[racconto] La bottega degli Archetipi

21 agosto 2019 ore 09:24 segnala

Batteva la pioggia quel giorno, nel quartiere multietnico della Città, una zona ricca di umanità e piccoli negozi a vetrina singola. Carlo percorreva il lungo viale principale con una meta precisa, tenendo nelle mani un ombrello aperto e un sacchetto di plastica con dentro una scatola.
Gliene avevano parlato di quel negozio particolare, dove si vendevano articoli unici nel loro genere, introvabili persino sulle più grandi piattaforme di e-commerce globale. Pare non fosse un negozio particolarmente di moda, era invece rivolto a una clientela di nicchia, anche perché vendeva merce molto costosa. Tuttavia Carlo era intenzionato quantomeno a visitarlo, magari a schiarirsi le idee col negoziante, se non proprio a comprare.
Dopo una lunga scarpinata finalmente l’insegna era davanti a lui: “Bottega degli Archetipi”. Carlo vi entrò senza indugi e la campanella della porta che si apriva trillò, indicando l’ingresso di un nuovo cliente al negoziante, un ometto minuto e occhialuto, che non portava bene gli anni della sua mezza età. Con l’aria di chi si trova catapultato tra gli scaffali per caso, Carlo cominciò ad aggirarsi per il negozio con l’aria distratta e le mani dietro la schiena. Il negoziante era un uomo esperto, e di gente che entrava facendo la vaga se ne trovava decine al giorno, quindi decise di venire in aiuto del cliente: «Posso aiutarla?». Carlo si sentì scoperto e gettò le carte in tavola sentendo di potersi fidare: «Guardi, è la prima volta che vengo. Non so nemmeno se è il negozio giusto. Cosa sono queste confezioni su questo scaffale?». L’ometto occhialuto lasciò il suo posto alla cassa per venire a illustrargli i prodotti esposti sullo scaffale indicato da Carlo: una serie di bottiglie di vetro, di foggia e colori diversi, con particolari etichette che parevano accuratamente illustrate a mano, ciascuna con una bustina di polvere legata al collo con un vezzoso fiocco di raso. «Come ben saprà noi qui vendiamo Archetipi di tutti i tipi. Questi sono i nostri bestseller, gli archetipi d’amore. Vede che belli?», gli disse prendendo dallo scaffale e mostrando a Carlo una bottiglietta di vetro azzurro sulla cui etichetta si leggeva, scritto in caratteri corsivi e volteggianti, “Amore per tutta la vita”. «E come funzionano, esattamente?», chiese Carlo mostrando molta curiosità. «È semplicissimo. Basterà aprire la bustina legata alla bottiglia, versarne il contenuto dentro e agitarla per un paio di minuti in modo da farla sciogliere. Poi bisognerà bere tutto il contenuto entro 5 minuti. E l’effetto è garantito».
-«Davvero garantite l’effetto? Cioè, se io bevo questa bottiglietta sono sicuro di trovare un amore che duri tutta la vita?»
-«Assolutamente sì. Garantito al 100%, per questo i nostri prodotti hanno il loro costo. Ma è roba seria, vede? “Made in Germany”, le fanno in laboratori ultratecnologici, è un prodotto sicuro e collaudato. Questa non è roba cinese, per intenderci. Naturalmente l’amore non arriva automaticamente dopo aver bevuto, ci vorrà il suo tempo, potrà essere un giorno, un anno o tre anni, ma è garantito che arriverà.»
-«Incredibile. E avete solo il filtro per l’amore per tutta la vita?»
-«Innanzitutto non chiamiamoli filtri, sono archetipi liofilizzati idratabili. Non parliamo di magia, ma di scienza. E poi ne abbiamo di tutti i tipi, guardi qui. Abbiamo “Anima gemella”, “Grande amore”, “Attrazione fisica”, “Opposti che si attraggono”, “Chi si somiglia si piglia”… »
-«Davvero meraviglioso, c’è davvero una vasta scelta. Ma senta… io ho compiuto 40 anni la settimana scorsa, e mi hanno regalato questo», e così dicendo Carlo estrasse dalla busta di plastica una scatola di cartone dai colori sgargianti su cui campeggiava la scritta “Amore verso persona già impegnata”, e sotto più in piccolo “Collezione Passioni Travolgenti e Contrastate”. «Me lo hanno regalato i colleghi, ma penso che non faccia per me; posso cambiarlo?». Il negoziante prese la scatola tra le mani con un sorriso ironico: «Mi dispiace, ma sicuramente non è stata comprata qui. Questo non è un archetipo, è uno stereotipo. Robaccia da due soldi, se posso permettermi, non è nemmeno la stessa marca che trattiamo noi… Devono averlo comprato nel negozio di stereotipi che c’è sulla traversa a destra, duecento metri più avanti sul viale», e così dicendo restituì la scatola a Carlo. «Ah, che peccato», disse lui riponendola nel sacchetto di plastica, «beh senta, comunque sono interessato all’archetipo “Opposti che si attraggono”, quanto costerebbe?»
-«Lei è fortunato, lo abbiamo in sconto fino a sabato. Può comprarlo a 1500 euro invece che 2500, ed è compresa la garanzia: dopo dieci anni può restituire la confezione con lo scontrino originale, e se non ha funzionato la rimborsiamo. Però le consiglio di fare in fretta, abbiamo scorte limitate e si tratta di un articolo molto richiesto».
-«Lo prendo allora. Posso pagare con carta di credito?»
-«Certamente. Le istruzioni per l’uso le conosce già dunque, ad ogni modo sono anche descritte chiaramente sull’etichetta e per ogni evenienza può sempre rivolgersi al numero verde dell’assistenza clienti. E mi raccomando, non perda lo scontrino», gli disse il negoziante ricevendo la carta di credito da Carlo e portando a termine il pagamento. «Ecco a lei il suo archetipo. Grazie per l’acquisto e si goda il suo “Opposti che si attraggono”, ha fatto un’ottima scelta. In confidenza, l’ho usato anche io per trovare mia moglie e mi sono trovato benissimo».
-«Che bello! Spero di avere la stessa fortuna allora. Grazie mille, e buona serata», e così dicendo Carlo uscì col suo nuovo acquisto dalla bottega, felice e soddisfatto per l’acquisto, aprendo in strada l’ombrello per proteggersi dalla pioggia che continuava a imperversare con ancora maggiore intensità di quando era entrato. La porta del negozio gli si richiuse lentamente alle spalle, facendo nuovamente trillare il campanello.

Qualche istante dopo, dal retrobottega uscì una donna con un pesante scatolone tra le mani, che andò a depositare sul bancone della cassa. «Era un cliente?», chiese la donna al negoziante. «Sì, ha comprato un “Opposti che si attraggono” scontato», rispose l’uomo riponendo la ricevuta della transazione con la carta di credito.
-«Io davvero non capisco questa campagna di sconti che hai voluto fare, eppure le vendite erano già buone».
-«Bisogna dare l’occasione di comprare anche alle persone che non sono ricche. Lasciami fare a modo mio per favore, la mia strategia di marketing funziona. Quando il negozio vendeva placebi e lo gestivi da sola, non mi pare che gli affari fossero così buoni, no?»
-«No, però quasi rimpiango quei tempi. A furia di lavorare insieme litighiamo tutto il giorno. Almeno prima litigavamo solo a casa e per problemi di coppia. Vediamo le cose in modo troppo diverso».
-«Che vuoi farci, gli opposti si attraggono».

[racconto] Il cacciatore di stelle

13 agosto 2019 ore 10:43 segnala
In quel prato silenzioso, isolato, al vertice di una ripida collina che dava una singolare veduta sulla valle, Ivan sapeva che avrebbe riguadagnato la pace, almeno per una sera. Era la notte di S. Lorenzo, la notte delle stelle cadenti e dei desideri che si catturano. L’anno precedente quella stessa notte l’aveva trascorsa con Irene, sempre su quella collina così impervia da raggiungere, e per questo così poco affollata anche durante serate estive, in cui le giovani coppie in cerca di intimità preferivano sudare meno e cercare alcove più comode.

A distanza di un anno molto era cambiato. Irene lo aveva lasciato e si era innamorata di un altro uomo, o forse le cose si erano svolte con un ordine diverso, tuttavia Ivan non aveva mai accettato la cosa. La rassegnazione non aveva mai fatto parte del suo carattere: si era sempre dimostrato possessivo ed egoista, non rispettava le idee altrui che non aderissero alle sue. Per un certo periodo, stare insieme ad un uomo di tale possessivo carattere aveva nutrito la soddisfazione di Irene, ma quando le faville del primo innamoramento si erano sopite, la sua possessività era rimasta a gravarle addosso come pura oppressione. E quando poi la storia era finita, Ivan aveva proseguito nel considerare comunque Irene come di sua esclusiva pertinenza, temporaneamente in libera uscita per schiarirsi le idee, in attesa di ritornare al suo posto, ossia con lui.

La ragazza lo aveva denunciato per stalking, e una volta persino per furto, quando le rubò il cellulare. Era capitato un paio di volte che Ivan avesse avuto dei battibecchi col nuovo ragazzo di Irene, un tipo taciturno, paziente e non irritabile. Proprio per questo forse non c’era ancora mai scappata la rissa. Almeno fino a quella mattina quando, dopo aver incrociato la sua ex mano nella mano col suo nuovo ragazzo, li aveva assaliti mettendo fuori causa subito l’uomo con un pugno alla nuca e finendo con uno schiaffo alla ragazza, che avrebbe voluto costringere a venire con lui la sera a vedere le stelle.

Ivan aveva capito subito la gravità del suo gesto e, in un ragionamento ancora più ampio, che il suo amore per Irene aveva da tempo preso una china torbida e distorta. Quel giorno aveva valutato l’idea di autodenunciarsi ai carabinieri. Poi invece decise che, prima di ogni ulteriore passo, si sarebbe concesso un’ultima notte per sognare e piangere tutte le residue lacrime del suo doloroso amore. Lo avrebbe fatto sdraiato su quella collina a guardare piangere il cielo di comete, come l’anno precedente, quando c’era lei al suo fianco: quando ancora parlavano, ridevano, fumavano insieme.

Aveva detto che sarebbe venuto qui.


Era già buio quando giunse al consueto posto sulla collina. Il profumo delle balle di fieno che maceravano nell’umidità della sera in un campo vicino, intorbidivano l’aria di fragranze liquorose. L’erba era morbida e il terreno soffice, Ivan vi ci sedette come fosse stato schiacciato dal peso del mondo.


Non fare rumore, per amor del cielo.


Sdraiato e faccia al cielo. Gli occhi che col passare dei minuti si abituavano al buio, gli facevano mettere a fuoco un cielo stellato che non avrebbe mai notato con un’occhiata passeggera. Prese anche qualche goccia di 1p-lsd - una droga psichedelica - per rilassarsi ed aprire i suoi sensi alla pace. I pensieri gli si schiarivano, consolandolo per il dolore del suo stato d’animo malinconico e colpevole, mentre l’allucinogeno gli rendeva le stelle più brillanti e la presenza eterea di Irene più reale. In quel momento vide la prima stella cadente e provò il primo sorriso dopo tanto tempo.


Eccolo è lui. Lì, per terra.


La sua mente si espandeva artificiosamente in quel cielo brillante e vivido di decine di venature nere e bluastre, le stelle rilucevano roteando verso i suoi occhi allucinati, cangianti di forma e di brillantezza. Una pace inconsapevole regnava ormai nel suo sorriso al cielo, quando gli parve di vedere davanti a sé Irene. Un'ombra dietro la figura della ragazza si mosse fulminea, e un coltello si conficcò almeno tre volte nel petto di Ivan. Gli si mozzò il fiato, ma non sentì dolore. Vide sparire l’immagine di Irene, che lasciò spazio a un cielo stracolmo di stelle cadenti, come mai nessuno ne aveva viste e mai nessuno ne vedrà: proprio come quando viene gettato un ceppo nella brace ardente di un camino. A Ivan mancò velocemente il respiro, ma era felice: quella cascata di stelle gli conciliava un sonno profondo e sereno.

[racconto] Il lato fresco del cuscino (ghost track)

04 agosto 2019 ore 11:26 segnala

Pin. Sblocca telefono.
Cosa sarei senza questo affare tra le dita? Quante dipendenze tengo sul palmo della mia mano? Forse non ho la testa nemmeno per contarle, per contare tutti i momenti in cui guardo lo smartphone per avere uno sguardo di controllo sulla mia vita. Che si fotta. Accenditi in fretta però. Le dita che fanno scorrere nervosamente icone colorate, alla ricerca di uno stimolo, della creazione di un desiderio che si altro. Che non sia Lei.

Instagram.
Sorrisi, panorami, persone. Colori, colori, colori. Scorro, mi concentro, ma sono sempre più distratta. Mi accorgo che è la mia unghia che guardo ora. Il dito che si muove, si piega, scava nelle storie, gratta vita dallo schermo. Vita degli altri, vita che non mi importa e che non tocca. Ho messo un cuoricino e già non mi ricordo per cosa, ma era il post di un’amica importante, una presenza sicura e felice per me, e lei un cuoricino se lo merita a prescindere. Ci sono persone che meritano cuoricini a prescindere. Ne ho tante intorno a me, per fortuna. A volte mi piacerebbe fossero di più. A volte invece vorrei che non mi conoscesse nessuno: vagare sola nello spazio con una faccia che nessuno hai mai visto, mentre io conosco tutti e in tutti leggo l’animo nel profondo. Basta foto, non mi interessano. Non ne ho nemmeno una con Lui. Chiudi.

Anobii.
Aggiorniamo la biblioteca. Ho finito “L’ultimo dei Mohicani”, tre stelline direi, un po’ deludente. L’ho letto solo perché un giorno le sentì dire che il suo uomo de “L’ultimo dei Mohicani” avrebbe letto il libro, non avrebbe visto il film. L’ennesimo dettaglio che mi entra dentro e scruto ossessivamente nell’illusione che mi porti a Lei. Che libro dovrei provare di Shirley Jackson, a proposito? È a Lei che dovrei chiederlo, ma non lo farò mai. Eppure Lei mi chiese consiglio su Camilleri, forse potrei. Camilleri potrebbe essere un’ottima prossima lettura. Senza libri incominciati non so stare.

Galleria.
Che foto del cazzo. Quante. Le facevo per Lui, guarda quante… Poi non le mandavo mai. Anzi, qualcuna sì, ogni tanto. Che assurdità, in certi momenti mi illudevo come quelle foto potessero essere un ponte per farlo arrivare da me, per stimolare una sua reazione che cancellasse tutta la sua vita attorno, perché desideravo che la vita attorno a me fosse Lui. Che idiota. Però ammetto che non ho mai avuto pensieri così fortemente assurdi fino a oggi, prima di conoscerlo.

Youtube.
Preferiti: in questo periodo parecchi. Quante canzoni da dedicarle. Poterle dire: “Ascoltala, mi fa pensare a te”. Talvolta penso che le persone non sanno la libertà di cui godono, quando possono esprimere liberamente e senza preoccupazioni pensieri, sogni, debolezze, suggestioni alla persona che li seduce. Non ci pensa nessuno. Baustelle, “Il minotauro di Borges”, Lei ed io viviamo in questa canzone e in cento altre che non conosceremo mai insieme.


Telegram. Ore 23:11
Stronzo. Non entra più da giorni. Si è già dimenticato di me. Chissà chi si è trovato, magari con questa comunica con Whatsapp o chissà con cosa. Ah no, guarda, è entrato poco fa. In linea, adesso. Lui tiene in mano il telefono, ha aperto questa stessa applicazione. Sta guardando me, ne sono sicura. Non mi scrive. Non mi scriverà lo so, me lo immagino, tranquillo e imperturbabile. Non lo scuote nulla. Solo io impazzisco per tutto questo. Maledetto idiota, ti odio.

Spegni telefono. Getta il telefono dentro un armadio. Copriti la faccia col cuscino dal suo lato fresco.

Telegram. Ore 23:11
Apriamolo. Lo usavo solo per parlare con Lei. È l’unico modo in cui posso sentire un contatto. Guardala lì, è in linea, chissà a che fare, chissà a chi scrive. A tutti tranne a me, troia. Tu e tutte le tu cazzo di convinzioni assurde, le tue domande mai poste, le tue paure, il tuo fottuto talento di non sapere aprirti. E chissà se è un talento che esprimi solo con me… Persino la sofferenza, adesso, non ha lo stesso gusto di quando almeno era la tua voce a impormela.

Spegni telefono. Collega caricabatteria. Gira il cuscino sul suo lato fresco e chiudi gli occhi su una lacrima.

[racconto] La foto di Venere

23 luglio 2019 ore 09:10 segnala
Navigava fra le cifre con la sicurezza di un bravo ufficiale di marina che fronteggia la burrasca sul suo vascello, quando la mano di un collega le posò sul tavolo una lettera, appena arrivata con la posta. Diana non riceveva di frequente missive indirizzate specificatamente a lei, presso lo studio tributario in cui lavorava. Per questo motivo quella busta spezzò la sua concentrazione verso il lavoro: solitamente si trattava di lettere con mittente e indirizzo stampato elettronicamente, tipico delle comunicazioni professionali, ma questa era intestata a penna, con una calligrafia maschile ordinata e molto chiara, in stampatello ma senza riferimenti al mittente. Diana aveva un certo occhio per i dettagli, e questi la fecero alquanto incuriosire sul contenuto della busta, che aprì velocemente ma con attenzione. Estrasse il foglio contenuto ed iniziò a leggere. La lettera era scritta a mano, era la stessa mano maschile, ma stavolta la scrittura in corsivo trasmetteva meno spigolosità e molta armonia. L’incipit la fulminò, facendole scoprire chi ne fosse l’autore. Solo Lui poteva chiamarla storpiando il suo nome, vezzeggiandolo in quel modo divertente cui mai nessuno aveva pensato prima. Rimise il foglio nella busta senza leggere oltre, e tornò al suo lavoro.
O quantomeno fece finta: la temeraria marinaia nella burrasca dei numeri, si era tramutata in una naufraga su una zattera che tenta di resistere alla tempesta. La curva dell’attenzione verso i suoi moduli elettronici stava crollando. Non riusciva più a radunare i pensieri, che le sfuggivano come un gregge disperso che si rifiuta di entrare nel recinto. Ma leggere la lettera sarebbe stato peggio e comunque voleva farlo in pace, a casa sua, dove sarebbe tornata per la pausa pranzo.
Nel viaggio verso casa, in auto Diana non aveva acceso la radio com’era suo solito, perché si era immersa nei sopiti ricordi di quell’esperienza con l’autore di quella lettera, che rievocati, ora tornavano ad ardere. Avevano caratteri diversi, uno agli antipodi dell’altro, modi molto diversi di vedere le cose, però avevano vissuto un rapporto indefinibile, sotto l’influenza di un magnetismo reciproco molto potente che nessuno dei due aveva mai provato prima. Fu tutto così forte e irrazionale che i due ne ebbero paura, sfasciando quell’incantesimo secondo il carattere di ognuno, ciascuno a suo modo, ciascuno per ritornare coi piedi per terra. Fino al giorno in cui le arrivò quella lettera, e la mente di Diana tornò a perdersi nell’assenza.
Arrivata a casa si gettò sul letto maneggiando quella lettera, rimirandola, ragionando sulla bellezza di ricevere una lettera nell’era dei messaggi istantanei. Poi non riuscì più a contenere la sua curiosità, ed estrasse il foglio cominciando a leggere avidamente, gustandosi più volte nella mente quel vezzeggiativo con cui usava chiamarla e con cui apriva la lettera.

“Ho pensato di scriverti, ma ho voluto farlo veramente questa volta: con carta e penna…”

E così proseguì narrandole dell’onda dei suoi ricordi e delle sue fantasie che si ispiravano in lei, confessandole pensieri che non le aveva raccontato mai, enumerando tutte le sue bellezze che usava snocciolare nei momenti in cui si rilassava al sole in primavera, o all’ombra in estate. Le raccontava di idee che aveva avuto, immagini che aveva visto e che avrebbe avuto voler condividere con lei; e persino un libro in cui la sua immagine gli era stata evocata inconsapevolmente dallo scrittore, per delineare un personaggio secondario del proprio romanzo. Quindi concluse evocando la grazia del suo profilo, che lui rammentava in particolare impresso in una foto che lei stessa si era scattata di fronte lo specchio dell’armadio di camera sua. Una foto in cui gli sorrideva maliziosa, con i capelli bagnati da una doccia fugace e un asciugamano magistralmente piazzato ad evidenziare ogni sua deliziosa curva, e a nascondere invece ciò che era di troppo mostrare.

“… una piccola Venere di Botticelli, inconsapevole ma maliziosa, incorniciata nella galleria dei miei ricordi ispiranti.”

Così la definì chiudendo la lettera e senza aggiungere altro, né un saluto, né un augurio, né la firma. Diana richiuse il foglio dentro la busta e, sempre sdraiata, se l’appoggiò sugli occhi chiusi. Gli pareva di percepire l’odore di Lui traspirare dalla carta. E in questa posizione si addormentò, sperando di sognare.

Si risvegliò dopo pochi minuti, incredibilmente molto riposata ma con addosso l’impressione di aver dormito una notte intera o di essersi destata in un mondo parallelo. Aveva in mente l’immagine della “Nascita di Venere”, inchiodata nei pensieri come un’ossessione. Si alzò e si mise davanti allo specchio dell’armadio con l’aiuto del quale aveva scattato quella foto così ben rievocata da Lui. Era vero, osservandosi anche lei riusciva a vedere in quel riflesso l’immagine di Venere che sorge, come se si ammirasse con gli occhi di Lui. Allora si spogliò completamente, prese dal suo letto il lenzuolo giallo stropicciato e lo usò per coprirsi pudicamente come la dea fa nel famoso dipinto, imitandone la postura. Era vero, quello specchio rifletteva l’immagine della Venere che non aveva mai saputo di essere. Prese il telefonino e scattò una fotografia alla sua immagine riflessa dallo specchio.

Tornando in ufficiò, tra un semaforo e l’altro, riguardò quella foto soddisfatta di sé, domandandosi se fosse giusto o no restituirla al suo pittore.
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« immagine » Navigava fra le cifre con la sicurezza di un bravo ufficiale di marina che fronteggia la burrasca sul suo vascello, quando la mano di un collega le posò sul tavolo una lettera, appena arrivata con la posta. Diana non riceveva di frequente missive indirizzate specificatamente a lei, pre...
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S'abbenedica, don Andrea.

17 luglio 2019 ore 15:49 segnala

E’ successo di nuovo. La prima volta che mi accadde fu dopo la notizia della scomparsa di Gabriel Garcia Marquez. Senso di smarrimento e ottundimento dei sensi, ma soprattutto attacchi di silenziosa lacrimazione incessante, un pianto muto e improvviso, diluito durante tutto il giorno. Deve essere questo il modo in cui elaboro il lutto per la morte dei miei autori letterari preferiti, quelli con cui ho davvero intessuto un rapporto di amore attraverso le loro opere.
Non sono un estimatore del post luttuoso in occasione delle morti di cosiddetti vip, come genere letterario. Non me ne frega un bel niente, quasi sempre. Fino ad ora queste due sono le uniche eccezioni. E provo a ipotizzare che la cosa identica potrebbe succedere in futuro solo con altre due figure celebri, il più tardi che sia possibile.
Oggi però lo sgomento è tutto per voi, don Andrea. Vi portate via anche tante cose che non sapete. Tante responsabilità, come il mio amore per il romanzo storico, per i dettagli di vita nascosti nelle pieghe della cronaca, per l’invenzione ricamata attorno al fatto reale. Mi avete stupito col “Birraio di Preston” o “Un filo di fumo”, mi avete divertito con il “Nipote del Negus”, mi avete insegnato con “Le pecore e il pastore”, mi avete fatto sanguinare l’anima con “La presa di Makallè”… Ma chissà quante altre persone ve lo staranno dicendo. Allora vi dico un’altra cosa. Volevo che leggeste il mio primo romanzo; non dico farmi anche una piccola prefazione, ma almeno sapere che cosa ve ne pareva, dato che è scritto anche grazie ai vostri silenziosi insegnamenti. E’ un romanzo che non ho ancora terminato, forse proprio in virtù di questo sogno proibito. Ora invece è diventato un sogno impossibile, e spero di avere la forza di terminarlo. Vossia m’aiutasse. Grazie don Andrea.
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« immagine » E’ successo di nuovo. La prima volta che mi accadde fu dopo la notizia della scomparsa di Gabriel Garcia Marquez. Senso di smarrimento e ottundimento dei sensi, ma soprattutto attacchi di silenziosa lacrimazione incessante, un pianto muto e improvviso. Deve essere questo il modo in cu...
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[racconto] White room

15 luglio 2019 ore 16:58 segnala
Si stava risvegliando, ma non ricordava quando e come si era addormentato. Gli occhi gli si aprivano a stento perché abbagliati da una luce fortissima. In realtà era il bianco perfetto delle pareti che lo circondavano, che quasi lo accecava. L’ambiente era illuminato da lampade la cui luce pioveva dal soffitto e riverberava ovunque senza lasciare scampo al buio. Una stanza deserta, bianca, senza porte o finestre, in cui era possibile intuire solo la tracciatura delle linee della forma cubica che la strutturavano. Quel giorno J. si ritrovò in quel posto senza sapere come. Cercò immediatamente un varco sulle pareti, nel pavimento e sul soffitto, ma non uno spiraglio appariva. Provò allora a chiamare aiuto ma scoprì di essere diventato sordo. O muto. Non capiva cosa stesse accadendo, ma non sentiva le parole che la sua voce avrebbe dovuto emettere. A quel punto cominciò a sbattere i pugni furiosamente su una parete, urlando con quanta aria aveva nei polmoni, ma non si udiva nulla: né la sua voce, né il rumore dei pugni. Si voltò esausto e vide che, dal nulla, sulla parete di fronte era apparso un foglio con la foto di una donna, e si avvicinò a guardarlo. Era un foglio A4, anche leggermente stropicciato, e la foto della donna sembrava una riproduzione a colori eseguita con una comunissima stampante. Quella nell’immagine era una ragazza tra i venti e i trent’anni, un primo piano, un selfie probabilmente data l’espressione volutamente smorfiosa del viso. J. provò a toccare il foglio, ma i suoi polpastrelli trovarono la parete liscia della stanza. Il foglio con la foto non esisteva fisicamente, era forse un ologramma. La sua voce continuava a non uscire, o forse a non udirsi, e i pugni contro le pareti erano solo un inutile sfogo nervoso. Dopo un paio di ore si lasciò andare per terra esausto, in attesa di eventi. Nel frattempo però cominciava ad avvertire fame e sete, inoltre la paura e l’ansia dettate dalla situazione gli avevano gettato addosso un forte senso di spossatezza che lo schiacciava e lo assopiva. Ebbe l’impressione di stare per addormentarsi ancora, e forse sarebbe stato il modo per risvegliarsi fuori da quella stanza, ma fu immediatamente schiaffeggiato dal primo suono che udì lì dentro, una voce femminile spuntata chissà da dove.

«Chissà come mai ci sono così poche scrittrici donne?»

J. si guardò attorno ma non c’era nessuno e non capì nemmeno da dove potesse essere arrivata la voce. Alzandosi nuovamente in piedi andò a controllare vicino la foto della ragazza, poi nuovamente le pareti della stanza, ma non arrivarono altri suoni. «Chi sei? Dove sei?», domando J. e con sua stessa grande sorpresa, stavolta riusciva a udire la propria voce. «C’è qualcuno? Fatemi uscire! Perché sono qui dentro?». Ma nessuno rispondeva. Tuttavia adesso si sentiva assolutamente sveglio e in forze, con un senso di benessere pari a quello di un fresco appagamento sessuale, inoltre il senso di fame e la sete gli erano completamente passati. La sensazione di benessere che provava gli fece pensare che potevano aver pompato del gas dentro la stanza, qualche sostanza eccitante o qualcosa di simile. Stava così bene che decise di godersi il momento, di sdraiarsi al centro della stanza e lasciarsi andare. Non avrebbe mai pensato di stare così bene in un luogo sconosciuto e così angusto, eppure viveva i minuti cavalcando quella bizzarra sensazione di piacere. Passarono delle ore, o forse solo minuti dato che il tempo non si riusciva a quantificare lì dentro, quando le sensazioni del benessere cominciarono a ritirarsi. A J. tornò la fame, la sete e l’ansia della prigionia, quindi si rimise in piedi e urlò che ne aveva abbastanza, ma il suo grido tornò assolutamente muto. Il senso di disperazione e di impotenza lo portava a desiderare di spaccarsi la testa contro i muri e iniziò a piangere. Si schiantò al suolo schiacciato dallo stress, quindi si voltò verso la foto della donna, che rimaneva l’unico elemento di attenzione cui la sua mente poteva rivolgersi e, mentre piangeva, la voce di prima tornò a farsi sentire.

«Pensi che possa salirci anche io, sulla tua mongolfiera?»

Lo sguardo di J. andò istintivamente verso la fotografia mentre, come prima, le forze tornavano a fluirgli in corpo e quel senso di appagamento gli saziava i sensi e la mente. Si alzò quindi in piedi e tornò verso l’immagine sul muro. Non si era ancora soffermato sulle sensazioni che quella foto suscitavano in lui, ma stavolta cominciò a scrutare con grande interesse gli occhi grandi e ridenti della ragazza, la smorfia dolcemente scherzosa, i capelli appena ondulati che desiderò immediatamente tessere lungamente di carezze, come si ritrovò ad agognare la possibilità di baciare le sue labbra. La sensazione di benessere che si era infusa in lui col suono della voce, ora veniva scossa ed elettrificata al cospetto di quella immagine, che prima non aveva suscitato a J. alcuna reazione, se non paura per quello che gli stava accadendo. Ora invece era in adorazione di quella foto, che era come una fonte di beatitudine e di serenità in quella stanza algida e deserta. In questa sensazione bizzarra trascorrevano ore, o minuti, o giorni, fin quando quella sensazione di benessere di cui sentiva di essere gonfio tornò a scemare inesorabilmente…

E nuovamente J. visse un altro ciclo di indebolimento estremo, salvato in extremis dalla comparizione improvvisa della voce femminile che gli portava un messaggio incomprensibile, e con esso forza e vigore. E poi di nuovo indebolimento, sensazione di morte e ancora una volta il salvataggio di quella voce. I cicli si alternarono lungamente per anni, decenni, o forse solo alcuni giorni.

Un giorno la voce femminile disse: «Mi fa piacere che hai capito». L’invigorimento di J. fu molto minore rispetto alle altre volte e, durante la fase di indebolimento, nella stanza si udì un clic. Su una parete apparve il profilo di una porta a scomparsa che si aprì a metà. Con le poche forze di cui disponeva J. si trascinò verso quella via di fuga. Oltre quel passaggio sembrava esserci un corridoio buio, illuminato da fioche lampade a petrolio che lasciavano intravedere due file parallele di grossi macchinari sordamente ronzanti, pieni di tubi e valvole.
L’uomo mise un piede oltre la soglia della stanza, poi voltò la testa verso la foto della donna. Si accorse che uscendo da lì dentro, non l’avrebbe più vista e non avrebbe nemmeno più sentito quella voce che lo ritemprava. Ma fuori poteva guadagnarsi finalmente la libertà. Incerto, sulla soglia, si lasciò cadere a terra, seduto con una gamba dentro e una fuori dalla gabbia bianca, sempre più debole ogni secondo che passava.
“Aspetterò nuovamente la voce per tornare in forze, poi andrò” pensava, e si mise in attesa sudando e ansimando. Poi capì che se la stanza era aperta, quella voce avrebbe potuto non manifestarsi più, così raccolse le energie residue sperando di riuscire a spingersi fuori dalla stanza prima di collassare. Tuttavia, trattenuto in quella prigione dalla speranza remota che quella voce potesse tornare e ridargli quelle forze che gli svanivano e che non aveva mai provato prima fuori, rimase ad aspettare.
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Si stava risvegliando, ma non ricordava quando e come si era addormentato. Gli occhi gli si aprivano a stento perché abbagliati da una luce fortissima. In realtà era il bianco perfetto delle pareti che lo circondavano, che quasi lo accecava. L’ambiente era illuminato da lampade la cui luce pioveva...
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[racconto] Labirintite

12 luglio 2019 ore 14:14 segnala
I tulipani non profumano, proprio di nulla, ma lo spettacolo di quella fioritura oceanica gli faceva girare la testa. Onde di fiori colorati si spandevano, preziosamente disegnate, a perdita d’occhio in quel meraviglioso giardino che da tempo Enzo aveva voglia di visitare. Il famoso parco giardino S. era un’attrazione di livello europeo, un posto di una bellezza abbacinante e sicuramente una meta molto romantica per qualsiasi cacciatore di bellezza. Per molto tempo aveva fantasticato di visitarlo con lei: ammirare il suo sorriso immerso in una densa fioritura, violenta e cremosa come un dipinto novecentesco, era diventato uno dei suoi più segreti desideri. Ma era passato molto tempo, lei non c’era più. Rimaneva solo nei suoi ricordi e nei suoi desideri insoddisfatti che facevano capolino quotidianamente, evocati misteriosamente da certe minuscole tracce di rimpianto di cui la vita cospargeva inconsapevolmente i suoi giorni.
Lei non c’era. Lei era sparita, era fuggita. Terrorizzata da lui, o forse da quello che lui suscitava in lei. Qualcosa di troppo grande, qualcosa di imprevisto, qualcosa di troppo pesante da sopportare senza poterlo vivere alla sua maniera. Nessuna vera spiegazione. Era così la faccenda, e così lui la prese e se la portò dietro per mesi. Lei non c’era più.
C’erano i fiori però, il verde dei pini, la sconcertante sicurezza delle querce a proteggere nugoli di mughetti e i crochi attardati e tulipani precoci, ansiosi di rivelare la propria bellezza nonostante il sole ancora timido. Enzo passeggiava lentamente per i viali pavimentati di porfido, sorpassato da visitatori in bicicletta e da gruppi di turisti appiedati sferzati dagli orari obbligati dei tour guidati. Si lasciava trascinare dal profilo delle siepi, ogni tanto inforcava il sentiero in un prato e si fermava a interrogare i fiori che, impegnati a risplendere, non gli rispondevano mai. Contava i cipressi distrattamente, poi passava ancor più distrattamente a contare i suoi passi guardandosi le vecchie scarpe Converse: erano diventate troppo vecchie, persino per bagnarsi e infangarsi macinando passi sui prati.
Raggiunse il famoso labirinto, composto da centinaia di arbusti di tasso alti due metri e più. Una composizione geometrica perfetta, creata per risucchiare dentro di sé il visitatore e portarlo al centro, dove una cupola sopraelevata permetteva, come premio, di gustare un punto di vista privilegiato sul disegno dell’opera. Enzo non poté fare a meno di sfidare il labirinto e farsi ingoiare nel suo gorgo. Amava l’idea di voltare angoli senza sapere chi o cosa potesse esserci dietro, aveva sempre pensato che fosse una metafora della vita e del suo mistero. Non era però preparato a vivere una sorpresa tanto violenta, voltando quell’angolo a gomito. Era lei. Sì, era lei. In lontananza, aveva appena voltato l’angolo, laggiù. Non era sola, ma magari era solo un altro turista e nemmeno si conoscevano. Enzo corse a perdifiato verso il punto di quella visione, rallentando in prossimità dell’angolo: aveva paura e desiderio di rivederla, di scoprire che non aveva vissuto un miraggio. Voltò l’angolo, ma non c’era. Eppure non era un miraggio, mai stato così sicuro prima di qualcosa. Trovarla, vederla di nuovo, non contava altro. Iniziò a correre per trovare il centro del labirinto e guadagnare il punto di vista rialzato che dominava tutto l’intrico verde. Vi arrivò sfiancato dallo sforzo e dall’emozione. Il suo sguardo cominciò a setacciare terrorizzato i viali. Conosceva a memoria il suo profilo, non avrebbe mai potuto dimenticarlo. Scartò decine di teste, quando tornò a vedere quella di lei che stava uscendo dal labirinto, lentamente e al fianco di un uomo che con tutta evidenza non le stava vicino per caso. Si dirigevano verso i laghetti e i giardini acquatici. Enzo li seguì con lo sguardo solo fino a quando non fu certo, oltre ogni ragionevole dubbio, che fosse lei. Lo era.
Non riusciva a sentirsi saldo nell’equilibrio, gli parve che il centro di quel labirinto in cui stazionava, fosse un gorgo che lo trascinava magneticamente per terra. Lei ora era andata via di nuovo e non c’era più, stavolta davvero.
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« immagine » I tulipani non profumano, proprio di nulla, ma lo spettacolo di quella fioritura oceanica gli faceva girare la testa. Onde di fiori colorati si spandevano, preziosamente disegnate, a perdita d’occhio in quel meraviglioso giardino che da tempo Enzo aveva voglia di visitare. Il famoso pa...
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12/07/2019 14:14:00
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[racconto] Instabilità atmosferica

08 luglio 2019 ore 11:58 segnala
Che senso può avere rimanere fuori con un tempo come questo? Nuvole nere come la notte, luccicanti di lampi e una cascata di pioggia annunciata. Decidere di restate in un’area picnic appena fuori un bosco, non pare la migliore delle idee. Non parrebbe a nessuno.
-«Ho paura dei fulmini».
-«Non dire sciocchezze». Poco dopo un fulmine illuminò a giorno il pianoro spezzando il suo tuono qualche secondo dopo, alcuni chilometri più a valle.
-«Ci vorrebbe della musica, sarebbe perfetto con questo tempo difficile. Non saprei. Forse “Kashmir” dei Led Zeppelin, hai presente?».
-«Sarebbe perfetta».
Nonostante la gelida visione della valanga di nuvole nere che stavano per arrivare, il caldo rimaneva afoso e l’umidità saliva dall’erba esausta dal calore, che pareva tendersi al cielo implorando vera acqua per continuare a vivere. Lui si sedette su un lungo tronco disteso in terra che faceva parte del percorso ginnico presente nella zona, poi gli ci si sdraiò sopra, unendo le mani dietro la testa per avere un cuscino. Guardava su di sé il cielo che si addensava di toni grigi via via più disperati ogni istante che passava. Lei lo guardava in piedi camminando lentamente e facendo finta di guardarsi la punta delle scarpe, indispettita per la mancanza di attenzioni dell’uomo, aspettando una sua mossa, qualsiasi fosse. Ma lei non era tipo da attendere troppo. Si diresse verso di lui e gli ci si sedette sopra, come montando una motocicletta.
-«Me lo aspettavo», gli disse. Parole che fecero scattare in lei uno schiaffo veloce e tagliente come può essere una frustata. «Aspettavo anche questo», disse lui, smosso dal colpo ma sorridendo ambiguamente. Un sorriso che contagiò anche lei.
-«Perché accade tutto questo?».
-«Perché la vita è caos», le risposte allungando le mani verso di lei, in modo da ricevere le sue, palmo contro palmo. Lei accettò il gioco, poi si chinò col busto su di lui, e sul suo petto incrociò le braccia rimanendo a osservarlo come uno strano animale che si incontra per la prima volta durante un’escursione. Lui la guardava soddisfatto, vedeva il suo bel viso con un oceano di nubi scure a farle da vaporoso e terribile sfondo. Averla addosso, così vicino, lo eccitava. Certe reazioni si possono nascondere fino a un certo punto, e non di certo se la donna che ti fa palpitare i pensieri ferocemente è seduta su di te, proprio lì, su di te. E strusciandosi con desiderio non fa nulla per aiutarti.
-«Andiamo in macchina?».
-«No, ci metteremmo a scopare». Il viso di lei sembrò contrarsi in un’espressione di offesa. Sarebbe potuto partire un altro schiaffo da un momento all’altro. Ma non ci fu. Lei gli smontò di dosso per andarsene. Ma lui l’afferrò con le mani, con una forza arrogante che fino a ora non aveva mai utilizzato, tirandosela di nuovo addosso nella posizione di partenza: «Aspetta».
-«Tu non hai un senso».
-«È questo che ti piace di me?».
Il suono dello stormire delle fronde andava cambiando forma, cominciava a piovere. Cadevano gocce rade, ma grandi, d’acqua untuosa e calda. I lampi e i tuoni erano scomparsi, forse per compiacerla. Il vento rimaneva insolente, ma senza furia. Le gocce non cambiavano forma, ma aumentavano vertiginosamente d’intensità finché la pioggia assunse l’incredibile scroscio di una doccia regolata alla temperatura più piacevole possibile. I due rimanevano immobili nella loro posizione, godendosi quella tiepida benedizione dal cielo, zuppi e fradici come mai nessuno era mai stato.
-«È bellissimo. Non mi tolgo i vestiti solo perché non voglio interrompere il contatto con te nemmeno per un secondo».
-«Secondo te adesso stiamo scopando?»
-«Ti è mai accaduto qualcosa di più intimo?»
-«Non lo so, non mi ricordo più niente. Non ci credo.»
-«Non importa. Godiamoci questo momento, passerà molto tempo prima di viverne un altro così bello.»
-«Io ti odio.»
-«Lo so, per questo non so se sono nel tuo cuore, ma so di essere nella tua mente. Come tu bruci nella mia.»
La frase era ideale per un altro schiaffo, ma la pioggia, calda e generosa, era perfetta per baciarsi con rabbia e passione. E non piove sempre così meravigliosamente, a questo mondo.
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Che senso può avere rimanere fuori con un tempo come questo? Nuvole nere come la notte, luccicanti di lampi e una cascata di pioggia annunciata. Decidere di restate in un’area picnic appena fuori un bosco, non pare la migliore delle idee. Non parrebbe a nessuno. -«Ho paura dei fulmini». -«Non dire...
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08/07/2019 11:58:24
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