Lobotomia for dummies

30 giugno 2014 ore 19:13 segnala
"Fili de le pute, traite, Gosmari, Albertel, traite. Falite dereto co lo palo, Carvoncelle!" - Iscrizione in volgare nella Basilica di San Clemente al Laterano.

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“L’agente patogeno non è ancora stato identificato con precisione. Possiamo solo affermare che è in grado di demolire il sistema nervoso umano, innescando processi di necrosi cellulare. La malattia si sta preoccupantemente diffondendo per contagio: siamo alle soglie di una vera e propria pandemia. Non sono disponibili cure per il momento. Vista la portata del problema, l’OMS ha stabilito misure preventive con l’obiettivo di limitare, per quanto possibile, la diffusione del male”

“Di cosa si tratta con precisione? Ci inietterete qualche antigene?”

“Non esattamente. L’agente virale mostra un tropismo particolare per le aree corticali prefrontali. L’unica soluzione plausibile è l’asportazione chirurgica del tessuto interessato. In questo ospedale abbiamo già eseguito 237 lobotomie, tutte con grande successo”

“Ma questo non avrà conseguenze negative? Non si corre il rischio di trasformare le persone in agglomerati di materiale biologico, in individui incapaci di intendere e volere? La corteccia prefrontale è praticamente l’unico attributo che ci permette di distiguere gli uomini dagli altri primati antropomorfi. Tutto ciò non le sembra un annichilimento artificiale e forzato della natura umana? Una forma di regressione evolutiva? Una mutilazione del nous, del fulcro, dell’anima?”

“I pazienti stanno tutti bene. L’intervento è relativamente sicuro e non sembra presentare esiti critici. Ha comunque la possibilità di scegliere. Se vuole eseguire la lobotomia basta che compili il modulo e porga la domanda di prenotazione”

Il medico mi lascia solo. Mi siedo in un angolo. Penso. Percepisco la consistenza del tempo. Ne capto la grana che, lungi dall’essere prototipicamente fluida e oleosa, è invece composta di acini e sabbia. Ne conto pazientemente i bocconi, gli sputi, i morsi. Il tempo è un vivo avviluppo di denti. Mi stupisco del fatto che questo ospedale non abbia le pareti verdi. Non c’è niente di verde qui. Anzi, semplicemente, non c’è niente. Sono ammantato di umidità fetale. Tutta l’esistenza si condensa in pesche e noccioli. Ho un po’ paura. Qualcosa mi trascina in una stanza che sa di umanità. E’ un luogo stretto e claustrofobico, eppure non riesco a scorgerne la fine. Vengo vestito di respiri e rantoli.

Ci sono strutture simili a letti. Ci sono persone sotto le lenzuola. Con passo metronomico, mi avvicino ad uno di loro perché mi sembra di riconoscerne la fisionomia. Lo scruto delicatamente, assorbita dalla premura di non calpestarlo con i miei occhi invadenti: è scarno e madreperlaceo. La sua fronte è ancora aperta, lo intuisco dall’odore. Quello sfregio lo ha reso libero ed ora lo incorona, vittorioso, con pieghe di pelle costrette all’adiacenza da un groviglio di fili e stringhe. Cerco le sue pupille sotto palpebre ormai diafane e sono quasi invidioso nel riscoprirle così vuote, terse, placide. Sfioro, con ingordigia, quell’effige di costole come se fossero ali di falena, per rubarne la polvere. Affondo le dita in quella densa, drammatica beatitudine. Me ne nutro.

Con le mani sporche di altrui benessere, mi convinco che la Cura sia la scelta più appropriata. Perché non posso lasciarmi consumare dal mio male. Perché sono vigliacco e stanco. Perché le mie pupille mi costano troppo. Decido di sottopormi all’intervento, ma chiedo ai chirurghi di non anestetizzarmi del tutto. Voglio esserci. Sveglio, lucido, cosciente e coerente. Voglio vedermi perdere l’abisso e gli occhi. Voglio godere della lacerazione delle mie corde. Le infermiere mi spogliano e mi detergono. Mi avvolgono in un tessuto floreo, lieve, niveo. Mi fanno stendere su un tavolo. Una di loro mi somministra del liquido tranquillante, rassicurandomi con materno riguardo che così non sentirò nulla. Qualcun altro, che non riesco a vedere, mi fissa alla testa un cerchio metallico. Dicono che stanno per cominciare.

Il mio corpo è intorpidito e ottuso. Ho mantenuto solo un vago senso propriocettivo, il poco che basta per comprendere cosa mi stiano facendo. Dovrebbero già essere dentro, nella mia testa. Li sento cercare e tirare. Sento i lobi scivolare sotto le loro esperte falangi inguantate. Sento un perpetuo districare di nervi, nuclei e condotti. Un brivido di folle appagamento mi pervade: ho finalmente avuto il coraggio di scegliere la mediocrità. Mi gusto gli ultimi abissali minuti di consapevolezza. Fra qualche istante sarò completamente nuovo, cieco, limitato. Meravigliosamente limitato.

Avrò un paio di pupille nuove. Tutte per me. Pupille stupide, inebetite, velate. Pupille normali. Sento un fastidio alla testa, come di insetti. Presumo che l’intervento stia volgendo al termine. Punture di api. La felicità, nella sua versione più scontata, non è altro che fatta di innumerevoli punture di api nel cervello. Sono in pace. Immerso nel benessere stagnante. La speranza di svegliarmi con occhi normali ne approfitta, mi tocca e mi stupra.

Debole, come al solito, perdo coscienza.
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"Fili de le pute, traite, Gosmari, Albertel, traite. Falite dereto co lo palo, Carvoncelle!" - Iscrizione in volgare nella Basilica di San Clemente al Laterano. --- “L’agente patogeno non è ancora stato identificato con precisione. Possiamo solo affermare che è in grado di demolire il sistema...
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30/06/2014 19:13:26
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Commenti

  1. Alcest1974 01 giugno 2017 ore 00:07
    stile di scrittura avvincente..ritmo avvolgente..davvero notevole

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