bruciare il brivido dell' essere

31 gennaio 2013 ore 00:20 segnala

...È una battaglia continua, inarrestabile, necessaria. Riguarda solo noi stessi. Come possiamo in qualunque modo definirci se gran parte del nostro potenziale rimane inesplorato? Iniziare a cercarci è una battaglia, è una battaglia trovarci, accettarci, amarci. A volte mi chiedo dove inizia la linea che separa i miei pregi dal mio bisogno di migliorare. I meriti a volte sono pericolosi, perché fermano, perché se vissuti malamente possono frenare il naturale cambiamento. Voglio stringere la mano all'opposto che abita dentro di me, forse insultarlo, oppure magari imparare a guardarlo con cordialità dentro le pupille. Non mi basto più io, no, non mi basto più. Quel miglioramento non porta certo alla perfezione, porta all'armonia e alla serenità."È una battaglia imparare a farci del bene veramente. Credo sia la battaglia più difficile che esista. Osho dice che non è la spazzatura a cercarci, siamo noi che abbracciamo con sicurezza la spazzatura. La preferiamo sempre all'ignoto. Ci diciamo sì devo cambiare, ma poi cosa facciamo veramente? Voglio svuotare la mente, ascoltare il silenzio senza filtri dentro di me, ma anche correre in mezzo al rumore per trasformarlo in suono, sferrare dei pugni all'infinito contro una sacca da boxe, annusare un fiore, viaggiare, non avere più davanti a me tutti i libri già letti, essere pronto per nuove sfide sempre più esaltanti, sentire come è arrampicarsi sopra le paure e poi da lassù contemplare la vallata, non avere timore di sbagliare, insomma: bruciare il brivido dell' essere, e solo poi tornare ad essere quello che di me so già. Non ci si può guardare sempre per quello che si è stati, in questo modo rallentiamo o forse evitiamo per sempre quello che sarà....

Per qualche giorno più del solito forse il mio blog non verrà aggiornato: devo finire di mettere a posto un paio di cosette, ma di certo presto tornerò.
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« immagine » ...E' una battaglia continua, inarrestabile, necessaria. Riguarda solo noi stessi. Come possiamo in qualunque modo definirci se gran parte del nostro potenziale rimane inesplorato? Iniziare a cercarci è una battaglia, è una battaglia trovarci, accettarci, amarci. A volte mi chiedo dov...
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31/01/2013 00:20:29
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corrispondenza immaginaria fra Dino e Sibilla

28 gennaio 2013 ore 01:12 segnala


Qualche anno fa io ed una amica di chatta (Celiadelaserna) scrivemmo queste due lettere immedesimandoci in Sibilla Aleramo lei e in Dino Campana io. Sicuramente le loro parole sarebbero state differenti, il loro modo di esprimersi sarebbe stato migliore, però il nostro resta un semplice tributo a Sibilla e Dino che trovo un peccato non possa essere più letto da nessuno (dato che Celiadelaserna ha cancellato il suo blog). Questo scambio epistolare speriamo possa raggiungere anche Sibilla e Dino, ovunque siano ora, liberi nella loro serenità.

Mio caro amico, 
non è ancora sopraggiunta l'alba, eppure sono qui a scriverti.L'emozione di un sogno mi ha svegliato, il mio cuore batteva cosi forte che pensavo scoppiasse. Rorida di sudore la mia pelle, mi sono trascinata verso la bacinella per detergere il petto, il collo, rinfrescarmi e poter ricordare e rivivere ancora quel sogno che ha lasciato vivide sensazioni su di me, a scuotermi di un leggero ma costante tremore, un tremore che non accennava neanche a placarsi. Eri tu il protagonista di quel sogno di cui ora ti scrivo, tu e l'avvolgente emozione di averti conosciuto e portato nella mia vita. Mi chiedo cosa sia questo calore che in me profonde energia, mi chiedo qual significato pongo alla nostra conoscenza e frequentazione.Forse è per arricchirmi dell'anima di persone come te che ho dovuto operare una scelta tra il dovere e l'ipocrisia che volevano impormi, per vivere la mia vita nel modo in cui meno mi appartiene,forse è stato per conoscere persone libere, che non si saziano mai della vita, che vogliono divorarla, forse per questo motivo ho voluto diventare io stessa l'artefice della mia vita.La mia vita, chi potrebbe viverla al posto mio? Soltanto io posso conoscere il mio respiro, sapere quanti battiti al minuto pompa il mio cuore, solo io posso conoscere l'intensità delle mie emozioni, dei miei sentimenti, solo io posso decidere cosa farne, pur negli errori e nei sacrifici. Si, sacrifici, che compio ogni giorno, per vivere di un diritto che invece come diritto non viene riconosciuto, il diritto di vivere questa vita, l'unica che possiedo, secondo il mio pensiero, secondo la mia natura, seguendo e cercando di conseguire gli obiettivi che mi sono prefissata di raggiungere. Mi piacerebbe sapere se anche tu condividi il più importante, se anche per te non si può prescindere dal diritto di sentirsi, di essere liberi,dal diritto di essere considerati individui pensanti, a prescindere dal sesso, dalla razza, dall'aspetto religioso, mi piacerebbe sapere se anche tu pensi che un essere umano va considerato per il valore oggettivo che possiede, per la sua morale, per le azioni che compie e di cui deve rispondere, nel bene e nel male. Mio caro amico, tu sei un poeta, sei stato toccato da quello stato di grazia che a persone come noi è concesso, si, alle persone come noi che vorrebbero vivere la vita in ogni suo aspetto, senza sfuggirne alcuno e senza spaventarsi, nascondersi o chiudersi in se stessi. La mia poesia è nata da un moto di ribellione, dalla mia solitudine intellettiva, dal dolore che mi è stato procurato da chi si è preso il mio corpo senza chiedermelo. Mi piacerebbe conoscere i turbamenti della tua anima, cosa l'attraversa, cosa ha creato in te il poeta, mi piacerebbe tu deponessi questi turbamenti dentro la mia anima, ti chiedi mai qual'è lo scopo per cui sei nato? A me succede spesso, sopratutto quando entro in contatto con l'universo interiore che appartiene a uomini tormentati come te, come se io potessi o riuscissi a portare la pace in esse, come se ne condividessi il peso, perchè si faccia più leggero, più sopportabile, a fronte di una vita che offre il cammino per sentieri inerpicati, scoscesi, pericolosi, un cammino che difficilmente si potrà compiere senza cadere. Amico mio, aprimi la tua anima, io l'accoglierò.
la vostra amica Sibilla.

Cara Sibilla,
mi ha fatto immensamente piacere ricevere questa tua lettera: l’ ho attraversata e respirata più volte cercando di centellinare l’ armonia che ho percepito dentro le tue frasi cariche d’ affetto. Ho avvertito un bagliore schiudersi in me, era forse quel tuo sogno che prolungandosi attraverso le tue sillabe, intaccando d’ emozione le parole mi ha sfiorato nel torpore dei miei giorni. Sapere che posso fare  affidamento sulla tua amicizia mi riempie il cuore di benessere e ti devo confessare che io stesso, avvertendo la tua pregiata presenza mi sento invaso da una piacevole energia. Condivido quanto hai scritto e devo confessarti che resto affascinato dalle tue opinioni, dal tuo pensiero, mi rincuora sapere che esisti. Apprezzo inoltre la tua sincerità, la tua verità, è quanto più apprezzo negli altri. Amica mia, è da quando ero un fanciullo che ho iniziato a ricercarmi. La ristretta visione  dei miei conterranei si è sempre librata con la putrida e formale atmosfera degli ambienti letterari; ma è in mezzo, è oltre, che, per conto mio, ho coltivato un sentiero di stelle, un’ emozione. L’ ho tenuta calda per me, mi ha riscaldato tutti i miei inverni, mi ha infuocato di vita, di nuova vita. Sai come mi chiamano qui nel mio paese? Mi chiamano matto, per loro sono lo scemo del villaggio, il folle, il pazzo, l’ anticristo. Colleziono le occhiate e i bisbigli mentre incontro certi volti per la strada. Colleziono i silenzi, i sogghigni, le risa. Mi sono sempre ribellato a questo marchio che non è mio, che non mi appartiene, eppure questa mia opposizione ha finito solo per rafforzare negli altri la veridicità di quelle accuse. Del resto ciò che siamo davvero nel profondo a volte finisce per sovrapporsi a quello che gli altri pensano di noi e allora ci si perde, ci si confonde. Mi viene spesso da pensare che la poesia sia la vera realtà e che noi viviamo solamente quando l’annusiamo, quando facciamo un passo avanti, un volo verso di essa. Così è per questo che mi colmo di natura, è per questo che  mi nutro di viaggi, è solo attraverso quell' istinto che ci si restituisce a noi stessi. Prossimamente ti racconterò anzi del mio peregrinare per terre lontane, ti racconterò come certi attimi attraverso  me sono divenuti scoperta, dono, rivelazione. Io stesso per te vorrei trasformarmi in quegli aromi e  in quelle sfumature che tanto hanno avvolto la mia anima di libertà. Io stesso vorrei rinascere anche solo per un minuto in quel calore, in quelle esotiche amenità, per te, per poterti trasmettere quelle sublimi sensazioni, per sfiorarti col mio brivido più puro. Sai cosa mi piacerebbe Sibilla, mi piacerebbe un giorno partire con te, viaggiare. La meta la lascio scegliere a te: del resto, sono comunque certo cara Sibilla che qualsiasi sia la meta, con te, sarà un doppio viaggiare.

Dino.  
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la nascita della luce

15 gennaio 2013 ore 17:23 segnala


Tommy Edison cieco dalla nascita ha acquistato negli ultimi anni una certa celebrità per le sue fotografie. Sono un po ' restio di solito a riportare queste notizie, confesso però che questa volta me ne sono innamorato. Ho scoperto tra l' altro che non è l' unico non vedente a dedicarsi all' interesse fotografico. Pete Eckert, Evgen Bavcar portano avanti da anni questa splendida passione. Ammetto che probabilmente, dal punto di vista artistico, le fotografie migliori sono quelle di questi ultimi. Eppure le foto di Tommy Edison mi sono rimaste dentro. E' proprio la semplicità, a volte un po' pendente, curva come l' obiettivo, è proprio l' indefinibilità dei soggetti che riesce ad emozionare, perché è lì che senza filtri si cattura davvero. Ciò che trovo fantastico, e che viene amplificato appunto da questa stessa semplicità, è lo slancio intimo del fotografo, è il personale e incredibile rapporto che riesce a creare con il proprio infinito. É nell' anticipazione interiore che nasce la bellezza, nell' idea di poterla accarezzare, raggiungere. Per Tommy la luce è solo un concetto, non ha nessuna immagine con cui associare i propri sentimenti, può fare affidamento però sulla scia delle impressioni invisibili della propria irripetibile esperienza. Pensate a quell' attimo, magari c' è qualcuno che gli descrive il panorama, quello che c' è intorno, oppure no, fa tutto da solo, si sente calzare all' improvviso in un punto indefinito della propria oscurità e via, decide di scattare. Il clic dello scatto per lui è la luce. La luce di un attimo che smisterà nel proprio spirito assieme a tanti altri bagliori precedenti, formando così qualcosa tipo la speranza. Ne “la creazione di Adamo” di Michelangelo il tocco-non tocco delle dita di Dio e di Adamo rappresentano quello che in modo certo più dimesso riesce a realizzare in ogni scatto il nostro Tommy. Anche questa è una zona di confine. Con ogni fotografia Tommy pigia, tocca, affidandosi a quello che sa di esserci anche se gli manca, anche se appartiene ad un' altra fragranza, almeno solo in apparenza. Quell' occhio meccanico è il suo terzo sguardo e gli fa in realtà da braccio, da mano perché afferra. Afferra all' esterno la legittima esplosione che invece gli nasce dall' anima, e la conquista nella certezza di riuscire a appartenerle. E poi il colore nelle foto di Tommy sembra non voler mai dare fastidio, sembra presente quasi sempre una sfumatura speciale: tutto è avvolto da una tinta biancastra, spettrale, quasi da sogno. Quando apriamo gli occhi la mattina nell' offuscamento generale sicuramente tutti noi almeno per un istante percepiamo quella dimensione. Tommy la recepisce sfogliandola nel vuoto, e la allarga. Credo che se il nostro fotografo avesse la possibilità di recepire anche un solo, unico, minuscolo, tiepido raggio nella propria eternità, inizierebbe a guardarci con quella luce. Comunque in altre immagini sembra essere attratto anche da altri colori: le luci viola delle discoteche, l' azzurro dell' acqua della piscina, i riflessi in un banale pezzo di pizza, diventano i protagonisti assoluti superando le linee delle cose. E' un po' come in “Cattedrale” di Carver: il cieco insegna a vedere a chi vede tutti i giorni. Lo stesso accade un po' anche qui, perché è come se ci troviamo davanti ai motivi della creazione dei colori, lo sfondo bianco lascia impastare le tinte primarie per dar vita a migliaia di sfumature per noi ormai consuete, a cui non prestiamo più l' occhio. Tommy invece in queste immagini, in quei misteriosi raggi ci presta la vita. Un suo omonimo inventò la lampadina, lui ci ricorda di aggiungerci la luce.
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« immagine » Tommy Edison cieco dalla nascita ha acquistato negli ultimi anni una certa celebrità per le sue fotografie. Sono un po ' restio di solito a riportare queste notizie, confesso però che questa volta me ne sono innamorato. Ho scoperto tra l' altro che non è l' unico non vedente a dedica...
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gennaio un pomeriggio di sole

12 gennaio 2013 ore 00:34 segnala

Qualche anno fa i brevi pomeriggi di sole di gennaio mi hanno insegnato che cosa è la vita. Nella bellezza raffinata dell' inverno, nella sua spontaneità. Capita dopo mesi logoranti del vecchio anno ritrovarsi in uno spazio nuovo quasi per caso: a volte la primavera è una conquista dura, lenta, e se viene anche a gennaio l' accetti perché sai che è tua, che te la meriti, che tutto ricomincia e che c' è sempre una strada pronta per il nuovo cammino. Il sole ha una fragilità particolare, è quasi sfumatura, freddo, sembra traballare dentro l' azzurro compatto che si crea nell' infinito. Allora hai un motivo in più per conquistarlo, perché è flebile, perché sta per dileguarsi, e ti dici chissà, vai a capire quando ricapita un sole d' occasione così. Esci a passeggio, l' odore giallo delle siepi si sprigiona tutto per te, sembra un velo di una giovane sposa in un giardino di pini quando incomincia l' estate. I torrenti che scendono dal monte hanno in sé un gorgoglio argentino che si discosta dal rudimentale mutismo della terra: paiono petali giapponesi che danzano su un sentiero di cristallo. Un asino raglia in lontananza, le papere nei recinti ascoltano i richiami spensierati dei galli, i tronchi dei pioppi nascondono morbidi lineamenti eterni che vengono riesumati dal tuo semplice passaggio, una delicata tempesta di foglie rosate cade dai rami delle querce, discende a causa di una gravità più manierosa e si dirige verso il paradiso della semplicità, e poi gli uccelli che non appena arrivi tu, volano via, come doppi che non possono coesistere con la tua personale identità, come se fossero in grado solo loro di rappresentare qualcosa di te anche quando non ci sei. Sorprese su sorprese disorientano la razionalità e l' intera visione di quello che si è, di quello che si stride dentro, di quello che sarà. Il sole certo poi tramonta, ma certi alberi rimangono abbracciati. Nasce un sentimento di fiducia: un granello soltanto, il primo che riveste la straordinaria gracilità del cuore, e uno si sente subito migliore. Qualche anno fa imparai che la serenità è più importante della felicità. E nei primi passi di gennaio, ovunque vado, anche quest' anno, ho deciso di non dimenticarlo.
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« immagine » Qualche anno fa i brevi pomeriggi di sole di gennaio mi hanno insegnato che cosa è la vita. Nella bellezza raffinata dell' inverno, nella sua spontaneità. Capita dopo mesi logoranti del vecchio anno ritrovarsi in uno spazio nuovo quasi per caso: a volte la primavera è una conquista d...
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in tutti gli spazi visibili e invisibili

08 gennaio 2013 ore 13:07 segnala


"Quando meno t' aspetti vedi aprirsi uno spiraglio e apparire una città diversa, che dopo un istante è già sparita (...) Alle volte mi basta uno scorcio che s' apre nel bel mezzo di un paesaggio incongruo, un affollare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s' incontrano nel viavai, per pensare che partendo da lì metterò insieme pezzo per pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d' istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie". La città perfetta che (non) incontriamo ne Le città invisibili di Italo Calvino non esiste. Ma in ogni città convivono mille città invisibili, dove "tutti gli spazi cambiano, le altezze, le distanze..." e dove i segnali che vengono mandati sono quelli lasciati in mille vicoli, piazze, portoni, attraverso i ricordi, le emozioni, le storie di incontri, di solitudini, di amori.
S. C.


Le opere della foto sono di S. C. Le ho guardate e riguardate mille volte. E' stata una scoperta devastante. In apparenza possono sembrare solo dei comuni fotomontaggi modellati dall' artista senza una completa direzione. E invece le osservi, le scruti e scopri che anche oltre all' effetto apparente dell' immagine c' è un' armonia voluta, una corrispondenza ricercata quasi componendo il raffinato mosaico delle sensazioni. Forse ci suggerisce che il vero fotomontaggio è la realtà, così come si presenta, che è incapace a dare forma alle interminabili presenze dello spazio. Cosa ci vedo dentro queste opere? Luoghi di tutti i giorni, angoli fondamentali della nostra vita, ambienti che solo per noi si trasformano in occasione di verità soggettiva che risplende. Sotto queste opere l' artista ha voluto riportare delle frasi de “Le città invisibili”, lambendo certamente la poliedricità del capolavoro di Calvino, ma tuttavia ricordandoci che anche lo spazio più impercettibile può risultare una dimensione infinita di frammenti vivi capaci di rischiare di stupirci.

Al contrario nel finale del film del 1962 “L' Eclisse” di Michelangelo Antonioni accade qualcosa di diverso. Vittoria (Monica Vitti) e Piero (Alain Delon) si danno appuntamento nel “loro” solito posto, nel loro spazio prediletto di giovani innamorati. Solo che mentre si promettono di incontrarsi, entrambi sanno che daranno un dispiacere all' altro non presentandosi. Nelle ultime scene il regista dà spazio proprio a quel luogo vuoto, senza più amore, disgregandolo in tanti dettagli come a voler ristabilire una essenza oggettiva sopra la fugacità del sentimento. Se Vittoria e Piero avevano inserito per tutto il film quell' ambiente dentro il loro senso di sogno, ecco che le strade, le pozzanghere, i lampioni tornano a ristabilirsi per quello che sono. Forse in questo caso non c' è più spazio per altre città, perché quelle che già ci sono appesantiscono da sé la fragilità interiore dei personaggi fino a farli scomparire.


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« immagine » "Quando meno t' aspetti vedi aprirsi uno spiraglio e apparire una città diversa, che dopo un istante è già sparita (...) Alle volte mi basta uno scorcio che s' apre nel bel mezzo di un paesaggio incongruo, un affollare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s' incontran...
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il richiamo della foresta

04 gennaio 2013 ore 13:55 segnala


"Il richiamo risuonava sempre nelle profondità della foresta. Quell' appello portava a Buck una grande irrequietezza e strani desideri. E si rendeva conto di impulsi per cose che non conosceva. Seguì il richiamo della foresta correndo nel debole crepuscolo, cercando quel qualcosa di misterioso che gli diceva di andare. Giungeva dalla foresta distinto e definito come non mai. Un lungo ululato simile all' ululare di un cane, e tuttavia diverso. E Buck lo riconobbe come suono già udito in quell' antico clima familiare." // “Nonostante questo grande amore, l' impeto del primitivo rimaneva vivo e attivo. Di giorno in giorno il genere umano e le sue pretese si allontanavano da lui. Nel profondo della foresta risuonava un invito. Ed ogni volta che egli l' udiva misteriosamente vibrante e lusinghiero si sentiva costretto a volgere il dorso all' accampamento, per perlustrare la terra intorno e immergersi nella foresta avanti e ancora avanti, senza sapere dove né perché, ma tutte le volte che raggiungeva la soffice terra intatta e la verde ombra della foresta l' amore per John Thornton lo faceva tornare indietro. Solo lui lo tratteneva. Il resto dell' umanità era meno che nulla."

Buck sente il desiderio di andare, ma anche il dispiacere di lasciare l' unico essere umano di cui si fida, John Thornton con cui trascorre un' esistenza tranquilla e felice. Buck non è un lupo, è un cane, che però si sente anche un po' lupo. Che tormento. La vita selvaggia attrae, ma non attrae chi realmente ce l' ha dentro, perché per lui non è un semplice desiderio come tanti il sentirsi lupi, è l' esigenza dello spirito, è la vita, senza la necessità di aggettivare e di rimarcare la propria selvatichezza. Un po' come Buck. E' un bene dopo tanti giri a vuoto mettere la testa a posto, dedicarsi anche ai doveri, alla maturità che ci suggerisce di regalare a questa nostra unica vita anche un progetto in mezzo agli uomini. Forse anche perché a volte la stessa libertà ha bisogno di capirsi, di crescere attraverso delle regole, attraverso quello che non è, per identificarsi e scremare dall' intangibile assoluto. Però non si imprigiona un lupo. Il richiamo a volte è forte, magnifico, tremendo. Non si può fare altro che lasciare qui i vestiti e iniziare a correre come animali selvaggi attraverso la natura, dentro la nostra verità. E' un obbligo senza la pericolosità che ha in sé ogni obbligo. E' spontaneità che si amplifica soprattutto quando si riconosce il nostro vero volto. Quando si sta stretti si cerca un' armonia che evidentemente non si è riusciti a mantenere. Ma poi anche a vagare come lupi dopo un po' ci si dimentica della bellezza d' essere anche un po' addomesticati. Almeno per me è così. Come tutti gli estremi sono collegati. Così ecco, continuiamo a vagare riconoscendo tanti finti lupi che poi in realtà sono solo uomini. Ma c' è anche chi lo è davvero, e non è interessante neanche stare qui a fare delle distinzioni. Importa solo ululare se si sente di farlo, questo soltanto. Solo seguirlo. Quel richiamo un po' magico e un po' malvagio, un po' infame deve essere bruciato, e non deve essere fermato da noi stessi.

“Aveva una gioia selvaggia, capiva di rispondere finalmente. Correva al fianco di quel fratello verso il luogo da cui il richiamo proveniva. Aveva già fatto le stesse cose in qualche parte di quell' altro mondo oscuramente rievocato. E le ripeteva adesso. “

Un saluto al vecchio Jack che esattamente centodieci anni fa scrisse di questo richiamo.
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« immagine » "Il richiamo risuonava sempre nelle profondità della foresta. Quell' appello portava a Buck una grande irrequietezza e strani desideri. E si rendeva conto di impulsi per cose che non conosceva. Seguì il richiamo della foresta correndo nel debole crepuscolo, cercando quel qualcosa di ...
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come interrompere un diario dopo tredici anni

27 dicembre 2012 ore 01:04 segnala

Agende qualunque, rosse, nere, agende che verso Natale mio zio mi regalava dalla banca, io sfogliavo la prescelta e mi dicevo ecco, per un po' di tempo abiterò anche qui dentro. Quaderni con i buchi, rilegatori, fogli sparsi, carta qualunque, carta magica, carta con i numeri dei giorni fissati sopra, e i santi accanto a quei numeri, e le righe e i quadrati che non sono serviti che per accogliere la dignità dei residui di quanto capitava. Il diario insomma. La prima volta che ho iniziato a tenere un diario era la sera del primo gennaio 2000. Da lì in poi ho sempre continuato a scrivere sopra i giorni. Tredici anni che ogni tanto tengo in mano, così, accarezzando la pelle di quel corpo immaginario, riassaporando di volta in volta le parole. Il nuovo millennio spruzzato solo da me, con le mie mani. Sarà che fin da piccolo ho avuto la necessità di ridurre in termini la vita, come se l' imprevedibilità di quest' ultima possa essere guidata meglio con le parole. Ho sempre dato ampio spazio alla scrittura e alla lettura di me, come a scomporre in ogni rigo i saliscendi della mia anima. All' inizio il diario è stato quasi un rilegatore di eventi, senza neanche esprimere una particolare emozione: una raccolta cronologica di azioni e di faccende giusto per inquadrarli in uno spazio superiore, racchiuderli in una dimensione infinita. Poi di volta in volta, crescendo, bastonandoci la penna e i vari nodi dell' inchiostro ho imparato a sfiorare anche la poesia. Ho iniziato a documentare gioie e fallimenti come fossero eventi a sé, con la propria essenza, a ragionarci, a discuterci, ad impararne, a distruggerli. Ho scritto lì dentro delle mie prime cotte, pagine rubiconde di timida passione, ho scritto lì dentro di quando sdraiato in un campo di margherite un mio amico mi confidava il suo sogno segreto di diventare calciatore. Ho scritto di quando correvamo sui campi di grano, di quando ho imparato a dosare la frizione, per la strada, in mezzo agli altri, di tutte le città visibili e invisibili di cui sono stato succube per un istante intero; di quella sera fatata trascritta dal mio cuore al foglio con lei che mi aspettava di là per dormire abbracciati. Ho sigillato dentro quelle pagine ogni battito, incastrato ogni volto, ogni persona. Quella notte d' estate passata sotto le stelle e quante notti tutte insieme, quante stelle: così tante da contenere al loro interno anche il mattino. Giorni fantastici, giorni terribili, confidenze, segreti, dubbi, emozioni, il foglio è stato un ascoltatore fedele che non mi ha mai abbandonato, ma che anzi mi ha sempre lasciato spazio, anche per peggiorare tanti sfoghi. Credo da sempre che al di là, magari sotto il bianco e lo scritto della pagina, ci possa essere qualcuno che ascolti le parole: non sto parlando di divinità, parlo di tutti i minuscoli dei che danno vita e accolgono sempre le parole.
Perché ho deciso di interrompere tutto questo e forse di buttare i vecchi diari?Perché mi sento cambiato, perché anche a rileggermi mi sembrerebbe di tornare verso un' identità che ha smesso di appartenermi: ho sempre guardato indietro, senza mai accorgermi che avrei potuto guardare pure avanti. Ora basta, ora è venuto il momento di vivere senza tanta burocrazia interiore, anche perché non è mia intenzione lasciare ai posteri così tanta delicatezza disordinata. Certo, continuerò in generale a scrivere, quella è forse l' unica identità che posso dare al mio spirito, ma non assecondando forzature, senza il tentare di stare dietro allo scorrere del tempo. Arriva un momento secondo me in cui non ci si può tappare esclusivamente dentro le pagine, in cui non è più ammissibile farsi piccoli per entrare dentro quello che si è già stati, con l' obbligo magari di lasciare comunque una traccia del giorno appena finito.
A voi è mai capitato di darvi da soli, senza saperlo, delle norme da seguire dentro ai giorni? Vi è mai capitato di non riuscire più ad approcciare nel modo giusto l' attimo e il suo splendido mistero proprio a causa della lontananza ad esso, magari perché immersi nel regno della routine distante anni luce dalla vita? Mi dispiace un sacco spezzare la raccolta dei miei diari, ma devo provare a sentire come si sta anche senza. Se fossimo immortali potrei anche continuare con l' amministrazione formale dei miei gioiosi e ostili turbamenti, ma il fatto che un giorno si lascerà questo pianeta mi fa pensare che devo ricordarmelo, ed essere il meno pesante possibile.
Ovviamente il diario è solo un pretesto. Altre persone avranno a che fare con qualcosa di diverso. Il punto però non cambia: il flusso della vita non è completamente naturale se l' elemento che lo studia rimane sempre lo stesso. Almeno questo è quello che ho imparato.
Per questo ho deciso: può essere anche questo il momento giusto per dire basta alle abitudini del passato per poter accogliere con maggiore disinvoltura la spontaneità vera della Vita.

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i due Natali

23 dicembre 2012 ore 15:25 segnala

Stavo leggendo tutto tranquillo un bel libro al calduccio di casa, quando mi chiamano per andare all’ Auchan. Fuori è freddo, magari un’ altra volta, qui sto tanto bene, e invece alla fine vado anch’ io. La prima cosa che mi ha colpito entrando sono le luci, tante luci, troppe luci, scintille devastanti che colpiscono, che feriscono dappertutto. Luce nella carta dorata della piramide dei Ferrero Rocher, luce delle palle natalizie appese lì all’ ingresso, luce della fila immensa di televisori in offerta speciale, luce delle vetrine, luce, e ancora luce, tanta luce, troppa luce. E poi la gente. Gente che ti sfiorava, che ti passava davanti, in fila alla cassa con le borse piene di pandori e torroncini, gente che parlava al telefono, Sì per la vigilia vieni da me, gente che si faceva gli auguri con una mano sola mentre l’ altra mandava da sé il carrello. Mi sono sentito estraneo, scombussolato, solo. Sono entrato dentro una libreria, ho saltato la hit-parade delle vendite, mi sono concentrato sui libri che avrei voluto comperare: tanti, tantissimi, avrei voluto assaggiare ogni goccia di quell’ oceano di parole. Ogni tanto lì vicino al reparto libri per bambini passava qualche coppia, confabulava ad alta voce, Gli regaliamo il libro delle fiabe o Winnie the Pooh? Ma ormai è grande, No ancora le fiabe sono ok. Alla fine hanno comprato una raccolta di favole con l’ ultima pagina arancione. Io ho pensato a quel bambino che a mezzanotte scarterà il regalo e magari si sentirà felice, così, tutto d’ un botto, che avrà nelle mani l’ odore della carta e respirerà il profumo ancora intatto della novità, che la sera di Natale la passerà a sfogliare con attenzione le pagine, che ricalcherà con precisione degli occhi le figure, e poi ho pensato non so perché a quando quel bambino andrà all’ università o comunque si farà grande, a quel libro di fiabe accatastato dentro a una soffitta, con quell’ ultima pagina arancione ormai sbiadita. Poi lì da qualche parte è sbucata fuori dal nulla una melodia di Natale che avevano le luci dell’ albero di mio nonno, e così all’ improvviso ho provato quasi nostalgia, perché si sa, i ricordi fregano sempre. Nostalgia per le mie vigilie di Natale, per Babbo Natale che faceva paura, per i doni che lasciava sotto l’ albero, e allora per un attimo, per un solo dannatissimo attimo avrei voluto farmi un regalo, da me, un regalo solo mio, solo per riassaporare quegli istanti, avrei voluto allungarli un altro po’, solo per dirmi che mi amo. Quando sono tornato a far caso alle luci, alle televisioni e sky in hd, al videogiochi e alla fila di bambini in fermento per provare il nuovo gioco della Play, mi sono detto che forse lì dentro, in quel mondo, c’ ero anche io. C’ ero sempre stato, in quelle luci fastidiose c’ ero già. Ad un certo punto mi sono venute tante domande, e per non rispondere mi sono seduto ad osservare le persone. Un nonno che fa regali ad una nipotina, il ragazzo che ricama frasi nei grembiuli, alcuni anziani che incartano i regali dei passanti e chiacchierano un po’, per sentirsi ancora utili a qualcosa. E’ passato anche un signore con la sedie a rotelle, avrà avuto una settantina di anni, le guance gli profumavano di dopobarba: muoveva quelle guance creando una espressione malinconica nel viso, le muoveva talmente a lungo da parere quasi che ci vedesse con quelle guance lì, che le spostasse per osservare meglio il mondo. E poi ecco poco dopo, è passato un ragazzo non vedente preso a braccetto da una donna più grande di lui. L’ ho guardato solo un attimo e non ho potuto fare a meno di notare la concentrazione che emetteva verso qualcosa, verso l ‘ unica luce che lui a riusciva a vedere, nel frastuono dei passi frettolosi, negli effluvi e nelle musiche che in ogni frazione di secondo era capace a riconoscere e sistemare in un angolo dentro di sé. Ho pensato che in fondo se il Natale riesce a dare anche solo una goccia di gioia a tanta gente, è una festa davvero magnifica, anche se Barbara d’ Urso ne approfitta per vendere di più i suoi libri, anche se le vetrine sono troppo illuminate, anche se con il regalo c’ è sempre un po’ il cartone. E allora perché questo slancio caritatevole si ferma solo dentro a un giorno? Perché il Natale dell’ Auchan è così confinante con i nostri più magnifici ricordi? Alla fine quando sono tornato al calduccio e al mio libro ero come un po’ cambiato: non avevo più voglia di leggere, avevo solo voglia di dividere quei due Natali, ma neanche quest’ anno credo di esserci riuscito.
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23/12/2012 15:25:29
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l' attimo in cui un turista perde l' emozione

16 dicembre 2012 ore 03:09 segnala
A volte ad Urbino mi siedo in piazza Duca Federico e osservo i turisti uscire dalla Galleria Nazionale delle Marche. Quando sono lì, alla porta, che sbucano fuori, sono stupendi. Dentro gli occhi hanno la luce di un altro universo. Li vedi con quella faccia ancora un po’ assorta, con quell’ espressione leggermente smarrita, da finire quasi per credere che sono solo idee. Non sembrano avere nome, non sembrano avere casa, sono solo arte. Eccoli lì i loro passi, frutto di uno slancio universale, e i loro respiri: brividi, brividi degli artisti rimasti impigliati dentro la loro fantasia. Le loro espressioni in effetti non paiono umane, perché hanno qualcosa della verità. Non so spiegarlo bene, ma in un particolare della faccia, in un puntino dentro lo sguardo, loro, per un attimo, sono migliori. Migliori di tutti, migliori anche di loro stessi, lo respirano, sì, forse sarà questo, lo respirano, lo sentono con il naso quel sentimento d’ utopia. Ma poi accade questo. Ad un certo punto si perdono, così, basta metà attimo e via, sono già tornati di qua, tra tutti noi. Accade che iniziano a guardarsi intorno, vengono colpiti da un dettaglio che vagheggia da qualche parte: quel laureto che festeggia con gli amici invaso dai coriandoli, quella donna che corre a testa bassa col cellulare fra le mani, quel barbone che gira con il bicchiere di plastica e non chiede neanche più la carità, o forse sarà il freddo o il fatto che piove, che le strade si bagnano, che esistono i cani, le bocche, le tristezze. E allora niente, e allora i turisti si svegliano: cioè iniziano ad addormentarsi. C’ è sempre, dentro ogni turista che esce da un museo da qualche parte nel mondo, quella leggera sensazione di disagio, quella minuscola particella di meraviglia che in un istante, in un solo istante si trasforma in malinconia, una malinconia invisibile, perenne dell’ identità. Uno potrebbe restare lì all’ infinito a raccogliere la loro bellezza. Ci si potrebbe fare qualcosa con la loro emozione. Non vale la pena neanche avvertirli, gridar loro: guardate che state lasciando qui qualcosa di puro, qualcosa di sublime, qualcosa di magnifico. No, non vale la pena, perché loro intanto hanno già voltato l’ angolo e come passanti anonimi, si sono già dispersi dentro la realtà.
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16/12/2012 03:09:31
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inizio

15 dicembre 2012 ore 13:00 segnala

Questo mondo è una meraviglia. Non c'è niente da fare, è una meraviglia. E se riesci a sentirti parte di questa meraviglia – ma non tu, con i tuoi due occhi e i tuoi due piedi; se Tu, questa essenza di te, sente d'essere parte di questa meraviglia – ma che vuoi di più, che vuoi di più?
"La fine è il mio inizio" Tiziano Terzani
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Questo mondo è una meraviglia. Non c'è niente da fare, è una meraviglia. E se riesci a sentirti parte di questa meraviglia – ma non tu, con i tuoi due occhi e i tuoi due piedi; se Tu, questa essenza di te, sente d'essere parte di questa meraviglia – ma che vuoi di più, che vuoi di più? "La fine è...
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15/12/2012 13:00:55
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