Omosessualità classista nel mondo greco antico

28 marzo 2011 ore 14:24 segnala
La concezione antica della sessualità, pur non rispettando molte regole per noi importanti e pur permettendo rappresentazioni artistiche degli amori omosessuali, può apparire libera da regole. In realtà essa possedeva altre regole, che noi non possediamo: la società antica, ad esempio, aspirava sempre ad un rapporto fra due partner di potere e forza diversa per età, per condizione sociale e per sesso, seguendo un principio completamente diverso rispetto a quella attuale, che cerca invece rapporti fra partner uguali o resi idealmente uguali dall'amore. Le stesse leggi sul matrimonio, infatti, puntano a garantire oggi l'uguaglianza fra i coniugi, mentre quelle del mondo antico sancivano sempre e senza alcun dubbio la superiorità assoluta del maschio rispetto alla donna, cioè la supremazia di un partner sull'altro/a. In questo modo, anche nella coppia omosessuale antica c'era “uno che ama” detto “erastès” in greco o “amans” in latino, parole che hanno la forma di participio attivo, ed “uno che è amato”, l’“eromènos” in greco o “amatus” in latino, parole che hanno la forma di un participio passato, quindi di valore passivo.
Anche la coppia omosessuale antica conosce, dunque, regole non meno ferree di quelle della società moderna, sebbene non siano le stesse delle nostre, perché concedevano molta libertà sessuale a chi aveva i pieni diritti politici e sociali, ma poca o addirittura nessuna libertà a chi non li aveva, ossia minorenni, schiavi e stranieri che costituivano la stragrande maggioranza della popolazione.
Oltre a regole non scritte, basate sulla consuetudine, esistevano poi leggi vere e proprie contro l'omosessualità: le più importanti di queste leggi erano quelle che, in molte città greche, rendevano obbligatorio il matrimonio per tutti i cittadini adulti, a meno che essi non fossero tanto poveri da non poterselo permettere o fossero affetti da malattie invalidanti.
Altre leggi, come quelle discusse nell'orazione «Contro Timarco» di Eschine, privavano dei diritti di cittadinanza il giovane che si concedeva per denaro. Ad un giovane che si prostituiva, il “nomon”, ossia la legge della polis gli impediva di ricoprire cariche pubbliche, quali la possibilità di accedere all’arcontato – gli Arconti erano i governatori dello Stato – di ricoprire cariche di magistrato o di avvocato, di essere consacrato sacerdote, di partecipare a pubblici sacrifici e di essere inviato come araldo.
I “prostituti” tuttavia erano tutelati dallo Stato in quanto erano iscritti in un apposito registro ed erano tenuti a versare un tributo sul guadagno.
Il giudizio che gli antichi avevano dell’omosessualità, si evince al paragrafo 185 dell’orazione di Eschine, quando l’oratore afferma chiaramente che l’eterosessualità è naturale, mentre l’omosessualità è contro natura. Questo passo segue quello in cui l’autore enuncia i particolari del “nomon” che escludeva le donne adultere dalle feste e dai santuari pubblici:
«Ordunque, mentre i vostri padri espressero un tale giudizio su ciò che è turpe e ciò che è onesto, voi invece proscioglierete Timarco, colpevole delle più turpi azioni? Un individuo che ha il corpo di maschio, ma che ha commesso colpe di femmina? Chi di voi, dunque, punirà una donna sorpresa a commettere un’azione illecita? O quale uomo non darà l’impressione di essere uno stupido se, mentre prova sdegno contro una donna che sbaglia, obbedendo all’impulso di natura, prende poi per consigliere uno che contro natura ha oltraggiato il proprio corpo?»
Da questo paragrafo si evince che in tempi più remoti dovevano esistere leggi che, in qualche modo, vietavano i rapporti omosessuali.
Ma a chi i rapporti omosessuali erano vietati?
In realtà le società antiche erano fortemente classiste e come tali il rapporto omosessuale era vietato soltanto a coloro che non godevano del diritto di cittadinanza ed in particolare agli schiavi, infatti, in un altro passo della stessa orazione, Eschine afferma:
«In effetti, i nostri padri, quando fissarono leggi sui costumi e sulle necessità naturali, proibirono agli schiavi di fare quelle cose che, secondo loro, dovevano esser fatte solo dagli uomini liberi».
Più avanti Eschine accenna altresì all’esclusione degli schiavi dai ginnasi – il Gymnasion era un luogo dove si stava nudi, dal termine gymnon, che significa, appunto nudo – quindi la clausola che prevedeva la punizione dello schiavo che si innamorava di un ragazzo libero.
Aristofane, il commediografo ateniese del V secolo, nella commedia «Le Nuvole», nei versi 1075-80, parla dell’immorale Discorso Ingiusto, affrontando il problema degli impulsi di natura e lo illustra prendendo l’esempio di un uomo che s’innamora di una donna sposata e consuma con lei l’adulterio. “Così ha voluto natura”, dice un personaggio di Menandro, commediografo ateniese del IV secolo, nella commedia «Epitrèpontes», come attenuante per uno stupro, “cui nulla importa delle leggi”. In Euripide, tragediografo attico del V secolo, nel frammento 840, Laio, re di Tebe, riferendosi alla sua violenza omosessuale perpetrata nei confronti di Crisippo, dice debolmente: “Lo so, ma è natura che mi spinge”.
Per questo motivo dunque è piuttosto difficile spiegare quali siano gli impulsi di natura secondo Eschine se non presupponendo che egli consideri naturale la reazione omosessuale di un maschio per la bellezza di un altro.
Se questo fosse stato il suo punto di vista, Senofonte sarebbe stato d’accordo con lui. In un passo del «Gerone», l’1 31-33, Senofonte rappresenta il poeta Simonide nell’atto di conversare col tiranno siracusano Gerone:
«Che vuoi dire Gerone? Vuoi forse farmi credere che nel cuore di un tiranno non possa germogliare l’eros per un fanciullo, come invece succede ad altri? Come spieghi allora che tu sia innamorato di Diàloco?»
Allora Gerone rispose: «La mia passione per Diàloco è forse l’effetto di ciò che la natura umana ci spinge a desiderare di ciò che è bello; ma, quanto all’oggetto della mia passione, voglio raggiungerlo solo se lui ricambia ad acconsente al mio amore».
In ogni caso, i termini con i quali è indicato il sentimento omosessuale ed eterosessuale sono gli stessi.
Nell’orazione «Contro Simone» di Lisia, un vecchio cittadino si discolpa da una denuncia sportagli per aver furiosamente litigato e fatto a pugni con il querelante, suo acceso rivale, nell’amore verso un ragazzo. L’avversario di Simone, imbarazzato nel descrivere i suoi pasticci omosessuali ad un’età in cui ci si aspetterebbe un po’ di discrezione, dice: «È proprio di tutti gli uomini provare un desiderio». Da queste argomentazioni si deduce che nel mondo greco il concetto di desiderio non fosse differenziato per ragioni di scelte sessuali, ma che fosse differenziato per ragioni di “status” sociale.
A parte la natura del genere umano, ogni uomo ha una natura sua, vale a dire quel modo in cui si è sviluppato mentalmente e\o fisicamente, e, qualsiasi siano le caratteristiche di ognuno, è probabile che abbia qualcosa in più o in meno degli altri.
La consapevolezza dei Greci, secondo la quale alcuni sono più omosessuali di altri, non deve meravigliare ed è espresso molto chiaramente nella storia che Platone nel «Simposio», fa raccontare ad Aristofane con il mito dell’Androgino (http://blog.chatta.it/0iotiascolto/post/platone-ed-il-mito-di-androgino-nel-simposio.aspx).
La variabilità della gente rispetto ai loro orientamenti sessuali –determinata genericamente nel racconto di Aristofane – è casualmente riconosciuta nel riferimento che Eschine fa allo “straordinario entusiasmo di Misgola per i rapporti omosessuali” e nell’uso di Senofonte del termine “tropon” – abitudine, costume, modo, carattere, disposizione, inclinazione – quando descrive il comportamento del paiderasthén (pederasta) Epistene.
In conclusione si può affermare che nella Grecia antica la pederastia consisteva in un legame tra un uomo e un adolescente, ma si trattava di un modo riconosciuto di formazione delle élite sociali, che traduceva la relazione maestro-allievo ed in ogni caso la pederastia greca va inserita in un quadro generale nel quale desideri e comportamenti sessuali non erano classificati in base alla diversità o all'identità del sesso dei partner, bensì in base al ruolo attivo o passivo e alle conformità di questo alle norme concernenti età e condizione sociale delle persone coinvolte.
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La concezione antica della sessualità, pur non rispettando molte regole per noi importanti e pur permettendo rappresentazioni artistiche degli amori omosessuali, può apparire libera da regole. In...
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