteso e mai arrivato.
Alzo lo sguardo al cielo, alle nuvole e mi perdo in mille pensieri senza capo ne coda; riabassandolo alla strada scruto due vecchietti, lui con la coppola, un braccio dietro la schiena e uno a sorreggere quello di lei, una dolce signora con il viso segnato dall'età, il bastone, una leggera gobba, il passo lento, scomposto. Li guardo e sogno. Inizio a immaginarmeli da giovani, il loro primo incontro, il primo bacio, la proposta di matrimonio, la fatica di guadagnarsi il pezzo di pane al giorno indispensabile per sopravvivere. Fantastico sul fatto che lui sia stato un panettiere per trent'anni, percepisco lo sforzo del suo lavorare da solo, giorno e notte, in tempo di guerra, con la sola moglie a suo fianco, che lo aiutava come meglio poteva. Penso che abbiano sei figli, tre maschi e tre femmine, ormai tutti sposati, con figli, che abitano in un paese lontano, magari al nord, e che scendano a trovare i genitori soltanto ad agosto e a Natale. Li immagino come due pappagallini inseparabili e quando muore uno allora muore anche l'altro.Più li guardo e più mi commuovo di fronte a questa scena che mi riempie il cuore di gioia. Non hanno nient'altro che loro stessi e uno è l'appoggio dell'altro. Una vita trascorsa insieme. Li scruto ancora un po' per poi spostarmi dalla finestra e salire sul letto, gambe incrociate, cuffiette nelle orecchie.
Non lo so cosa sto provando dentro in questo momento. E' un turbinio di emozioni, di sensazioni, di stati d'animo, un tornado, uno tsunami che mi travolge dalla testa ai piedi, un naufragio, un terremoto interiore. Vorrei provare a descrivere tutto questo, ma ho paura di soffrirne troppo. Sono così autoriflessiva che cerco sempre di dare una forma ai miei sentimenti, ma a volte credo che sia meglio non indagare oltre perchè risulta doloroso vedersi davanti, nero su bianco, i propri desideri, le proprie mancanze, le malinconie, le tristezze, e il rischio è quello di soffrirne ancora di più.
Sul letto, con le cuffiette, ascolto una canzone bellissima, sublime, una poesia, di Rino Gaetano, uno dei cantautori che più amo e che ascolto raramente perchè sennò dovrei trascorrere tutte le mie giornate asciugandomi le lacrime con mille pacchetti di fazzoletti.
Visto che sono un po' debole, lascio a lui il compito, oggi, di trasformare in parole ciò che dentro di me si manifesta come catastrofi naturali.




"Visto che tu vuoi andare
vai sicura non ti voltare
chiudi bene e pensa al gatto
e ai fascicoli sul mare
visto che tu vuoi partire
prendi il treno all'imbrunire
vai serena e non ti stanchi
e potresti anche dormire
visto che tu vuoi andare
vai sicura non ti voltare
porta via ogni cosa
che io possa poi scordare
visto che tu vuoi fuggire
non ti trattengo più amore
ma dammi ancora un minuto
per convincerti a restare
visto che mi vuoi lasciare
vai sicura non ti voltare
ma ricordati dei sogni
che mi devi restituire
e gli umori e le atmosfere
che mi hanno fatto amare
ma visto che mi vuoi lasciare
è inutile tergiversare
rendimi le mie parole
che ti ho detto con amore
e le frasi e le poesie
quelle tue e quelle mie
visto che mi vuoi lasciare
non ti trattengo più amore
ma dammi ancora un minuto
per convincerti a restare
pa-ra pa-ra pa pa pa-ra





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Mi sono purtroppo svegliata da poco. Scrivo purtroppo perchè ho fatto un sogno così bello e insieme così triste che avrei preferito non risvegliarmi più piuttosto che interromperlo e ritornare nella realtà. Ormai i miei sogni sono monotematici e ciò dipende dal fatto che prima di addormentarmi ho...
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StRiNgEnDo La TuA MaNo InViSiBiLe...

23 novembre 2016 ore 21:19 segnala
Rieccomi qua. Dopo dieci giorni di ricovero ospedaliero - che, per me, sono stati un vero e proprio incubo - finalmente posso tornare a sedermi sul mio bel lettino caldo, con un plaid sulle spalle, le cuffiette della musica nelle orecchie, una piccola lucina sul comodino, davanti a questa tastierina nera che estrapola i pensieri dalla mia testolina.
Devo ammetterre che la paura è stata tanta, moltissima, e spesso ho provato a chiudere gli occhi per vedere se dopo averli riaperti quel brutto posto in cui mi trovavo scompariva. Purtroppo mi trovavo sempre lì, inerme, senza possibilità di muovermi, con l'ansia a palla e una sensazione bruttissima addosso.
Non voglio descrivere ulteriormente la mia esperienza - di cui avrei fatto volentieri a meno - ma vorrei soffermarmi su un altro aspetto che, ora che sono uscita da quel brutto luogo, è l'unico che la mia mente ha deciso di non gettare nell'oblio.
Sono trascorse notti lunghissime, interminabili, infinite in tutta la loro oscurità. Un letto duro, freddo, quasi di pietra, con un cuscino simile a uno scoglio: tutto così terribilmente estraneo al mio materassino di sempre.
Inutile specificare che non ho chiuso occhio nemmeno un po' durante questo mio spiacevole soggiorno.
Ciò che rimembro di quella stanza d'ospedale, però, è una piccola finestra vicina al mio letto, oltre la quale il mio sguardo poteva spingersi a osservare il cielo, tetro, spaventoso, animato soltanto da due o tre stelle e da lei, la Luna, la seconda amica che mi ha accompagnato in questa mia degenza e che ha fatto sì che io non impazzissi totalmente; ho scritto seconda amica perchè il primo amico, l'unico, e d'altra parte inimitabile e insostituibile, è stato lui. Lui. Lui, con la sua presenza assente e il suo ricordo sempre vivo dentro di me. Un ricordo un po' doloroso, ma che in questa occasione mi è stato talmente fondamentale che senza addirittura non saprei dire se sarei sopravvissuta a tutto.
Vedevo lui quando spingevo lo sguardo fuori dalla finestra. Vedevo lui quando, ogni notte, mi giravo e rigiravo nel letto senza riuscire ad addormentarmi. Vedevo lui, di fianco a me, ogni volta che mi sentivo sola e avevo il dannato bisogno di qualcuno accanto. Vedevo lui, nei sogni, quando cadevo per un attimo in un lieve dormiveglia.
La mia mente proiettava l'immagine incorperea di lui in ogni istante. Con il braccio dolorante a causa delle flebo afferravo la sua mano invisibile con la mia, esile, e subito un calore mi attraversava la pancia, il torace, il petto, il collo, il viso, la schiena, per poi riscendere giù.
I miei occhi stanchi, sfiniti, vedevano i suoi costantemente. Ogni notte immaginavo lui a letto con me, sdraiato di lato, rivolto verso di me, con gli occhi chiusi, il respiro debole, un leggero fiato che veniva esalato dalla sua bocca e dalle sue narici - che mi arrivava tutto sul viso - una mano sullo stomaco, che si alzava e abbassava seguendo il ritmo della sua respirazione e un braccio attorno al mio collo, su cui era poggiata la mia testa, morbido, delicato, un po' pelosetto, qualche solletichio sul collo che mi faceva sorridere.
Immaginavo di stringerlo forte forte ogni volta che i medici mi prelevavano il sangue o mi iniettavano per vena qualche farmaco.
Non mi interessava essere lì. Non mi importava. Potevo essere coraggiosa. Davvero. Giuro. Con lui al mio fianco i dottori potevano fare di me ciò che volevano. Che mi usassero pure come cavia per qualche esperimento scientifico! Cosa poteva mai importarmene se c'era lui con me, sempre, che mi riempiva il cuore di tenacia, di determinazione, di fermezza, di gioia, di amore.
Nonostante sia impossibile che succeda, se solo potessi abbracciarlo anche solo per dieci secondi, credo che in quel preciso istante per me potrebbe persino crollare tutto, strade, palazzi, potrebbe pure cadere un meteorite enorme e devastare la Terra, o potrebbe scoppiare un incendio e radere al suolo tutto, centimetro per centimetro. Io non farei niente, assolutamente nulla. Rimarrei incollata alle sue braccia senza muovere un dito, senza provare a scappare, trovare un rifiugio, un luogo cui ripararmi. Esiste un rifiugio più sicuro del suo corpo? No, per me no.
Mentre ero sdraiata su quel letto di ghiacchio pensavo a tutto questo. Non pensavo a me. Non pensavo a come stavo io. Non pensavo alle mie condizioni. Pensavo a lui. Pensavo a come stava lui. Mi chiedevo se lui fosse felice.
Se lui è felice allora posso esserlo anche io. Che importa che io sia sul lettino della mia camera o su quella lastra di pietra dell'ospedale? Pensadoci non cambia poi nulla. Sia la mia vita che l'ospedale sono due gabbie che mi costringono a rimanere al loro interno senza possibilità di fuga. Ora che sono uscita da quel postaccio ho comunque delle flebo mentali attaccate alla testa. E allora che differenza c'è? Sottile, impercettibile, un filo invisibile che separa due realtà non tanto diverse l'una dall'altra.
Ogni tanto voltavo la testa verso l'entrata della mia camera e lo aspettavo. Attendevo ansiosa che lui entrasse con una rosa in mano e una piccola scatola di cioccolatini. Lo seguivo con lo sguardo mentre si avvicinava al mio letto, mi baciava delicatamente la fronte, mi si sedeva vicino, una gamba sul materasso, l'altra penzoloni, e mi sorrideva: un sorriso che per me valeva più di qualsiasi altra cosa al mondo; un sorriso più efficace di tutte le medicine sulla faccia della terra.
Che diamine! Se solo lui fosse stato lì per un secondo, uno soltanto, sono sicura che sarei uscita da quel luogo in un batter di ciglia.
Ho portato con me la mia coperta di Linus, il nostro libro, "Il piccolo principe", e ogni notte ne leggevo una pagina, e a una una l'ho terminato in men che non si dica. Ho pianto. Ho pianto tanto. Lacrime di gioia intrise a lacrime di tristezza. Lui mi ha addomesticata così come il piccolo principe ha addomesticato la volpe e così come, a sua volta, lui è stato addomesticato dalla rosa. La volpe ha pianto quando il piccolo principe l'ha lasciata nello stesso modo in cui io ho sofferto quando lui ha lasciato me. Mesi e mesi di sofferenza prima di capire, però, che in tutto questo c'è un piccolo lato positivo e questo sta nel fatto che, in ogni caso, indipendentemente da come sia andata a finire - anche se per me non è mai finita e mai finirà - io sarò per lui sempre una piccola rosa diversa da tutte le altre rose del mondo, così come lui lo sarà eternamente per me.
Ho sognato di poter uscire dall'ospedale, saltellando, correndo verso di lui, che mi aspettava lì fuori a braccia aperte. Ho sognato di andargli incontro con i piedi che quasi non sfioravano l'asfalto. Ho sognato di saltargli addosso, cadere insieme a terra, baciarlo, lì, davanti a tutti, come un cagnolino che salta in braccio al padrone ritornato da lui dopo un lunghissimo viaggio. Ho sognato di farlo. L'ho desiderato sin dal primo giorno in cui sono stata ricoverata.
Sono uscita. Sono libera. Ho preso tutta la mia roba, preso l'ascensore, e mi sono posizionata davanti alla porta d'uscita dell'ospedale. Ho contato fino a dieci,ansiosa, con le mani tremolanti, il respiro affannoso, e poi ho preso coraggio e sono uscita.
Era quasi notte. La strada vuota. Avevo lo sguardo abbassato per paura di osservare chi c'era di fronte a me. Ho intravisto un'ombra. Il mio cuore ha fatto un sussulto. Ho alzato gli occhi. Un cielo bellissimo. Le stelle. La Luna. Un aereo. Due nuvolette. Un'ombra, lunga, dritta, fredda, rigida. Un'ombra. Quella di un lampione che si accendeva e si spegneva ad intermittenza. Un silenzio. Un silenzio che andava e veniva interrotto dal rumore dei miei passi calzanti.
Una mano chiusa. La mia. Una mano che ne stringeva un'altra, invisibile.
Dietro di me, sull'asfalto, ho fatto scivolare una lacrima.
Davanti a me, al cielo, ho lanciato un sorriso.
Su questo foglio, bianco, sto lasciando un pezzo del mio cuore.
....




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Rieccomi qua. Dopo dieci giorni di ricovero ospedaliero - che, per me, sono stati un vero e proprio incubo - finalmente posso tornare a sedermi sul mio bel lettino caldo, con un plaid sulle spalle, le cuffiette della musica nelle orecchie, una piccola lucina sul comodino, davanti a questa...
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Se ChIuDo Gli OccHi Ti VeDo...

03 novembre 2016 ore 21:32 segnala
Vaghi ricordi.
Nell'aria riecheggiano piccole vibrazioni sensibili. Fiuto finemente emozioni che pretendono di essere nuovamente vissute con il pensiero.
Come può una persona che ormai non c'è più far sentire la sua presenza invisibile in ogni istante? Come un venticello lieve che mi fa svolazzare i capelli, come un soffice fiuto sul collo, un sussurro in un orecchio, un bacio strappato su un labbro, una mano che mi sfiora delicatamente la pelle, una scossetta su un dito, un battito in più del cuore, un leggero fastidio al centro del petto, un brivido improvviso che mi percorre tutto il corpo, una sensazione spinosa in mezzo allo stomaco, una piccola pressione sulla gabbia toracica.
E' un attimo svelto, veloce, impercettibile. Un solo istante e puff! Eccoti qui, di fianco a me, di nuovo, ancora, presente, sempre accanto, vicino, mi sfiori, ti percepisco, sento il profumo del tuo dopobarba, i sottili peletti delle tue braccia che mi solleticano la pelle. Mi sento piccola, una formica, una lumachina, una coccinella che vorrebbe volare sulla tua mano, fulminea, rifugiarmi tra le tue dita, girarci intorno, esplorarle, accarezzarle con le mie piccole antenne; vorrei entrare per i tuoi pori, viaggiare per il tuo corpo, perdermi nel tuo organismo, arrampicarmi sulle costole, oltrepassare i polmoni, soffiarci sopra per donarti un millesimo del mio respiro, salire ancora più su, raggiungere il tuo cuore, e riposarmici sopra, poggiandoci piano la testolina che sussulta ad ogni tuo battito, e addormentarmi con il dolce bum bum del tuo ritmo cardiaco.
Vorrei poter essere una piccola mosca così da poter svolazzare vicino alla tua finestra e appoggiarmi sul vaso di un fiore mirandoti da oltre il vetro mentre dormi, contemplando i raggi del sole che, oltrepassando le fessure della tua persiana, ti illuminano il viso. Oppure una zanzara. Con il mio zzzzz che rimbomba leggero nell'aria mi poserei su di te, vicino ad una spalla, e ti pungerei con il mio pungiglione speciale, unico al mondo, non per succhiarti via il sangue dal corpo bensì per donarti un pizzico di felicità.
Piccoli momenti passati bussano leggermente alla porta della mia mente e con il loro toc toc pretendono di essere rimembrati. E allora sono catapultata su una spiaggia, a piedi nudi, con un mare immenso davanti ai miei occhi, una leggera brezza marina, intenta a comporre una poesia con tutte le parole che incominciano con l'iniziale del tuo nome. Non so se te l'ho mai fatta leggere questa poesia, ma non importa: sappi solo che c'è stato un momento - un annetto fa - in cui questa è esistita per te.
Poi mi sposto nel porto, vicino ad una scalinata in pietra che porta su, per un lungo muretto, da cui si possono mirare le navi, gli yacht, le barche, dalle più ricche a quelle più umili, simili a zattere così fragili che persino un'onda piccola piccola potrebbe spezzarle. Non sono mai riuscita a condurti con me lungo questo muretto, ma avrei tanto voluto condividere con te la meraviglia di guardare il porto, soprattutto di notte, tutto illuminato, con i raggi lunari che creano delle scie luminosissime sull'acqua, mettendo in risalto tutte le meduse che a quell'ora emergono sul filo della superficie, trasformando il colore del mare in violetto.
Poi raggiungo la stazione, vecchia, ormai fuori servizio, e mi siedo sulle rotaie, con un foglio in mano: disegno dei vagoni, dei visi che si affacciano ai finestroni, con gli sguardi proiettati fuori, sguardi che incontrano quelli delle persone che si stanno salutando, a cui si dice arrivederci, o addio, oppure occhiate lanciate ad un paesaggio che forse non si rivedrà mai più. Anche qui è un attimo e credo di sentire il ciuf ciuf di un treno invisibile. Quando si ferma attendo ansiosa che tu mi faccia una sorpresa e con un'enorme valigia in mano ti presenti a me con la notizia che mi sei venuto a trovare. Scruto i visi di ognuno nell'intento di riconoscere i tuoi tratti. Ma non ci sei. Triste, delusa, strappo il foglio e con esso si smaterializza pure il treno che avevo immaginato e non restano altro che delle vecchie rotaie arrugginite.
Poi mi siedo sulla panchina di un parchetto abbandonato a se stesso e leggo il tuo nome inciso su un albero, vicino ad una esse, iniziale del mio, tutto racchiuso in un cuore. Ricordo perfettamente ogni movimento della mia mano quando con la fine lama di un coltello ti ho scolpito nel legno.
Vago per strada, in mezzo alla folla, e mi fermo ogni volta che mi sembra di riconoscerti in mezzo a un gruppo di persone. Un ragazzo con la barba un po' lunga, i capelli corti, una canottiera, un paio di jeans, mi sembri tu e per un attimo ne sono convinta, ma poi metto le mani in tasca e continuo il mio cammino senza meta con un sorriso, ripetendomi a mente quanto io sia stupida in certe situazioni.
Notti già trascorse mi circondano, mi strattonano, mi costringono a riviverle tutte, ad una ad una, per l'ennesima volta. Vedo una Luna, enorme, luminosa, al centro del cielo, accostata al tuo volto, un cappello sul capo, con in mano il guinzaglio che tiene un grande piccolo amico a quattro zampe che ormai può osservarci soltanto da lassù. Sento una voce, bella, bellissima, una risata, stupenda, la adoro, un sussurro, un ti amo dolce, quasi impecettibile, si, un ti amo, un ti amo pronunciato in una notte, una notte lontana nel tempo ma sempre viva dentro la mia testa. Un ti amo, uno solo, il primo, l'ultimo, l'inizio di tutto e insieme la fine. Riecheggia forte, rimbomba potentemente nel mio cervello, per poi divenire a mano a mano sempre meno percettibile, fino a scomparire completamente. Vedo me, te, a letto, abbracciati, raggomitolati l'uno sull'altra, col tuo respiro sul mio collo, la tua mano serrata nella mia. Sento il tuo russare, grave, il tuo cuore, il tuo stomaco che si alza e si abbassa seguendo il ritmo del tuo respiro.
Vedo te, vedo noi, insieme, stretti... Sento la salda presa della tua mano, calda, affettuosa, avvolgente, soffice, grande.... E poi vedo il mare, la sabbia, la spiaggia, i sassolini, gli scogli, le onde, le meduse, la luna, il treno, la panchina, il tronco, il porto, le barche, la zattera... e poi vedo me, seduta, con le ginocchia sul mento, lo sguardo perso nell'orizzonte, che mi scaldo le spalle con le mani... E vedo le stelle, il cielo, sento le macchine che sfrecciano alle mie spalle... e vedo tutto e sento tutto. Tranne te.
Per quanto io possa sbattere le palpebra, per quanto io possa darmi pizzicotti per svegliarmi da questo incubo, per quanto io possa scappare, andare lontano, tu non sei con me e non ci sarai più.
Sei come il treno che ogni volta immagino quando mi siedo sulle arruginite rotaie di quella vecchia stazione. Una volta che strappo il disegno il treno scompare e allo stesso modo scompari tu quando io cesso di scrivere...
C'è da dire che anche se fa male a volte è bello riviverti. Non c'è luogo, oggetto, nemmeno il più insignificante, non c'è odore, canzone, che io non abbia condiviso con te. Sei in tutto ciò che mi circonda, nonostante tu sia chilometri e chilometri distante da me.
Buonanotte.




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Vaghi ricordi. Nell'aria riecheggiano piccole vibrazioni sensibili. Fiuto finemente emozioni che pretendono di essere nuovamente vissute con il pensiero. Come può una persona che ormai non c'è più far sentire la sua presenza invisibile in ogni istante? Come un venticello lieve che mi fa...
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BuOnGiOrNo, LoVe...

31 ottobre 2016 ore 13:44 segnala
Buongiorno amore mio.
Buonanotte amore mio.
Se queste due frasi non sono le più belle del mondo, certamente sono di sicuro quelle che, in un modo quasi magico, riescono ad accendere il cuore di tutti coloro che se le sentono pronunciare o che le leggono.
Tre parole. Tre umili parole che, messe insieme, sono in grado di produrre un effetto micidiale, positivamente o negativamente: nel primo caso positivamente perchè, cavoli, svegliarsi ogni mattina e leggere sul proprio telefono "Buongiorno cucciola", ti migliora nettamente la giornata e se fino a pochi secondi fa non volevi nemmeno alzarti dal letto, ora sei sicuramente più motivata a farlo; nel secondo caso negativamente perchè si, purtroppo non tutti hanno la possibilità di ricevere questi messaggi ne tantomeno di scriverli, o magari a loro era concesso fino a poco tempo fa, e allora la mancanza di queste tre parole è devastante.
Le conseguenze di questa mancanza le sto provando proprio da qualche mese a questa parte. Ogni mattina mi sveglio con la voglia di scrivere buongiorno e, prendendo il cellulare in mano, dopo averlo acceso, mi accorgo ogni volta, amareggiata, di non avere nessuno a cui poterlo indirizzare. E' un'operazione che compio quasi ogni giorno e, alla fine, scrivo buongiorno su un block notes oppure lo dico a mente, rivolgendolo alla persona che sta fissa nei miei pensieri. Ogni soluzione va bene purchè serva a compensare un vuoto che, soprattutto per una persona come me, è una voragine che si apre in tutta la sua vastità al centro dello stomaco.
Ricordo vagamente le sensazioni che due frasi come queste erano in grado di suscitarmi a livello carnale; vagamente perchè talmente erano belle e profonde che - non potendo la mia pelle più provarle e soffrendone molto di ciò - la mia mente ora ha deciso di archiviarle, una sorta di meccanismo di autodifesa, in modo da affievolire leggermente la mancanza che altrimenti mi divorerebbe in un sol boccone.
Ho sempre pensato che non ci sia niente di meglio che essere nella mente di una persona. L'ho sempre considerata una specie di culla, un luogo in cui essere protetti dai qualsiasi forma di rischio o pericolo. Mi sentivo proprio così quando ogni notte, di sorpresa, mi arrivava un messaggio in cui mi rendevo conto che qualcuno proprio in quel preciso momento mi stava pensando. Il buffo era che il pensiero era reciproco.
Ora, invece, tutte le buonanotti le rivolgo al cielo, guardando la Luna, con la paradossale speranza che Lei possa spedirle a lui.
Quando vado a letto ho la sensazione di non aver portato a termine qualcosa, di non aver iniziato al meglio la giornata così come di non averla conclusa nel migliore dei modi. Senza quelle due frasi magiche il tempo sembra un flusso continuo senza fine e il giorno e la notte si confondono in un tutt'uno, senza niente e nessuno che li scandisca.
Sarà che sono estremamente fragile e sarà anche che ho un bisogno eccessivo di affetto, però sento la necessità di alcune parole inaspettate, di alcune frasi inattese; ho voglia di sentirmi dire certe cose che mi facciano sorridere dalla contentezza, che mi accarezzino la pelle, che mi tocchino il cuore.
Porto dentro di me un affetto incontenibile che necessita di essere donato a qualcuno che, di conseguenza, colmi contemporaneamente tutti i vuoti e tutte le carenze che sembrano moltiplicarsi di giorno in giorno in me.
Sono una persona che riesce a stare sola. Ci sono stata per parecchio tempo e ad un certo punto non ci facevo più nemmeno caso e mi ero adeguata alla situazione in cui mi trovavo. Il fatto è che il saper stare sola in questo caso non ha importanza se dall'altra parte c'è, invece, una voglia matta di stare con qualcuno.
Credo fortemente che stare vicino ad una persona renda tutto molto più semplice e persino la vita, a mio parere, appare molto più bella. E' vero, da soli si possono fare tantissime cose: ma insieme a qualcuno se ne possono fare molte di più e ancora più splendide.
Non lo so, penso che la vita non sia fatta per essere vissuta da soli. C'è bisogno di menti che si pensano, di mani che si toccano, di corpi che si sfiorano, di visi che si scrutano, di sguardi che si perdono l'uno nell'altro, di gambe che si intrecciano, di bocche che si baciano...
Quando sono per strada vedo moltissimi ragazzi che passeggiano mano per mano oppure che si abbracciano seduti su una panchina. Guardandoli le dita delle mie mani iniziano a formicolare, e si chiudono a pugno quasi volessero stringere una mano invisibile vicino ad esse.
Per me l'amore non è necessariamente stare sempre incollati, ventiquattro ore su ventiquattro, senza un attimo di respiro, senza un secondo di tregua. Per me l'amore non è nemmeno sentirsi ogni millesimo di secondo perchè si è insicuri, gelosi, ossessivi, paranoici. L'amore per me è anche saper stare lontani fisicamente, purché sempre vicini con la mente e con il pensiero. Mandarsi un messaggino ogni tanto solo per sapere cosa l'altro stia facendo, se sta bene, se ha bisogno di parlare un po'...
Per me l'amore è svegliarsi ogni mattino e averlo come primo pensiero non appena dischiusi gli occhi; e andare a letto di notte immaginando di starlo abbracciando da dietro, con la mia testa sulla sua spalla, e una mano che gli accarezza dolcemente i capelli, sussurrandogli la buonanotte nell'orecchio, un suono quasi impercettibile, per non rischiare di destarlo.
Per me l'amore è saper sempre chi chiamare quando ho voglia di parlare un po'; avere sempre la certezza che dall'altra parte ci sia sempre qualcuno pronto a tendermi una mano per afferrarmi a lui, o porgermi una spalla su cui versare delle piccole lacrime, o aprirmi le braccia per accogliermi in un enorme abbraccio che, da solo, serve a farmi dimenticare per un secondo tutte le cose brutte che sto vivendo, facendomi sentire risanata.
Cosa c'è di più bello del far sorridere una persona? Cosa c'è di più gratificante del rendere felice una persona soltanto standole vicina e donandole ogni qual volta lo desidera la propria presenza? Cosa c'è di più splendido del guardare negli occhi una persona sussurrandole dolcemente parole quasi impercettibili, un ti amo silenzioso, una carezza con il dorso della mano sul suo viso, un bacio sulla fronte, sulla bocca, un morso sulle labbra?
Cosa c'è di più magico del sentirsi vivi di fronte alla persona per cui si farebbe di tutto?
Il mondo sembra colorarsi, si ha la sensazione di essere insieme su un lontanissimo pianeta, gli ostacoli appaiono meno ostrici, si aprono più possibilità, più cassetti che racchiudono sogni, più desideri vengono espressi e altrettanti esauditi...
Quando scrivevo "Buongiorno amore mio" i raggi del sole entravano dai fori della mia tapparella prima ancora che io la aprissi e, uscendo di casa, sorridevo a chiunque incontrassi per strada, covando un'allegria quasi euforica che aveva voglia di fuoriscirmi dal corpo.
Quando scrivevo "Buonanotte amore mio" sognavo di ritornare bambina, di ritrovare su un prato tutti i miei amici immaginari e di fare con loro un pic nic.
Adesso, invece, è tutto più grigio, è tutto così normale, ordinario, malinconico. Da un giorno all'altro mi sono ritrovata sola sul pianeta Terra e tutti quei mondi spaziali che ho visitato con lui hanno lasciato in me soltanto un nostalgico ricordo.
E ora nulla: nessun sorriso, nessuna parola magica, nessun raggio solare nè lunare, nessuna stretta di felicità al cuore, niente di niente.
E' stato come aver toccato il cielo con un dito e subito dopo essere sprofondata mille metri sotto il suolo terrestre.
Emozioni così belle che mi portano a dubitare del fatto che non sia stato in realtà tutto un sogno, frutto della mia fervida immaginazione.
Ora non resta altro che dirti buongiorno e buonanotte con il pensiero, sperando che ti arrivino in qualche modo, anche se probabilmente queste due parole si scontreranno sicuramente, prima o poi, con quelle di un'altra persona, e inesorabilmente ritorneranno al mittente. A me.
Ma non importa, fino a quando la strada sarà libera, continuerò a indirizzarli a te.
E' una di quelle abitudini di cui non riuscirei mai a stufarmi.
Ciao =)





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Buongiorno amore mio. Buonanotte amore mio. Se queste due frasi non sono le più belle del mondo, certamente sono di sicuro quelle che, in un modo quasi magico, riescono ad accendere il cuore di tutti coloro che se le sentono pronunciare o che le leggono. Tre parole. Tre umili parole che, messe...
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SoFFoCaTeMi I RiCoRdI...

30 ottobre 2016 ore 15:38 segnala
Maledetti ricordi. Perchè esistono? Perchè la nostra mente non è dotata di un dispositivo elettronico in grado di distruggere qualsiasi tipo di ricordo? In questo momento vorrei avere un bottone in testa, per poterlo schiacchiare con forza e attivare l'autodistruzione immediata di tutto ciò che mi attanaglia il cuore.
Odio essere una persona estremamente sensibile. Detesto dover trascorrere la maggior parte del mio tempo a soffrire per tutto ciò che di più bello ho perso; per tutte le persone che hanno scelto una strada diversa dalla mia, cambiando direzione senza nemmeno avvisarmi, e accorgendomi della loro scomparsa solo quando, voltandomi, non c'era più nessuno dietro di me.
In venticinque anni di esistenza, dopo aver provato sulla mia pelle cosa significa il dolore, dopo aver pianto per tante cose, dopo aver percepito carnalmente la solitudine, non riesco ancora a liberarmi da un fardello: le persone.
Oh, non c'è nulla da fare. E' una croce che probabibilmente sarò costretta a trasportare addosso per sempre. Ma d'altronde che posso farci? Non sono mai riuscita a considerare le persone come degli oggetti facilmente sostituibili. Le persone non sono aggeggi che quando si rompono vai in un negozio e te li fai aggiustare o, mal che vada, te ne compri altri di simili.
In particolari momenti desidererei tanto non aver memoria, anche a costo di dover dimenticare anche gli episodi belli della mia vita; tanto non ce ne è nemmeno mezzo che valga la pena di rimembrare, dato che la fine è sempre negativa.
Non posso ascoltare canzoni senza provare nostalgia; non posso camminare per strada senza voltarmi di scatto quando sento pronunciare il nome di qualcuno che accende nella mia mente il ricordo di una persona che ormai non fa più parte della mia vita; non posso guardare i film che mi sono piaciuti perchè sono quasi sempre gli stessi che ho visto insieme a chi ormai non so più nemmeno in quale continente si trovi.
Io riesco a voltare pagina, giuro, prima o poi mi rendo conto che o vado avanti o vado avanti, perchè è inutile rimanere legati a un passato che spesso non ti fa rendere conto del presente nè tantomeno del futuro. Ma nel mio andare avanti c'è sempre una gamba che rimane dietro, che non vorrebbe proseguire e c'è sempre una pagina del libro della mia vita che si appiccica a quella successiva manco fossero cadute sulla sua superfiicie delle gocce di superattack.
Nel mio lento procedere verso un futuro ignoto c'è sempre un richiamo del passato che cerca di aggrapparmi per i fianchi e arrestare il mio cammino.
Quando passeggio per il porto il mio sguardo si perde lontano tra il mare immenso e allora per un attimo mi fermo e con la mente ritorno indietro, sogno ad occhi aperti episodi, momenti particolari, in cui ho sentito il cuore battermi così forte da voler trapassarmi il petto. E inevitabilmente una lacrima cade dai miei occhi, mischiandosi con il mare.
Riesco a ricordarmi ogni cosa. Nella mia mente sono stampate per filo e per segno ogni parola, ogni scena, ogni gesto, ogni profumo, ogni voce. E tutto riemerge a galla di notte. Le lancette dell'orologio con il loro ticchettio scandiscono i ricordi che come dei cds si inseriscono nel videoregistratore della mia mente.
E' molto triste vivere con dei vuoti incolmabili che porti dentro in ogni momento; vivere con la costante sensazione di qualcosa che manca, che non c'è; ci si sente incompleti.
E' insopportabile sentire la mancanza di qualcuno. Ogni volta è come percepire la lama gelida di un coltello che mi riga il cuore. Il mio muscolo cardiaco è simile ad un palloncino, pronto a scoppiare facilmente quando viene esposto anche al minimo pericolo.
Non mi dispiace il fatto di essere così sensibile perchè riesco a percepire il mondo con dei sensi molto più raffinati, però c'è da dire che è devastante sentirsi impotenti di fronte al proprio cuore che vorrebbe affogare nello stesso sangue che pompa.
I ricordi di una persona che ti manca più dell'aria sono equivalenti a delle ferite destinate a rimanere aperte per sempre.
Ed è per questo che vorrei resettare tutto.
Niente ricordi, niente nostaglia, niente lacrime. Niente di niente.
Non voglio ricordare più nulla. Fa troppo male.






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Maledetti ricordi. Perchè esistono? Perchè la nostra mente non è dotata di un dispositivo elettronico in grado di distruggere qualsiasi tipo di ricordo? In questo momento vorrei avere un bottone in testa, per poterlo schiacchiare con forza e attivare l'autodistruzione immediata di tutto ciò che mi...
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La TuA VoCe...

23 ottobre 2016 ore 00:30 segnala
L'altra notte credo di essermi sentita maledettamente felice.
Se vi starete chiedendo il motivo, è tutto merito della sua voce.
Una voce? Una voce con un potere così enorme da far felice qualcuno?
Ebbene si. E' andata più o meno così.
E' successo tutto per caso, se esiste un caso, anche se preferisco pensare che tutto ciò che accade dipende almeno in minima parte dalla nostra volontà.
Leggevo. Un libro liceale, così tanto per far passare il tempo, anche se con la mente ero altrove e le parole stampate scorrevano senza che io mi soffermassi molto su ciò che significavano.
Un suono familiare prorrompe nella stanza. Un suono prodotto dal mio cellulare posto sul comodino. Una canzone. Una delle mie preferite. Proprio quella che ho impostato sul suo contatto telefonico nell'ipotetico - e, fino a quella notte, quasi impossibile - caso in cui lui mi chiamasse o mi inviasse un messaggio.
Inizialmente non ho data molto importanza a quel suono. Piuttosto pensavo di starlo immaginando, tanto ero con la testa tra le nuvole. Ritornata nella realtà, però, avvicino la mano al telefono e solo nell'atto di afferrarlo la mia testa inizia a rendersi conto della natura di quel suono e, di conseguenza, di colui che ha fatto sì che quella canzone partisse.
Probabilmente il mio cuore ha triplicato il numero dei suoi battiti in un millesimo di secondo. Ansiosa, con le mani tremanti, tenevo in mano quell'aggeggio metallico, timorosa di accenderne il display e scoprire così cosa celava.
Lui. Non stavo sognando, non stavo dormendo, non stavo immaginando, non ero con la testa tra le nuvole né in uno stato di trance mentale. Era proprio lui.
Ho faticato a parlargli. Anzi, piuttosto, ho faticato ad ascoltarlo, anche perchè le mie parole sono state due di numero, tanto ero emotivamente provata in quel momento.
Situazione alquanto strana e, in un certo senso, buffa, visto che ero così abituata a sentire quella voce che ad un certo punto nemmeno più mi concentravo sul timbro che possedeva, o sull'intonazione, l'accentazione, l'intensità, il dialetto, la cadenza: tutte qualità di cui ho fatto caso nuovamente solo l'altra notte, quando per la prima volta, dopo non so quanto tempo (in realtà lo so, ma non mi va di ricordarlo) non la sentivo.
Avete presente la lampadina di una torcia che sta per fulminarsi? O la fiamma di una candela che viene rinchiusa all'interno di una campana di vetro? Nel primo caso la luce va e viene ininterrottamente, fino a quando non si spegne del tutto; nel secondo caso la fiammicella diminuisce di intensità poco alla volta, fino ad esaurirsi completamente. Ebbene, il mio cuore ha avuto lo stesso comportamento della lampadina che sta quasi per fulminarsi e della fiammicella sul punto di esaurirsi sotto la campana di vetro. Il mio cuore stava per spegnersi giorno dopo giorno, pompava sempre meno sangue, rendendo aride le mie vene. Era sul punto di spegnersi, di cessare di battere, ma alla fine non si è fulminato nè la sua fiamma vitale si è esaurita. E sapete perché? Perchè ho risentito la sua voce. Una voce che è stata in grado di cambiare la lampadina del mio cuore prima che essa si fulminasse e di spaccare la campana di vetro che gli toglieva ossigeno.
A volte è difficile spiegare a parole ciò che si prova, l'intensità delle emozioni che si provano, le devastanti passioni del nostro animo, gli infiniti sentimenti del nostro cuore. Figuriamoci spiegare l'effetto che può provocare una voce. Non lo so se riesco a rendere l'idea di ciò che ho provato. Ho paura di banalizzare il tutto attraverso semplici parole che nel loro insieme non riescono nemmeno minimamente a spiegare ciò che ho percepito proprio a livello carnale.
Mi sono sentita viva non appena il mio udito ha recepito quel "Hey" sussurrato così lievemente da non essere quasi percepibile. Che vuol dire sentirsi viva? Beh, ho sentito i battiti del mio cuore così potenti da risuonare come rulli di tamburi all'interno della mia camera; ho sentito i miei polmoni fare un respiro di quelli che si fanno quando si è sul punto di soffocare affogando in acqua, ma poi si riesce a ritornare in superficie e allora si recupera tutto di un colpo l'ossigeno perso; ho assisito ai miei occhi che diventavano sempre più lucidi per quella dannata contentezza che provavo; ho osservato le mie orecchie mentre si incollavano al display del telefono, volendo entrare al suo interno per appropriarsi di quella voce in grado di farmi tremare le gambe, le labbra, le dita delle mani, e di farmi tirare su con il naso come quando si ha il raffreddore.
L'unico modo che ho per esprimere ciò che ho provato è scrivere che con quella voce, con la sua voce, è come se in un certo senso ci avessi fatto l'amore. E' come se l'avessi guardata mentre si infiltrava per i pori della mia pelle, attraversava il mio corpo, prendendone possesso.
Ciò che mi ha fatta impazzire è rendermi conto che quella voce era proprio ciò che più di ogni altra cosa avrei voluto riascoltare.
Dio solo sa quante voci sono stata costretta ad udire in tutto questo arco di tempo. Alcune belle, altre un po' meno, e altre ancora orribili. Il mio metro di misura, quello cui comparare le voci, era ovviamente il suono proveniente dalle sue corde vocali. Come sono stata presuntuosa nello sperare anche solo minimamente di trovare al mondo una voce che fosse il più simile possibile alla sua. Ne ho trovate molte che si avvicinavano alla sua, ma nessuna scatenava in me i medesimi effetti, nonostante alcune, lo ripeto, fossero molto profonde e belle. Ma è tutto inutile quando si ha qualcosa, come una voce o una persona, nel cuore, e allora si può pellegrinare per il mondo intero, per l'universo nella sua vastità, senza trovare un sostituto. Sostanzialmente perchè di sostituti non ne esistono. L'originale rimane pur sempre unico e irripetibile, con la sua sede che è sempre qui, nel lato sinistro del mio cuore, al timone, al comando del mio piccolo e a volte insulso e un po' ingenuo muscolo cardiaco.
Ascoltare la sua voce, la sua risata, è stato per me come passeggiare lungo il lungomare, con lo sguardo rivolto alle onde che si frastagliano sugli scogli, respirando l'aria marina a pieni polmoni, con i pesci che sguizzano sull'acqua e i granchi che si fanno strada tra gli enormi massi con quelle loro chele che si aprono e si chiudono come se volessero afferrare un non so che di invisibile e impercettibile vicini ad essi.
Ascoltare la sua voce è stato come ritrovarsi in una notte fredda e buia vicino ad un falò posto sotto un cielo scuro da cui si possono comunque intravedere una o due stelle, comunque sufficienti a far sì che la nostra mente veda nell'astro celeste miliardi di costellazioni.
Ascoltare la sua voce è stato come sognare di volare e di saltellare giocosamente sulle nuvole soffici come zucchero filato.
Ascoltare la sua voce è stato come assistere al suono di un pianoforte le cui mani del pianista non sembrano nemmeno sfiorare i tasti.
Ascoltare la sua voce è stato come osservare da dietro la finestra la neve che cade sulle strade, sui tetti delle case, sulle auto, sui rami degli alberi.
Ascoltare la sua voce è stato come ritornare bambina, al giorno di Natale, e svegliarsi presto al mattino per vedere cosa Babbo Natale avesse lasciato per me come regalo sotto l'albero.
Ascoltare la sua voce è stato come sdraiarsi sul letto, chiudere delicatamente gli occhi, e sognare di correre in mezzo a prati infiniti.
Ascoltare la sua voce è stato come.... no, non mi è più possibile continuare; non mi basterebbe una vita intera per farlo.
E poi sto scrivendo un sacco di volte "è stato come..."; ma la verità è che ascoltare la sua voce è stato infinitamente più bello di tutte queste cose appena elencate.
Devo arrendermi al fatto che le sensazioni troppo forti che provi a livello di pelle e di spirito non possano essere espresse dalle limitate parole umane. E' necessario qualcosa di nettamente superiore.
Mi piacerebbe anche poter provare a trascrivere ciò che il mio cuore ha provato quando mi ha detto "buonanotte", ma è un'impresa talmente impossibile che non mi azzardo nemmeno a provare a compierla.
E poi è una di quelle emozioni che è bello tenersi per sé, nella mente e nel cuore, perchè mi fa essere felice del mio essere viva. Viva per poterla provare.
Ho cercato una voce simile alla tua per mari e monti. L'ho trovata. E nel momento stesso in cui l'ho trovata mi sono accorta che se c'è una voce in grado di farmi innamorare, ebbene, è proprio la tua.
Per me, il suono più bello del mondo.
Anche se passerà ancora tantissimo tempo prima di risentirla, sono sicura che, o prima o poi, la riascolterò. E questa certezza è sufficiente per rendermi felice, farmi andare a letto serena, e farmi addormentare con un mezzo sorriso stampato sul viso.
Buonanotte a tutti =)



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L'altra notte credo di essermi sentita maledettamente felice. Se vi starete chiedendo il motivo, è tutto merito della sua voce. Una voce? Una voce con un potere così enorme da far felice qualcuno? Ebbene si. E' andata più o meno così. E' successo tutto per caso, se esiste un caso, anche se...
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Lettera all'Amico...

09 ottobre 2016 ore 15:37 segnala

Caro amico mio,
è da tanto tempo che non ci sentiamo. Come stai? Ma soprattutto dove sei?
La tua improvvisa sparizione ha lasciato dentro di me un vuoto incolmabile, che nessuno è fino ad ora riuscito a riempire con la propria presenza.
Nessuno, amico mio, è stato in grado di prendere il tuo posto, nonostante ci siano state persone che ci hanno provato e sono sicuramente degne di stima.
Ma, amico mio, queste persone non hanno ben capito che dentro il mio cuore ci sei tu e solo tu, e per quanto possa essere stupido mantenersi legati al ricordo di una persona che ormai non c’è più, io cerco te nelle figure degli altri.
Io negli altri cerco la tua voce, Il tuo sorriso, il tuo viso, il tuo modo di vedere la vita, i tuoi complimenti, che mi facevano sentire speciale, i tuoi occhi, le tue mani, la tua barba, il tuo naso aquilino, le tue gambe.
Io negli altri cerco te; ed è inevitabile che poi non riesco mai a trovare nessuno in grado di entrarmi nel cuore con la stessa potenza con cui tu hai varcato la soglia dei miei atri.
Amico mio, dove sei?
Il giorno non è più lo stesso senza di te, così come la notte.
La Luna non è più identica ai miei occhi a quella che noi due osservavamo insieme con le nostre piccole pupille sognatrici, in grado di filtrarne i raggi.
Amico mio, perché mi hai lasciata senza di te?
La mia paura del buio è svanita giusto quando tu sei arrivato nella mia vita. E ora che ne sei uscito, non riesco più a dormire senza spegnere la lampadina della abat-joure posta sul mio esile comodino. Come una bambina lasciata a dormire sola nella sua camera oscura, allo stesso modo io ho paura dei possibili mostri che abitano sotto il mio letto.
Oh, amico mio, quanto erano belle le notti in cui tu, come mio principe guerriero, sguainavi la tua spada e uccidevi tutte quelle creature orribili che mi spaventavano mortalmente.
Amico mio, come pensi che io possa continuare a vivere felice senza di te? Oh, che presunzione crudele.
Fino ad oggi ti ho scritto un centinaio di lettere come minimo: ma a chi inviarle? Quale è il tuo indirizzo? Come faccio a spedirtele se non so più dove sei?
In quale posto vivi? È bello? È pieno di vegetazione, come piace a te? C’è un fiume, un piccolo laghetto, in cui pescare?
Oh, dolce amico mio, non dimentico la tua promessa di portarmi a pesca con te prima o poi. Ebbene, lo sai che te ne sei andato senza mantenere tale giuramento?
E che dire della promessa fatta tante notti or sono, quando ci dicemmo che per nessuna ragione al mondo ci saremmo mai separati l'uno dall'altra?
Non ci ripensi, amico mio? La tua memoria a breve termine ha quindi gettato nell'oblio della tua mente tali ricordi?
Come ti senti? Sei felice?
Non mi dirai mica che sei triste? Oh, no. Lo sei? Non ti senti contento?
Amico mio, come faccio a non fare nulla per te? Come posso vivere sapendoti anche per un solo attimo triste e non poter fare nulla per far apparire sul tuo viso un sorriso? Mi fai sentire così impotente che vorrei sprofondare giù da un burrone, piuttosto che immaginarti sul tuo letto caldo con la testa sul cuscino e una lacrima che leggermente naviga sul tuo viso.
Oh, amico mio, chi o cosa ti ha convinto ad allontanarti dalle mie affettuose braccia per gettarti cieco all'avventura?
Non ti proteggeva il mio grembo? Non ti scaldavano il cuore i miei baci? Non ti sentivi vicino a un bel camino quando eri in mia compagnia?
Oh si, amico mio, lo so che ti sentivi così felice con me. E allora perché hai preso le valigie e te ne sei andato?
Un giorno mi sono svegliata e toccando la sponda destra del mio letto la mia mano è affondata nelle fredde lenzuola e lì mi sono subito resa conto che la tua calda pelle non c'era più.
Amico, non sai il mio cuore quanto abbia accusato il colpo della tua partenza.
Tu, l'unico uomo in grado di capirmi; tu, l'unico ragazzo in grado di scaldarmi l'anima; tu, l'unico bambino in grado di far riemergere la mia parte infantile che tanto amavi.
Eravamo insieme su una zattera, costruita con materiali poveri, e con immensa dolcezza navigavamo nel mare del mondo, superando onde, tsunami, che cercavano di travolgerci, ma che non sono mai riusciti nel loro scopo.
Chi poteva mai separarci? Chi avrebbe mai posseduto una forza tale da dividerci? Cosa avrebbe potuto mettersi tra me e te? Inseparabili, insieme invincibili, due scogli.
Solo un pericolo potevamo correre, solo una cosa poteva farci lasciare: che uno di noi due abbandonasse la zattera. In cuor mio ero sicurissima che ciò non sarebbe mai potuto accadere, dato che avrei preferito annegare piuttosto che lasciarti solo in mare. E fino a poco tempo fa ero anche sicura del fatto che nemmeno tu mi avresti lasciata a naufragare.
Amico mio, perché mi hai fatta ricredere? Perché?
Mi hai lasciata sola, dispersa, senza nemmeno un'isola deserta in cui approdare. Hai preferito prendere una nave e lasciare me sola in una zattera che senza di te ora è preda facile dell’onnipotente natura.
Senza di te persino un'onda piccolissima ha la forza di far ribaltare la zattera e con essa anche me. Ogni volta devo sforzarmi di rigirarla in acqua per potermi rimettere sopra.
Oh, amico mio, quanto tempo ancora devo navigare tra queste acque senza di te?
L'unica motivazione che mi spinge a remare è quella che mi fa sperare che un giorno tu ritorni indietro su una scialuppa e mi dica che te ne sei andato solo per cercare un mezzo più sicuro per salvarmi e allora mi farai salire sulla tua grande nave e mi porterai con te in un luogo lontano.
Amico mio, quando ti penso mi piange il cuore. Voglio di nuovo i tuoi abbracci, pretendo ancora il tuo respiro sul mio collo, esigo nuovamente i tuoi baci e il tuo cuore che si fonde con il mio in una stretta saldissima.
Oh, amico mio, non c’è luogo, musica, profumo, che non mi ricorda te. D'altronde non vedo come possa non essere così: abbiamo vissuto insieme mano nella mano per così tanto tempo che se chiudo gli occhi saprei anche dirti quale indumento starai sicuramente indossando in questa fredda domenica autunnale.
Oh, amico mio, voglio ancora dormire sul tuo petto. Era una sensazione così bella
Un giorno ritorni da me? Mi dici dove sei stato? Mi dici se hai trovato un altro cuore a cui donare il tuo?
A me non importa che il mio cuore sia stato lasciato solo a frantumarsi, ma ciò che mi interessa è che tu abbia trovato la felicità a cui tanto miravi .
La mia mano è fredda senza la tua che la scalda; la mia bocca è arida senza la tua che la baci; i miei occhi sono pieni di lacrime senza i tuoi verso cui specchiarvisi.
Amico mio, sei tanto lontano vero? So che potrei girare il mondo e non ti troverei.
Non sarai per caso approdato sul pianeta del nostro piccolo principe? E in tal caso hai lasciato la tua rosa da sola?
Amico mio, non c’è luogo in cui puoi scappare perché io ti porto proprio qui dentro, nel mio piccolo cuore desolato, e con questa povera consolazione sono costretta a muovere le gambe per spingere la zattera su cui mi hai abbandonata. Forse credevi che era giunto il momento in cui potevo farcela da sola?
Si, amico mio, sono forte, ce la faccio da sola, ma senza di te è un navigar in oscure acque senza meta.
Ovunque tu sia, con chiunque tu ti trova, sappi che c’è sempre un cuore in questo mondo che per te ha fatto dei battiti fortissimi e che continua a farne sempre di più potenti, per il ricordo di colui che l'ha fatto innamorare.
Ciao amico mio, inutile scriverti che mi manchi. Probabilmente di questa lettera non leggerai mai nemmeno una virgola.
Ti amo di bene,
S.


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Lettera ad un amico Caro amico mio, è da tanto tempo che non ci sentiamo. Come stai? Ma soprattutto dove sei? La tua improvvisa sparizione ha lasciato dentro di me un vuoto incolmabile, che nessuno è fino ad ora riuscito a riempire con la propria presenza. Nessuno, amico mio, è stato in grado di...
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09 ottobre 2016 ore 00:03 segnala

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La mezzanotte.
L'ora più bella che possa esserci. Sono innamorata persa della mezzanotte; di questi quattro zeri che sembra non abbiano nulla a che fare con il resto delle ore. È come se avessero una vita propria. Ogni giorno per me non è altro che un'attesa della mezzanotte: unico momento, unico minuto, lungo, infinito minuto, in cui riesco a chiudere gli occhi, respirare, dare sollievo alla mia testa confusa, sognare, ricordare, ascoltare il battito del mio cuore nel silenzio della mia camera; insomma, unico momento in cui sento che sto vivendo.
Nelle altre 23 ore e 59 minuti che compongono un giorno non faccio altro che trattenere il respiro, come se fossi in apnea, fino a quando sul mio piccolo orologio - che tengo dolcemente sul polso - non leggo quei quattro numerini rotondi e identici che sono aria per i miei polmoni, sangue per il mio cuore, luce per i miei occhi, aria fresca di rosa per il mio olfatto, dolce armonia di carrilon per il mio udito, caldo e affettuoso abbraccio per la mia pelle.
A mezzanotte ho l'impressione che il tempo per un attimo si fermi, non vada avanti, non prosegua la sua maratona. Il tempo per me è come uno tsunami che ad alta velocità mi cattura all'interno del suo vortice e mi porta con sé nonostante io faccia di tutto per fuggirgli, per cercare un riparo in cui lui non possa travolgermi; ma ciò è inevitabile. Con la forza di un ciclone distruttivo mi strattona.
A mezzanotte questo ciclone si ferma, mi sbatte sull'asfalto e si congela. Allora io ne approfitto per scappargli il più lontano possibile.
A mezzanotte ho la netta sensazione che non sia solo il tempo a fermarsi, ma anche il mondo.
Nella mia mente percepisco che in quel preciso istante se mi affacciassi sul balcone vedrei tutte le cose, persone, macchine, ferme, come immobilizzate; foglie autunnali sospese nell'aria, gocce di pioggia cristallizzate nell'attimo prima della caduta al suolo, grilli in volo...
Nei primi trenta secondi osservo tutto questo, e mentre miro come tutto si sia fissato come nello scatto di una fotografia, i miei pensieri iniziano a prendere il sopravvento sul mio corpo, i miei sentimenti si personificano così come le mie paure.
E allora inizio a vedere ombre oscure che oltrepassano le pareti della mia piccola stanza, le mie fobie; e percepisco sulla pelle un calore intenso e come delle piccole fiammelle che mi pizzicano, come se vicino a me ci fosse un camino invisibile, l'amore; e odo risa di bambini che giocano a nascondino e chi sta alla toppa urla il nome di coloro che non ce l'hanno fatta a sfuggire al suo occhio, e questi sono i miei ricordi belli infantili; e poi sento piatti che si sfracellano sul pavimento, urla che mi otturano le orecchie, percepisco schiaffi sulle guance, graffi sulla pelle, e questi sono i miei ricordi brutti infantili, seguiti dalla sensazione che da tutti i pori della mia pelle fuoriescano delle gocce d'acqua, la mia tristezza; spade che mi si conficcano nel petto, le sofferenze; mani invisibili che mi sfiorano senza mai toccarmi, le persone che ho amato tanto e che ho perso...
Bene e male si alternano nel loro teatrino fatto ad hoc per me. Le gioie diventano dolori, la tristezza diventa felicità, la felicità illusione, l'illusione amore, l'amore delusione... e così continuano le mie emozioni, come un circolo vizioso che non dà via di scampo.
E così trascorrono i primi 30 secondi, fino a quando una sensazione di gelo mi attraversa il corpo e tutto svanisce.
A questo punto è come se cadessi in un sonno profondo, gli occhi mi si chiudessero di colpo, come se ci fossero due lucchetti a ferrarli.
Il turbinio di questi 30 secondi cessa e al suo posto sopraggiungono il silenzio, un senso di pace esistenziale, la calma, la quiete più profonda.
Allo stesso modo con cui si sono chiusi, mi si aprono gli occhi e noto che davanti a me c'é una strada dall'asfalto caldo, profumato, con dei piccoli fasci d'erba sui lati.
Scalza, le mie gambe iniziano a muoversi senza che io dia loro un qualsiasi comando. Nelle orecchie sento una musichetta nonostante io non abbia le cuffiette.
Fiuto il profumo di rose e un leggero venticello mi sfiora il viso, le braccia, le gambe, il collo e la schiena.
Mi guardo intorno e sia alla mia destra che alla mia sinistra non scorgo altro che un'enorme distesa erbosa che sembra estendersi all'infinito. Se non è il Paradiso, questo luogo si avvicina molto all'idea che noi abbiamo dei campi Elisi.
I miei piedi non sembrano nemmeno toccare l'asfalto; è come se lo sorvolassero e le mie dita non lo sfiorassero nemmeno.
Il Sole è alto nel cielo e alzo la vista volendo mirarlo, ma con i suoi raggi mi acceca e costringe i miei occhi ad abbassarsi.
Tutto sembra così tranquillo, quando il venticello si arresta bruscamente e le mie gambe si fermano di colpo. Sotto la pianta dei piedi ora percepisco l'asfalto, fattosi freddo, e dei sassolini mi pungono come se fossero dei sottili aghi. Non capisco cosa stia succedendo e non ho ben definito ciò che accadde da qui a pochi attimi dopo. Nella mia testa ho solo l'immagine di un aereo prima del decollo, quando si sposta leggermente avanzando nella pista, per poi fermarsi per pochi secondi, accendere i motori, e ripartire velocissimo lungo la corsia per poi alzarsi in volo. Così fece il mio corpo. Come un aereo, le mie gambe ricominciarono il percorso ad una velocità disumana. La fatica iniziava a farsi sentire, i piedi si riempirono di ferite, il cuore iniziò ad accelerare, i polmoni a pompare ossigeno in eccesso, il fegato a farmi male. Nelle mie orecchie iniziò a farsi vivo il rumore dei motori di un aereo. Un rumore così assordante che alla fine arrivai a non sentire più nulla, tanto il mio condotto uditivo accusò il colpo. Ciò che successe dopo fu un attimo: il cielo alle mie spalle diventò buio, mentre il cielo davanti a me rimase chiaro. Riuscì a voltarmi e rimasi sconvolta da ciò a cui assistí: degli enormi meteoriti cadevano dal cielo e si schiantavano sull'asfalto che cadeva a pezzi sotto il loro peso; delle scie di fuoco iniziarono a rincorrermi e le mie gambe continuarono a muoversi ancora più velocemente per sfuggirli.
Guardai di nuovo davanti a me e ciò che vidi fu ancora più devastante: lui. Lui. Come una statua era li, poco più distante da me, in tutta la sua rigida bellezza. Riuscì a guardarlo per pochi centesimi di secondi, dopodiché i miei occhi non riuscirono più a mantenersi fissi su di lui. Il suo corpo era come i raggi del Sole e mi fu impossibile guardarlo negli occhi. Più mi avvicinavo a lui e più diventava lucente, e più il mio corpo si infuocava. Le mie mani presero fuoco, e poi toccarono ai miei piedi, alle mie gambe, al mio stomaco, alla mia schiena, al mio collo. Più avanzavo verso la sua figura e più diventavo cenere. A pochi centimetri da lui, a pochi attimi dal toccarlo, abbracciarlo, il mio viso divenne fumo.
Apro gli occhi. Mi trovo davanti alla finestra, con lo sguardo fisso alla strada. Appoggio una mano sul freddo vetro della mia finestra e il suo ricordo fa scendere dai miei occhi una lacrima, densa, che quando cade sul mio piede, dolce, sento il suono di una goccia d'acqua che perde da un lavandino. Una lacrima fredda che non appena ha toccato la mia pelle è come se l'avesse cristallizzata. Sento come un'aria ghiacciata che dai piedi sale su, congelandomi il corpo. Divento lentamente una statua di ghiaccio e in quel preciso istante riesco solo a guardare l'orologio sul polso della mano che è rimasta attaccata al vetro della finestra. Leggo l'ora: 00.01. Il tempo, lo tsunami, è ripartito; riesco a vederlo lì fuori.
In un minuto ho vissuto tutto questo. E ora dovrò aspettare altre 24 ore prima di poter riaccendere la mia fiamma vitale.
Tutto quello che ho descritto è esattamente ciò che succede dentro la mia mente ogni notte - quando guardo la luna dalla finestra della mia camera e ti penso così intensamente, consapevole che vorrei prendere un megafono e gridare"buonanotte amore mio"- affinché pure tu, da lontano, possa sentirmi - e dai miei occhi cade una lacrima, dolce, sola, che mi fa addormentare.
Proprio questa che sta percorrendo ora le mie gote.
Buonanotte...


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00.00 La mezzanotte. L'ora più bella che possa esserci. Sono innamorata persa della mezzanotte; di questi quattro zeri che sembra non abbiano nulla a che fare con il resto delle ore. È come se avessero una vita propria. Ogni giorno per me non è altro che un'attesa della mezzanotte: unico momento,...
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PeNsIeRi NoTTuRnI....

02 ottobre 2016 ore 00:45 segnala
Buffo rendersi conto che nonostante sia passato un bel po' di tempo, siano successe tante cose nel frattempo, sia belle che brutte, alla fine si ritorna sempre e inevitabilmente al punto di partenza.
Un anno fa, ogni sabato sera, mi posizionavo di fronte a questo computer e scrivevo tutto ciò che mi passava per la testa. Era un bel modo per sentirmi meno sola, passare il tempo, tenere occupati i pensieri e, soprattutto, per sfogarmi nel momento in cui ci riesco solo scrivendo.
Le emozioni che provavo erano nostalgia, malinconia, un senso di tristezza, inquietudine. Sentivo le lancette dell'orologio che rimbombavano rumorosamente per la stanza, constrastando con il silenzio della notte.
Mi ero abituata a queste sensazioni, per me era diventata una routine provare quotidianamente questi stati d'animo e, con un certo senso di rassegnazione, alla fine sono arrivata in un punto in cui tutto ciò non mi affliggeva più di tanto.
Quando passi tanto tempo nel dolore, nel rimpianto, nella delusione, nella tristezza, impari a conviverci e diventerebbe anormale, inusuale, strano, quasi un evento raro, se un giorno si provasse un'emozione diversa come un pizzico di gioia o, volendo proprio esagerare, di felicità.
Cosa sia la felicità non so dirlo. Tante volte ho pensato di raggiungere una sensazione che ho definito di felicità, ma non sono sicura, ora più che mai, che sia esatto dire che mi sono sentita felice. Direi più che ci sono state delle occasioni in cui ho provato ad essere meno triste, meno malinconica, meno nostalgica, meno abbattuta. Ma nemmeno scrivere così è propriamente corretto, dato che alla fine è stata sempre tutta un'illusione.
Io la definisco una "dolce illusione" perchè sì, così è effetivamente stata. Mi sono illusa allo stesso modo di una bambina incosciente, spensierata, che trova una bellissima rosa per strada, la prende in mano, la porta a casa con sé, la posiziona sul comodino vicino al suo letto, dentro un bel vaso, e pensa che la rosa continuerà ad essere bella per sempre. E un giorno si sveglia, apre gli occhi, guarda il vaso e vede che i petali sono appassiti. E solo allora si rende conto che è stato stupido pensare che essa potesse conservare quella sua qualità, la bellezza, in eterno.
Allo stesso modo ho agito io, non con una rosa, ma con una persona che per me incarnava quella stessa bellezza che quella bambina vedeva nella rosa.
E un giorno anche io mi sono svegliata, ho aperto gli occhi, mi sono girata nel letto e della mia rosa non c'era più traccia. Nemmeno i petali appassati sono rimasti: spariti anche quelli, come dissolti nel vuoto, senza una spiegazione, senza un perchè.
Ecco: perchè? Perchè? Un motivo, una risposta, un qualcosa... perchè non mi è dato sapere nulla? E' angosciante vivere senza una risposta, con i dubbi che ti tartassano la mente, come un martello che colpisce ripetutamente un chiodo che non vuole minimamente entrare nella parete.
Dopo un periodo decisamente negativo, non so come, una luce è riuscita ad illuminare il mio volto per un arco di tempo relativamente breve, anche se per me sembra che sia durato un'eternità.
Ero felice come una bambina nel giorno di Natale che vede sotto l'albero un pacco e, aprendolo, scopre che ha ricevuto proprio il regalo che per quell'anno aveva desiderato. Ogni giorno mi meravigliavo che una cosa così bella, così speciale, unica e, in un certo qual modo, rara, fosse accaduta proprio a me, che fino a quel momento non ho vissuto altro che dispiaceri e di cose belle non ne vedevo nemmeno da lontano. Dento di me pensavo che non poteva essere possibile, che era tutto un sogno, uno scherzo della mia mente; che doveva esserci un tranello da qualche parte, un enigma, un errore. Non ci ho mai creduto fino alla fine, però ero sulla buona strada per arrivare a convincermi che le cose belle potevano accadere anche ad una ragazza come me.
Ma sfortuna volle che i miei primi pensieri non fossero sbagliati. Nel giro di niente la ruota è girata e quella luce che aveva illuminato il mio viso è sparita con la stessa velocità con cui era apparsa. I miei giorni felici, pieni di speranza, di vita, di sogni, di desideri, di mete da raggiungere, di obiettivi da fissare, di azioni da compiere... tutto si è dissolto. Puff! - sparito.
Tempo niente sono ritornata qui, davanti al pc, con la mia solita scatola di pan di stelle, la musica nelle orecchie, il buio (mio unico amico), il silenzio (altro mio amico), la mia mente tartassata da mille pensieri, angosciosa, la mia anima inquieta, nostalgica, oserei dire maledetta.
Ho amato, ho sofferto, ho provato la felicità e la tristezza allo stesso tempo (anche se la felicità probabilmente non era altro che una mascherata tristezza).
Ho vissuto mille emozioni, ho sentito il mio cuore battere a mille, all'impazzata, allo stesso ritmo del mio stomaco. Ho sentito il sangue caldo scorrermi nelle vene, capillare per capillare.
E ora eccomi qui, come un anno fa. Di tutto questo cosa mi resta? Il ricordo? La malinconia? La nostalgia? Ma il ricordo piano piano si affievolisce, trova spazio in un angolino del mio cuore e resta lì, nascosto, e lentamente la mia mente cerca di archiviarlo.
Il buffo è che quel ricordo a volte mi sembra persino finto, frutto della mia fervida immaginazione. A volte penso che tutto ciò che ho provato, che tutte le sensazioni che hanno inondato la mia anima, che hanno infuocato il mio cuore, che hanno fatto ribollire il mio sangue, non siano state vere, ma siano state parte di un sogno, o delle semplici visioni, dei deja vu, dei flash, insomma qualcosa di mentale, astratto, e non qualcosa di concreto.
Eppure io ho percepito sulla mia pelle tutto ciò. Quelle emozioni così intense, profonde, mi hanno segnato nella carne, come una bruciatura di sigaretta.
Ora mi sento come prima. Forse un po' più amareggiata, con meno speranza, speranza di poter sperimentare quella felicità di cui ho tanta brama.
Ho fame. Ho fame di affetto, di amore, di cuore che impazzisce, di farfalle nello stomaco, di sudore sulla pelle, di respiri affannosi, di gambe che si intersecano, di mani che si toccano, di labbra che si mordono, di corpi che si avvinghiano.
Ho voglia di riprovare quei sentimenti, quegli stessi sentimenti, che mi hanno spezzato il cuore, che mi hanno disintegrato l'anima, che mi hanno fatto soffrire.
No, non sono masochista. Sapete perchè ho così tanto desiderio di riprovare tutto ciò che mi ha causato del dolore? Beh, perchè semplicemente è l'unico modo che mi fa sentire viva. E' l'unico mezzo per cui vale la pena di continuare la propria esistenza su questo mondo cui si è destianati a sparire per sempre in un tempo non definito.
Qual'è il senso della vita? Non lo so, è anche tardi e di certo non è l'ora più opportuna per porsi queste filosofiche domande esistenziali. Ma, sfornzadosi di pensarci su un attimo: qual'è il senso della vita se non l'amore, l'affetto, l'emozione, il sentimento? Senza tutto questo, che senso avrebbe continuare ad esistere?
Sono una ragazza che si fa abbattere dalla sofferenza, non lo nego, ma di certo non smetto di cercare l'amore, o quelle emozioni così intense, solo perchè in determinate circostanze mi hanno ferita. Che poi, se proprio devo essere corretta, l'amore non ferisce mai: casomani sono le persone la causa di tutte le sofferenze.
Volto la testa verso la finestra e, da lontano, da molto lontano, sento tante cose: voci di persone che si divertono, versi di grilli, macchine che sfrecciano, pianti di bambini, gocce di pioggia che cadono sui tetti, tuoni che rimbombano nell'aria e fulmini che illuminano il cielo, individui che piangono, ridono, scherzo, amano, odiano, fanno l'amore, si prendono a cazzotti...
Dalla mia finestra in poche parole sono in grado di sentire, vedere e percepire il mondo. Perchè sì, il mondo è così piccolo che se chiudi gli occhi e ti concentri riesci a vederlo e sentirlo nella sua piccolissima grandezza.
Soffro, tanto. I ricordi mi devastano, le lacrime che vogliono scendere dagli occhi, ma che non ci riescono, sono insopportabili, così come il cuore che fa fatica persino a battere perchè non trova motivazione nell'eseguire questa operazione.
Per ultima cosa mi affaccio sul balcone, guardo il cielo, la luna, le stelle, la tua immagine riflessa su di una nuvola: ti saluto, ti mando un bacio e la mia buonanotte, e un pezzettino del mio cuore.
A poco poco ti invierò, pezzettino per pezzettino, tutto il mio cuore. Tu non dovrai fare altro che mettere insieme tutti i pezzi come in un puzzle e alla fine avrai composto quello che tu hai spezzato, e cioè quell'organo muscolare liscio cardiaco striato che porta il nome di: il mio cuore.
La notte è fatta così: è in grado ti far uscire dalla tua mente tutti quei pensieri confusi, sparpagliati, alcuni che non hanno nè capo nè coda, ma che nel loro insieme trovano una loro logicità.
E questi che ho scritto sono i pensieri di oggi. I miei pensieri notturni. Di una notte ancora lunga, forse dolorsa, sofferente, malinconica e nostalgica. Ma passerà.
In ogni caso, tutto ciò che ho scritto è quello che ti avrei detto se tu fossi stato qui con me (ipotesi ormai improbabile, ma è bello illudersi che ciò possa accadere. E in un certo senso accade ancora, dato che per la mia mente tu sei ancora qui con me).
Ci vediamo ai prossimi pensieri notturni.
Buonanotte a tutti i pensatori e anche ai sognatori. Se non ci foste voi, se non ci fossimo noi, nessuno sarebbe in grado di contenere così tanta dolce malinconia.
=)





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Buffo rendersi conto che nonostante sia passato un bel po' di tempo, siano successe tante cose nel frattempo, sia belle che brutte, alla fine si ritorna sempre e inevitabilmente al punto di partenza. Un anno fa, ogni sabato sera, mi posizionavo di fronte a questo computer e scrivevo tutto ciò che...
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02/10/2016 00:45:12
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IL TuO SoRRiSo...

22 settembre 2016 ore 15:20 segnala
Stamattina ho avuto la bellissima e, allo stesso tempo, maledetta fortuna di vedere il suo sorriso.
Mi ero da poco svegliata e, aprendo gli occhi, e guardando la luce che entrava dalla finestra, ho lanciato una rapida occhiata alla sveglia, accorgendomi che si era già fatto troppo tardi e avrei sicuramente perso l'autobus se non mi fossi subito alzata dal letto.
Mi sono lavata il viso e vestita in fretta e furia, mettendo in bocca un biscottino, e mi sono lanciata di corsa alla fermata, speranzosa che non fosse ancora passato il bus.
Fortunatamente ha ritardato e ho avuto il tempo di sedermi ad aspettarlo; e mentre lo attendevo ho preso il cellulare e ho cazzeggiato un po'.
Scorrevo le foto della home ad una ad una, senza nemmeno fare troppa attenzione ai soggetti ritratti; all'improvviso scorgo i lineamenti di un viso che la mia mente conosce ormai fin troppo bene e, con le dita, allargo quella foto e, fulmineamente, i miei occhi si focalizzano direttamente su quel piccolissimo dettaglio, quella bocca spalancata a formare ciò che per il mio cuore è stato un brutto e inaspettato colpo: il suo sorriso.
In quel preciso momento per me il mondo era sparito e con esso tutto e tutti: non sentivo più nulla, non percepivo più niente, nè il rumore delle macchine, nè il venticello sui capelli, nè quella pedana fredda su cui ero seduta. Mi sono congelata in quell'attimo in cui al mondo ero rimasta, per pochissimi secondi, sola con quel sorriso che ho scrutato più e più volte, ogni volta cercando dei dettagli sempre più piccoli, da stampare nella mente e farli miei.
Lo guardavo con la stessa brama di una leonessa, famelica. Avrrei voluto mangiarlo quel sorriso, farlo diventare parte di me, divorarlo come una bestia che spezza le parti del corpo della sua preda e inizia a ingurgitarle. Con la stessa brutalità e aggressività di un animale affamato.
Vedere quel sorriso ha fatto riemergere tutto ciò che provavo per lui e che tutt'ora provo; tutto ciò che con il tempo stava andando sublimandosi, ma che ora è ritornato in superficie, spinto dalla forza di uno tsunami.
Sento la pelle in fiamme, un gruppo alla gola, il sangue che pulsa nella testa. Pensavo di aver ritrovato la pace, ma mi sbagliavo.
Parlo di ritrovare la pace perchè sostanzialmente mi trovo in un inferno. Credo di aver trovato il modo di voltar pagina e poi un sorriso, un cazzo di sorriso, il SUO sorriso, mi colpisce forte, come un pugno sul viso e sullo stomaco, come se volesse dirmi: "sei una stupida se pensi di esserti liberata di me così tanto velocemente; ora ci penso io a darti la lezione che meriti".
Quelle labbra così carnose, di un rosso fuoco, e i baffetti, i denti... quei denti che vorrei mi masticassero completamente.
Il mio amore è diventato metaforicamente cannibile. Ha raggiunto una forza che nemmeno potete immaginare. Con quel sorriso potrei spaccare il mondo, abbattere muri, spezzare scogli... potrei raggiungere quella follia che mi toglierebbe ogni traccia di umanità, facendomi diventare una belva.
Tutto ciò ha un nome: si chiama passione. Quella passione ardente che brucia dentro la tua pelle e ti fa venire voglia di strappartela di dosso.
Avrei voluto gridare a pieni polmoni, correre, correre, scavalcare muri, e correre, correre, arrampicarmi sugli alberi, correre, correre, gettarmi in mare nuotare, nuotare, muovere freneticamente le gambe, immergermi sott'acqua, e nuotare, nuotare, fino allo sfinimento.
Il cuore accelera i suoi battiti, bum bum, il respiro diventa sempre più affanoso, bum bum bum, gli arti sempre più doloranti, bum bum bum bum, gli occhi iniziano a non focalizzare più nulla, bum bum bum bum bum, l'acqua che entra nelle narici, bum bum bum bum bum bum, in bocca, bum bum bum bum....
Smetto di nuotare, allargo le braccia e le gambe, gli occhi al cielo, la mano sul polso per sentire i battiti cardiaci:
... bum bum bum ...
sono finita
.... bum bum ...
non riesco più a sentire nè le braccia nè le gambe
... bum... um... um..um...
sento le dita delle mani che si raggrinzano...
..bum.. um... um....
la bocca che trema
bum....um....
l'acqua che sembra infiltrarsi nel mio corpo passando dai pori
...um....um...
piano piano sprofondo
... um...
tutto diventa scuro e silenzioso intorno a me
...um...
...um...
...u.....m.....
E' stato un istante. Un'energia tirannica che si è fatta strada per il mio corpo, per poi scaricarsi piano piano, e sparire con la stessa velocità con cui prima era apparsa.
Il secondo prima mi è sembrato di poter spaccare il mondo. Il secondo dopo ho avuto la sensazione di annegare.
E sarei annegata sul serio dentro il mio dolore, se in quel preciso istante non fosse passato il bus, che con il suo clacson mi ha risvegliata dal sogno ad occhi aperti cui ero sprofondata.
Avrei tanto voluto affondare in quella bocca e annegare nel tuo sorriso.
Hai il sorriso più bello dell'Universo e rimane comunque splendido, anche se non l'hai fatto per me.
Io non l'ho potuto vivere, ma l'ho immaginato.
E forse è stato più intenso il mio averlo immaginato che non l'averlo visto delle altre persone che erano con te.
Sorridi. Sorridi sempre. Sei così bello quando lo fai.
Non smettere mai.
Così posso continuare a sognare guardandoti.
P.S: si, lo ammetto, una lacrima mi è scappata, perchè so che non sorriderai più per me.
Ciao...


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Stamattina ho avuto la bellissima e, allo stesso tempo, maledetta fortuna di vedere il suo sorriso. Mi ero da poco svegliata e, aprendo gli occhi, e guardando la luce che entrava dalla finestra, ho lanciato una rapida occhiata alla sveglia, accorgendomi che si era già fatto troppo tardi e avrei...
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