L’URAGANO - incipit -

04 gennaio 2018 ore 03:27 segnala
Era entrata nella sua vita come un uragano. Con una telefonata. Un pomeriggio di marzo. Era un fiume di parole; in pochi minuti gli raccontò del suo impegno nel volontariato, della sua passione per i mercatini di antiquariato e della strana abitudine di avere il parrucchiere di fiducia in una città distante quasi mille chilometri da casa.



Reduce da un esaurimento nervoso, a quel tempo Paolo viveva imbottito di psicofarmaci, parcheggiato in quel lavoro da centralinista. Divideva l'ufficio con un fascista manesco e arrogante che girava armato; un anziano collega che viveva schiavo di gesti ed abitudini quotidiani che evidentemente gli davano sicurezza; un capoufficio voltabandiera e leccaculo; due isteriche vicine alla menopausa che continuavano a farsi la guerra da quattordici anni; uno yuppie arrivista e pieno di se ed un titolare che riusciva a riunire in se i difetti di tutti i dipendenti più qualche altro esclusivo della classe di arricchiti-ignoranti a cui apparteneva. Paolo si consolava pensando che solo il cinquanta per cento della sua mente -quella libera dagli effetti degli psicofarmaci- riusciva a svolgere gli stessi compiti di quel manipolo di disgraziati.



Paradossalmente era anche grato loro perchè in quel periodo imparò come non voleva essere, come non voleva diventare, a chi non voleva assomigliare. Negli ultimi tempi, come era scritto nel foglietto illustrativo dell'antidepressivo che prendeva abitualmente, sembrava essersi ridestato in lui l'interesse per l'ambiente sociale. Paolo si osservava come fosse la cavia di un auto-esperimento: poteva constatare la somatizzazione della serenità. Un giorno in ufficio, aveva avuto una lunga erezione apparentemente immotivata. La cosa gli aveva creato un certo imbarazzo, ma la posizione perennemente seduta a cui lo costringeva il suo lavoro, aveva impedito che i colleghi si accorgessero di niente.



In quel periodo Paolo non aveva una ragazza, anche se avrebbe tanto voluto. Spesso la mattina, andando in ufficio, ne incontrava una bruna con gli occhi profondi e un cappottino verde. Che voglia di fermarla, di provare a superare le apparenze ed instaurare una comunicazione intensa! Ma poi tornava a chiudersi in se stesso. Trascorreva la maggior parte dei week-end da solo, nella villa dei suoi, al mare, anche in inverno, leggendo libri sempre più complicati e facendo piccoli lavoretti in legno. Eppure restava lì in attesa di qualcosa che avrebbe rivoluzionato la sua vita. Perchè Paolo sapeva che sarebbe arrivata, prima o poi. Ed infatti arrivò: si chiamava Ginevra. Quella breve conversazione telefonica era bastata a Paolo a capire che era una persona speciale. O almeno perfettamente complementare a lui. Così timido e introverso. Lei così aperta e comunicativa.



Il venerdì sera Paolo passò da un negozio di dischi per comprare un vecchio cd di Chris Rea "Dancing with strangers". Rientrò in casa e mentre lo ascoltava si rese conto che pur essendo passati tre giorni, la voce di Ginevra continuava a girargli nella mente. Decise di telefonarle, contravvenendo tutte le regole aziendali a tutela della privacy. Ginevra rispose subito "Sapevo che eri tu". Il feeling si ristabilì in pochi secondi, subito lei riprese a raccontargli di tutto: che aveva trovato i vermini in un pacco di pasta, che c'era stato un black out nel suo condominio, per cui mentre gli parlava si trovava alla luce di due candele, seduta in posizione yoga, sul tappeto in salotto.



Poi scoprirono di avere una passione comune per Franco Battiato e di essere stati ad un suo concerto qualche settimana prima, seduti a poche fila di distanza. Gli raccontò anche del marito, che lavorava all'estero. Si, perchè Ginevra era sposata da quasi due anni. Decisero di incontrarsi. La curiosità era tanta. Reciproca, sperava Paolo. Ginevra gli dette appuntamento per l'indomani mattina nella via centrale del paese dove viveva, vicino ad un negozio di latticini. Paolo arrivò puntuale con la sua Saab Coupè Cabriolet per mantenere la quale lavorava da tre anni.



Dopo pochi minuti la vide arrivare su di una Due Cavalli rossa. Indossava un vistosissimo giaccone impermeabile giallo sopra una tuta da ginnastica blu. Ai piedi un paio di Birchestock. Aveva lunghi capelli lisci biondi e degli occhiali da sole con una strana montatura rettangolare, molto marcata. Paolo faticò a mostrarsi disinvolto ma fu comunque colpito dal fatto che la facilità di comunicazione non era diminuita neanche ora che si parlavano a pochi centimetri, studiandosi reciprocamente.



Lei aveva un look ma sopratutto una mentalità da globetrotter ed infatti gli raccontò di diversi viaggi che aveva fatto in passato con il marito o in compagnia di una zia, che viveva a Roma, a cui era molto legata. Poi Ginevra disse che doveva scappare ma le avrebbe fatto piacere invitarlo per la sera a cena a casa sua. Paolo passò quel pomeriggio in uno stato di ipnosi. Non riusciva a crederci. Temeva di aver sognato tutto a punto tale che la sera non riuscì a trovare il nome di Ginevra sul citofono. Le telefonò subito, infastidito, dicendole: "Se è uno scherzo, è di pessimo gusto!" Lei lo prese in giro e gli andò incontro sul portone continuando a canzonarlo. In realtà aveva affittato quell'appartamento da poco e non aveva ancora cambiato l'etichetta sul citofono. (continua)

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Era entrata nella sua vita come un uragano. Con una telefonata. Un pomeriggio di marzo. Era un fiume di parole; in pochi minuti gli raccontò del suo impegno nel volontariato, della sua passione per i mercatini di antiquariato e della strana abitudine di avere il parrucchiere di fiducia in una città...
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04/01/2018 03:27:38
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