[racconto] Sfogo cieco

29 giugno 2020 ore 14:06 segnala

Dal momento in cui Alba aveva chiuso la porta del suo ufficio per dare una parvenza di riservatezza a quella discussione, i toni si erano alzati gradualmente ad ogni scambio di accuse fino a che le urla erano ormai diventate di dominio pubblico su tutto il piano. I colleghi di Alba e Giorgio non capivano esattamente le argomentazioni dei due, intercettando di tanto in tanto qualche raffica di parole sgranate con maggiore rabbia delle altre, ma nessuno pensava minimamente di intromettersi o di invitarli a moderare i toni. In ufficio le questioni si regolavano autonomamente, e se sfuggivano talvolta discussioni dai toni particolarmente accesi, pazienza. Si sarebbe discusso, sarebbero scappati degli insulti, ci si sarebbe accusati e poi guardati in cagnesco per qualche settimana, ma era così che le cose filavano sul lavoro, specie in settimane come quelle in cui si accavallavano le campagne di grossi clienti, che ingolfavano l’azienda di lavoro e minavano gli equilibri personali esistenti tra il personale dei vari uffici.
«Devi piantarla di scaricare colpe agli altri ogni volta che ti piantano una grana. Vedi di farti un esame di coscienza di tanto in tanto. Se la grafica di Greenwood non è pronta la colpa è di chi ha programmato il lavoro per la prossima settimana, ed è compito tuo farlo!» attaccava a muso duro Giorgio, che non riusciva più a stare seduto compostamente di fronte alla scrivania di Alba.
«Non ti azzardare a fare questioni: si era detto mesi fa che se slittava il pacchetto Transcorp, Greenwood passava in priorità. Se non siete in grado di tenere a mente direttive precise e avete bisogno di essere controllati quotidianamente, forse dovreste tornare all’asilo. Comunque da oggi in poi lo farò, e voglio vedere chi sarà il primo a lamentarsi con l’ufficio del personale di troppe ingerenze. Perché se poi vengo a saperlo – e sarai di certo tu a farlo – stavolta te la faccio pagare, intesi?» rispose a tono la donna, senza scomporsi troppo ma con nella voce il sibilo tagliente di un rasoio.
A quel punto Giorgio si alzò di scatto appoggiando le mani sulla scrivania e sporgendosi verso la donna con un indice che la puntava sul viso che pareva la canna di una pistola pronta a sparare. «Giuro che il vizio di minacciare la gente te lo faccio passare una volta per tutte. Questo cazzo di atteggiamento da troia prima o poi te lo rimangi con gli interessi, vedrai se non dico la verità. Vedi che bravo? Adesso comincio a minacciare pure io, e sono molto più bravo di te, perché una volta che mi incazzo davvero poi io faccio sul serio, e lo sai!»
Alba non era il tipo da tirarsi indietro se stuzzicata e rispose con la stessa violenza, rizzandosi in piedi e allontanando l’indice puntato di Giorgio con un irruento manrovescio: «Se non ti tira con l’amante o tuo moglie non te la dà più, non è certo l’ufficio il posto giusto per venire a sfogarsi, capito coglione? O impari a fare il tuo lavoro, o cominci a impacchettare la tua roba perché ti garantisco che ti faccio sbattere fuori da quest’azienda in due giorni. Lo sai che mi basta una parola col direttore generale. Io non voglio più prendere merda a causa di coglioni lavativi che non sanno lavorare, chiaro?»
Al punto in cui si era Giorgio bolliva come una pentola a pressione e sapeva di non poter attaccare oltre, perché col suo carattere sarebbe passato alle vie di fatto, assestandole finalmente quel ceffone che da tanto tempo fantasticava di mollarle, e che l’avrebbe sicuramente messa a tacere per il resto della discussione (e probabilmente evitato discussioni a venire), ma che sarebbe davvero valso licenziamento e denuncia penale. Pertanto, senza aggiungere null’altro che un sibilo, girò su sé stesso e uscì dall’ufficio della donna sbattendosi la porta alle spalle. «Puttana bastarda…»
«Idiota testa di cazzo!» ribatté Alba con un urlo che accompagnò l’uomo fuori dall’ufficio. Quindi si lasciò cadere sulla poltroncina esausta per la tensione nervosa, dando un’occhiata all’orario sullo schermo del computer. «È ora di pranzo e per colpa di questo stronzo non avrò più appetito per il resto della giornata», penso mentre si alzò dirigendosi alla grande vetrata che dava sul parcheggio aziendale. Dalla grande porta automatica dell’ingresso uscivano alla chetichella gli impiegati che si apprestavano ad andare a pranzo e, tra questi, notò anche Giorgio che uscendo dall’edificio con falcate di toro al trotto, si chiuse nella sua Volvo station wagon e partì con una sgommata singhiozzante dovuta al nervosismo e sicuramente non ad un desiderio di virile e cafone esibizionismo. Il piacere di sapere rovinato anche l’appetito di quell’idiota non le fece passare il nervoso, ma le strappò comunque un mezzo sorriso isterico. Tuttavia non sopportava di rimanere in quell’ufficio un minuto in più. Aveva bisogno di una boccata di aria fresca, di andare a sfogare la propria rabbia fuori da lì, dove si sentiva addosso gli occhi di tutta l’azienda dopo quell’alterco che sicuramente era stato udito ovunque. Indossò quindi la giacca del tailleur azzurro di Chanel che indossava quel giorno, afferrò al volo la sua borsetta Louis Vuitton e si avviò verso l’uscita solcando i corridoi col passo sicuro e aggressivo di un’indossatrice, ignorando volutamente qualsiasi sguardo e dribblando qualsiasi cenno di saluto. Arrivata fuori dall’edificio le sembrò finalmente di riprendere fiato dopo un’apnea ma non si fermò, anzi, continuò a camminare con passo sostenuto e portamento arrogante in direzione delle zone più affollate del centro metropolitano: se qualche collega la stava osservando da lontano, non doveva ravvisare in lei il minimo segnale di cedimento. Solo dopo alcune centinaia di metri Alba si fermò a prendere fiato e a guardarsi in faccia nel riflesso della vetrina sfavillante di una boutique di Fendi. Lì, soffermandosi a lungo immobile, scrutava il suo viso teso e affilato di rancore, senza degnare di uno sguardo gli eleganti capi in mostra. Nella calca del centro all’ora di punta, voltarsi verso una vetrina e fingersi abbagliata dal desiderio degli acquisti era l’unico modo per sfogare occhiate di odio che avrebbero incenerito chiunque. Non avrebbe avuto senso sedersi al tavolino di un bar a sorseggiare una tisana, il suo sguardo e il suo atteggiamento avrebbero fulminato il cameriere, e l’ultima cosa di cui sentiva il bisogno era proprio di sentirsi addosso l’occhiata di un’altra persona che la considerava una stronza altezzosa ed arrogante. Si sentiva intrattabile, aggressiva e irrecuperabile in quel pozzo di rancore in cui la discussione in ufficio l’aveva precipitata al culmine dell’ennesima giornata da dimenticare sul lavoro. L’unica cosa di cui avrebbe avuto davvero bisogno era uno sfogo cieco e violento, in cui poter concentrare ogni tensione aggressiva. Togliersi le scarpe e spaccare quella vetrina di Fendi con quei maledetti tacchi da 12 poteva essere un’ottima soluzione, anche se l’ideale sarebbe stato rientrare di corsa in ufficio con una mazza da baseball e regalare un leggendario argomento di conversazione ai suoi colleghi da qui alla pensione.
Fortunatamente le venne subito in mente qualcosa di efficace e più sicuro per tutti. Persino di piacevole, a pensarci. E nessuno poteva sapere quanto Alba avesse bisogno di un sorso di piacevole libertà per mandare giù quel boccone di peloso nervosismo che la soffocava. Ricominciò a camminare per quella via, svoltando quasi subito sulla sinistra, su una via più stretta del corso principale, che sarebbe stata decorosa ed elegante, se non fosse per via dei suoi palazzi molto alti che la ombreggiavano dandole un’atmosfera di tristezza. Verso la fine di questa lunga via vi era un ampio e lussuoso salone di bellezza, con un’insegna in finto stile art decò che introduceva un locale tuttavia abbastanza antico – pare fosse stato inaugurato negli anni ’50 - ma gestito con eleganza e cura. Era un posto molto tranquillo anche perché abbastanza isolato da altre attività commerciali, non particolarmente di moda ma molto ambito da un certo tipo di clientela di alto livello, ed i suoi prezzi erano naturalmente adeguati al contesto. Era il salone di riferimento di Alba da diversi anni, per questo la donna vi entrò sicura e soddisfatta della scelta che aveva fatto, dirigendosi dritta al bancone dell’accoglienza dove operava la titolare, una donna bionda molto appariscente e truccata, più in là della mezza età, a cui la sofisticazione dell’aspetto non donava nulla se non un filo di sottile volgarità.
«Buongiorno Alba, che sorpresa vederti oggi. O forse ho dimenticato di segnarti un appuntamento? Manicure, capelli, pulizia del viso?», le disse la proprietaria affrettandosi a consultare l’agenda delle prenotazioni, mentre il sorriso le si adombrava nel pensiero di aver commesso una negligenza.
«Buongiorno a te Carla», le rispose Alba stirando un sorriso cortese che mal celava il malumore. «Non preoccuparti, non avevo preso alcun appuntamento. Sono qui per la stanza», le disse abbassando leggermente il tono sulle ultime parole. «Ah, ma certo, nessun problema», le rispose la bionda proprietaria, chiudendo l’agenda e sollevando invece il ricevitore del telefono, su cui pigiò un numero che dove corrispondere ad un interno. «Ho qui una signora per una stanza. Ne abbiamo libere, vero? Molto bene, arriva subito». Quindi chiamò una collaboratrice che stava riordinando una vetrina con gli ultimi arrivi nel settore del balsamo per capelli. «Per favore Giada, accompagna la signora alle stanze», quindi si rivolse ad Alba con un sorriso complice e confortante: «Tutto a posto cara, e buon divertimento». Alba ebbe l’istinto di rispondere al suo augurio, ma le sembrò una cosa superflua e finta. Si limitò a rispondere al sorriso con uno analogo, molto più tirato e timido, quindi si accodò alla collaboratrice che già le indirizzava una strada in realtà non nuova. Non era la prima volta che noleggiava una stanza infatti; c’erano stati anzi periodi in cui se ne era servita quotidianamente per settimane, ma ora a ben pensarci mancava dal quel posto da più di un mese. L’ultima volta infatti era venuta per una semplice messa in piega, non aveva sentito il desiderio di noleggiare una stanza. La commessa le fece strada attraverso la scala a chiocciola che portava nel piano interrato, dov’erano gli spogliatoi del personale e il magazzino. Giunte qui sotto imboccarono un corridoio con alcune piccole stanze chiuse: quella con i comandi elettrici e termici, quella con la caldaia del sistema idraulico, altre senza alcuna targhetta che le identificasse. Alla fine del corridoio, lungo all’incirca 20 metri, a destra vi era la stretta rampa di una scalinata che saliva e da cui proveniva una musica ritmata, roba techno ad alto volume schermata dalle pareti della struttura. Le donne salirono i gradini spuntando su un altro corridoio molto più breve e fiocamente illuminato da lampadine a basso voltaggio all’altezza del battiscopa, su cui a destra stavano le porte di 5 stanze che si sarebbero detto molto piccole, a giudicare dalla distanza l’una dall’altra. Solo la porta dell’ultima stanza in fondo era aperta, e la commessa si fermò indicandola ad Alba con un luminoso sorriso. Anche lei le augurò “buon divertimento”, e stavolta la donna ringraziò in modo automatico, senza farsi nessun problema, perché la sua attenzione era ormai concentrata su altre cose. Alba entrò dunque nella quinta stanza in fondo, chiudendosi dentro a chiave appendendo immediatamente la borsetta ai ganci inchiodati sulla porta, quindi si tolse anche la giacca del tailleur poggiandola con cura al gancio accanto. Quindi si voltò alla sua destra, dove c’era un lungo specchio che la rifletteva a figura intera, dove per qualche secondo si guardò nuovamente. Stavolta era un riflesso che non mescolava al suo viso teso la luminosità e il lusso degli accessori di una casa di moda, come l’immagine che vide prima nella vetrina della boutique. Era un riflesso molto più scuro, nella penombra di quella piccola stanza illuminata debolmente come lo era il corridoio. Voltò le spalle allo specchio e ci si appoggiò, come se avesse trovato finalmente per la prima volta un punto su cui sfogare la sua fragilità. Quindi voltò la testa alla sua destra e sulla parte bassa della parete, a poco meno di un metro da terra li vide: due buchi circolari ampi quanto un pugno attraverso cui si vedeva solo buio, per ora.
La musica elettronica ritmata e dal volume ovattato che risuonava senza invadenza in tutto l’ambiente, lasciava comunque in primo piano il fruscio del movimento silenzioso delle persone nelle stanze, anche quelle oltre la parete. L’attesa e i misteriosi rumori che riusciva a intercettare inebriavano Alba di timore e frenesia, un miscuglio di sensazioni contrastanti che riusciva a sovrapporsi all’ansia nervosa che la possedevano fino a quel momento. Si accostò alla parete, osservando i buchi oscuri e vuoti. Proprio da lì sembravano provenire rumori confusi di movimenti, forse lo scalpiccio di scarpe, lo sfregare della stoffa di vestiti, respiri, l’improvviso tintinnio di oggetti metallici che sbattono tra loro. Inserì con lenta prudenza le dita di una mano dentro uno dei buchi, muovendoli. Non trovò nulla al tatto, ma non era questo che le interessava, voleva attirare l’attenzione e comunicare che c’era; quindi ritrasse le dita con la stessa lentezza con la quale le aveva inserite.
Dopo qualche secondo, dallo stesso buco, apparì un pene turgido, eccitato dall’inconsueto ma non famelico. Alba lo osservò senza sorpresa. Era di dimensioni normali, non l’avrebbe definito di carnagione bruna, ma olivastra sì. Quindi si accosciò davanti a quel membro, osservandolo per un momento, spingendo lo sguardo attraverso il buco fino a distinguere l’ordito dei peli del pube di colui che stava dall’altra parte della parete. Lo prese in mano senza stringerlo, ne valutò però il turgore. Non era durissimo, proprio come preferiva, perché piaceva a lei farli diventare davvero duri. Cominciò quindi a masturbarlo con lenta dolcezza, rimanendo quasi ipnotizzata dal glande che appariva e spariva tra le pieghe del prepuzio, che diventava sempre più liscio e lucente man mano che il pene le si intostava nella mano. Decise quindi di avvolgere la cappella con le labbra, passandoci sopra la lingua circolarmente e insalivandola. Le piaceva mappare con calma le dimensioni e la forma del glande quand’era gonfio, ogni volta che faceva sesso orale a un uomo. Questa cappella le piaceva, sentendola di forma elegantemente arrotondata eppur slanciata. Non le importava guardarla, perché amava che fosse la lingua a lavorare per lo sguardo della sua mente. Poi affondò con la bocca per prendere l’asta tutta in bocca, il più possibile, fino a farsi ostruire la gola dalla punta. Le piaceva sottoporsi per qualche secondo a quella sensazione di soffocamento, ma soprattutto amava decidere lei quando e per quanto tempo, mentre detestava quando gli uomini le premevano la testa verso di loro per imporglielo. Quella parete la proteggeva anche da quello, oltre che dallo sguardo di colui che offriva il suo membro. Non gli interessava lo sguardo, né l’identità, era interessata solo al cazzo. In quel modo era libera di adorare ed abusare in libertà dell’unica parte del maschio che davvero l’attraeva facendole perdere il controllo, almeno in quel momento. I pompini infatti erano l’unico modo in cui riusciva veramente e velocemente a scaricarsi da tensione, ansia e preoccupazioni. Ma era un hobby che la esponeva al pericolo di voci e giudizi calunniosi, che una donna nella sua posizione non poteva permettersi. Quando un giorno, nella ciarliera noia di una manicure, la sua amica Carla le parlò dell’idea che aveva avuto assieme al proprietario del sexy shop “Kataklisma” che aveva l’ingresso sulla via opposta, ma con cui condivideva i servizi del piano interrato, trovò la soluzione alle sue voglie inconfessabili. Avrebbe esclusivamente dovuto confessarle a Carla, e per forza di cose anche al suo staff da cui però non doveva temere indiscrezioni, perché inutili pettegolezzi mandati in giro potevano compromettere un’attività abbastanza lucrosa. Del resto una donna pagava duecento euro per quello sfizio segreto e sicuro in pieno centro cittadino, e agli uomini dietro le pareti probabilmente veniva chiesto altrettanto, se non di più. E quelle cinque stanzine coi buchi alle pareti erano in gran parte sempre occupate, a quel che sapeva, a tutti gli orari ma con picchi costanti all’ora di uscita dagli uffici.
Alba aveva completamente insalivato tutta l’asta, che ora si faceva scorrere agevolmente e con studiata lentezza dalle labbra alla gola, facendo sì che la lingua e le labbra che avvolgevano il membro fossero un morbido tappeto caldo su cui farlo scivolare. Poi le labbra si contrassero sigillando la circonferenza dell’asta, cominciando a scorrere il pene al massimo della sua eccitazione con sempre maggiore velocità, mentre la lingua frullava a carezzarne lo scorrimento con frenetica voluttà. Qualche decina di secondi di applicazione di questa tecnica solitamente era sufficiente a stroncare la resistenza del membro più tenace, ed anche stavolta Alba portò il misterioso maschio di turno al piacere. Sentì un fioco mugolio di libidine trapassare la parete, mentre la bocca le si inondava di sperma caldo e non particolarmente denso. Lo sputava quasi sempre, dopo qualche secondo in un fazzolettino di carta, ma stavolta il pompino non le era sufficiente: sentiva di desiderare anche la sensazione di calore del seme lungo la gola, fin allo stomaco. Lo ingoiò quindi senza volersi soffermare a valutarne il sapore. Nel frattempo, quel palo di carne e sangue che fino a poco tempo prima furoreggiava come un guerriero nel suo palato, ora si ritraeva dalla sua bocca timido, stravolto e infrollito, per sparire nel buio del buco.
La sensazione di potere che le dava portare un maschio all’orgasmo, e di conseguenza a quella condizione di ottundimento indifeso era un toccasana per l’umore di Alba. Era un piacere proibito che le provocava più di un piacere sessuale. Tutto ciò la lasciava infatti bagnata e desiderosa, ma era comunque se avesse vissuto un orgasmo mentale, o meglio ancora, come se gli orgasmi che causava le permettessero di succhiare forza, baldanza ed arroganza dal malcapitato, nutrendo in questo modo il suo lato più algido e mascolino che le era indispensabile esibire sul lavoro. Alba ora si sentiva una persona completamente diversa da quando era entrata in quella stanza; erano passati sì e no venti minuti, ma le erano stati sufficienti per far evaporare completamente ogni scoria di ira e negatività. Si rimise infatti la giacca con un sorriso soddisfatto in viso, quasi beffardo, ed uscì dalla stanza imboccando la scala che la portava al piano interrato e che l’avrebbe fatta sboccare nel salone del centro estetico. Con lo stesso sorriso salutò Carla all’uscita del salone, dopo averle saldato in contanti il noleggio della stanza. L’estetista incassò soddisfatta le banconote, ammucchiandole senza guardarle in un incavo separato del cassetto della cassa colmo di biglietti di grosso taglio. Carla si soffermò a notare, una volta di più, come ciascuna delle sue clienti non mancasse mai di uscir fuori da quelle stanzette senza un sorriso di sfida verso la vita dipinto in viso.
Con quello stesso sorriso Alba tornò verso l’ufficio fendendo la folla dell’ora di punta con sicurezza, sfidando gli sguardi di chi la osservava e compiacendosi di ogni luccichio di ammirazione che si vedeva addosso. Tornando al lavoro, attraversando il lungo corridoio che portava al proprio ufficio, guardò tutti negli occhi, distribuendo sorrisi, saluti e strizzate d’occhio. Le sembrò giusto offrire in pasto ai suoi colleghi gesti di distensione e serenità, dopo aver dato spettacolo della sua furia. Non era stata la prima volta, purtroppo conoscendosi non sarebbe stata l’ultima, ma poco male perché in fondo tutto passa.
Che tutto passa lo pensava pure Giorgio, mentre parcheggiava accuratamente la sua Volvo familiare dopo la pausa pranzo. Scendendo dalla vettura la chiuse schiacciando un pulsante sul telecomando. Dopo due passi si fermò e schiacciò di nuovo il pulsante del telecomando, nel dubbio che non si fosse chiusa al primo tentativo. Sorrise sentendo i crampi del suo stomaco, che non aveva ancora visto cibo per pranzo e aveva deciso di farsi sentire. Si sarebbe fermato a prendere qualcosa da sgranocchiare al distributore all’ingresso del palazzo. Mentre ritirava dalla macchinetta un pacchetto da quattro crackers alle olive, oltraggiosamente prezzato a due euro con la scusa di essere impreziosito dalla farina di kamut, Giorgio continuava a sorridere scioccamente. Pensava ancora al “Kataklisma”, da cui era appena uscito: “Siano donne, trans, froci, chi se ne importa. Siano benedette quelle bocche d’artista e il giorno in cui mi hanno parlato di quel posto”.
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« immagine » Dal momento in cui Alba aveva chiuso la porta del suo ufficio per dare una parvenza di riservatezza a quella discussione, i toni si erano alzati gradualmente ad ogni scambio di accuse fino a che le urla erano ormai diventate di dominio pubblico su tutto il piano. I colleghi di Alba e ...
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29/06/2020 14:06:39
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