25 Aprile

26 aprile 2017 ore 09:55 segnala


All'Osteria dell'Ultima Sosta, politicamente, siamo tutti abbastanza allineati: il più socialdemocratico degli avventori potrebbe dare dei punti a Bakunin, tanto per essere precisi.
A partire dalla titolare, detta "la strega" che ha un Che Guevara tatutato sulla tetta (sinistra ça va sans dire), passando per gente come il "Mormone" (così appellato per la prestanza fisica da Bud Spencer con tanto di barba e una certa qual inclinazione alla poligamia) o come "BariVecchia", "Molotov", "Tafferuglio", "Parruccone" e via elencando.

E' palese che in un locale del genere fasci, leghisti e nichilisti variformi non sono ben accetti. Come dice il Mormone "Io sono per la critica costruttiva: se vedo un fascio io ci stampo due slavadent (leggi "schiaffoni") sulla ghigna e vediamo se alza ancora il braccino". Questo per dire il livello di tolleranza ed integrazione che vige in un posto dove il più sobrio può tazzare un boccione da 5 di rosso senza batter ciglio e presentarsi bel fresco alla cassa con il contante in mano!

Ieri sera, immersi in un nuvolone di fumo (parzialmente legale, parzialmente no) e di vapori variamente alcoolici si ragionava su quegli omuncoli che, presi dal sacro fuoco della revisione storica, pretendono di riabilitare in qualche modo le turpitudini commesse nel ventennio di dittatura che ha strangolato la nostra nazione ed i cui strascichi li paghiamo ancora oggi. Gente che pensa di marciare al passo dell'oca ignorando che se ora avesse vinto Hitler noi saremmo per i tedeschi la Cuba degli anni '50 (un postribolo), che non avrebbero potuto nemmeno potuto scoreggiare senza il permesso di un cazzo di gerarca.
Brutte bestie ignoranti e grette, che si fan forti della boria di un bastardo dalla testa pelata e vilipendono le centinaia di migliaia di innocenti che hanno perso la vita, l'anima o entrambe in guerra, nei campi di concentramento (pure quelli Alleati), torturati, violentati, depredati, umiliati, uccisi mille volte.



Il 25 Aprile, cari fascistelli di ritorno sarà SEMPRE la ricorrenza della liberazione dell'Italia dal nazifascismo. Tutto il resto sono parole sporche di sterco che dovrete rimangiarvi fino all'ultimo apostrofo!

"Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA
"

(Pietro Calamandrei)



F. Cartbearer, il nostro poeta nomade, ha lasciato solo un pensiero, come un epitaffio per tutti coloro che son morti credendo nel nostro futuro.
Ora e sempre!

Venticinque Aprile
Le pietre d'ogni monte
son lavate col sangue
son erose di lacrime
Non sporcate
la Libertà
Non siete degni
di nominarla
se ignorate
le pietre rosse ed erose
di sangue e lacrime.


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« immagine » All'Osteria dell'Ultima Sosta, politicamente, siamo tutti abbastanza allineati: il più socialdemocratico degli avventori potrebbe dare dei punti a Bakunin, tanto per essere precisi. A partire dalla titolare, detta "la strega" che ha un Che Guevara tatutato sulla tetta (sinistra ça va...
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Febbraio 2017

09 febbraio 2017 ore 15:32 segnala


L'ultimo dei guerrieri

Quanti sorrisi hai donato!
Sai se son stati colti?
Quanti furon contraccambiati?

Quante lacrime hai pianto!
Chi le ha viste?
Chi le ha asciugate?

Le porte restan chiuse
L'acqua cessa di scorrere
Le nubi son nere

Mai furon così gelide
le parole
non udite


(F. Cartbearer - Poeta Nomade)



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« immagine » L'ultimo dei guerrieri Quanti sorrisi hai donato! Sai se son stati colti? Quanti furon contraccambiati? Quante lacrime hai pianto! Chi le ha viste? Chi le ha asciugate? Le porte restan chiuse L'acqua cessa di scorrere Le nubi son nere Mai furon così gelide le parole non udite (...
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Natale 2016

23 dicembre 2016 ore 10:07 segnala


Quest'anno come ogni anno ha portato qualche sorriso e qualche lacrima.
Quest'anno come ogni anno c'è qualcuno in meno a farmi compagnia.
Quest'anno come ogni anno all'Osteria dell'Ultima Sosta, il nostro Poeta Nomade è apparso per farci gli auguri e per portarsi via una bottiglia di Octomore (intenditore, lui).

Ve la posto, in modo che queste parole siano d'augurio anche per voi tutti.
Buon Natale.
Vir.



"Ai nostri occhi
alle nostre mani
ai nostri sogni
e ai sorrisi ancora da donare

Al mio tempo ed al tuo
al vento del vespro
al primo sole
ed alle stelle che verranno

Che il tempo sia gentile
e le parole sempre dolci
Che le lacrime sian di gioia
ed i passi senza ostacoli

In un soffio giungerà
il mio pensiero
sulle ali della musica che amo
dolce caldo forte sincero
per questi giorni
per l'anno a venire
e per sempre.


(F. Cartbearer - Poeta Nomade)

La colonna sonora è il Caoineadh cu Chulainn o Lamento di Cu Chulainn, per Uillean Pipes ed orchestra.


https://www.youtube.com/watch?v=vDyMFP6yzfk
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« immagine » Quest'anno come ogni anno ha portato qualche sorriso e qualche lacrima. Quest'anno come ogni anno c'è qualcuno in meno a farmi compagnia. Quest'anno come ogni anno all'Osteria dell'Ultima Sosta, il nostro Poeta Nomade è apparso per farci gli auguri e per portarsi via una bottiglia d...
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Passi viaggi pensieri parole silenzi

13 dicembre 2016 ore 15:43 segnala
Tela di ragno

Incrinato quel vetro
dai troppi proiettili,
nessuna bava di ragno
potrà ricucire gli strappi
Il pavimento è bagnato
di petali e foglie,
il silenzio inciso
dal tuo sguardo e dal mio.
Ho le mani fredde
e il respiro spezzato;
perde rintocchi il cuore
perde vigore il passo.
Solo le parole
restano
ed i pensieri
a riempire questa vaga clessidra
che ancora trasuda istanti
come gocce di nebbia
come gocce di pianto.
Troppo distanti le montagne
Troppo remoto il mare
solo questa grigia pianura
spoglia
è quinta e palcoscenico
del mio viaggio.
Dopo il tramonto,
è l'alba a sopraggiungere
con i suoi colori.

(F. Cartbearer poeta nomade)



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Tela di ragno Incrinato quel vetro dai troppi proiettili, nessuna bava di ragno potrà ricucire gli strappi Il pavimento è bagnato di petali e foglie, il silenzio inciso dal tuo sguardo e dal mio. Ho le mani fredde e il respiro spezzato; perde rintocchi il cuore perde vigore il passo. Solo le...
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Questo lento gocciolare

26 ottobre 2016 ore 15:50 segnala
A volte va così, che persino all'Osteria dell'Ultima Sosta non ci sia voglia di ridere, di scherzare, ma solo di bere.
E' in momenti come questi che il poeta nomade trova il modo di fissare su carta tutto un caleidoscopio di malinconie.
(Colonna sonora "The battle of Aughrim" nella versione dei Chieftains)

Acta est fabula



Questo lento gocciolare
di nebbia e di pioggia
interpunzione fra parole
taciute ingoiate
tratto vago
di rette vie smarrite

Rimane poco
vale nulla
se dato un passo
non vedi più l'orma
se le mani scompaiono
nella bruma

L'affanno congela
fra pensieri spogli
del fuoco tacciono
anche le braci
svanisce il mondo e resta
questo lento gocciolare

(F. Cartbearer, poeta nomade)



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A volte va così, che persino all'Osteria dell'Ultima Sosta non ci sia voglia di ridere, di scherzare, ma solo di bere. E' in momenti come questi che il poeta nomade trova il modo di fissare su carta tutto un caleidoscopio di malinconie. (Colonna sonora "The battle of Aughrim" nella versione dei...
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Un racconto di inizio autunno

28 settembre 2016 ore 15:45 segnala


Note introduttive al post.

1) Questo frammento che riporto pari pari l'ho trovato scritto su un rotolo di carta igienica nel bagno dell'Osteria dell'Ultima Sosta dove con gli amici ci si ritrova a far bicchierate. Era scritto con una stilografica, inchiostro rosso e i capolettera erano curiosamente istoriati come trame di gioielli celtici. Non lo utilizzai, quel rotolo ma me lo portai a casa ed ora lo custodisco gelosamente nella mia libreria

2) Le fotografie a corredo sono scattate da me stesso medesimo (e quindi non azzardatevi ad asportarle, claro?).

3) La poesia di F. Cartbearer che potete leggere in calce a questo post è - ovviamente - di F. Cartbearer. Nessuno di noi sa quale sia il suo vero nome. E' quello che chiamo un "poeta nomade". Ogni tanto appare, senza preavviso. E si smazza due o tre pinte a scrocco. Però quando arriva è come la prima neve, come un giorno di pioggia dopo la siccità. C'è odor di polvere e legna e foglie nei suoi abiti e le parole che ci lascia a pagamento della bevuta valgono per noi più di qualsiasi denaro.

4) Le due colonne sonore che ho scelto per corredare lo scritto sono: "Bran Boru's March" nella versione "Celtic punk" dei Mahones. Brian Boru fu un re Irlandese vissuto attorno all'anno 1000. Il suo sogno era quello di riunificare l'Irlanda sotto un'unica guida. Morì nella battaglia di Clontarf, non potendo quindi veder compiuto il suo sogno. La seconda è "Cyrano" di Guccini, canzone che mi è sempre piaciuta e che trovo adeguata al protagonista di questa storia. Recuperata su un rotolo di carta igienica nel cesso dell'Osteria dell'Ultima Sosta, in una sera di inizio autunno.

Buona lettura. Vir.





"Sono sempre più numerose le mattine in cui ti svegli con la bocca amara, come se durante la notte rigurgitassi le delusioni e l'inutilità che hanno decorato la giornata precedente. Spegni la sveglia, ti alzi, vai in bagno e lo specchio riflette un cinquantenne con più difetti che pregi, capelli brizzolati, un po' di pancia e un naso buono solo per una meridiana o per fumare sotto la doccia.
Solo gli occhi ti piacciono.
Belli.
Tristi ma belli.
Doccia, metti l'inutile pendaglio al riparo di un paio di slip, annusi la camicia per capire se è ancora decente, pantaloni giacca e scarpe. Butti giù un goccio fai due tiri da un mozzicone di sigaretta della sera prima e via. La solita routine di campi bagnati di nebbia, odor di ferrovia, visi spenti, occhi chiusi.
E rumore.
Cazzo, quanto rumore hai in testa! Ma mica vien da fuori... no nemmeno dal celtic punk con il quale ti stordisci tutte le mattine. E' dentro di te che c'è sto fracasso come di carri pieni di ferro scagliati giù da un dirupo.
Non si fermano i pensieri. Stroboscopio di speranze, rancori, paure e bestemmie
Quegli strafatti di LSD che ogni tanto becchi a vomitare sul retro dei trani dove bruci le tue serate son certo più lucidi di te.
E passano i giorni, uno dietro l'altro.
Pesanti, densi... ogni ora in più brucia un ricordo.
Com'era la tua infanzia? Che hai fatto, che hai detto 10 20 30 40 anni fa?
Niente, un cazzo di un cazzo di niente. Nessun ricordo, solo una melassa di figure e parole confuse.
Che rabbia, santodio...
Roba che se potessi tornare indietro l'università la legione straniera un viaggio in Patagonia e meno lacrime o lacrime diverse meno amore o amore diverso più vita meno vita passi corse e montagne e mari e magari una casa lassù e tuo papà ancora vivo e tua mamma ancora lucida e magari un figlio. O due. Perché che cazzo te ne fai di tutta questa cultura, questo forsennato leggerestudiareimpararecuriosareapprendere se c'è nessuno cui trasmettere le tue passioni?
Della tua vita non restano molti centimetri ancora... forse 30, ma quanti da vivere pienamente? Con orgoglio?
Questa sera, al rientro a casa, apri quella bottiglia di whisky che ancora tieni sigillata, si, quel Dalmore che ogni tanto togli dalla scatola e ammiri.
Versatene un bel goccio.
Sorseggialo poco alla volta.
Ripulisci la mente.
Spegni il rumore.
E da domani, da domani, da domani...
Da domani vivi!
"



Sono importanti le lacrime
di gioia
di dolore
di rabbia
anche quelle che il vento e la sabbia
rubano al tuo cuore
Sono importanti le mani
calde
attente
dolci
anche quelle che il tempo e la lotta
hanno scheggiato più volte
Ma nulla è importante
quanto chi ti è vicino
e bacia le tue lacrime
e conforta le tue mani

F. Cartbearer - Poeta nomade



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« immagine » Note introduttive al post. 1) Questo frammento che riporto pari pari l'ho trovato scritto su un rotolo di carta igienica nel bagno dell'Osteria dell'Ultima Sosta dove con gli amici ci si ritrova a far bicchierate. Era scritto con una stilografica, inchiostro rosso e i capolettera er...
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Pensieri postcatastrofici (2016-08-24)

25 agosto 2016 ore 12:29 segnala


"Cumuli di pietre frante
tante, così tante,
che le lacrime non possono bagnarle tutte
Cumuli di parole vane
tante, così tante
che nessun vento può spazzarle via

Non più come prima
sarà quel monte
quella strada
quel bosco
Sempre come prima
i nostri gesti
il pianto di un momento
il voltare le spalle

Rimangono come pietre frante
il silenzio
il dolore
i morti
e il sole che sorge
e la luna che tramonta
e le mie braccia aperte
ad abbracciare tutto quel dolore
incompreso
tradito
abbandonato
"

(F. Cartbearer, poeta nomade)



Sono stanco di tutto questo blaterare a vanvera, stanco di questa gente che specula sul dolore per comprare 5 minuti di notorietà. Stanco di gentaglia che dice "immigrati in hotel e sfollati in tenda", stanco di presentatori che sembrano tanti piccoli insulsi nosferatu, stanco del menefreghismo, stanco...

Laggiù han bisogno di aria, di forza, di occhi lucidi e di mani aperte.
Il resto, l'inutile, l'escrementale cianciare insulso può bruciare sul rogo.

Addio. Altre parole non servono.

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« immagine » "Cumuli di pietre frante tante, così tante, che le lacrime non possono bagnarle tutte Cumuli di parole vane tante, così tante che nessun vento può spazzarle via Non più come prima sarà quel monte quella strada quel bosco Sempre come prima i nostri gesti il pianto di un momento il v...
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Considerazioni di mezz'Agosto

18 agosto 2016 ore 15:36 segnala


E così succede che te stai ancora in ufficio a lavorare, non stacchi dal 6 di Gennaio e inizi a sembrare un attimino decomposto ed abbruttito, una roba che gli zombie di Resident Evil possono accompagnare solo!
Fuori, in strada, è stagione di scosci e di decolletè, con minimogonne, magliette a vita bassa, push up effetto zeppelin, ma è anche stagione di odori e fetori e sudori e bestemmie versicolori (ok, le bestemmie non hanno stagione, ma quando il treno fa 97° e ha i finestrini bloccati, pure JC scende a imprecare assieme a me).



Per fortuna c'è che ci sono le Olimpiadi! Quindi almeno la sera si riescono a vedere in TV cose inusuali... inusuali per noi massa di fruitori catodici avvezzi ad associare la parola "sport" ad un pallone di forma e dimensione variabile.
Voi direte "e perché ci stai appestando con 'sto pistolotto che ce ne fottesega e devo guardare il culo delle beachvolleyste?". E io con baldanza ed arroganza e un puntino di strafottenza replico "fottesega pure a me, due minuti di pazienza e arrivo al sodo" (e non sto parlando del culo delle testé citate anche se effettivamente è sodo).



Dicevo (che se continuate ad interrompere non la finiamo più) che si sono viste atlete gareggiare senza nemmeno un centimetro di nudità esposto, semplicemente perché il loro credo o il loro governo così ha imposto. Non che la cosa mi tanga più di tanto. Se son brave, lo sono sia da vestite che da nude ma guarda un po', c'è gggente di verde vestita che da questo è passata al "burquini" e via delirando... Perché non ci si limita a giudicare il gesto atletico e si deve far sempre politica se c'è di mezzo una religione diversa dalla nostra?
Io sinceramente ne ho lo scroto stracolmo del vostro voler polemizzare, puntualizzare, sottolineare, evidenziare, distinguere, separare, giudicare, escludere, nichilistizzare, annullare, deridere, offendere (di verbi ne avrei altre due dozzine ma mi fermo qua).
Non ne sapete un cazzo di un cazzo di niente di come si vive in quei paesi, di che differenze ci siano fra iracheni ed egiziani, fra giordani e sauditi, non avete ancora messo nelle vostre minuscole scatole craniche il concetto che certe "arcaicità" che vediamo sono dovute ad arretratezza e non alla religione. La stessa arretratezza che spinge (spingeva) i padri italiani a violentare le figlie, o autorizzava chicchessia a sparare / accoltellare per vendicare un torto...
Comunque, il succo del discorso è questo: vivete talmente immersi nella polemica che della vostra triste vita non resta altro che quello.



Sono considerazioni di mezz'Agosto, ovviamente... Ora vi lascio perché gli zombie hanno organizzato un pool party ma mmmoccammamm't, la Milla Jovovich non è potuta venire...

Lunga vita e prosperità

Soundtrack n°1: Shadia Mansour ft M1 - "Al Kufiuueh 3arabeyyeh"


Soundtrack n°2: Ramallah Underground - "Nateejeh bala shughol"
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« immagine » E così succede che te stai ancora in ufficio a lavorare, non stacchi dal 6 di Gennaio e inizi a sembrare un attimino decomposto ed abbruttito, una roba che gli zombie di Resident Evil possono accompagnare solo! Fuori, in strada, è stagione di scosci e di decolletè, con minimogonne, ...
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Aria fredda (Cool air)

12 luglio 2016 ore 16:15 segnala
Oggi volevo "regalarvi" questa perla di uno scrittore misconosciuto ma che - per me - resta uno dei più grandi (il più grande) fra gli scrittori horror.
Il racconto è "Cool air" (Aria fredda, nelle edizioni italiane) e l'autore è il bardo di Providence: H.P. Lovecraft.



Volete spiegazioni sul perché mi fa paura una corrente d’aria fredda; sul perché rabbrividisco più del normale quando entro in una stanza non riscaldata; e sulla nausea e sul ribrezzo che provo quando il fresco della sera si infiltra nella mitezza di una giornata di tiepido autunno.
Be’, certe persone sono sensibili al freddo come altre lo sono ad un cattivo odore, ed io faccio parte di questi soggetti sensibili.
Adesso vi racconterò le circostanze più spaventose in cui mi sia mai ritrovato, lasciando a voi giudicare se giustifichino o meno la mia assurda paura.
è ingannevole pensare che l’orrore sia sempre connesso al buio, al silenzio e all’isolamento.
Io l’ho scoperto nel riverbero del primo pomeriggio, nel frastuono assordante di una metropoli, e nell’affollatissimo ambiente di una modesta pensione, con una noiosa padrona di casa e due forzuti vicini di appartamento.
Nella primavera del 1923, avevo trovato a New York un lavoro molto piatto e poco remunerativo per una rivista e, dal momento che non potevo permettermi un affitto elevato, avevo setacciato una miriade di pensionati, l’uno più squallido dell’altro, in cerca di una camera che, oltre a trovarsi in un edificio non troppo vecchio, avesse anche un mobilio decente ed un affitto ragionevole.
Purtroppo compresi subito che tra i mali dovevo scegliere il minore; ed invece, dopo un po’, scovai per caso un caseggiato nella Quattordicesima Ovest che mi parve meno ripugnante degli altri.
Era una palazzina di mattoni a quattro piani color marrone bruciato, che non doveva avere più di quarant’anni, la cui facciata recava ancora decorazioni di legno e di marmo, ed il cui fasto decaduto, pur offuscato dagli anni, testimoniava di un buon gusto e di uno splendore da tempo andati.
Nelle stanze, dal soffitto alto ed ornato, tappezzate con una carta orrenda e decorate con comici infissi di stucco, incombeva un vago odore deprimente di umidità e di cibo rancido.
I pavimenti, però, erano puliti, le lenzuola decenti, e l’acqua calda durava abbastanza senza che il getto si interrompesse.
Così mi convinsi che quello sarebbe stato un posto se non altro sopportabile dove chiudere il naso, in attesa del giorno in cui avrei potuto permettermi un’abitazione più vivibile.
La padrona, una spagnola molto trascurata e quasi barbuta di nome Herrero, non saliva ad angosciarmi con le sue chiacchiere, né mi prendeva a brutte parole per aver tenuto accesa fino a tardi la luce del pianerottolo del terzo piano.
Gli altri inquilini erano discreti e tranquilli più di quanto potessi sperare, visto che erano spagnoli di livello sociale appena più alto dello strato più misero della popolazione.
Solo il frastuono delle macchine che transitavano sulla statale sottostante si rivelò una seccatura seria.
Mi ero trasferito lì da appena tre settimane, quando accadde il primo fatto curioso.
Una sera – saranno state le otto – sentii gocciare sul pavimento, e compresi immediatamente che era già da un bel pezzo che respiravo un acre odore di ammoniaca.
Dando un’occhiata in giro, mi accorsi che gocciava il soffitto; l’infiltrazione apparentemente si originava da un angolo verso il lato sulla strada.
Desiderando risolvere subito il problema, scesi di corsa a pianterreno per riferire l’inconveniente alla padrona.
La donna mi tranquillizzò, dicendomi che tra poco sarebbe tornato tutto normale.
“Il dottor Munoz”, schiamazzò, mentre saliva di corsa le scale, precedendomi, “avrà rovesciato le sue boccette chimiche.
è troppo malato per curarsi da sé.
Peggiora in continuazione, ma non vuole farsi aiutare da nessuno.
Soffre di una malattia molto curiosa: deve fare bagni di ammoniaca per tutto il giorno, e dice che non sopporta il caldo.
La camera se la pulisce da solo – è la stanzetta tutta piena di bottigliette – e non fa più il medico.
Un tempo, però, era un bravissimo dottore – l’ha sentito dire mio fratello, che abita a Barcellona – e poco tempo fa ha guarito il braccio di un idraulico che se l’era rotto.
Non mette mai il naso fuori di casa, se esce è solo per andare sul tetto; il mio figliolo, Esteban, gli porta da mangiare, le lenzuola pulite, le medicine e i suoi prodotti chimici.
Signore mio, quanti sali di ammoniaca compra quell’uomo, per non sentire caldo!” La signora Herrero sparì su per le scale del quarto piano, ed io tornai in camera.
L’ammoniaca non gocciava più e, mentre asciugavo quella che era caduta ed aprivo la finestra per far circolare l’aria, udii i passi pesanti della padrona al piano di sopra.
La stanza del dottor Munoz era sempre stata molto silenziosa, eccettuati alcuni rumori che somigliavano ad un motore a benzina messo in funzione, visto che quell’uomo camminava leggero.
Riflettei brevemente su quale male potesse affliggerlo, e se quel suo tenace rifiuto di chiedere aiuto agli altri non fosse dovuto ad un carattere molto eccentrico.
Mi venne una vaga tristezza pensando ad un uomo che una volta era famoso e che adesso era decaduto.
Non avrei mai visto il dottor Munoz se non fosse stato per l’attacco di cuore che mi colse una mattina mentre sedevo alla mia scrivania.
I medici mi avevano avvisato della pericolosità di attacchi del genere, e pertanto sapevo che dovevo far presto.
Così, ricordando quello che mi era stato raccontato dalla padrona riguardo il braccio dell’idraulico, arrancai al piano di sopra e bussai leggermente all’uscio che corrispondeva a quello della mia stanza.
Proveniente dalla destra, una strana voce dal perfetto accento inglese mi domandò chi fossi e che cosa volessi.
Una volta che ebbi detto il mio nome e spiegato il motivo della mia presenza, udii che si apriva una porta accanto all’uscio di casa.
Fui investito da una corrente d’aria fredda e, mentre entravo, rabbrividii nonostante fosse un’afosa giornata di fine giugno.
L’appartamento era spazioso, ed arredato con un lusso ed un buon gusto che mi lasciarono allibito, visti lo squallore ed il sudiciume della palazzina.
Il divano letto ed il resto del mobilio interamente in mogano, la costosa tappezzeria, i quadri di valore e l’immensa biblioteca, erano l’arredamento dello studio di un gentiluomo, anziché quello della camera da letto di un pensionato.
Vidi che il vano corrispondente al mio – lo “stanzino” delle bottiglie e dei medicinali cui aveva accennato la signora Herrero – era in realtà il laboratorio del medico, e che l’ambiente in cui questo passava la maggior parte del tempo era l’ampia camera da letto, nelle cui ampie nicchie e nel cui bagno attiguo teneva gli abiti e gli strumenti che non gli servivano.
Il dottor Munoz, sembrava chiaro, doveva essere una persona estremamente colta e di ottima estrazione sociale.
L’uomo che avevo di fronte era di piccola statura ma proporzionato, ed indossava un abito scuro di taglio impeccabile.
La faccia, dai tratti nobili e l’espressione altera ma non altezzosa, era incorniciata da una corta barba ferrigna, ed i grandi occhi scuri erano protetti da un paio di occhiali vecchio modello pince-nez, tra le cui lenti spiccava un naso aquilino che gli dava un’aria moresca, modificando l’insieme dai lineamenti celto-iberici.
I capelli, folti ed ordinati, indicavano il regolare servizio del barbiere, ed una riga centrale li divideva accuratamente sulla fronte alta.
Dall’intera persona di quell’uomo emanava un’intelligenza profonda, cultura e nascita illustri.
Quando mi apparve in quella ventata d’aria fredda, però, mi ispirò una vaga ripugnanza che non trovava alcun fondamento.
Forse quella mia avversione istintiva era provocata dalla sua pelle violacea e dalle sue mani gelide, sebbene tali caratteristiche fossero giustificate, poi, dalla sua infermità.
Probabilmente mi aveva colto di sopresa quel freddo anormale, in una giornata tanto afosa.
Tutto ciò che giunge inaspettato, difatti, ci ispira sempre repulsione, ostilità e paura.
Tuttavia la mia ripugnanza cedette subito il posto all’ammirazione: quello strano dottore, nonostante quelle mani fredde e livide, si rivelò subito molto competente.
Determinò esattamente l’origine del mio disturbo, e mi prestò con immediata efficienza le migliori cure.
Nel frattempo mi diceva, con un tono molto garbato pur se la voce era leggermente roca e senza timbro, che avevo trovato in lui uno dei più ostinati avversari della morte.
Mi confidò che aveva dilapidato l’intero patrimonio e perso tutti gli amici per condurre una vita dedicata a certi esperimenti particolari che sperava lo portassero a sconfiggerla per sempre.
Mi parve bonariamente esaltato, e divenne estremamente ciarliero mentre terminava di auscultarmi il petto e preparava una miscela di medicinali che era andato a prendere nello stanzino.
Probabilmente gli faceva molto piacere trovare inaspettatamente la compagnia di una persona istruita ed educata in quel misero stabile, così seguitò a discorrere e parlarmi dei suoi ricordi di tempi migliori.
La sua voce, anche se era curiosa, mi risultava piacevole, però non riuscivo a sentire il suo respiro.
Voleva distrarmi dal trauma dell’attacco di cuore illustrandomi certe sue teorie ed esperimenti, e ricordo che cercò di confortarmi rivolgendomi parole molto gentili.
Si dichiarò convinto che la forza di volontà e la consapevolezza possono vincere sulla vita stessa, sostenendo che, se un corpo umano era in buone condizioni di salute e di conservazione, beneficiando di alcuni accorgimenti scientifici che esaltassero tali caratteristiche, poteva mantenere una sorta di animazione nervosa malgrado talune imperfezioni o menomazioni, e addirittura se privato di certi organi.
Un giorno o l’altro, mi assicurò scherzando, mi avrebbe insegnato a vivere – o perlomeno a condurre una sorta di esistenza consapevole – persino senza cuore.
Lui, invece, soffriva di una complessità di disturbi che lo obbligavano a seguire un regime scrupoloso, ad esempio il fresco costante.
Un minimo aumento di temperatura, se si protraeva troppo, poteva risultargli letale.
Era per questo che manteneva l’ambiente a temperatura bassissima – all’incirca a quattro o cinque gradi centigradi – ricorrendo ad un sistema di refrigerazione funzionante ad ammoniaca, ed alimentato da un motore a benzina responsabile del noioso rumore che dovevo aver udito molto spesso nell’appartamento di sotto.
Essendomi riavuto dall’attacco con una rapidità eccezionale, presi congedo dalla fredda abitazione di quel recluso con la sottomissione e quasi la venerazione di un discepolo verso il proprio maestro.
Da quella volta gli feci visita assiduamente, con l’accorgimento, però, di portarmi il cappotto.
Mi raccontava degli esperimenti segreti che aveva condotto e dei risultati stupefacenti che aveva raggiunto, ed io tremavo leggermente alla vista di certi rarissimi volumi che gremivano gli scaffali della libreria.
Devo anche dire che le sue cure prodigiose mi guarirono quasi completamente del disturbo che avevo al cuore.
Un campo che affascinava molto il dottore era la magia medioevale, poiché riteneva che in certe formule si nascondessero arcani poteri capaci di agire sul sistema nervoso e di restituire il battito vitale ad un corpo malgrado la morte della sua sostanza organica.
Mi meravigliò particolarmente ciò che mi raccontò riguardo ad un suo vecchio amico di Valencia, un tale dottor Torres, che lo aveva assistito durante i suoi primi esperimenti ed aiutato in seguito a sopravvivere alla gravissima malattia, che lo aveva colpito diciotto anni prima, causa dei suoi attuali problemi di salute.
Quell’eccezionale scienziato, purtroppo, era morto subito dopo, vittima dello stesso spietato nemico contro il quale aveva tanto combattuto riuscendo a salvare l’amico.
Probabilmente la grandezza dell’impresa lo aveva sfinito.
Perché i sistemi che i due avevano usato – mi confidò il dottor Munoz a bassa voce – erano stati davvero eccezionali, dal momento che avevano richiesto certi metodi che i colleghi più anziani e più tradizionalisti avrebbero di certo aborrito.
Di cosa si trattasse esattamente, tuttavia, non volle spiegarmelo.
Con il passare delle settimane, mi accorgevo con grande tristezza che la salute del mio nuovo amico, come mi aveva fatto notare la signora Herrero, con lentezza ma ineluttabilmente, stava peggiorando.
La sua pelle, già bluastra, diventava sempre più livida, la sua voce sempre più rauca, i movimenti sempre più scoordinati, e la volontà sempre più fiacca.
Lui pareva cosciente dell’aggravarsi della propria malattia, e la sua conversazione ed il suo sguardo cominciarono a diventare fastidiosamente sprezzanti, ridestando in me quell’impalpabile ripugnanza che mi aveva suscitato quando l’avevo conosciuto.
Adesso si lasciava andare a fisime bizzarre, ad esempio la mania per le spezie esotiche e per l’incenso egiziano, al punto che il suo appartamento olezzava come la tomba di un Faraone della Valle dei Re.
Contemporaneamente, il bisogno di freddo andava crescendo, ed io lo aiutai ad aggiungere nuovi tubi al macchinario ad ammoniaca, modificando le pompe ed il motore al fine di abbassare la temperatura fino a zero gradi, ed anche qualcosa sotto.
La stanza da bagno ed il laboratorio, invece, venivano mantenuti ad una temperatura un po’ più alta, perché l’acqua non si ghiacciasse e fosse possibile preparare i reagenti chimici.
L’occupante dell’appartamento vicino si lamentò che dalla porta passava una corrente fredda, per cui dovetti aiutare il dottore ad installare una tenda molto pesante che bloccasse l’aria.
Il medico sembrava ossessionato da un terrore crescente e maniacale.
Non faceva che parlare della morte, e poi mi dava istruzioni su come provvedere alla sua sepoltura ed al suo funerale ridendo follemente.
Alla fine, lo trovai detestabile e addirittura ripugnante.
Tuttavia, dovendogli essere riconoscente per le cure prodigiose che mi aveva prodigato, non avevo cuore di abbandonarlo a quella gente sconosciuta che gli abitava accanto, e così mi recavo tutti i giorni a riordinargli la stanza e a rendermi utile, indossando un pesante cappotto che avevo acquistato per andare da lui.
Provvedevo anche alle sue compere, e rimanevo piuttosto stupito nel vedere certi prodotti che ordinava alle farmacie ed alle industrie farmaceutiche.
Nell’appartamento iniziò ad aleggiare una cupa atmosfera paurosa.
L’interno della palazzina, come ho già avuto occasione di dire, odorava di muffa: ma il lezzo che ti aggrediva le narici in quelle sue stanze era addirittura pestilenziale, e non riuscivano a coprirlo nemmeno il bruciare continuo dell’incenso e delle spezie e l’esalazione dei suoi innumerevoli bagni di ammoniaca, che lui voleva fare assolutamente da solo.
Poi mi resi conto che quel fetore era provocato dalla sua malattia, e mi colse un brivido pensando a quale fosse.
Tutte le volte che veniva di sopra, la signora Herrero si faceva il segno della croce.
In fine lasciò che mi occupassi io del dottore, proibendo persino al figlio, Esteban, di seguitare a fargli le commissioni.
Ogni volta che proponevo di sentire il parere di un collega, il dottore cominciava ad agitarsi come un pazzo, spendendo tutte le sue energie.
Era chiaro che temeva le conseguenze di un’emozione violenta, ma la sua volontà e la sua forza parevano crescere, anziché diminuire, e rifiutava con ostinazione di mettersi a letto.
Dopo la debolezza che aveva mostrato nei giorni precedenti, improvvisamente tornò in lui il suo vecchio proposito, facendolo opporre caparbiamente allo spauracchio della morte nonostante l’antico nemico lo avesse già preso nella sua stretta.
Cessò di mangiare del tutto, anche se il bisogno di cibo, per lui, era sempre stato pressoché superfluo.
Era ormai sostenuto soltanto dalla forza di volontà.
Prese l’abitudine di redigere lunghi documenti, sigillandoli poi accuratamente ed ordinandomi di recapitarli a certe persone, delle quali mi diede l’indirizzo, quando lui fosse morto.
In massima parte, le lettere erano destinate ad indiani dell’Est; alcune, però, erano indirizzate ad un dottore francese, un tempo famoso, ritenuto deceduto e fatto oggetto di molte maldicenze.
Dopo la morte di Munoz, bruciai tutti i documenti evitando addirittura di aprirli.
L’aspetto e la voce del dottore divennero infine orribili, e la sua compagnia veramente fastidiosa.
Un giorno, a settembre, venne un operaio ad aggiustargli la lampada da scrittoio, ed il poveretto, dopo averlo visto, fu colto da un attacco epilettico, in seguito al quale giurò di non rimettere mai più piede lì dentro.
E pensare che quell’uomo aveva sopportato spettacoli ben più orripilanti, durante la Grande Guerra.
Dopo di che, all’incirca alla metà di ottobre, arrivò inaspettatamente l’orrore più grande.
Una sera, verso le undici, si ruppe la pompa della refrigeratrice, ed il sistema di raffreddamento ad ammoniaca dopo tre ore si bloccò.
Il dottor Munoz mi chiamò da lui battendo dei colpi sul pavimento, ed io mi concentrai al massimo per riparare il guasto mentre lui malediceva il cielo e la terra con una vocetta così sottile ed orrenda da travalicare ogni immaginazione.
Purtroppo, però, i miei tentativi furono inutili.
Allora chiamai il meccanico di un garage notturno, e l’uomo ci comunicò che non poteva far nulla fino all’indomani mattina, quando, cioè, sarebbe stato possibile avere un nuovo stantuffo.
Temetti che la collera ed il panico dell’ammalato, avendo assunto una proporzione incredibile, finissero per dare il colpo di grazia al suo fragilissimo corpo.
Ad un tratto, in una fitta di dolore, si premette gli occhi con le mani e volò in bagno.
Dopo un po’ riuscì bendato, ed io non rividi mai più i suoi occhi.
Frattanto la temperatura dell’appartamento saliva progressivamente, ed il dottore, verso le cinque del mattino, si chiuse nel bagno, e mi disse di fargli avere tutto il ghiaccio che mi riusciva di trovare nei supermercati e nei locali notturni.
Non appena tornavo da una delle mie spedizioni, spesso demoralizzanti, e lasciavo il pacco per terra davanti alla porta, udivo dall’interno un rumore d’acqua, e poi la sua vocetta stridula mi ordinava: “Altro… portane altro!”.
Alla fine spuntò il giorno – era un tiepido mattino – e gli esercizi riaprirono.
Ad Esteban chiesi la cortesia di seguitare lui a cercare il ghiaccio, mentre io, nel frattempo, sarei andato a comprare lo stantuffo; se preferiva, si poteva fare il contrario.
Il ragazzo, però, su ordine della madre, non volle assolutamente aiutarmi.
Come estrema risorsa, dovetti ingaggiare un poveretto trovato all’angolo dell’Ottava Strada con l’incarico di portare al dottore tutto il ghiaccio che avrebbe trovato in un negozio con il quale mi ero già accordato, ed io cominciai la lenta ricerca di uno stantuffo e di un meccanico che lo montasse.
Sembrava proprio che la cosa fosse impossibile, e mi venne un’irritazione molto simile a quella del dottore, quando vidi che il tempo passava in telefonate lunghissime ed inconcludenti, ed in corse allucinanti da un posto all’altro prendendo alternativamente macchina e metropolitana.
Poi, verso mezzogiorno, trovai fortunatamente un magazzino dall’altra parte della città, e all’incirca all’una e mezzo tornai alla pensione con tutti gli arnesi occorrenti e con due bravi meccanici.
Non avevo potuto fare di più, e mi auguravo di essere arrivato in tempo.
Purtroppo, il più sinistro terrore era giunto prima di me.
Tutto l’edificio era in agitazione, e la voce grave e solenne di un uomo che pregava sovrastava la confusione generale.
Nell’appartamento aleggiava un’atmosfera satanica, e gli inquilini, avvertendo le esalazioni che filtravano dalla porta chiusa del bagno del dottore, si erano messi a recitare il rosario.
Il poveretto da me reclutato, aveva lanciato degli urli dissennati subito dopo la seconda consegna di ghiaccio: forse era stato troppo curioso.
Non era possibile che fosse riuscito a chiudere la porta alle sue spalle, ed invece quella era proprio bloccata e, a quanto sembrava, dall’interno.
Non veniva alcun rumore da dentro, eccettuato un continuo e lento gocciare.
Dopo un rapido conciliabolo con la signora Herrero e i due meccanici, proposi loro di sfondare la porta, nonostante fossi in preda al terrore: ma la padrona, con un fil di ferro, aveva escogitato un sistema per aprirla.
Per cautela, aprimmo tutte le finestre dell’appartamento; quindi, riparandoci il naso con un fazzoletto, e tremando dalla paura, entrammo tutti insieme nella camera a sud, dove si erano insinuati i caldi raggi del sole del primo pomeriggio.
Vedemmo una sorta di striscia scura e glutinosa attraversare il pavimento dalla porta aperta del bagno all’uscio di casa, e da questo allo scrittoio, sotto il quale si era coagulata una repellente chiazza viscosa.
Un foglio di carta recava delle righe scarabocchiate alla meglio da una mano inzaccherata di fango, come se le ultime parole fossero state scritte in tutta fretta da un artiglio.
Dallo scrittoio, la striscia proseguiva fino al divano, e lì finiva in maniera indicibile.
Cosa c’era – o forse, cosa c’era stato – su quel divano, non sono in grado di dirlo, né oso provarci.
Ecco, comunque, quello che riuscii a leggere su quel sudicio foglio di carta prima di dargli fuoco con un fiammifero; ecco quello che decifrai con orrore, quando la padrona di casa ed i meccanici se ne furono andati di corsa da quel luogo diabolico per riferire alla più vicina stazione di polizia la loro storia insensata e pazzesca.
Le oscene parole che recava quel foglio non parevano credibili al calore del sole, con il frastuono dei camion e delle macchine che assordavano la trafficatissima Quattordicesima Strada.
Ma io vi prestai fede lo stesso.
Su certe cose è più saggio non porsi domande.
Posso dire soltanto che ora aborrisco l’odore dell’ammoniaca, e che una corrente d’aria in un luogo non riscaldato mi procura uno svenimento.
“La fine”, diceva quel foglio ributtante, “è prossima”.
“Il ghiaccio è terminato, quell’uomo che è entrato ed è fuggito.
La temperatura sta aumentando inesorabilmente, ed i tessuti stanno per cedere.
Ricordi ciò che ti dissi in merito alla volontà ed al sistema nervoso che possono tenere in vita il corpo anche se gli organi vitali hanno cessato di funzionare? La teoria era esatta, ma non definitiva.
Si è verificato un progressivo degrado che non avevo immaginato.
Il Dottor Torres lo aveva capito, ma il trauma lo ha ucciso.
Non poteva sopportar di fare quello che andava fatto: seguendo le istruzioni che io gli avevo lasciato in una lettera, avrebbe dovuto abbandonarsi nel buio e nell’ignoto, da cui avrebbe potuto esser portato indietro soltanto artificialmente.
Avrebbe dovuto attenersi esattamente alla mia volontà – e ricorrere alla conservazione artificiale grazie al freddo, come ho fatto io… io che sono morto diciotto anni fa”.




Howard Phillips Lovecraft morì a Providence (Rhode Island) il 15 Marzo del 1937 all'età di 47 anni. Visse quasi sempre povero ed emarginato. Campò soprattutto come revisore di racconti altrui (e per revisione, spessissimo, si trattava di una redazione integrale sulla base di un paio di bozze mal scritte). Ma ci lasciò alcune delle più belle, barocche, gotiche storie di orrore che ancora oggi hanno dato ispirazione a tanti, tanti scrittori.
Buona lettura


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Oggi volevo "regalarvi" questa perla di uno scrittore misconosciuto ma che - per me - resta uno dei più grandi (il più grande) fra gli scrittori horror. Il racconto è "Cool air" (Aria fredda, nelle edizioni italiane) e l'autore è il bardo di Providence: H.P. Lovecraft. « immagine » Volete...
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Fagioli in paradiso

28 giugno 2016 ore 10:37 segnala
"Sà, leva sü de lì, che 'ndem al cinema. Ghè el film de BùSpense". Con questa frase, pronunciata dal mio papà nel lontano 1972 ("Dai, alzati che andiamo al cinema. C'è il film di BùSpense") iniziò il mio rapporto con BùSpense, ovverossia Carlo Pedersoli ovverossia Bud Spencer. Il film era "Più forte ragazzi" e da allora quell'omone con la barba mi entrò talmente nel cuore che ancora oggi ciascuno dei suoi film lo guardo con piacere e come se fosse la prima volta.
Lo confesso. Mi sono commosso. Sapere che non c'è più mi ha strappato una lacrima come quasi mai mi era successo... Ma va così, no? D'altronde lui disse:
- Ho bisogno di credere perché – nonostante il mio peso – mi sento piccolo di fronte a quello che c'è intorno a me. Se non credo sono fregato. A una conferenza ho detto: "Non esiste al mondo un uomo o una donna che non ha bisogno di credere in qualche cosa". Un ragazzo si è alzato dicendo: "Io sono ateo!". "Bene", gli ho risposto, "lei allora crede che Dio non esiste, quindi crede in qualche cosa".


Ha girato 120 film, Bud... Più o meno belli (ma chi non lo fa?) ma in ciascuno la sua presenza era "tridimensionale". Qualsiasi boiata (tipo "Lo chiamavano Buldozer" o "Bomber") anche se affiancato da attori grami come pochi, riusciva a renderli comunque opere godibili. E una risata la strappava sempre.



Le sue battute sono entrate nella storia del cinema ed io spesso le uso nel discorrere corrente, certo che quasi sempre il mio interlocutore la citazione la coglie al volo (con la "batta da cento" si sghignazza parecchio).
I western, il ciclo di Piedone, quel piccolo gioiello di "Charleston" per arrivare a "Cantando dietro i paraventi", Bud è stato attore capace (a differenza di molte sue "spalle", Terence Hill compreso) e, purtroppo, misconosciuto.

Ora Carlo Pedersoli è lassù, e sicuramente gli angeli dovranno mollare la manna e iniziare a mangiare fagioli e cipolle, con un netto miglioramento del morale fra le schiere celesti!
Nota per i naviganti: mi è stato comunicato che Bud prenderà il posto di San Pietro alla porta del Paradiso, pertanto tutti coloro che si presenteranno e non saranno in grado di citare almeno 5 battute dei suoi film verranno rimandati all'inferno a suon di sganassoni.

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"Sà, leva sü de lì, che 'ndem al cinema. Ghè el film de BùSpense". Con questa frase, pronunciata dal mio papà nel lontano 1972 ("Dai, alzati che andiamo al cinema. C'è il film di BùSpense") iniziò il mio rapporto con BùSpense, ovverossia Carlo Pedersoli ovverossia Bud Spencer. Il film era "Più...
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