Ricordi

06 novembre 2017 ore 18:12 segnala
Alcune zone della vecchia casa di campagna non erano raggiunte dall’energia elettrica, addirittura la porcilaia era staccata dal palazzo e c’era un’unica lampadina nell’unico stanzino adibito all’allevamento dei suini, gli altri erano tutti vuoti, e pure spaziosi. Che a me serviva un posto dove isolarmi e dare sfogo alla mia inventiva, costruire i miei giocattoli, anche col traforo che mi aveva appena portato santa Lucia, nelle lunghe giornate buie invernali, con la nebbia che copriva anche la più luminosa delle lune.
Rovistando tra vecchi oggetti, ammassati in un angolo per fare posto, trovai una lampada a petrolio, molto mal concia, con un buco nel serbatoio, lo stoppino molto corto ed il vetro davvero opaco. Il mio cervello cominciò a macinare idee, avevo visto riparare delle padelle da uno stagnino che aveva lasciato un po’ di quel materiale facile da usare, gli stoppini li vendeva l’ambulante che girava per le corti di campagna a rifornire i contadini che non avevano mezzo per muoversi ed il vetro, sapevo come tirarlo a lucido (acqua e cenere). Il petrolio, c’era quello che usavamo nella segatrice. Lavorai una giornata, acquistai dall’ambulante lo stoppino con le mie mancette, e misi in funzione la mia lampada a petrolio, che mi tenne compagnia per molti giorni in quello stanzino che avevo attrezzato con un vecchio banco da lavoro in legno zeppo di tarli, con la sua morsa sempre in legno, un cassettone in cui avevo messo vecchi ed arrugginiti attrezzi da lavoro che oramai non servivano più a nessuno.
Oggi, non so come, ho sentito ancora quell’odore, il fuocherello della lampada a petrolio, e mi sono tornati in mente istanti di povera ma vera felicità.

detesto il calcio

27 maggio 2015 ore 17:08 segnala
Alle elementari educazione fisica significava abituare i corpo a stare in posizioni corrette, allenare il corpo a ristabilirsi da posizioni innaturali. La facevo volentieri, anche perché soffrivo di una leggera forma di scoliosi. Poi fui catapultato in prima media, educazione fisica, per quel cerebroleso dell’insegnate significava correre per fare il fiato per giocare a calcio, ed ovviamente giocare a calcio. Sì perché lui credeva di essere un gran calciatore e che tutti dovessero essere dei calciatori.
Io di fiato ne avevo da vendere, facevo 10 minuti in apnea e non è una balla. Così proviamo a giocare a calcio (sport che non ho mai capito, che non mi ha mai attratto), mentre corro verso il pallone mi arriva un calcione negli stinchi che mi butta a terra. Mi alzo di scatto e sferro un cazzotto nello stomaco del coglione che mi ha scalciato, quello si piega in due e si mette a piangere come una mammoletta ed il prof. Ameba mi caccia dal campo, mi manda negli spogliatoi dove devo aspettare la fine della partita, senza darmi spiegazioni, con arroganza e l’autorità impartitagli dal ruolo di prof.
Da quel momento ho odiato questo sport: ma come? Io devo prendere calcioni negli stinchi e non posso nemmeno incaxxarmi?

Brutti giorni

31 dicembre 2013 ore 06:32 segnala
Ci sono due date che detesto dell'anno: io 24 ed il 31 Dicembre. Già il fatto che siano in inverno, un mese freddo e noioso le mortifica. Il 24 perché bisogna fingere di essere felici di trovarsi tra tutti famigliari a festeggiare le tradizioni, anche quando spesso non c'è nulla da festeggiare. Il 31 perché bisogna fingere di essere felici che inizi un anno nuovo, pur sapendo benissimo che di nuovo non ci sarà nulla, tanto meno qualcosa per cui essere felici.
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Ci sono due date che detesto dell'anno: io 24 ed il 31 Dicembre. Già il fatto che siano in inverno, un mese freddo e noioso le mortifica. Il 24 perché bisogna fingere di essere felici di trovarsi tra tutti famigliari a festeggiare le tradizioni, anche quando spesso non c'è nulla da festeggiare. Il...
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La telefonata

13 novembre 2013 ore 17:14 segnala
"buongiorno dott. Tremalnaik, sono il dottor Lo Palo dagli uffici della polizia di stato, tutto bene?"
La mia risposta dipende dall'umore, se ho le palle girate rispondo "no, non va niente bene" altrimenti "sì, finché c'è la salute va bene".

"non si preoccupi dottor Tremalnaik, non c'è nulla da segnalare, le telefono solo per ricordarle l'abbonamento al giornale di polizia, glielo mando in contrassegno, arriverà fra pochi giorni sono 108 euro, mi raccomando prepari il contante che poi sennò il corriere ce lo manda indietro e sono solo problemi.

Ti è mai successo?
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"buongiorno dott. Tremalnaik, sono il dottor Lo Palo dagli uffici della polizia di stato, tutto bene?" La mia risposta dipende dall'umore, se ho le palle girate rispondo "no, non va niente bene" altrimenti "sì, finché c'è la salute va bene". "non si preoccupi dottor Tremalnaik, non c'è nulla da...
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Discutiamo?

11 ottobre 2012 ore 16:07 segnala
Quando si vuole fare due chiacchiere di cosa si parla?
Al bar gli argomenti sono quelli: calcio e politica, con l'imperativo di essere ignoranti in entrambe le materie ma la certezza di avere le conoscenze per poter pontificare.
Tra amici, dopo essersi lamentati della propria vita si tende a discorrere del tempo che fa, o che farà se non di quello che ha fatto. Sono argomenti che comunque si esauriscono in breve tempo e quindi si finirà inevitabilmente a parlare di sesso, condendo con la rievocazione delle proprie epiche conquiste.
Tra marito e moglie si parla di problemi, e se per caso si dovesse riuscire a parlare d'altro, come ad esempio dove o come passare il weekend, l'epilogo sarà sempre nei problemi che qualunque scelta comporterà.
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Quando si vuole fare due chiacchiere di cosa si parla? Al bar gli argomenti sono quelli: calcio e politica, con l'imperativo di essere ignoranti in entrambe le materie ma la certezza di avere le conoscenze per poter pontificare. Tra amici, dopo essersi lamentati della propria vita si tende a...
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Meccanico d'altri tempi

12 luglio 2012 ore 09:47 segnala
Mi piaceva vedere i trattori sbudellati, e lì nella sua officina di trattori in fase di riparazione ce n’era sempre più di uno.
Guardavo questo meccanico al lavoro, smontava i pezzi, li puliva, li sistemava accuratamente dul banco da lavoro in maniera ordinata, fino ad arrivare al pezzo rotto. Se il ricambio era facilmente reperibile lo comprava, altrimenti lo costruiva lui, già munito di tutti gli attrezzi per farlo.
Per una riparazione fatta a puntino gli occorreva minimo una giornata di lavoro, a volte anche settimane.
A quei tempi costava sempre meno riparare che comprare nuovo. Ma a quei tempi, i macchinari potevano durare anche decenni.
Ritorneranno mai quei tempi?
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Mi piaceva vedere i trattori sbudellati, e lì nella sua officina di trattori in fase di riparazione ce n’era sempre più di uno. Guardavo questo meccanico al lavoro, smontava i pezzi, li puliva, li sistemava accuratamente dul banco da lavoro in maniera ordinata, fino ad arrivare al pezzo rotto. Se...
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12/07/2012 09:47:50
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Quelle scuse che.

03 luglio 2012 ore 18:27 segnala
Capita, forse non solo a me, di trovarmi in situazioni in cui sono costretto a fare delle scelte, a prendere decisioni. Capita che queste decisioni siano inficiate da un preconcetto.
Così vorrei tanto fare “la cosa giusta” in modo pragmatico, ma risulta che “la cosa giusta” non mi piace. Ed allora nascono mille scuse, mille giustificazioni per svicolare e trovarsi con la prova schiacciante di averla fatta “la cosa giusta”.
Ed avrò la certezza che mi pentirò di tale scelta, partorita dal cuore. Irreparabilmente. Ma avrò goduto un pezzetto di vita.
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Capita, forse non solo a me, di trovarmi in situazioni in cui sono costretto a fare delle scelte, a prendere decisioni. Capita che queste decisioni siano inficiate da un preconcetto. Così vorrei tanto fare “la cosa giusta” in modo pragmatico, ma risulta che “la cosa giusta” non mi piace. Ed allora...
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Normalità

01 giugno 2012 ore 17:43 segnala
La paura non è di morire, ma di vedere star male le persone a te care. Il terrore di trovarti sommerso in una realtà che non ti appartiene, stravolgendo quelle abitudini che ti sei creato in una vita passata a costruire il tuo habitat.
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La paura non è di morire, ma di vedere star male le persone a te care. Il terrore di trovarti sommerso in una realtà che non ti appartiene, stravolgendo quelle abitudini che ti sei creato in una vita passata a costruire il tuo habitat.
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Terremoto

23 maggio 2012 ore 08:00 segnala
Dispiace, quando alla televisione senti che una comunità di persone è stata devastata da un terremoto, dispiace vedere quelle persone senza più le loro case, in seria difficoltà per proseguire le loro giornate, è davvero deprimente. Poi una notte, alle 04:05 senti l'uscio della tua camera da letto sbattere insistentemente, ti svegli e non capisci cosa sta succedendo, accendi la luce disorientato, ed anche il letto si muove, i muri ondeggiano: un terremoto. Ma ora smette. No, non smette, altre volte avevo avvertito il terremoto, ma durava pochissimo, uno scuotimento di un attimo e poi pensavi: "chissà dove ha colpito" credendo di essere immune, invece stavolta non smetteva più, credevo fosse sotto i miei piedi, ho temuto mi crollasse la casa addosso. Poi s'è fermato. Pensavo che essere immersi nella pianura padana mi esentasse dall'orrore dei terremoti, ma a pochi chilometri dalla mia casa chiese e case sono cadute o rimaste gravemente danneggiate e quando tocchi il terremoto con mano ti rendi davvero conto dello sconforto che invade i cuori di coloro che si trovano senza casa, senza gli oggetti in essa custoditi, senza la possibilità di poter proseguire la loro vita quotidianamente.
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Dispiace, quando alla televisione senti che una comunità di persone è stata devastata da un terremoto, dispiace vedere quelle persone senza più le loro case, in seria difficoltà per proseguire le loro giornate, è davvero deprimente. Poi una notte, alle 04:05 senti l'uscio della tua camera da letto...
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foto ricordo

27 marzo 2012 ore 07:43 segnala
La camera da letto dei nonni è ancora com’era cinquanta anni fa, il letto alto a cassoni, con la coperta in lana fatta a mano, il comò (cifùn nel nostro dialetto) con i centrini fatti ad uncinetto, dei due vasi in ceramica sono rimasti solo i coperchi fiorati, che quand’ero infante, la mia curiosità mi spinse a gattonare fin sopra al mobile cui il mio letto era adiacente e far cadere i soprammobili. E poi i comodini (cifunsìn), l’armadio con il grande specchio e una foto degli avi appesa alla parete. Mio bisnonno si chiamava Leonzio, era con la moglie in quella foto in bianco e nero, il bianco era ormai ingiallito ed il nero incanutito. E questa foto appunto, avvolta in una cornice in radica, il vetro opacizzato dagli anni, mi ha fatto pensare alle moderne fotografie, poche stampate, la maggior parte affidate a supporti elettronici, come saranno fra cento e passa anni?
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La camera da letto dei nonni è ancora com’era cinquanta anni fa, il letto alto a cassoni, con la coperta in lana fatta a mano, il comò (cifùn nel nostro dialetto) con i centrini fatti ad uncinetto, dei due vasi in ceramica sono rimasti solo i coperchi fiorati, che quand’ero infante, la mia...
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