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mercoledì 6 gennaio 2010

Dell'affannarsi di uno sciocco

Scritto da Z.Cosini 14.52

Dell affannarsi di uno sciocco
Oggi riflettevo,

spesso si legge che la Terra sia, rispetto all'universo, come un granello di sabbia sulla Terra stessa.
Eppure, su questo granello di sabbia la gente vive, spera, decide, combatte, vince o perde, muore.
Su questo granello di sabbia, noi, insignificani particelle di esso, trascorriamo la nostra esistenza, dandole un'importanza straordinaria, mettendola al centro del tutto. Costruiamo, fin dai primi tempi della consapevolezza, un progetto da perseguire e continuiamo ad esistere animati da profonde attese. Alle volte siamo presi da slanci di attivismo e ci proiettiamo verso ciò che desideriamo e capita che si sia disposti a tutto pur di ottenere ciò che vogliamo: piccoli o grandi compromessi, corruzione, violenza, omicidi. E, appunto, si vince e si perde... eppoi si muore.
Infondo a pensarci è paradossale: si sacrificano interi popoli, interi insiemi di vite, speranze, decisioni, proiezioni, pur di ottenere un pezzettino di granello in più! Si inventano dottrine politiche, grandi ideali olistici, disegni collettivi, per giustificare una eventuale condanna alla sopraffazione, alla fame, alla miseria.
Eppure, si tratta solo di un granello, piccolissimo e fragile. Pensateci, siamo in balia di infiniti movimenti: basta l'urto di un altro astro, anche molto più piccolo del nostro, per mandarci tutti a puttane.
Eppure, mi ripeto, la nostra esistenza ci appare unica, insostituibile, "superiore" alle altre. Ogniuno di noi è al centro di tutto, ma con la convinzione del dominio sul tutto. Un dominio ovviamente solo percepito, sarebbe assurdo il sostenere diversamente. Evidentemente.
Ecco, però, questa nostra insignificanza rispetto al tutto non è solo fisica, bensì anche legata alla conoscenza. Sappiamo così poco di questo nostro mondo: poco del nostro granello, pochissimo dei granelli vicini al nostro, nulla di quelli lontani.
Eppure, siamo convinti di sapere tutto, o - almeno - di sapere tanto. Macchè!
Ho sempre pensato, a prescindere adesso dai discorsi dul relativismo su cui pure mi sono soffermato, che tutto abbia un "costo". Pensiamo alla ricerca del c.d. sapere e a Socrate, che sosteneva di sapere di non sapere. Ebbene, questa consapevolezza è dolorosa, spaventosa. Penso che la vita, intellettualmente almeno, sia molto più semplice per colui che non si ponga quesiti di sorta, e non solo perchè si risparmia la fatica dell'indagine, ma anche perchè ha la percezione di un maggior controllo sul circostante. Invece, cului il quale si dedica alla ricerca non può far altro che imbattersi in un muro di incertezze ed indeterminatezza.
Anche di incubi e paure.
Guardo il mio gatto che dorme sereno sul suo tappetino: com'è appagato lui! Non sa che la sua esistenza avrà una fine, un giorno. Noi questo lo sappiamo: da un certo punto di vista è un dono perchè ci consente di capire l'importanza di dare un senso ai nostri giorni (sempre che questo possa ritenersi possibile su di un granello), dall'altro rappresenta la più spaventosa ed incerta, paradossalmente, delle consapevolezze.
Guardando nel giardino adiacente a casa mia, non fatico a trovare un formicaio. Come sono affannate le formiche in primavera ed in estate: si preparano all'inverno ed è sempre così. Però esse non sono certo consapevoli del mondo che le circonta, del fatto che basterebbe che, anche casualmente, un uomo metta un piede nel punto sbagliato per far crollare loro addosso tutto il loro mondo.
Quindi mi chiedo: se ci fosse anche per noi qualcosa che non riusciamo a percepire, ma che non è detto non esista? La morte per il mio gatto o la pedata per le formiche. Ed il nostro vivere, affannoso e talvolta preoccupato, altro non sarebbe che l'espressione sciocca e frivola di un inconsapevole.
E' notorio, nessuno lo mette in discussione ormai, che ci sono dimensioni che il nostro intelletto mai riuscirà a realizzare. Per definizione, dunque, esiste qualcosa che ci sfugge ed io suppongo sia qualcosa di davvero ingente, ma cosa?
Magari la Terra è solo una biglia e c'è qualcuno che ci gioca... e noi stolti che corriamo!

Giusto per rifletterci un po'...

domenica 22 novembre 2009

Della fantasia come pericolo in amore

Scritto da Z.Cosini 20.07

Della fantasia come pericolo in amore
Oggi riflettevo,

per dire la verità sono diversi giorni che ci penso, ma la formula iniziale è ormai divenuta una cara abitudine, oltre che un buon auspicio.
Cercavo di comprendere se, ed eventualmente come, ci si possa distinguere nell’affrontare il dolore e, in particolar modo, quello amoroso. Certo, mi si dirà, ci sono innumerevoli possibili condizionamenti: c’è chi è forte e chi è tendenzialmente più debole; c’è chi è più sensibile rispetto ad altri, probabilmente più coriacei; c’è l’indifferente - il classico stoico - il quale si lancia alla ricerca del nuovo chiodo atto a “schiacciare” il precedente, rispetto a chi rimane seduto sul divano del proprio soggiorno a mangiare dolciumi fino a scoppiare e a pensare ai bellissimi momenti trascorsi all’insegna dell’amore ormai irrimediabilmente (drammatizziamo un po’) perduto; ecc…
Si signore, tutto questo è innegabile, ma non c’è altro? Ponendo come variabile dipendente l’intensità del dolore, è possibile individuare qualche altra componente indipendente che influenzi la prima? Secondo me si: la nostra “x ennesima” è la fantasia ed è importantissima per comprendere l’intensità del “mal d’amore”, almeno negli uomini.
Questo tipo di dolore, in specie per i maschi appunto, è caratterizzato principalmente dalla gelosia e, più specificamente, riferita al corpo della donna perduta. Sto “scoprendo l’acqua calda”, nel senso che in molti (e, a differenza mia, autorevoli) pensatori l’hanno già scritto: guardate a Svevo (Senilità) o Veronesi (La forza del passato) o Buzzati (Un amore) o Moravia (La noia) e ce ne sarebbero davvero molti altri. Tuttavia non hanno sottolineato un aspetto, probabilmente sottointeso in alcune espressioni, ma mai chiaramente postulato.
Ebbene un passo indietro.
Siamo rimasti al maschio che immagina, ormai abbandonato dalla propria donna, lei. Fino a qualche momento prima era la gioia della sua vita, la ragazza migliore che si potesse anche solo lontanamente sperare di possedere, ma qualcosa è cambiato: ora la si immagina lasciva, dedita a chissà quali porcate e chissà con chi… una mignottona insomma.
Si tende a figurare propriamente ciò che maggiormente si teme e, nell’ottica (certo atavicamente animalesca) del maschio, il fatto che altri possano violare ciò che ci appartiene: il corpo di lei (è un riflesso del tutto involontario). Sicuramente è lacerante e chi lo ha vissuto sa a cosa mi riferisco, sa che diviene una persecuzione mentale che distrugge lo spirito ed il corpo e, d’altronde, basta leggere gli autori citati sopra per farsene un’idea e per comprendere che non sto vaneggiando.
Ecco, questo solo perché, descrivendo la tipicità del dolore maschile e l’ambiente nel quale esso viene vissuto, è possibile studiarne le eventuali differenziazioni interne.
Sembrerà banale, ma è proprio per questo che la fantasia, lo spirito artistico e l’immaginazione sono gli elementi di distinzione: proprio perché ciò che ci fa davvero male non è la donna in sé o la consapevolezza della sua sopravvenuta assenza, bensì ciò che noi vediamo attraverso la finestra della nostra mente, ciò che dipingiamo sfruttando, come colori, pennello e tela, l’immateriale assoluto.
Il ragazzetto, mezzo burino e cafoncello, soffrirà molto, probabilmente, ma sempre meno di quello dotato di fantasia e spirito creativo. Il secondo, infatti, disporrà di molti più elementi, molti più dettagli, utili a tormentare le proprie notti, utili a pungere le proprie meningi fino a non riuscire più a tenere gli occhi aperti, utili a stringere il petto in una morsa tanto stretta che cuore e polmoni si contrastano e ogni inspirazione diviene una lama di fuoco che attraverso la bocca brucia il nostro corpo fino a farci… impazzire.
Ecco, è questo che non dicono i grandi letterati citati prima: leggendoli sembra quasi che, nella tipicità del maschio fisiologicamente dominante, anche il dolore sia tipico, ma non è così. È tipico il sapore del dolore: sa di sesso, sudore, pelle e… pelle, sudore e sesso, ma l’intensità cambia e cambia a seconda della capacità di ogni uomo di combinare questi elementi e di renderli più penetranti, più cocenti. Insomma: il dolore è dentro di noi e siamo noi stessi ad infliggercelo, torturandoci a sangue, però c’è chi è più bravo e perfido nel torturare e chi, invece, sa essere più pietoso o, comunque, non riesce ad elaborare fantasiosi e terribili metodi di inflizione del dolore.
Per rendere più concreto il tutto, vi racconto di una mia esperienza diretta, nella quale la brutalità del maschio, combinata ad un eventuale presenza di creatività, a dato vita ad una notte insonne e tormentata. Ricordo, adesso lo faccio con il sorriso sulle labbra, lo stesso sorriso di chi - madido sudore freddo - sa di averla scampata bella, che tempo fa ebbi la prova di quanto ho appena argomentato. Avevo da pochissimi giorni interrotto la mia relazione con una ragazza - una relazione per giunta decisamente importante e lunga - e la incontrai che passeggiava con fare complice con un uomo. Io rimasi impietrito: tutto mi sarei aspettato di vedere quella sera men che questo e, orgogliosamente, manifestando indifferenza, lanciai un sorriso all’amico che in quel frangente mi accompagnava. Poco dopo, però, tornai a casa e cominciò il supplizio. Disegnai tutto: dal momento in cui quello stronzo era andato a prenderla a casa e le aveva fatto un complimento appena vistala; a loro due in auto; all’auto nei minimi particolari (bella e costosa, come non avrei mai potuto io permettermi); alla passeggiata con le frasi sussurrate nell’orecchio a cui seguivano sorrisi e sguardi trasversali ed allusivi; al momento in cui la riaccompagnava a casa e le lo invitava a salire. Ed il resto, maniacalmente arricchito di un universo di dettagli, ognuno dei quali era un pugno nello stomaco, lo lascio immaginare a voi.
Quindi ecco cosa ci differenzia l’un con l’altro, noi maschi guardoni che spiamo dalle finestre della nostra mente alla ricerca di chissà cosa: la presenza o meno di creatività.
Realizzo, poi, come la questione si dirami in innumerevoli direzioni, alcune delle quali ho già riportato per la verità in altri post. Due però vorrei lanciarle qui, per magari tornarci poi: la prima è la curiosa constatazione del fatto che siamo perfidi con noi stessi nel manicheo perseverare a torturarci, quanto tutto è ormai perduto, ed invece temiamo e, spesse volte, ci asteniamo dal voler scoprire chi davvero ci sta accanto, durante il rapporto (evidentemente perché, dinanzi a inconvenienti scoperte, saremmo costretti a prendere provvedimenti che abbiamo troppa paura di assumere); e la seconda è che si cambia dopo aver fatto esperienza in questo curioso esercizio d’arte oscura. Secondo me, sono gli occhi a cambiare maggiormente: in nostro logorarci l’anima “guardandoci dentro” e liberando terrificanti immagini e demoni, tende a cambiare il nostro modo di osservare anche il reale e il nostro sguardo diviene più cupo, spento, meno vivido, meno vispo, quasi opaco e tristemente “adulto”.

Giusto per rifletterci un po’…

domenica 9 agosto 2009

Della vita: tra speranza, rassegnazione... e sfida

Scritto da Z.Cosini 19.51

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Oggi riflettevo,

pensavo alla prima volta che decisi di scrivere un post, rivordavo cosa ipotizzai. Probabilmente, affermai, sarebbe stato un "progetto" di brevissima durata... come molti altri. Ma, tutto sommato, così non è stato: cominciai con un po' di timidezza eppoi mi lascia trasportare dai miei pensieri. Non dico che il risultato sia stato poi così brillante, ma almeno ci ho provato. Ultimamente scrivo assai poco, manca l'ispirazione.
Oggi mi balenava un'idea: qualcuno sostiene che Dio sia una nostra invenzione (Dio o chi per lui) e che, in un certo senso, egli sia indispensabile ad affrontare la paura della morte e l'incapacità dell'uomo stesso di capire, di conoscere la c.d. "verità assoluta".
Mi sembra condivisibile, ma solo come premessa: come al solito mi piace di complicarmi le cose e  di andare un tantino oltre il notorio, il "bigotto" (mi diverte tanto questa parola).
La morte. In fondo cosa si potrebbe dire sulla morte? Ebbene, non è importante capire cosa ci sia di vero nella morte, ai fini del discorso. Non lo è perchè l'idea di Dio a cui mi riferisco è umana, è frutto di una riflessione non trascendente e di una necessità terrena. Pertanto a me interessa il comun sentire in riferimento al trapasso. Si riflette sul perchè l'uomo abbia bisogno di Dio e non su chi (o cosa) Dio in realtà sia. Tutt'al più cosa rappresenti.
Ebbene, eravamo alla morte: è ingiusta principalmente, prescindendo dal fatto che la morte sia una livella e che i morti siano tutti uguali: evitiamo osservazioni olistiche e rimaniamo in ambito individualista. Io e la morte: campo una vita lavorando, investendo, amando, sacrificandomi e, alla fine, mollo tutto per andare chissà dove. Una bella fregatura, altro che!
Ebbene, quindi, mi sento sereno nel dire che la morte sia ingiusta nei confronti del singolo ed è proprio per questo che si spera nel "dopo": nella speranza di lasciare tutto per qualcosa di meglio. Si dice "passare a miglior vita", no?
La morte è ingiusta e si colloca perfettamente in un mondo ingiusto, l'ho scritto diverse volte che - a parer mio - questo sia un universo ingiusto e che tale sia per suo stesso ordine, a prescindere da giudizi di valori vari ed eventuali.
L'uomo, dunque, si rende conto di vivere una vita intera sgomitando in un mondo ingiusto e sperando che, a lui, le cose vadano bene. Che so: una bella famiglia, una bella casa, un'auto di lusso, qualche viaggio e cose del genere, a seconda delle singole necessità. Ma, anche qualora le cose dovvessero evolversi favorevolmente, comunque si beccherà la mazzata di fine percorso: la morte, appunto. Come reagire? Con l'umano riflesso della ricerca di una soluzione che gli permetta di star tranquillo.
Il mondo è ingiusto? Allora lo si denunci presso un tribunale e si chieda un risarcimento: Dio e l'Aldilà, appunto.
La "giustizia" terrena non esiste, evidentemente (quella umana, "l'ordine costituito" non è sufficiente) allora si ricorra al trascendente, al divino, all'intangibile.
Pertanto Dio è proprio questo, la ricerca spasmotica di giustizia, di equità, di rivalsa rispetto ad un mondo dove non c'è merito: puoi essere eccelso, ma crepi comunque! Eduardo, in una sua commedia (non ricordo quale) dice che il nostro corpo sarebbe, alla nascita, sufficientemente forte da farci campare centinaia di anni, ma il "veleno" e i "pizzichi sulla pancia" che siamo costretti a subire ci fanno schiattare prima del tempo. Probabilmente aveva ragione.
Con questo non voglio dire che Dio non esista o che sia solo una pia illusione, dico che in quest'idea si ripone la fervente speranza di giustizia.
Ne derivano un paio di applicazioni: il ruolo della preghiera prima di tutto, che secondo me è una supplica di anticipazione dell'ultraterreno, qui, durante la vita terrena; poi, quella dell'ateismo. Penso infatti che l'ateo sia un gran pessimista, pensa che ingiustizia sia e che tale rimarrà: ieri, oggi, domani...
Cosa fare allora? Nel primo caso potremmo, alla fine, risultare dei coglioni che hanno sprecato un'esistenza in attesa di chissà che "venuta" che mai si realizzerà. Nel secondo diventare degli apatici ignavi e, magari, perdere qualcosa per non aver avuto il coraggio di aver fiducia, di sperare, per il timore di essere disillusi e si sentirsi, chissà quando, degli stupidi gabbati.
Che sia ben riposto o meno il nostro sogno di giustizia possiamo comunque scegliere di donare. Possiamo donare a chi resta un esempio da seguire invitando chi verrà dopo di noi ad ottemperare a dei valori razionalmente sostenuti e empiricamente verificati: ogni vita un esperimento.
Solo così, generazione dopo generazione, uomo dopo uomo, potremo concorrere a rendere questo mondo migliore di quello che è. A tutti coloro che lo abitano c'è qualcosa che non va proprio giù: possiamo scegliere di fare della nostra vita una rischiosissima strategia attendeista o una rassegnata accettazione del rospo da mandar giù, certo, ma - forse - sarebbe meglio fare della nostra unica (probabilmente, chi lo sa?) esistenza un tentativo, una sfida a cambiare le cose.
Un tentativo speso, se non per noi, almeno per coloro i quali ci seguiranno.

Giusto per rifletterci un po'...

lunedì 6 aprile 2009

Della più grande richiesta di aiuto della storia

Scritto da Z.Cosini 19.34

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Oggi riflettevo...

 

pensavo al fatto che ormai facebook sia una realtà consolidata: tutti hanno un profilo, come tutti hanno un profilo per Windows Live Messenger (o semplicemente messenger).

Sono “spazi” nei quali ci siamo proiettati: prima con diffidente timidezza, poi con decisione, fino a diventare una vera e propria proiezione delle nostre esistenze.

Il fenomeno riguarda tutti, o quasi, pensateci: ormai si accede a questi profili quotidianamente, molti lasciano il computer perennemente in funzione, curiosamente… è come se il monitor fosse una porta che conduce ad una delle stanze del nostro appartamento. Mentre camminiamo per la casa, mentre studiamo, rassettiamo, ogni tanto, anche distrattamente come tutte le cose che si fanno per abitudine e non per specifici motivi, si getta uno sguardo per vedere se qualcuno è passato a cercarci.

Possiamo dire, con una certa serenità, che facebook sia ormai divenuto l’ennesimo fenomeno di massa. Ma è un fenomeno particolare, come quello di messenger, perché - benché ci relazioni a tantissime persone contemporaneamente - si è sempre abbastanza “protetti” nel farlo.

Mi spiego meglio: è come stare su un palcoscenico, ma se si stesse su di un palco non tutti saprebbero reggere il confronto con il pubblico, si inibirebbero. Pensate, invece, se steste su di un palco in un teatro gremito e doveste recitare, ma con il sipario chiuso… si, una recita con la barriera offertaci dal sipario: nulla è palese, si potrebbe anche cercare di imbrogliare il pubblico perché si potrebbe ridere mentre si piange e piangere mentre si ride.

Lo stesso avviene con questi “spazi” che non sono da nessuna parte: essi rappresentano una stanza enorme e con tanta gente, ma che affronti dietro un monitor, e puoi ridere mentre piangi e piangere mentre ridi.

Tutta la nostra natura viene “massificata”, a me interessa vedere un aspetto preciso della condizione di noi giovani di oggi, un aspetto di cui ho già ampiamente parlato, e vedere come si massifichi: il disagio.

Ho scritto diverse volte che secondo me molti ragazzi di oggi vivano uno stato di difficoltà emotiva ed è come se avessero bisogno di chiedere aiuto, di gridare perché la vita oggi è più articolata che in passato: è più complessa e, quindi, complicata.

Grazie a facebook questo emerge clamorosamente: facebook è la più grande richiesta di aiuto che si sia mai affacciata al genere umano; facebook è un intero popolo di persone che chiedono aiuto. Se ci pensate è davvero evidente: leggendo i “messaggi personali” emerge inquietudine allo stato puro, da parte di tutti; poi ci sono quelli che esprimono amore e gioia per quello che vivono, per come stanno, ma se così fosse non si sentirebbe la necessità di esprimerlo perché si sarebbe coinvolti da quel vortice di gioia che spinge a goderne al massimo, con avidità, tanto da non avere tempo per esprimere piacere, tanto da non pensarci neppure. Inquietudine e sempre inquietudine dunque.

Ci sono persone dotate di particolare sensibilità: spesso ho fatto riferimento ad un legame forte esistente, probabilmente, tra arte e dolore. Queste persone non possono essere indifferenti a ciò che non va, a ciò che non funziona. Non so se sia possibile per queste persone di uscire da questa spirale di pesante malinconia, quello che so è che chiedono aiuto continuamente ed ingrossano le fila di coloro i quali si affannano, giorno dopo giorno, nel rincorrere qualcosa che li porti per un istante, anche solo per un istante, fuori da questa enorme massa in movimento.

È come essere un marinaio di una nave affondata: solo in mezzo all’oceano in tempesta ti agiti per tenere la testa fuori dall’acqua, anche se in cuor tuo sai già che probabilmente dovrai tornare sotto.

Queste piattaforme mezze nascoste permettono di esprimersi appieno, e di non sentirsi in colpa nello sparare un razzo che indichi un SOS in mezzo ad un mare di gente e di giorni. In fondo ci si sente meglio oggi nel sentirsi un po’ più uguali, e se tutti si sentissero leggeri mentre sparano razzi in mezzo all’oceano perché le onde tendono a tener nascosto il volto del naufrago, diviene più facile per tutti premere il grilletto.

 

Giusto per rifletterci un po’…

mercoledì 18 marzo 2009

Della morte

Scritto da Z.Cosini 14.51

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Oggi riflettevo…

 

riflettevo sulla morte.

 

Ho avuto il primo contatto con la morte quando avevo dodici anni: nel 1999 morì mio nonno materno. Quell’esperienza, benché vissuta con distanza dato che i miei genitori preferirono proteggermi da quello che ai loro occhi avrebbe potuto rappresentare un trauma, fu per me profondamente toccante. Forse è proprio per questo che sono profondamente legato alla figura di quell’anziano signore che mi portava a spasso la domenica mattina: è stato il primo "eroe", il primo a confrontarsi con la morte.

 

Si dice che la morte sia una delle cose più giuste del mondo e forse è così, perché tocca a tutti: belli e brutti, intelligenti e sciocchi, furbi e fessi, buoni e cattivi, generosi e avari, rapidi e lenti, onesti e disonesti, guardie e ladri… tutti, tutti devono morire. E, dopo la morte, nonostante le nostre spoglie continuino a differenziarsi tra cremate ed integre, tra quelle deposte in bellissimi sarcofagi e quelle gettate in fosse comuni, diveniamo tutti uguali.

In merito a questo specifico aspetto, Totò scrisse una poesia bellissima: ‘A livella. La livella è uno strumento usato dai costruttori per misurare la “drittezza”, per misurare quanto un piano sia perfettamente orizzontale o verticale, quindi serve ad appianare ogni dislivello, proprio come la morte.

 

'A livella

(di Antonio De Curtis – Totò)

Ogn'anno, il due novembre, c'è l'usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll'adda fa' chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.

Ogn'anno puntualmente, in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch'io ci vado, e con i fiori adorno
il loculo marmoreo 'e zi' Vicenza

St'anno m'è capitata 'n'avventura...
dopo di aver compiuto il triste omaggio
(Madonna), si ce penzo, che paura!
ma po' facette un'anema 'e curaggio.

'O fatto è chisto, statemi a sentire:
s'avvicinava ll'ora d' 'a chiusura:
io, tomo tomo, stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.

"QUI DORME IN PACE IL NOBILE MARCHESE
SIGNORE DI ROVIGO E DI BELLUNO
ARDIMENTOSO EROE DI MILLE IMPRESE
MORTO L'11 MAGGIO DEL '31."

'O stemma cu 'a curona 'ncoppa a tutto...
... sotto 'na croce fatta 'e lampadine;
tre mazze 'e rose cu 'na lista 'e lutto:
cannele, cannelotte e sei lumine.

Proprio azzeccata 'a tomba 'e stu signore
nce steva n'ata tomba piccerella
abbandunata, senza manco un fiore;
pe' segno, solamente 'na crucella.

E ncoppa 'a croce appena si liggeva:
"ESPOSITO GENNARO NETTURBINO".
Guardannola, che ppena me faceva
stu muorto senza manco nu lumino!

Questa è la vita! 'Ncapo a me penzavo...
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s'aspettava
ca pure all'atu munno era pezzente?

Mentre fantasticavo stu penziero,
s'era ggià fatta quase mezanotte,
e i' rummanette 'chiuso priggiuniero,
muorto 'e paura... nnanze 'e cannelotte.

Tutto a 'nu tratto, che veco 'a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse 'a parte mia...
Penzaje; stu fatto a me mme pare strano...
Stongo scetato ... dormo, o è fantasia?

Ate che' fantasia; era 'o Marchese:
c' 'o tubbo, 'a caramella e c' 'o pastrano;
chill'ato appriesso' a isso un brutto arnese:
tutto fetente e cu 'na scopa mmano.

E chillo certamente è don Gennaro...
'o muorto puveriello... 'o scupatore.
'Int' a stu fatto i' nun ce veco chiaro:
so' muorte e se retireno a chest'ora?

Putevano stà 'a me quase 'nu palmo,
quando 'o Marchese se fermaje 'e botto,
s'avota e, tomo tomo... calmo calmo,
dicette a don Gennaro: "Giovanotto!

Da voi vorrei saper, vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me che sono un blasonato?!

La casta e casta e va, si, rispettata,
ma voi perdeste il senso e la misura;
la vostra salma andava, si, inumata;
ma seppellita nella spazzatura!

Ancora oltre sopportar non posso
la vostra vicinanza puzzolente.
Fa d'uopo, quindi, che cerchiate un fosso
tra i vostri pari, tra la vostra gente".

"Signor Marchese, nun è colpa mia,
i' nun v'avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie b stata a ffa' sta fessaria,
i' che putevo fa' si ero muorto'?

Si fosse vivo ve farrie cuntento,
pigliasse 'a casciulella cu 'e qquatt'osse,
e proprio mo, obbj'... 'nd'a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n'ata fossa."

"E cosa aspetti, oh turpe macreato,
che 1'ira mia raggiunga 1'eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei gih dato piglio alla violenza!"

"Famne vedé... piglia sta violenza...
'A verità, Marché', mme so' scucciato
'e te senti; e si perdo 'a pacienza,
mme scordo ca so' muorto e so' mazzate!...

Ma chi te cride d'essere... nu ddio?
Ccà dinto, 'o vvuò capì, ca simmo eguale?...
... Morto si' tu e muorto so' pur'io;
ognuno comme a 'n'ato è tale e qquale."

"Lurido porco!... Come ti permetti
paragonarti a me ch'ebbi natali
illustri, nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?"

"Tu qua' Natale ... Pasca e Ppifania!!
f T' 'o vvuo' mettere 'ncapo... 'int' 'a cervella
che staje malato ancora 'e fantasia?...
'A morte 'o ssaje ched'e".... e una livella.

'Nu rre, 'nu maggistrato, 'nu grand'ommo,
trasenno stu canciello ha fatt' 'o punto
c'ha perzo tutto, 'a vita e pure 'o nomme
tu nun t'he fatto ancora chistu cunto?

Percio, stamme a ssenti... nun fa' 'o restivo,
suppuorteme vicino - che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie... appartenimmo â morte!"

 

È davvero una poesia bellissima.

 

Il 28 febbraio scorso è morta mia nonna paterna ed ora, solo ora, ho il cuore di parlarne serenamente.

 

Non è facile tenere la mano di una persona che muore.

Non è facile dare coraggio ad una persona che muore, quando la sua morte ti fa doppiamente paura.

Non è facile guardare negli occhi, senza senso di colpa perché tu puoi rimanere ancora, una persona che spira.

 

I tuoi occhi non saranno mai più uguali a prima, dopo che si saranno concentrati in uno sguardo che viene rapito dalla morte.

Prima dicevo doppiamente paura: significa paura per il vuoto che ti troverai a percepire nel momento in cui il tuo caro ti lascerà e paura perché sai che prima o poi toccherà anche a te, come a tutti.

 

Vivo la religione a modo mio: sono Cristiano perché credo nella vita di Gesù uomo e mi ispiro al suo esempio, ma non credo nella liturgia della Chiesa. Non riesco a dare una connotazione divina ad una morale, proprio perché qualsiasi morale è frutto di scelte e giudizi umani.

Credo sia una cosa bella, perché professo una morale a titolo gratuito, nel senso che non lo faccio nella speranza del paradiso: lo faccio perché davvero ci credo (anche se ciò non toglie che possa crederci pure un qualsiasi cattolico). Tuttavia è una prospettiva che rende la morte ancora più paurosa.

 

Mi domandavo se fosse in contraddizione con il concetto di eternità.

Risponderei di no, perché l’uomo continua a vivere nel ricordo di chi resta e, tanto grandi saranno le sue opere, maggiore sarà il numero delle generazioni che si faranno portatrici di quel ricordo.

 

Il paradiso: essere ricordato come una bella persona.

L’inferno: essere ricordato come una brutta persona.

 

Tutto qui.

 

Anche se, essendo l’uomo stesso a custodire quel ricordo, scomparsi gli uomini finiranno le eternità in loro imperniate.

Uccidere un uomo, quindi, comporta un’ulteriore responsabilità: quella di distruggere la memoria di altri uomini… uomini che continuavano a “vivere” in lui.

 

Giusto per rifletterci un po’…

giovedì 29 gennaio 2009

Del rapporto tra arte e dolore

Scritto da Z.Cosini 00.58

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Oggi riflettevo...

sono ormai molti giorni che non scrivo nulla e noto come, man mano che vado avanti, scriva sempre meno.
Non è pigrizia, credetemi, ma semplicemente non mi viene in mente nulla o, comunque, nulla di particolarmente interessante: spesso sono concetti che ho già espresso, su cui ho già abbondantemente riflettuto e che, magari, si ripresentano sotto altre sembianze... ma senza innovare.
Allora ho pensato di riflettere proprio su questo, sul perchè stia perdendo riflessività; soprattutto in relazione al fatto che c'è una tendenza chiara, quella per la quale i post siano andati progressivamente diminuendo di frequenza.
Ebbene, ho cominciato a scrivere in un periodo molto particolare della mia esistenza; un periodo in cui avevo la sensazione che la mia vita fosse allo sfascio (e magari in quella contingenza era proprio così) ed ero spinto a scrivere alla ricerca di qualcosa.
Il dolore che mi ha colpito non è passato rapidamente: c'è stato tutto un percorso, ed infatti ho continuato a scrivere, ma stavo sempre meglio - giorno dopo giorno - ed ecco che gli interventi sul blog diminuivano.
Ho riflettuto sul fatto che, spesse volte, i grandi pensatori e artisti in generale siano persone tormentate: persone inquiete alla ricerca di qualcosa.

Ho pensato che, magari, il dolore ci spinga verso una realtà meno materiale, più evanescente, quasi a voler fuggire dalla realtà, quasi a voler fuggire al dolore stesso.
Quindi l'arte è una fuga...
Ho pensato che, magari, il dolore ci spinga a voler raccontare e, per questo, ci esprimiamo, parliamo, cantiamo, scriviamo, dipingiamo, filosofiamo.
Quindi l'arte è uno sfogo...
Ho pensato che, magari, il dolore spinga verso l'autocommiserazione e la frustrazione e, come reazione vincolante, noi si cerchi una qualche gratificazione.
Quindi l'arte è riscatto...

Molti artisti erano omosessuali, storpi, di cattivo aspetto, etc.: non è un caso.
Molti artisti erano rifiutati dalla società e, per questo, cercavano fuga, sfogo, riscatto...

Seguendo questo filo conduttore, si potrebbe pensare di giungere al paradosso di una scelta: quella tra arte e felicità.
In effetti, la serenità e la gioia ci spingono verso il radicamento nella quotidianetà materiale, proprio perchè in essa si trova giovamento.
Allora? dobbiamo rinunciare all'arte e, miseramente, contentarci di piccole parentesi nelle quali la vita ci "dona" un po' di angoscia?
Credo di no.
Il dolore ci consente sensibilità, di questo già ho scritto, e la prova cui siamo chiamati, credo, è quella di mantenere almeno in parte tale attitudine.
Quando il dolore ci porta nella "dimensione dell'immaterialità", pian piano, come se fossimo sulle sabbie mobili, cominciamo inesorabilmente ad uscirne, ma abbiamo del tempo. Abbiamo il tempo di osservare attentamente quei luoghi e di fotografarli nel nostro animo, nel nostro cuore.
Portando con noi, con notevole sforzo, il ricordo di quei momenti e di quelle immagini, potremo raccontarle ancora.
Ogni uomo è superstite delle proprie disgrazie e, come tutti i naufraghi di brutte avventure, può scegliere tra la testimonianza ed il dimenticare.
La testimonianza è rivisitazione del dolore e, sebbene con notevole approssimazione rispetto al periodo di diretto contatto con gli avvenimenti, ci permette di rivivere stati d'animo trascorsi e di ricercare qelle senzazioni, quei magoni, quei tonfi ormai leniti... e di trasformarli in arte ancora una volta.

Giusto per rifletterci un po'...

domenica 11 gennaio 2009

Della canzone che ci canterebbe Faber

Scritto da Z.Cosini 22.52

Video
Oggi riflettevo...

la vita di ogni uomo è una poesia, in questo non c'è merito.
Tu, la Tua poesia, l'hai saputa scrivere e l'hai lasciata a noi: per questo Ti dobbiamo eterna gratitudine.
Pensavo, paradossalmente, a Te che partecipi alla Tua commemorazione, sono trascorsi dieci anni dal giorno della Tua morte: cosa ci avresti cantato? scrivesti una canzone, Il testamento, che forse sarebbe stata la più adatta.
Ma no, non ci avresti cantato quella canzone: la Tua poetica non è scontata e prevedibile.
Oggi, ci avresti cantato questa...
Grazie Fabrizio, ancora... e per sempre.

Giusto per rifletterci un po'...

sabato 10 gennaio 2009

Delle storie scritte sui... volti

Scritto da Z.Cosini 17.16

Delle storie scritte sui volti
Oggi riflettevo…

 

gli anni passano, inesorabilmente, e lasciano tracce indelebili del loro trascorrere su di molte cose: sugli edifici, sugli alberi, nei cuori, negli occhi, sui volti.

Se pensassimo alla Terra, come ad un volto, potremmo vedere chiaramente i segni del passaggio del tempo. Anche se - chiariamolo da subito - non è il tempo in quanto tale a solcarlo e scolpirlo (soprattutto perché dubito della sua esistenza), ma i suoi protagonisti.

Quello della “Terra volto” era solo un esempio: non è di questo che vorrei scrivere. Non così specificatamente: no, non di “Terra volto”, ma solo di volti.

Gli anni che lasciano un segno sui nostri volti.

Partiamo dal presupposto che ogni persona, nel crescere, muta profondamente il suo aspetto e che, le tracce maggiori di tale mutamento, siano le rughe. Quello che mi sono chiesto è: c’è una sorta di “predeterminazione” dei nostri successivi mutamenti d’aspetto? oppure, come in moltissime cose, la fatalità e le singole contingenze muovono le pedine di questa “partita a scacchi”?

Se fosse vera la prima, sin da bambini, noi saremmo “potenza” di un “atto” già noto (forse a qualcuno), già scritto (ovviamente in merito al nostro futuro aspetto: è di questo che stiamo parlando!) e non ci credo. Quindi è vera la seconda.

Ma, se è vera la seconda, scaturiscono un sacco di conseguenze affascinanti e bellissime (almeno da taluni punti di vista).

In riferimento alla “Terra volto”, e non a caso, ho specificato che non il tempo in quanto tale, bensì i suoi protagonisti, siano i veri attori del film “mutamento d’aspetto”: pertanto diviene necessario comprendere chi siano tali protagonisti, nei fatti.

In merito al nostro volto, sicuramente, i primi attori siamo noi: gli eroi del nostro film.

Le scelte che facciamo, la nostra indole, il nostro carattere, le nostre fortune, le nostre disgrazie, i nostri pregi, i nostri difetti, i nostri meriti, le nostre sconfitte, ecc.: tutto conduce a dei cambiamenti del nostro volto; se si è permalosi, immagino delle rughe tra gli occhi a rimarcarne il broncio e, se si è allegri e scherzosi, ci dovrebbero essere delle rughette intorno agli occhi e di fianco alla bocca e… così via con le esperienze: un dolore lungo e prolungato ci renderà più coriacei e distaccati ed ecco che un sopracciglio si inarca e alcuni solchi sulla fronte saranno scavati.

Ma non dipende tutto da noi: in una storia che si rispetti ci sono alleati, antagonisti, comparse e chi più ne ha più ne metta; tutti contribuiranno a cambiare il nostro volto e noi contribuiremo a caratterizzare il loro.

Non basta. Pensateci ancora: perché “scrivere”? cosa si “scrive”?

Si scrive ciò che “si legge”!

Accostatevi ad un volto maturo, che ha affrontato il vento e l’erosione di tanti anni (non troppi, altrimenti le sovrapposizioni di “parole e pensieri” rendono troppo difficile la comprensione), e provate a leggere: potrete vedere una risata fragorosa di tanti anni prima e, risalendo, quell’acuto dolore infantile di chi perde il cagnolino, ma anche il giorno in cui riuscì a dirle per la prima volta che l’amava e tornò a casa con gli occhi lucidi al pensiero che lei gli avesse risposto con un bacio. Seguite il pendio di quella fronte, per potervi scoprire l’abbraccio di una mamma che gli regala “una bella cosa” e del nonno che lo porta a spasso la domenica mattina e… tanto altro ancora.

 

 Non mi stancherò mai di dirlo: le metafore! ricordiamoci delle metafore perché aiutano tanto nel decodificare il complesso con schemi semplici.

Ecco, si parlava – appunto – sfruttando la metafora della scrittura. Ebbene? nella scrittura ci sono un’infinità di variabili: lo strumento, il colore e lo spessore del suo tratto; la calligrafia, ecc… così nelle “cartine del nostro volto” (cartine, forse perché qualche abile lettore potrebbe intravedere anche i luoghi in cui siamo stati) saranno possibili altrettante variabili.

D’altronde, non tutti ridono nello stesso modo: c’è chi è composto, chi è sguaiato, chi è altezzoso, chi è supponente, chi è sprezzante, chi è freddo, chi è cinico… e, tra questi, ulteriori altre differenziazioni e… così all’infinito.

Siamo dinanzi ad un sistema “denso”, un sistema a garanzia dell’unicità delle nostre esperienze, dell’unicità delle nostre vite, dell’unicità dell’uomo (almeno nei dettagli che caratterizzano il suo percorso).

 

Giusto per rifletterci un po’…

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Z.Cosini

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"La vita non è FACILE o DIFFICILE.
La vita non è BELLA o BRUTTA.
La vita è ORIGINALE."

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