racconto senza titolo

10 giugno 2018 ore 01:25 segnala
Finalmente l’aveva trovato.
Sei mesi di ricerca. Sei mesi passati su quella maledetta chat, a tutte le ore del giorno e della notte. Ormai era un’ossessione per lei. Un’unica certezza: l’assassino di suo fratello si trovava lì. Un profilo come tanti, mischiato ad altre migliaia di utenti. Anonimo. Apparentemente innocuo. Apparentemente appunto.
Teresa si tolse gli occhiali. Strizzò con le dita la radice del naso, gli occhi stanchi dalle troppe ore passate davanti al monitor del pc.
Un sorriso perfido le stirò le labbra. L’esca era stata gettata. Ormai era solo questione di tempo. Ormai doveva solo aspettare che il pesce abboccasse all’amo.

Max chiuse le connessione. Per questa notte la caccia era terminata. Aveva individuato due nuovi obiettivi. Due froci maledetti. Altre due checche che diffondevano solo perversione e malattie nel mondo. Altri due stronzi da eliminare. Max non li odiava. Semplicemente li eliminava. Faceva pulizia.
Li agganciava in chat e una volta conquistata la loro fiducia li incontrava. E li uccideva. Un serial killer di omosessuali. Sentiva il dovere morale di ripulire il mondo da questa sorta di degenerati. Come l’ultimo, meno di un anno fa, al quale aveva fracassato il cranio con un martello da carpentiere.
Il suo ultimo pensiero di quella sera tuttavia non fu per le nuove potenziali vittime ma per la donna con la quale aveva iniziato a chattare abbastanza assiduamente da un paio di settimane. Si chiamava Teresa, ammesso che quello fosse il suo vero nome. Lo aveva contattato lei, cosa abbastanza inconsueta , sebbene non così rara. Una bella donna, capelli rossi, età sui 45 anni. Single. Nelle foto che lei gli aveva inviato si vedevano forme generose e due stupendi occhi verdi. Era esattamente il tipo di donna che piaceva a lui. In più era brillante, un’eclettica e piacevole interlocutrice con la quale discorreva amabilmente di musica, cinema, arte e un sacco di altre cose. Alla fine avevano deciso di vedersi. Anche in questo caso era stata lei a prendere l’iniziativa. E ancora una volta l’aveva sorpreso, dimostrandosi una donna davvero inconsueta.
L’appuntamento era stato fissato per la sera seguente. Nessun dettaglio, solo un indirizzo. E una proposta: una partita a poker. Non una banale cena romantica o cazzate del genere. Soltanto una partita a poker, con in palio una posta davvero particolare.
Sì, decisamente una donna fuori dagli schemi.

Teresa si preparò un infuso di erbe. Di solito beveva caffè per aiutarsi a rimanere sveglia durante le lunghe notti di caccia passate in chat. Ma quella era una sera completamente diversa da tutte le altre. Per la prima volta dopo tanto tempo poteva finalmente rilassarsi. Anzi, doveva riposarsi almeno un po' per poter essere lucida per il giorno dopo. Tutto ormai era pronto, ma lei, pignola e attenta a ogni dettaglio voleva ripassare mentalmente ogni singolo particolare del suo piano. Nulla doveva essere trascurato. Niente poteva essere lasciato al caso adesso che il pesce aveva abboccato.
Dopotutto era stato così semplice pensava Teresa mentre sul divano sorseggiava la tisana al gusto di gelsomino. Era bastato fare leva sul suo innato narcisismo. Lo aveva capito dalle foto che lui le mandava. Il suo corpo liscio e abbronzato, sempre in costume o in ridicole pose di yoga. Un dettaglio in particolare la aveva colpita. Quel dettaglio che alla fine lo aveva tradito. Le piante dei piedi nudi quasi sempre in primo piano. Bei piedi, indubbiamente, dei quali lui ne andava sicuramente fiero e li esibiva continuamente. Teresa ebbe un brivido, e un sorriso malvagio ripensando a quei piedi.
Avrebbe iniziato da quelli a tagliare.

Max per un istante ebbe il dubbio che si fosse trattato di uno scherzo. Che fosse tutta una fregatura. Eppure l’indirizzo che lei gli aveva dato era proprio quello. Un piccolo casale sperduto fra le nebbie della pianura emiliana. Non era stato facile trovarlo. Poche indicazioni, nessuno a cui chiedere, gps impazzito. Ma alla fine ci era riuscito.
Il messaggio che lei gli aveva mandato diceva semplicemente ‘le chiavi di casa sono dietro il glicine a destra del portantino di ingresso. Entra e preparati da bere’.
Un appuntamento davvero curioso con una donna del mistero pensò Max sorridendo. Ma questo era Teresa. e questo lo attirava tanto.
Si era vestito in modo sobrio ma elegante. Camicia e pantaloni di lino chiaro, ai piedi un paio di mocassini rigorosamente senza calze. Trovò la chiave dove lei gli aveva indicato ed entrò. Le luci erano già accese. era evidente che lo stava aspettando. dentro l’ambiente era caldo e confortevole. Mobili antichi, tipici di una vecchia dimora padronale, in contrasto con l’apparente stato di abbandono degli esterni. Musica classica di sottofondo si diffondeva da casse invisibili. filodiffusione probabilmente. Max si ricordò allora che Teresa gli aveva detto di essere un amante della musica. Forse gli aveva anche confessato di cantare.
Lei in quel momento non c’era. Max si diresse verso il mobile bar e si versò un gin, Tanqueray, liscio. Poi si sedette in poltrona e attese.
Si sentiva rilassato e sicuro di sé.

“Buonasera”.

La voce lo colse immerso nei sui pensieri. Teresa era lì davanti a lui. Sembrava fosse comparsa dal nulla all’improvviso. Era splendida. Fasciata in un unico abito lungo che esaltava le sue forme rotonde e generose. Un profondo décolleté mostrava un seno prospero e florido. Ai piedi indossava dei sandali eleganti. I capelli erano raccolti in un raffinato chignon.

“Buonasera a te mia cara. Sei decisamente meglio da come appari nelle foto in cui ti ho vista”.

Max si alzò e sorridendo le andò incontro esibendosi in un impeccabile baciamano. Decisamente il bastardo ci sapeva fare pensò Teresa.

“Alla fine ti sei lasciato convincere dalla mia proposta” disse Teresa accompagnarono verso un tavolino ricoperto da un tappeto verde, con due sedie e un mazzo di carte nuovo posato al centro. Max la seguì.

“Teresa, per curiosità, ma tu non vivi qui vero?”

“Oh no, certo che no. Diciamo che me l’ha prestata una cara amica per questa occasione speciale”.

“Un’amica davvero generosa suppongo”.

“Sì, una cara amica davvero, mia e di mio fratello. Prego accomodati, siediti pure”. Max prese posto al tavolo da gioco.

“Non sapevo avessi un fratello. Non me ne avevi mai parlato”. Teresa si irrigidì per un istante prima di sedersi anch’essa.

“Ci sono tante cose che non ti ho detto caro Max” rispose sorridendo “tra cui questa. Sì, avevo un fratello”. Poi prese il mazzo e inizio da distribuire le carte.

Il gioco che aveva proposto Teresa era una semplice parte a poker. Quello che davvero lo caratterizzava era la posta in palio. A ogni mano il vincitore avrebbe scelto una parte del corpo da dipingere. Non un banale strip poker quindi ma un body poker. Il corpo in questione da dipingere però era uno solo: quello di Max. Teresa aveva puntato proprio su questo per convincerlo, ovvero sul suo profondo narcisismo ed egocentrismo da leone ascendente vergine. Metterlo al centro della scena. Tutta l’attenzione per lui. In chat però Max le aveva obiettato: ‘Perchè io’. La sua risposta era stata ‘Perchè io sono l’artista e tu sei la mia tela. Io dipingo i corpi e tu hai un corpo che vale decisamente la pena di dipingere’. Tanto era bastato per convincerlo. Comunque fosse andata la partita Teresa avrebbe ottenuto il suo scopo in ogni caso. Questo era il suo piano.

In meno di due ore di gioco tutte le parti del corpo di Max era state vinte dall’uno o dall’altro giocatore ed assegnate. Anche la bottiglia di gin era quasi terminata. Solo max aveva bevuto, Teresa non aveva toccato un goccio.
“Hai paura di lasciarti andare e che io approfitti di te?” l’aveva presa in giro lui.

“No, è solo che quando dipingo voglio essere lucida. Il bodypainting è un arte raffinata cosa credi. Anzi direi che che a questo punto possiamo trasferirci nel mio laboratorio, che ne dici. Seguimi, è nella mansarda della casa”.

“Perfetto direi. Sono pronto”.

Teresa si alzò e attraverso una ripida scala che portava al piano superiore condusse Max nella stanza che aveva preparato con cura minuziosa e maniacale. Quando Max entrò restò a bocca aperta.
Il pavimento era ricoperto interamente da teli di cellophane. Per i colori che colavano aveva spiegato lei.

“Non vedo pennelli” chiese Max.

“Certo, ti dipingerò con le mia mani”.

Ma quello che davvero aveva attirato l’attenzione di Max furono quattro bracciali robusti di cuoio, collegati ad altrettanti cavi di acciaio. Due di essi erano agganciati al pavimento mentre gli altri due pendevano dal soffitto, collegati a quello che sembrava una sorta di argano o carrucola a motore.
Max sorrise quasi imbarazzato.

“Ehi, non mi avevi detto che ti piacevano certi giochi”. Teresa gli restituì il sorriso, il suo sorriso più innocente.

“No, non è come pensi. E’ solo che per avere davvero un risultato ottimale la pelle, le ossa e i muscoli del soggetto che viene dipinto devono essere il più tesi, il più tirati possibile. Ma non aver paura Max, non fa male. Ti stiracchio solo un pochino. Bene, direi che adesso ti devi spogliare. Resta solo con gli slip come avevano stabilito per favore”.

Max non se lo fece ripetere due volte. Eccitato e intrigato per la strana situazione completamente nuova per lui, e complice la dose di alcol che aveva in corpo che abbassava di parecchio il livello delle sue inibizioni si spogliò nudo in un paio di minuti, restando con addosso solo un minuscolo slippino.
Teresa assistette impassibile alla scena, poi gli disse di mettersi al centro della stanza, proprio al di sotto degli anelli che pendevano dal soffitto. Poi gli si avvicinò e chinatasi davanti a lui gli legò i primi due bracciali notturno alle caviglie facendogli divaricare leggermente le gambe. Poi schiacciò un bottone su una piccola scatola di controllo e con un ronzio sommesso un meccanismo elettrico si mise in moto facendo scendere gli altri due bracciali all’altezza del suo viso.

“I polsi adesso”. Max le porse entrambi i polsi docilmente intorno ai quali Teresa serrò gli altri due bracciali. Poi gli sorrise.

“Bene mio caro Max, è arrivato il momento di mettere la tela da dipingere nella giusta tensione”.

Max ormai completamente rapito da lei sorrise e basta. Tutti i suoi schemi di prevedibilità erano saltati.
Teresa schiacciò l’altro bottone sulla scatola e il meccanismo si rimise in moto nella direzione opposta, iniziando ad avvolgere i cavi che pendevano dal soffitto.
Si scostò di alcuni passi da lui per godersi meglio lo spettacolo. Le braccia di Max lentamente furono sollevate oltre la sua testa. Poi sempre più in alto, inesorabilmente, verso il soffitto.
A un certo punto tutto il corpo di Max venne sollevato, staccando i piedi da terra ad un’altezza di circa 30 centimetri dal pavimento, mettendo così in tensione anche i cavi fissati a terra.
Max iniziò a quel punto che l’estensione stava diventando davvero troppo forte. Fece una smorfia seguita da un gemito. Ma solo dopo alcuni interminabili secondi ancora Teresa bloccò il meccanismo di trazione. Poi si prese il suo tempo ad osservare la scena.
Il corpo di Max era tiratissimo, teso come una corda di violino. Non gli era consentito il minimo movimento se non respirare a fatica e muovere la testa.
Teresa gli girò intorno, passando dietro di lui, osservando i muscoli delle spalle e della schiena stirati dalla tensione. Si soffermò a guardare le piante dei piedi, questi piedi che tante volte aveva già visto in foto. Non resistette alla tentazione di accarezzarli con la punta delle dita. A quel tocco Max sentì un brivido corrergli lungo la colonna vertebrale.
Poi tornò di fronte a lui. Restò affascinata a vedere come l’anatomia di quel corpo veniva esaltata dalla trazione. I grossi tendini del collo per esempio. La gabbia toracica, con tutte le sue costole ben visibili, estremamente sporgenti sotto la pelle stirata su di esse. E al di sotto dell’arcata costale il suo ventre, piatto, duro e tirato come un tamburo. Senza un filo di grasso naturalmente, e con al centro un bell’ombelico rotondo leggermente sporgente.
La mano di Teresa si appoggiò sulla pancia liscia e incavata di Max. La donna chiuse gli occhio per un istante ascoltato le sensazioni che le trasmetteva quel contatto. Attraverso il palmo della sua mano Teresa poteva sentire il calore di quel corpo, la vita fluire attraverso. Poteva sentire le sue viscere palpitanti.
Quella vita che quel bastardo aveva tolto a suo fratello spaccandogli il cranio a martellate.

Teresa non usò i colori. Usò solo un piccolo affilato coltello.
Fu molto più rapido di quello che aveva immaginato e sognato nelle sue notti di vendetta. Aveva immaginato di torturarlo per pre e ore, per giorni forse. Invece aveva fatto solo un unico taglio verticale su quella pancia così perfetta. Un taglio che partiva dallo sterno e terminava alla base dell’osso pubico. Incisione mediana xifo-pubica la chiamavano i chirurghi. Un taglio abbastanza profondo da incidere la pelle e i muscoli dell’addome sottostanti ma stando attenta a non ledere gli organi interni. Essendo Max così magro e il ventre così teso non era stato difficile.
Poi si era seduta davanti a lui aspettando che la forza di gravità facesse il resto del lavoro.
Aveva assistito impassibile allo spettacolo della matassa delle sue budella farsi strada attraverso lo squarcio. Dapprima lentamente per poi srotolarsi di colpo completamente e cadere a terra ammucchiandosi sotto di lui con un suono di stracci bagnati.
Teresa si prese persino il disturbo di pensare che mai avrebbe immaginato che dentro una pancia così magra potesse starci tutta quella roba a giudicare dalla quantità di metri di budella che gli erano uscite fuori.
Pure Max doveva esserne alquanto stupito visto che non si era preso nemo la briga di gridare per il dolore o l’orrore a cui stava assistendo e di cui lui era il protagonista assoluto.
Decisamente al centro della scena fu il suo ultimo pensiero.

Impiegò diverse ore a crepare.
Quella sera stessa, dopo aver eliminato ogni traccia del delitto ed essersi liberata del corpo di Max dandolo in pasto ai maiali della fattoria vicina al casolare Teresa accese il computer ed entrò in chat. Andò sul profilo di Max e lasciò un solo messaggio sulla sua bacheca: ‘Per mio fratello’.

Giustizia era stata fatta.
Poi si addormentò serena.
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Finalmente l’aveva trovato. Sei mesi di ricerca. Sei mesi passati su quella maledetta chat, a tutte le ore del giorno e della notte. Ormai era un’ossessione per lei. Un’unica certezza: l’assassino di suo fratello si trovava lì. Un profilo come tanti, mischiato ad altre migliaia di utenti. Anonimo....
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10/06/2018 01:25:47
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Commenti

  1. divinacreatura59 10 giugno 2018 ore 06:36
    Il fatto che ci sia il tuo tocco è notevole conoscendoti.
    Tutto scritto molto bene senza fronzoli e in modo dettagliato.
    Complimenti Massimo!
    Un abbraccio da Diana.
  2. Pepeta1967 15 giugno 2018 ore 11:51
    molto carino,scrittura fluida e la giusta tensione degna dei vari libri thriller ... ottimo lavoro :)Nadia

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