[racconto] La foto di Venere

23 luglio 2019 ore 09:10 segnala
Navigava fra le cifre con la sicurezza di un bravo ufficiale di marina che fronteggia la burrasca sul suo vascello, quando la mano di un collega le posò sul tavolo una lettera, appena arrivata con la posta. Diana non riceveva di frequente missive indirizzate specificatamente a lei, presso lo studio tributario in cui lavorava. Per questo motivo quella busta spezzò la sua concentrazione verso il lavoro: solitamente si trattava di lettere con mittente e indirizzo stampato elettronicamente, tipico delle comunicazioni professionali, ma questa era intestata a penna, con una calligrafia maschile ordinata e molto chiara, in stampatello ma senza riferimenti al mittente. Diana aveva un certo occhio per i dettagli, e questi la fecero alquanto incuriosire sul contenuto della busta, che aprì velocemente ma con attenzione. Estrasse il foglio contenuto ed iniziò a leggere. La lettera era scritta a mano, era la stessa mano maschile, ma stavolta la scrittura in corsivo trasmetteva meno spigolosità e molta armonia. L’incipit la fulminò, facendole scoprire chi ne fosse l’autore. Solo Lui poteva chiamarla storpiando il suo nome, vezzeggiandolo in quel modo divertente cui mai nessuno aveva pensato prima. Rimise il foglio nella busta senza leggere oltre, e tornò al suo lavoro.
O quantomeno fece finta: la temeraria marinaia nella burrasca dei numeri, si era tramutata in una naufraga su una zattera che tenta di resistere alla tempesta. La curva dell’attenzione verso i suoi moduli elettronici stava crollando. Non riusciva più a radunare i pensieri, che le sfuggivano come un gregge disperso che si rifiuta di entrare nel recinto. Ma leggere la lettera sarebbe stato peggio e comunque voleva farlo in pace, a casa sua, dove sarebbe tornata per la pausa pranzo.
Nel viaggio verso casa, in auto Diana non aveva acceso la radio com’era suo solito, perché si era immersa nei sopiti ricordi di quell’esperienza con l’autore di quella lettera, che rievocati, ora tornavano ad ardere. Avevano caratteri diversi, uno agli antipodi dell’altro, modi molto diversi di vedere le cose, però avevano vissuto un rapporto indefinibile, sotto l’influenza di un magnetismo reciproco molto potente che nessuno dei due aveva mai provato prima. Fu tutto così forte e irrazionale che i due ne ebbero paura, sfasciando quell’incantesimo secondo il carattere di ognuno, ciascuno a suo modo, ciascuno per ritornare coi piedi per terra. Fino al giorno in cui le arrivò quella lettera, e la mente di Diana tornò a perdersi nell’assenza.
Arrivata a casa si gettò sul letto maneggiando quella lettera, rimirandola, ragionando sulla bellezza di ricevere una lettera nell’era dei messaggi istantanei. Poi non riuscì più a contenere la sua curiosità, ed estrasse il foglio cominciando a leggere avidamente, gustandosi più volte nella mente quel vezzeggiativo con cui usava chiamarla e con cui apriva la lettera.

“Ho pensato di scriverti, ma ho voluto farlo veramente questa volta: con carta e penna…”

E così proseguì narrandole dell’onda dei suoi ricordi e delle sue fantasie che si ispiravano in lei, confessandole pensieri che non le aveva raccontato mai, enumerando tutte le sue bellezze che usava snocciolare nei momenti in cui si rilassava al sole in primavera, o all’ombra in estate. Le raccontava di idee che aveva avuto, immagini che aveva visto e che avrebbe avuto voler condividere con lei; e persino un libro in cui la sua immagine gli era stata evocata inconsapevolmente dallo scrittore, per delineare un personaggio secondario del proprio romanzo. Quindi concluse evocando la grazia del suo profilo, che lui rammentava in particolare impresso in una foto che lei stessa si era scattata di fronte lo specchio dell’armadio di camera sua. Una foto in cui gli sorrideva maliziosa, con i capelli bagnati da una doccia fugace e un asciugamano magistralmente piazzato ad evidenziare ogni sua deliziosa curva, e a nascondere invece ciò che era di troppo mostrare.

“… una piccola Venere di Botticelli, inconsapevole ma maliziosa, incorniciata nella galleria dei miei ricordi ispiranti.”

Così la definì chiudendo la lettera e senza aggiungere altro, né un saluto, né un augurio, né la firma. Diana richiuse il foglio dentro la busta e, sempre sdraiata, se l’appoggiò sugli occhi chiusi. Gli pareva di percepire l’odore di Lui traspirare dalla carta. E in questa posizione si addormentò, sperando di sognare.

Si risvegliò dopo pochi minuti, incredibilmente molto riposata ma con addosso l’impressione di aver dormito una notte intera o di essersi destata in un mondo parallelo. Aveva in mente l’immagine della “Nascita di Venere”, inchiodata nei pensieri come un’ossessione. Si alzò e si mise davanti allo specchio dell’armadio con l’aiuto del quale aveva scattato quella foto così ben rievocata da Lui. Era vero, osservandosi anche lei riusciva a vedere in quel riflesso l’immagine di Venere che sorge, come se si ammirasse con gli occhi di Lui. Allora si spogliò completamente, prese dal suo letto il lenzuolo giallo stropicciato e lo usò per coprirsi pudicamente come la dea fa nel famoso dipinto, imitandone la postura. Era vero, quello specchio rifletteva l’immagine della Venere che non aveva mai saputo di essere. Prese il telefonino e scattò una fotografia alla sua immagine riflessa dallo specchio.

Tornando in ufficiò, tra un semaforo e l’altro, riguardò quella foto soddisfatta di sé, domandandosi se fosse giusto o no restituirla al suo pittore.
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23/07/2019 09:10:30
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Commenti

  1. liquirizya 23 luglio 2019 ore 12:45
    Bellissimo racconto, complimenti!
  2. Un.Romanziere 23 luglio 2019 ore 12:48
    Grazie infinite a te per averlo letto :-)
  3. liquirizya 23 luglio 2019 ore 12:50
    L' ho letto d' un fiato e non vedevo l' ora di sapere come andava a finire...:-)

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