[racconto] White room

15 luglio 2019 ore 16:58 segnala
Si stava risvegliando, ma non ricordava quando e come si era addormentato. Gli occhi gli si aprivano a stento perché abbagliati da una luce fortissima. In realtà era il bianco perfetto delle pareti che lo circondavano, che quasi lo accecava. L’ambiente era illuminato da lampade la cui luce pioveva dal soffitto e riverberava ovunque senza lasciare scampo al buio. Una stanza deserta, bianca, senza porte o finestre, in cui era possibile intuire solo la tracciatura delle linee della forma cubica che la strutturavano. Quel giorno J. si ritrovò in quel posto senza sapere come. Cercò immediatamente un varco sulle pareti, nel pavimento e sul soffitto, ma non uno spiraglio appariva. Provò allora a chiamare aiuto ma scoprì di essere diventato sordo. O muto. Non capiva cosa stesse accadendo, ma non sentiva le parole che la sua voce avrebbe dovuto emettere. A quel punto cominciò a sbattere i pugni furiosamente su una parete, urlando con quanta aria aveva nei polmoni, ma non si udiva nulla: né la sua voce, né il rumore dei pugni. Si voltò esausto e vide che, dal nulla, sulla parete di fronte era apparso un foglio con la foto di una donna, e si avvicinò a guardarlo. Era un foglio A4, anche leggermente stropicciato, e la foto della donna sembrava una riproduzione a colori eseguita con una comunissima stampante. Quella nell’immagine era una ragazza tra i venti e i trent’anni, un primo piano, un selfie probabilmente data l’espressione volutamente smorfiosa del viso. J. provò a toccare il foglio, ma i suoi polpastrelli trovarono la parete liscia della stanza. Il foglio con la foto non esisteva fisicamente, era forse un ologramma. La sua voce continuava a non uscire, o forse a non udirsi, e i pugni contro le pareti erano solo un inutile sfogo nervoso. Dopo un paio di ore si lasciò andare per terra esausto, in attesa di eventi. Nel frattempo però cominciava ad avvertire fame e sete, inoltre la paura e l’ansia dettate dalla situazione gli avevano gettato addosso un forte senso di spossatezza che lo schiacciava e lo assopiva. Ebbe l’impressione di stare per addormentarsi ancora, e forse sarebbe stato il modo per risvegliarsi fuori da quella stanza, ma fu immediatamente schiaffeggiato dal primo suono che udì lì dentro, una voce femminile spuntata chissà da dove.

«Chissà come mai ci sono così poche scrittrici donne?»

J. si guardò attorno ma non c’era nessuno e non capì nemmeno da dove potesse essere arrivata la voce. Alzandosi nuovamente in piedi andò a controllare vicino la foto della ragazza, poi nuovamente le pareti della stanza, ma non arrivarono altri suoni. «Chi sei? Dove sei?», domando J. e con sua stessa grande sorpresa, stavolta riusciva a udire la propria voce. «C’è qualcuno? Fatemi uscire! Perché sono qui dentro?». Ma nessuno rispondeva. Tuttavia adesso si sentiva assolutamente sveglio e in forze, con un senso di benessere pari a quello di un fresco appagamento sessuale, inoltre il senso di fame e la sete gli erano completamente passati. La sensazione di benessere che provava gli fece pensare che potevano aver pompato del gas dentro la stanza, qualche sostanza eccitante o qualcosa di simile. Stava così bene che decise di godersi il momento, di sdraiarsi al centro della stanza e lasciarsi andare. Non avrebbe mai pensato di stare così bene in un luogo sconosciuto e così angusto, eppure viveva i minuti cavalcando quella bizzarra sensazione di piacere. Passarono delle ore, o forse solo minuti dato che il tempo non si riusciva a quantificare lì dentro, quando le sensazioni del benessere cominciarono a ritirarsi. A J. tornò la fame, la sete e l’ansia della prigionia, quindi si rimise in piedi e urlò che ne aveva abbastanza, ma il suo grido tornò assolutamente muto. Il senso di disperazione e di impotenza lo portava a desiderare di spaccarsi la testa contro i muri e iniziò a piangere. Si schiantò al suolo schiacciato dallo stress, quindi si voltò verso la foto della donna, che rimaneva l’unico elemento di attenzione cui la sua mente poteva rivolgersi e, mentre piangeva, la voce di prima tornò a farsi sentire.

«Pensi che possa salirci anche io, sulla tua mongolfiera?»

Lo sguardo di J. andò istintivamente verso la fotografia mentre, come prima, le forze tornavano a fluirgli in corpo e quel senso di appagamento gli saziava i sensi e la mente. Si alzò quindi in piedi e tornò verso l’immagine sul muro. Non si era ancora soffermato sulle sensazioni che quella foto suscitavano in lui, ma stavolta cominciò a scrutare con grande interesse gli occhi grandi e ridenti della ragazza, la smorfia dolcemente scherzosa, i capelli appena ondulati che desiderò immediatamente tessere lungamente di carezze, come si ritrovò ad agognare la possibilità di baciare le sue labbra. La sensazione di benessere che si era infusa in lui col suono della voce, ora veniva scossa ed elettrificata al cospetto di quella immagine, che prima non aveva suscitato a J. alcuna reazione, se non paura per quello che gli stava accadendo. Ora invece era in adorazione di quella foto, che era come una fonte di beatitudine e di serenità in quella stanza algida e deserta. In questa sensazione bizzarra trascorrevano ore, o minuti, o giorni, fin quando quella sensazione di benessere di cui sentiva di essere gonfio tornò a scemare inesorabilmente…

E nuovamente J. visse un altro ciclo di indebolimento estremo, salvato in extremis dalla comparizione improvvisa della voce femminile che gli portava un messaggio incomprensibile, e con esso forza e vigore. E poi di nuovo indebolimento, sensazione di morte e ancora una volta il salvataggio di quella voce. I cicli si alternarono lungamente per anni, decenni, o forse solo alcuni giorni.

Un giorno la voce femminile disse: «Mi fa piacere che hai capito». L’invigorimento di J. fu molto minore rispetto alle altre volte e, durante la fase di indebolimento, nella stanza si udì un clic. Su una parete apparve il profilo di una porta a scomparsa che si aprì a metà. Con le poche forze di cui disponeva J. si trascinò verso quella via di fuga. Oltre quel passaggio sembrava esserci un corridoio buio, illuminato da fioche lampade a petrolio che lasciavano intravedere due file parallele di grossi macchinari sordamente ronzanti, pieni di tubi e valvole.
L’uomo mise un piede oltre la soglia della stanza, poi voltò la testa verso la foto della donna. Si accorse che uscendo da lì dentro, non l’avrebbe più vista e non avrebbe nemmeno più sentito quella voce che lo ritemprava. Ma fuori poteva guadagnarsi finalmente la libertà. Incerto, sulla soglia, si lasciò cadere a terra, seduto con una gamba dentro e una fuori dalla gabbia bianca, sempre più debole ogni secondo che passava.
“Aspetterò nuovamente la voce per tornare in forze, poi andrò” pensava, e si mise in attesa sudando e ansimando. Poi capì che se la stanza era aperta, quella voce avrebbe potuto non manifestarsi più, così raccolse le energie residue sperando di riuscire a spingersi fuori dalla stanza prima di collassare. Tuttavia, trattenuto in quella prigione dalla speranza remota che quella voce potesse tornare e ridargli quelle forze che gli svanivano e che non aveva mai provato prima fuori, rimase ad aspettare.
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Si stava risvegliando, ma non ricordava quando e come si era addormentato. Gli occhi gli si aprivano a stento perché abbagliati da una luce fortissima. In realtà era il bianco perfetto delle pareti che lo circondavano, che quasi lo accecava. L’ambiente era illuminato da lampade la cui luce pioveva...
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15/07/2019 16:58:13
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