[racconto] La riffa dei lupi cattivi

24 settembre 2019 ore 11:43 segnala
«Signori, un premio così non si era visto mai alla tradizionale riffa dell’Antica Confraternita dei Lupi Cattivi! Ma come vi salta in testa? Una cosa del genere è un affronto ai nostri istinti!», disse Ruperto, lupo cattivo di seconda classe rappresentante del bosco di Spiegelau, predatore di talento. Gli altri lupi che componevano l’uditorio erano fondamentalmente d’accordo con lui nel preservare certi princìpi, ma il premio era francamente troppo bello per contestarlo apertamente.

La confraternita aveva una tradizione secolare. Si diceva fosse stata fondata addirittura dalla Bestia di Gevaudan, la leggendaria belva che nel Settecento per diversi anni terrorizzò gli abitanti delle contrade di Loziére e sulla cui testa il re francese Luigi XV mise una taglia favolosa. La loggia era situata in una capiente grotta nascosta nei meandri della Foresta Nera, nel Baden-Wurttemberg, e lì vi si riunivano i più importanti e famosi lupi cattivi d’Europa. Qui una volta all’anno si discuteva dei problemi della categoria, che erano i più disparati, dalla previdenza sociale per i lupi anziani alle tecniche di digestione per prede impegnative e gastronomicamente pesanti. A conclusione del convegno, si organizzava quindi una riffa con in palio prestigiosi omaggi. Tuttavia, come si diceva, mai prima d’ora era stato messo in palio un simile primo premio: una ragazza viva e vegeta, giovane, carina, con uno sguardo languido e con un viso dolcemente lentigginoso che le donavano un’aria alquanto appetitosa.

La contestazione di Ruperto, decisa e indignata, consisteva nel fatto che un tale premio offendeva l’istinto predatorio dei partecipanti, che si nutrivano solo ed esclusivamente di vittime sudate e cacciate in proprio. «Caro Ruperto – si curò di rispondere il Gran Saggio dei Lupi – abbiamo già controllato nei registri, e nei secoli scorsi sono state messe in palio diverse prede vive. Inoltre questa ragazza è venuta qui volontariamente, chiedendo di essere messa in palio come premio per il lupo più fortunato. Pertanto si tacciano le polemiche, ed andiamo ad estrarre il numero vincitore». Fu la stessa ragazza messa in palio ad estrarre il numero vincente da un sacchetto che il Gran Saggio gli porgeva cortesemente. E la sorte volle che il numero estratto fosse proprio quello di Ruperto che volente, ma soprattutto nolente, a fine convegno, fu costretto a portarsi a casa il premio su due gambe, mentre tutti gli altri lupi lo salutavano ridacchiando, schiacciandosi l’occhio e dandosi di gomito l’un l’altro.

Ruperto s’incamminò dunque alla volta della sua foresta ingrugnito, tenendo tra le zampe la fune a cui la ragazza era legata al collo, come tenuta a un guinzaglio. Lei lo seguiva docilmente senza farsi trascinare, camminando di buona lena e senza alcun timore. Dopo un paio di giorni di cammino attraverso boschi e radure, il lupo e la ragazza arrivarono finalmente a destinazione. Alla tana di Ruperto, nei meandri della selva di Spiegelau, si accedeva dalla spaccatura tra due massi di una parete rocciosa. La tana era accogliente, spaziosa ed arredata in modo essenziale. Il lupo non vedeva l’ora di accucciarsi nel suo comodo giaciglio di frasche e schiacciare un pisolino per riposarsi dal lungo viaggio, ma aveva il pensiero di dove mettere la ragazza. Durante il viaggio aveva provato a sbarazzarsene slegandola e sperando che fuggisse, ma lei aveva sempre seguito il lupo a pochi passi di distanza, senza mai manifestare il desiderio di scappare dalle sue grinfie. Ora però, in quella tana, la ragazza rappresentava un problema per Ruperto, che non si convinceva dell’opportunità di mangiare una preda che non aveva cacciato e che non opponeva alcuna resistenza. Si mise al tavolo della cucina osservando la ragazza in silenzio: lei rimaneva in piedi, con l’aria dimessa e rassegnata ma senza mostrare in alcun modo paura. Ruperto non sapeva proprio cosa fare di quella ragazza: ucciderla e mangiarla non le avrebbe dato alcun gusto e del resto un’azione del genere sarebbe stata una macchia per il suo onore di lupo. Rimase dunque a rimuginare sul da farsi, accasciato su una seggiola, sofferente e immerso nei suoi pensieri come un romanziere alla disperata ricerca d’ispirazione. Alla fine decise di alloggiare la ragazza nella sua dispensa. Aprì la porta di un anfratto spazioso ricavato tra le possenti radici sotterranee di una quercia secolare, in cui conservava le sue riserve e sistemò la ragazza, che venne collocata tra prosciutti di cacciatore, salsicce di viandante, braciole di guardiacaccia e la carcassa di un cinghiale in frollatura. Quindi richiuse la porticina e rimandò il problema al giorno dopo.

La mattina successiva venne risvegliato dal rumore della saggina di una scopa che raschiava sul ruvido pavimento della tana. Era la ragazza che, uscita dalla dispensa, aveva cominciato a rassettare di sua iniziativa l’alloggio del lupo. Ruperto, insonnolito e stupefatto, allora prese di petto quello che per lui stava diventando un problema.
«Senti, ora tu devi dirmi cosa vuoi da me. Perché non sei scappata durante il viaggio, o stamattina mentre dormivo?»
«Pensavo l’avessi capito ormai – rispose la ragazza, sorridendo per la prima volta – Io volevo conoscerti. Ho sentito molto parlare di te nel mio villaggio e mi sono invaghita di te. Ho organizzato tutto per poterti incontrare: ho parlato col Gran Saggio dei lupi cattivi, mi sono offerta come premio della riffa e abbiamo truccato l’estrazione perché tu mi vincessi. Ora sono felice perché posso vivere qui con te. Mi chiamo Roxanne, sarò al tuo servizio e farò tutto quello che vorrai. Sei contento?»
Ruperto pensava ancora di dormire e stare vivendo una sorta di incubo, pertanto si precipitò fuori dalla tana uggiolando e corse verso un ruscello nella cui acqua gelida immerse la testa sperando di svegliarsi. Tuttavia, al ritorno nella tana, la ragazza era ancora lì e stava addirittura preparando delle salsicce di viandante in umido per lui. Ruperto non disse nulla, si sedette a tavola e si fece servire, quindi si saziò di cibo ed emise un monumentale rutto a cui la ragazza rispose con una risatina infantile e un entusiastico battimano. Il lupo, perplesso, si alzò da tavola borbottando «Vado a caccia…», quindi uscì. «Buon lavoro, caro!», gli augurò Roxanne mandandogli con la mano un bacio.

L’anno successivo nella Foresta Nera era di nuovo il periodo dell’assemblea dell’Antica Confraternita dei Lupi Cattivi d’Europa. Tutti si rividero con grande piacere, tra pacche sulle spalle e racconti di aneddoti sulla caccia e sulle prede migliori fatte fuori nei mesi precedenti. Pian piano però, tutti si accorsero che mancava Ruperto, il rappresentante della selva di Spiegelau. Il Gran Saggio decise di aspettare un po’ prima di iniziare il convegno, immaginando che Ruperto potesse essere in ritardo. Ma dopo qualche minuto fece il suo ingresso Roxanne, sorridente e salutando tutti con grande allegria. Il Gran Saggio, che si ricordava di lei, le si accostò, domandandole se era successo qualcosa a Ruperto, ma lei risposte con molta naturalezza: «Ah, ma non si preoccupi, sta benissimo ed è anche ingrassato di 8 chili grazie alla mia cucina. Quest’anno rappresento io la selva di Spiegelau, lui è rimasto a casa. Era il suo turno di fare le pulizie di casa».
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