LORO 1 e 2

28 maggio 2018 ore 17:08 segnala


“Loro” film in due parti di Paolo Sorrentino ha il grande merito di voler fare un quadro riassuntivo dei veri motivi dell’inarrestabile ascesa di Silvio negli ultimi 30 anni ma è, a mio avviso, esclusa l’interpretazione perfetta di Toni Servillo, poco incisivo e piuttosto dispersivo.
Forse sarebbe stato meglio, invece che pretendere di dare una visione d’insieme della sua arte di delinquere, concentrarsi su un singolo illecito da lui commesso. Solo quello sarebbe bastato a riempire un intero film e, forse, anche a dare meglio l’idea della sua vocazione all’intrallazzo a tutti i livelli.



La visione di questo film mi ha fatto tornare in mente la vicenda umana di Patrizia D’Addario, la donna di Bari che, attraverso il cosiddetto “imprenditore” Tarantini, era riuscita ad entrare a far parte del gruppo di escort che frequentavano abitualmente palazzo Grazioli e villa Certosa per allietarne le serate (come si sa, Silvio amava circondarsi di un autentico troiaio) che venne illusa con promesse mai mantenute e che ebbe il coraggio di denunciare tutto questo mondo (apparentemente) sommerso arrivando a rendere pubbliche perfino delle registrazioni realizzate di nascosto nel corso delle feste.

Come sempre accade in Italia, la lentezza elefantiaca della giustizia ha fatto si che la maggior parte della gente abbia dimenticato l’infinita lista di illeciti commessi dal Silvio visto anche che leggere (gli illuminanti libri scritti sull’argomento da Marco Travaglio, per esempio) non rientra purtroppo nelle abitudini dei nostri connazionali.



Per chi vuole opporsi a questo oblio, c’è sul sito della Rai la registrazione del processo contro Tarantini che da un’idea abbastanza completa del comportamento reiterato del nostro eroe, anche se la visione di questo processo non fa che rinnovare nel sottoscritto una sensazione di impotenza che la macchina burocratica trasmette da sempre.
Questo è il link:

https://www.raiplay.it/video/2018/05/Un-giorno-in-pretura---Noi-e-Loro-d128c34e-c7e6-42f3-bc5a-355b420664a0.html

Forse, più che il film di Sorrentino, all’italiano medio potrebbe servire questo articolo firmato da Michele Serra, tratto dal giornale “Cuore” degli anni ’90, periodo di massima popolarità di Silvio, ma che è ancora attualissimo. Leggerlo dovrebbe essere sufficiente a qualsiasi persona a modo, a capire a chi è stato affidato fiduciosamente un intero paese per oltre 20 anni e se era il caso di schierarsi a favore o contro il nano di Arcore.

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“Vedo, cittadino Berlusconi, che stai cercando di trasformare in virtù la tua smania, in salute la tua malattia. Ecco un uomo che ha tutto – oltre il decente – ma vuole avere di più. Ecco una persona che ogni giorno dovrebbe svegliarsi e dire: che culo grazie, che culo grazie, e temere una cosa soltanto: che l’invidia degli dei arrivi a porre fine alla sua fortuna. Ma quest’uomo vuole quadrare a modo suo gli incerti conti con il destino: perfino l’invidia appartiene a lui, ed agli dei spetta temerla. La coltiva tra i marmi a specchio dei suoi settanta cessi, la cuoce al piccolo fuoco che gli scava il fuoco perché vuole che TUTTI lo amino, vuole che nessuno, dentro e fuori il suo regno possa evitare di considerarlo il migliore, l’esemplare ottimate, il padre augurabile ad ogni figlio, il marito preferibile da ogni moglie, l’amante spiritoso, il buon compagno di gozzoviglie, una specie di dio autoconvocato. Guai agli dei se questo disperato scoprisse dove hanno sede: li colpirebbe.

Non mi sorprende, cittadino Berlusconi, che milioni di italiani ti ammirino. Salutano in te l’ennesimo padre (come se non ne avessero avuti abbastanza) e in loro è più forte l’istinto ansioso che guida il debole verso il protettore piuttosto che la ragionevole premura di non vendersi al primo compratore. Non è la prima volta nella storia del resto che la “gente” (questa orribile parola informe, ottima per rimanersene nascosti, come sempre nell’ombra di un’abominevole genericità) agita le proprie catene in segno di giubilo davanti al principale produttore di ceppi della Nazione. C’è scarsa memoria delle virtù civili faticosamente individuate dall’uomo spaccando pezzo a pezzo la roccia del pregiudizio riportate alla luce come cristalli prima fra tutte il sentimento emerito della libertà dal bisogno che solo può liberarti dal bisogno di servire.

Scrissero i padri della democrazia americana cose che certo non sospetti: che raggiunto il doppio obiettivo di avere un letto e del cibo e cioè quanto basta a rinnovare il calore del corpo, tutto il resto del tempo, se si vuole essere liberi, va dedicato alla cura dello spirito, alla lettura, all’osservazione della natura, all’amicizia e alla conversazione, al privilegio (questo sì, divino!) della solitudine così che la vita non venga spesa interamente a lavorare senza altro scopo che la maggior gloria della Produzione.



Nel 1846 il cittadino americano Henry D. Thoreau, scrittore, poeta, carpentiere, imbianchino, nonché praticante emerito di altri numerosi mestieri per un totale di dieci, da lui descritti con ironico orgoglio in una lettera a un amico in segno di dispregio per la “professionalità” che già allora trasformava gli uomini in maschere, decise di trasferirsi tra i boschi di Walden dove eresse la sua casa di legno. Visse due anni di caccia, agricoltura, soprattutto di pensiero, e se nessuno di noi è così coraggioso da imitarlo molti di noi hanno il piacere di ammirarlo e il Mahatma Gandhi, quasi un secolo dopo conobbe i suoi libri e lo chiamò maestro.

Ma sono quelli come te, cittadino Berlusconi la rovina dell’uomo, la cattiva notizia, quelli che indicano nella quantità la sola misura del valore di ognuno e nel successo la (mai raggiunta) meta: non ti basta essere infelice, tu vuoi che tutti lo siano. Chiami “impresa” la moltiplicazione dell’inutile, chiami “vittoria” il fastidio che arrechiamo agli altri vantandoci della nostra vanità.

Accade, cittadino Berlusconi, che io sappia per certo che le mie qualità civili sono molto più solide e verosimili delle tue ma non abbia alcuna intenzione (pur avendone l’occasione) di dirlo ai quattro venti perché già dicendolo e dunque proponendomi come persona da imitare violerei i presupposti stessi della mia virtù che richiede, per esser tale, imbarazzo, sobrietà, alto senso del ridicolo e, come unico progetto importante, lavorare di meno per garantire ai miei figli quel me stesso libero da obblighi che solo può far loro da padre.

E accade ancora, cittadino Berlusconi, che l’imbarazzo che frena i giusti, i sobri, i rispettosi, coloro che non pensano ad impartire ordini oggi sembri rassegnato timore, muta resa perché non è spendibile sulla piazza centrale quanto la tua rumorosa propaganda. Ti avverto: rimarranno i deboli a circondarti, i poco convinti del proprio solitario valore, i fanti servizievoli per mestiere, i santi della compravendita, i faccendieri malati di fretta, tutti coloro che non hanno preso abbastanza impegni con se stessi e troppi con la professione. Noi, invece, non ci avrai sicuramente, non avrai i più degni cittadini di questo paese, e sottovaluti per giunta, sottovaluti di molto quella forma di silenziosa solidarietà che unisce tutti gli scopritori di misura, tutti i portatori di gentilezza scuotitori di testa davanti all’arbitrio, portatori di sorriso davanti all’ossessione, sensibili armigeri da bar, da autobus, da ufficio, in permanente servizio civile dalla nascita alla morte.

Noi ci riconosciamo con uno sguardo, mentre a te serve, per sapere di chi ti puoi fidare, un applauso. Ci credi distratti, e noi stessi ci crediamo troppo dediti alla salute dell’anima per rovinarci il fegato contraddicendo la tua scadente furia. Ma sappi, cittadino Berlusconi, sappilo bene che in ogni casa abita almeno un allegro fannullone, in ogni ufficio un bevitore-conversatore, in ogni famiglia qualcuno che invita alla calma, in ogni automobile un guidatore divertito, in ogni piscina nuota un ozioso e in ogni albergo scende un appagato e che tutto questo, prima di quanto tu creda, smonterà pezzo per pezzo la tua torre delirante e farà di te oggetto di compassione.

Perché non esistono i buoni e i cattivi, pessimo cittadino Berlusconi, ma esistono i saggi e gli sciocchi e questo discrimine, grazie a dio si riesce a leggere nella vita comune delle persone la cui sola “impresa” davvero meritevole è costruirsi una vita indipendente e serena così che sappiano sempre in che cosa possano distinguersi dalla “gente” e possano unirsi agli altri civilizzati e chiamarsi per nome e cognome. Coloro che non intendono aggiungere potere al potere di bastarsi e di sentirsi liberi che praticano un mestiere senza confonderlo con un campo di battaglia, coloro ai quali basta sentirsi chiamare signore e ridono di cuore di “cavalieri” e “dottori” (non parliamo nemmeno di “venerabili”) ma veneriamo chi sorride di se stesso e agli altri comunica questa leggera abitudine.

Nemmeno ti invito, cittadino Berlusconi, al bar con biliardo nel quale si guarisce dal tuo delirio inumano, odioso ai sensibili perché nessuno ormai può salvarti dalla tua malattia mortale. E sono troppo occupato, lo dico francamente, ad avere pietà a che ti fa da servo per averne anche di te: io non sono dio, non ho energie illimitate, non ho speranze di salvezza generale. Ho poco tempo, te l’ho già detto, da dedicare a me stesso, figurati se ne avrò da dedicare alla tua rovina.”

(Michele Serra)
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28/05/2018 17:08:38
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