Alla fine...tutto si risolve

11 maggio 2012 ore 15:36 segnala
La pazienza è la facoltà umana di rimandare la propria reazione alle avversità, mantenendo nei confronti dello stimolo un atteggiamento neutro.



È la necessaria calma, costanza, assiduità, applicazione senza sosta nel fare un'opera o una qualsiasi impresa




Il saggio cinese dice all’occidentale: “Tu quando ti svegli, già calcoli e programmi; quando fai colazione, già sei al volante della tua vettura; quando guidi, già sei al lavoro. E sempre attendi. Attendi la fine del lavoro, attendi il fine settimana, di domenica attendi il lunedì.” “E tu, saggio?” “Quando mi sveglio io mi contento di svegliarmi. Quando mangio, gusto il sapore del cibo; quando cammino, cammino; mi occuperò della meta quando ci sarò arrivato. Non sono affatto preoccupato di ciò che verrà; vivo l’istante presente. Nel mio paese questa pratica viene chiamata il cammino della tranquillità e anche il cammino della saggezza.”


Ci sono diversi tipi di libertà, e ci sono parecchi equivoci in proposito? Il genere più importante di libertà è di essere ciò che si è davvero. Si baratta la propria libertà per un ruolo. Si barattano i propri sensi per un atto. Si svende la propria capacità di sentire, e in cambio si indossa una maschera. Si può privare un uomo della sua libertà politica e non lo si ferirà? Finché non lo si priverà della sua libertà di sentire. Questo può distruggerlo.Non arrenderti mai, perché quando pensi che sia tutto finito, è il momento in cui tutto ha inizio.

Jim Morrison (James Douglas Morrison)



Osho è stato un filosofo e leader carismatico e maestro spirituale indiano fra i più influenti e conoscuti del ventesimo secolo.

Mai nato - Mai morto - Ha solo visitato il pianeta Terra tra l'11 dicembre 1931 e il 19 gennaio 1990.
Con queste parole immortali, Osho detta il suo epitaffio e allo stesso tempo elimina la necessità di una biografia.

Dopo aver cancellato il suo nome, accetta alla fine il termine "Osho" spiegando che esso deriva da "oceanico". "Non è il mio nome" afferma "è un suono di guarigione".

Le migliaia di ore di discorsi estemporanei, presentati a persone di tutto il mondo per un periodo di vent'anni, sono tutti registrati, spesso anche in video, e possono essere ascoltati da chiunque in qualsiasi posto, creando, come dice Osho, "ovunque lo stesso silenzio".
Le trascrizioni di questi discorsi sono ora pubblicati in centinaia di libri in dozzine di lingue diverse.
In questi discorsi, la mente umana viene messa al microscopio come mai prima, analizzata nelle sue pieghe più sottili. La mente come psicologia, la mente come emozione, la mente come corpo/mente, la mente come moralista, la mente come storia, la mente come credo, la mente come religione, la mente come evoluzione sociale e politica - il tutto esaminato, studiato e integrato. E poi lasciato alle spalle con grazia nel viaggio fondamentale verso la trascendenza.

Nel corso di questo processo Osho mette allo scoperto l'ipocrisia e le falsità dovunque le incontri. Come dice in modo eloquente lo scrittore Tom Robbins: "Riconosco la brezza smeraldina quando scuote le mie finestre. Osho è come un vento teso e dolce che percorre il pianeta, facendo volare via le teste di rabbini e papi, sparpagliando le bugie sulle scrivanie dei burocrati, mettendo in fuga precipitosa gli asini nelle stalle dei potenti, sollevando le gonne dei moralisti e facendo il solletico a chi è spiritualmente morto per farlo tornare in vita."

Balla che ti passa
la danza aiuta i neuroni

La storia del principio e della fine
Subcomandante Marcos

Già da tempo il ieri era diventato vecchio e stava solo in un angolo del mondo. Da tempo ormai i più grandi dei, quelli che hanno creato il mondo, i primi, erano rimasti addormentati. Si erano stancati molto di ballare o di percorrere strade o di farsi domande. Perciò erano rimasti addormentati i primi dei. Avevano già parlato con le donne e gli uomini autentici ed erano fra tutti giunti all'accordo che si doveva continuare a camminare.
Perché è camminando che il mondo vive, così avevano detto i più grandi dei, quelli che hanno creato il mondo, i primi.
Fino a quando continueremo a camminare? - si domandarono gli uomini e le donne di mais.
Quando ricominciamo di nuovo? - si risposero le donne e gli uomini autentici perché così avevano appreso dai primi dei, che a una domanda si risponde sempre con un'altra domanda.
Però alla fine i primi dei si svegliarono. Perché i più grandi dei, quelli che crearono il mondo, non possono restare addormentati quando sentono una domanda e allora si svegliarono e si misero a suonare la marimba e composero una canzone con le domande e ballavano e cantavano:
''Fino a quando continueremo a camminare? Quando ricominciamo di nuovo?".
E sarebbero ancora lì, a ballare e a cantare, se non che le donne e gli uomini autentici si irritarono e dissero loro che era stato bello il ballare e il cantare ma che volevano risposte alle loro domande e allora i primi dei si fecero seri e dissero:
Fanno domande gli uomini e le donne che abbiamo fatto di mais. Non ci sono venuti molto saggi questi uomini e queste donne. Cercano la risposta fuori, senza rendersi conto che ce l'hanno dietro e davanti. Non molto saggi sono questi uomini e queste donne, sono come una pannocchia acerba - dissero i primi dei e dai che iniziarono di nuovo a ballare e a cantare e ancora una volta le donne e gli uomini autentici si indispettirono: va bene prenderli in giro, ma com'è che la risposta ce l'hanno davanti e dietro e i primi dei risposero che alle spalle e nello sguardo ci sono le risposte e gli uomini e le donne di mais si guardarono tra loro e tutti sapevano di non capire niente, però restarono zitti e i più grandi dei dissero loro:
Dalla schiena hanno avuto inizio gli uomini e le donne di mais perché sono nati sdraiati e sono nati dalla terra, dato che sono di mais. Sulla schiena hanno iniziato a muoversi. La loro schiena resta sempre dietro al loro passo o al loro restare fermi. La loro schiena è l'inizio, il ieri del loro passo.
E le donne e gli uomini autentici non capirono molto però come l'inizio fosse già cominciato e il ieri fosse già passato, ma non si preoccuparono di ciò e ripeterono:
Fino a quando continueremo a camminare?
Questo è più facile da sapere - dissero gli dei che crearono il mondo -. Quando il vostro sguardo potrà guardare alle vostre spalle. Basta che camminiate in circolo, fino a fare un giro e raggiungere voi stessi. Quando avrete camminato abbastanza e sarete riusciti a guardarvi alle spalle, benché da lontano, allora avrete finito, fratellini e sorelline - dissero i primi dei mentre cominciavano già ad addormentarsi.
E le donne e gli uomini autentici furono molto contenti perché ormai sapevano che dovevano solo camminare in circolo fino a riuscire a guardarsi alle spalle. E trascorsero un po' di tempo così, camminando per raggiungere la loro schiena, poi si sono fermati un momento a pensare perché non smettevano di camminare e si dissero:
Costa molto raggiungere l'inizio per arrivare alla fine. Non si smette mai di camminare e si prova molto dolore nel pensare a quando arriveremo all'inizio per dare termine al nostro passo -. E alcuni e alcune si scoraggiarono e così si sedettero, annoiati perché il cammino verso l'inizio per arrivare alla fine non terminava mai.
Però altri e altre continuarono a camminare molto volentieri e smisero di pensare solo a quando sarebbero arrivati all'inizio per raggiungere la fine e invece si misero a pensare al cammino che stavano compiendo e, siccome era in circolo, ad ogni giro volevano compierlo meglio e ogni volta che giravano, dato che il passo riusciva meglio, erano sempre più contenti e tanta contentezza dava loro il camminare che un bel po' camminarono e, senza smettere di camminare, si dissero:
E' allegro questo cammino che siamo, camminiamo per fare migliore il cammino. Siamo il cammino perché altri camminino da una parte all'altra.
Per tutti c'è un principio e una fine nel proprio cammino, per il cammino no, per noi no. Per tutti tutto, niente per noi. Siamo il cammino, dobbiamo proseguire.
E per non dimenticarsi, disegnarono un circolo per terra e camminando in cerchio percorrevano e percorrono tutto il mondo, gli uomini e le donne autentici. Non finiscono né esauriscono la propria lotta per migliorare il cammino, per migliorarsi. Per questo gli uomini hanno creduto che il mondo fosse rotondo, però così è questa palla che è il mondo: non è altro che la lotta e il cammino delle donne e degli uomini autentici, che continuano a camminare e vogliono sempre che il cammino riesca meglio dei passi che lo percorrono. Camminando sempre, non c'è né inizio né fine nella loro camminata. Né possono stancarsi le donne e gli uomini autentici. Vogliono sempre raggiungere se stessi, sorprendendosi nel cercare alle spalle l'inizio e così arrivando alla fine del loro cammino. Però non lo troveranno, lo sanno e non importa loro. L'unica cosa che importa loro è di essere un buon cammino che cerca sempre di essere migliore...
Tace il Vecchio Antonio, però la pioggia no. Io gli stavo per chiedere quando sarebbe finita questa pioggia, però sembra che l'ambiente non sia propizio alle domande su inizi e fini. Saluto il Vecchio Antonio e me ne vado.
Esco nella pioggia e nella notte, anche se le batterie nuove della mia pila non riescono a distinguere l'una dall'altra. Il rumore dei miei stivali nel fango mi impedisce di ascoltare le parole di addio del Vecchio Antonio:
Non stancarti domandando quando finirà il tuo cammino. Lì, dove il domani e il ieri si uniscono, lì finirà...
Mi è costato molto iniziare a camminare, sapevo che sarei scivolato nel fango più avanti, però, pur sapendolo, dovevo camminare verso questa caduta. Questa e le altre che seguiranno. Perché camminare è anche inciamparsi e cadere. E questo non me lo ha insegnato il Vecchio Antonio, me lo insegnò la montagna e, credetemi, l'esame non è stato per niente facile.




Nei momenti di crisi ci si sente incapaci di mantenere le vecchie, sicure strutture; si è costretti a chiamare a raccolta tutte le forze e avanzare verso qualcosa di nuovo. Allora è possibile che intervenga una grazia, si trova in se stessi una forza insospettata. La crisi viene superata e, dopo la tempesta, ci si ritrova ancora vivi. A questo punto, il paradosso viene svelato: pur senza sostegni siamo in grado di tenerci in piedi. La minaccia di distruzione conduce ad una via d’uscita.
Senza sofferenze, non saremmo in grado di trovare le risorse interiori, non proveremmo mai il dolore che conferisce profondità e carattere, non apriremmo mai il nostro cuore alla compassione. Se ci fosse giustizia nelle cose, non saremmo motivati a riconoscere e a gestire in modo creativo l’ombra in noi stessi e negli altri.
Le condizioni dell’esistenza sono forze che ci assistono lungo il percorso verso il nostro destino. Senza la solitudine non scopriremo mai il vasto mondo interiore della saggezza e del potere risanante che è in noi. Se cio’ che vediamo e desideriamo non fosse transitorio, non spingeremo lo sguardo oltre le persone e le cose, o non le contempleremmo più a fondo, per venire a contatto con in trascendente. Se tutto fosse prevedibile, la sorpresa, l’inatteso, le piacevoli coincidenze non farebbero spalancare i nostri occhi.
Tutti i miti della creazione hanno inizio dal caos: e il caos è la realtà data, la condizione necessaria perchè qualcosa di nuovo possa emergere. Una crisi personale è un microcosmo del caos primordiale e dei requisiti per la creazione. Quando le circostanze mettono a soqquadro la nostra vita, è segno che qualcosa è pronto per nascere.

David Richo





Perfino Platone, preso da ira verso un suo schiavo, affidò ad un altro il compito di picchiarlo perché lui stesso l’avrebbe picchiato più del giusto. Con il suo trattato sull’ira, Seneca prende le distanze dalle posizioni peripatetiche, propense a dar libero sfogo all’ira e non a contenerla. Il filosofo consigliere può contribuire alla formazione nel principe di quell'autodominio, che é garanzia del corretto dominio sugli altri. La monarchia é la forma naturale di costituzione: come il cosmo é tenuto insieme - secondo una tesi tipicamente stoica - da un soffio vitale, da una mente divina che lo pervade, così il corpo dell'impero é tenuto saldamente in piedi dal principe. La collaborazione con Nerone durò fino al 62, quando con l'uccisione di Burro , che aveva affiancato Seneca nella posizione di consigliere, la clemenza del principe si dissolse. A Seneca si pose l'alternativa tra la lotta contro il potere o il ripiegamento in se stesso. Non sappiamo sino a che punto la prima via fu imboccata e se la congiura dei Pisoni, scoperta nel 65, ne fu l'esito, soprattutto non sappiamo se Seneca ne fosse al corrente; di fatto fu accusato di farne parte e fu costretto al suicidio ma nei suoi scritti non compare mai un'esplicita giustificazione del tirannicidio. Da buon stoico quale era, Seneca non condanna il suicidio: quando non si può più applicare la virtù, quando l’uomo non é più libero esso é concesso come extrema ratio: "non sempre bisogna cercare di tenere la vita, perchè vivere non é un bene, ma é un bene vivere bene. Così il saggio vivrà quanto deve, non quanto può; esaminerà dove gli converrà vivere, con quali persone, in quali condizioni, con quali occupazioni. Egli si preoccupa sempre del tipo di vita che conduce , non della sua durata: se gli si presentano molte avversità che turbano la sua tranquillità , esce dal carcere ... Quel che importa non é morire più presto o più tardi, ma importa morire bene o male, ma morire bene é fuggire il pericolo di vivere male" (Epistole a Lucilio, 70 ).


Una teoria sul suicidio, evidentemente, presuppone una teoria sul valore della vita, perchè quello é negazione o almeno rinuncia di questa. Che cosa é la vita per un uomo saggio? "Vivit is qui multis usui est, vivit is qui se utitur" (vive colui che é di utilità a molti , vive colui che può usare se stesso) : per essere di utilità a qualcuno in modo consapevole, bisogna poter disporre di sè, della parte migliore di sè, cioè della propria ragione. Altre vittime illustri della reazione di Nerone furono il nipote di Seneca, Lucano, e Trasea Peto. In una situazione di dominio tirannico, quale appariva ai senatori ostili al principe, lo stoicismo, più che fornire programmi di azione, poteva insegnare che cosa non si deve fare nè temere. Anche per Seneca, costretto all'impotenza politica, la filosofia diventa - come già per Cicerone - la via di riscatto. La perdita di spazio politico appare compensata dall'estensione nel tempo dell'efficacia della propria azione, anche per le generazioni future, esercitata con la scrittura. E' in questo periodo che Seneca compone i suoi scritti filosofici più importanti , in particolare alcuni dialoghi De otio, De tranquillitate animi, De providentia e soprattutto le Quaestiones naturales (nelle quali Seneca guarda con grande simpatia al progresso scientifico, purchè sia soggiogato al dominio della ragione) e le 124 Epistulae morales ad Lucilium, un epistolario (forse con un destinatario fittizio) in cui troviamo in nuce l’intero pensiero senecano. Ridiventando filosofo, Seneca trova davanti a sè la natura da contemplare nelle sue manifestazioni e nel suo ordine; all' indagine sulle cause dei fenomeni metereologici egli dedica le Questioni naturali, in sette libri . Ma ciò che Seneca ritrova é soprattutto la sua interiorità: in questa nuova circostanza la filosofia diventa in primo luogo una barriera di protezione contro un mondo minaccioso. Il punto di partenza consiste nel riconoscere che contro la sorte é impossibile lottare e che l'errore fondamentale é di attribuire valore a ciò che dipende da essa: "siamo tutti schiavi del destino: qualcuno é legato con una lunga catena d'oro, altri con una catena corta e di vile metallo. Ma che importanza ha? La medesima prigione rinchiude tutti e sono incatenati anche coloro che tengono incatenati gli altri ... Tutta la vita é una schiavitù. Bisogna quindi abituarsi alla propria condizione, lamentandosi il meno possibile e cogliendo tutti i vantaggi che essa può offrire" (De tranquillitate animi). Se – stoicamente – il destino è signore delle cose, allora non ha senso opporvisi: siamo come cani legati ad un carro, e la cosa più saggia che possiam fare è accettare liberamente di farci tirare da esso; proprio degli stolti è invece opporsi, con la conseguenza che si è ugualmente trascinati ma ci si fa male. Questa riflessione maturata nello stoicismo antico è da Seneca compendiata - Epistulae ad Lucilium, 107 - nella sententia "il fato guida chi è consenziente, trascina chi si oppone" ("ducunt fata volentem, nolentem trahunt"). Il dominio dei valori si trova così spostato dall'esterno all'interno, nella ragione, da cui dipende la valutazione delle cose. L' interiorità, a cui fa appello Seneca, é il luogo in cui si combatte contro gli assalti di tutto ciò che é esterno per la salvaguardia della propria libertà: ed è per questo che il pensatore spagnolo ci invita (De ira, III, 36) alla sera, quando la nostra giornata volge al termine, a fare un redde rationem, una ricognizione fra i sentieri del proprio animo per sincerarsi che quella trascorsa sia stata una giornata bene impiegata.


La virtù non é preclusa a nessuno e per questo aspetto anche gli schiavi sono uomini, ma Seneca non ne trae la conclusione che uno schiavo virtuoso dovrebbe anche essere liberato dalla schiavitù sul piano giuridico, poichè questa condizione giuridica riguarda solo il corpo dello schiavo, che, consegnato dalla sorte a un padrone, non può mutare il suo stato perchè con la sorte non si interferisce: anche il padrone è schiavo del fato. La vera schiavitù per Seneca é quella volontaria, l'assoggettamento al vizio. Sulla tematica della schiavitù Seneca si sofferma diffusamente nell’epistola 47 a Lucilio: pur non arrivando a propugnare l’abbattimento della schiavitù, egli sostiene quel principio di uguaglianza fra gli uomini che spesso i filosofi avevano affermato solo teoricamente, in un’epoca in cui non di rado i rapporti con gli schiavi vengono irrigiditi e inaspriti, più volte rammenta che lo schiavo ha piena dignità umana e che a lui è schiusa come ad ogni altro uomo la via del bene. Felice che Lucilio accetti benevolmente la presenza degli schiavi, Seneca ne approfitta per dissertare sulla loro condizione, asserendo: "Sono schiavi." No, sono uomini. "Sono schiavi". No, vivono nella tua stessa casa. "Sono schiavi". No, umili amici. "Sono schiavi." No, compagni di schiavitù, se pensi che la sorte ha uguale potere su noi e su loro. Chi rifiuta sdegnosamente la loro presenza, chi li percuote in continuazione e chi impedisce loro di parlare (pena severissime punizioni) lo fa solo in forza di una sciocca consuetudine antiquata: "così accade che costoro, che non possono parlare in presenza del padrone, ne parlino male. Invece quei servi che potevano parlare non solo in presenza del padrone, ma anche col padrone stesso, quelli che non avevano la bocca cucita, erano pronti a offrire la testa per lui e a stornare su di sé un pericolo che lo minacciasse; parlavano durante i banchetti, ma tacevano sotto tortura". Tanto più che la sorte – incontrastata signora delle vicende umane – può improvvisamente stravolgere la condizione presente e far degli schiavi i padroni e dei padroni gli schiavi: "considera che costui, che tu chiami tuo schiavo, è nato dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira, vive, muore come te! Tu puoi vederlo libero, come lui può vederti schiavo". Del resto, la stessa Ecuba, lo stesso Platone e perfino Creso vennero fatti schiavi quand’erano già in età avanzata: che cosa ci vieta allora di pensare che sorte analoga possa toccare anche a noi? Da ciò se ne evince non già che si debbon liberare gli schiavi, ma, semplicemente, che si deve essere umani nei loro riguardi, permettendo loro di mangiare con noi e di parlare liberamente: non si devono infatti giudicare gli uomini in base alla loro condizione sociale, bensì in base alle loro azioni, poiché "della propria condotta ciascuno è responsabile, il mestiere, invece, lo assegna il caso. Alcuni siedano a mensa con te, perché ne sono degni, altri perché lo diventino". Del resto – nota acutamente Seneca – chi non è schiavo? "È uno schiavo." Ma forse è libero nell'animo. "È uno schiavo." E questo lo danneggerà? Mostrami chi non lo è: c'è chi è schiavo della lussuria, chi dell'avidità, chi dell'ambizione, tutti sono schiavi della speranza, tutti della paura. Ti mostrerò un ex console servo di una vecchietta, un ricco signore servo di un'ancella, giovani nobilissimi schiavi di pantomimi: nessuna schiavitù è più vergognosa di quella volontaria. Chiunque, indipendentemente dalla propria condizione sociale, può raggiungere la virtù: nel De beneficiis - un’opera in cui Seneca mette in luce come il vero beneficio sia quello fatto in maniera disinteressata e non per averne un tornaconto – egli scrive: "nulli preclusa est virtus, omnibus patet, omnes admittit, omnes invitat ingenuos, libertinos, servos, reges et exules; non eligit domum nec censum, nudo homine contenta est" (De beneficiis, III, 18, 4).


Se è vero che la via della virtù non è preclusa a nessuno, è altrettanto vero che solo il saggio stoico può percorrere realmente tale via fino in fondo: è questa a tesi che affiora nel De costantia sapientis; ma il vero saggio stoico è più un ideale a cui mirare che non un uomo esistente: è talmente raro – dice Seneca, Epistola 42 – da essere paragonabile alla fenice, che nasce una volta ogni cinquecento anni. Discorso analogo a quello sulla schiavitù può valere per quelli che gli stoici avevano chiamato "indifferenti": per esempio, nei confronti delle ricchezze, Seneca sottolinea la netta differenza nel disprezzare le ricchezze avendole o non avendole. Il modello militare di virtù e l'etica agonistica dello sforzo contro gli ostacoli, proprie dello stoicismo con una più forte impronta cinica, si confermano particolarmente consoni al ceto aristocratico di Roma . "Senza un avversario la virtù marcisce", dice Seneca. Paradossalmente proprio la tirannide diventa occasione per ritrovare la vera libertà, che ha il suo modello nell'autosufficienza (autarkeia) del sapiente. La costruzione e l'affermazione di sé, attraverso il combattimento, é dunque una vicenda interna all'anima. Il ritiro in se stessi , nel seno protettivo della filosofia, é anche fuga dalla folla e da forme ostentate e volgari di filosofia, come quella dei cinici, stravaganti anche nell'aspetto e nel comportamento esteriori. Seneca non esita invece ad avvicinarsi al precetto epicureo del vivere nascostamente (laqe biwsaV): questo recupero positivo di Epicuro da parte di un filosofo non epicureo é abbastanza eccezionale nell'antichità: Cicerone si era sì rivelato un eclettico aperto ad ogni filosofia, ma nei riguardi dell’epicureismo aveva palesato un atteggiamento di netta chiusura. Seneca invece nota con occhio critico come epicurei e stoici non siano così diversi, tant’è che l’obiettivo ultimo che si propongono è di ordine etio. La stessa forma epistolare a cui Seneca ricorre é un richiamo al modo di filosofare epicureo (nonché platonico). Le prime 30 lettere indirizzate a Lucilio si concludono tutte con una massima tratta dagli scritti di Epicuro e offerta alla meditazione: una massima utile, infatti, anche se enunciata da Epicuro, é proprietà comune. Come egli scrive (Lettere a Lucilio, 2), "soleo et in aliena castra transire, non tanquam transfuga, sed tanquam explorator" ("sono anche solito passare agli accampamenti altrui, non come disertore, ma piuttosto come esploratore"), giacchè anche le altre filosofie hanno qualcosa da insegnarci.


Seneca, che pure si professa stoico, rivendica quindi la libertà di filosofare in nome proprio di fronte a una presunta ortodossia di scuola. I filosofi del passato, egli sostiene, "non sono i nostri padroni , ma le nostre guide", giacchè "chi accetta passivamente il pensiero di un altro non trova, anzi non cerca neppure qualcosa di nuovo". La metafora a cui ricorre Seneca per tratteggiare il proprio eclettismo, contrario ad ogni dogmatismo, è quella dell’ape (Epistole a Lucilio, 84), la quale, errando qua e là, sceglie i fiori adatti al miele, evitando quelli inadatti; dobbiamo ingerire il pensiero altrui come il cibo che, una volta assunto, viene digerito, rielaborato e fatto nostro: "e se anche nella tua opera trasparirà l’autore che ammiri, e che è impresso profondamente nel tuo animo, vorrei che la somiglianza fosse quella di un figlio, non quella di un ritratto: il ritratto è una cosa morta". Per questo motivo è di fondamentale importanza dedicarsi attivamente alla lettura dei libri – spiega Seneca nell’Epistola 2 -, scegliendone pochi ma buoni: sbaglia infatti chi passa in continuazione da un libro all’altro, senza fermarsi mai, poiché "nusquam est qui ubique est" ("non è da nessuna parte chi è dappertutto"): come chi viaggia di continuo ha ospiti ma non veri amici e come chi ingerisci troppi cibi non si nutre ma si intossica, così chi salta continuamente da un libro all’altro nuoce a se stesso: "nihil tam utile est, ut in transitu prosit". L’uomo è per Seneca – sulla scia di Aristotele – un animale congenitamente socievole ("hominem sociale animal communi bono genitum videri volumus", De clementia, I, 3, 2): siamo tutti membra di uno stesso corpo, tutti per natura vincolati da un rapporto di reciproco sostegno, così come le pietre che costituiscono una volta (Epistole a Lucilio, 95), pronta a cadere se esse non si sorreggessero a vicenda. Buona parte dell’opera di Seneca è poi dedicata alla fugacità del tempo: così si aprono l’epistolario a Lucilio e il De brevitate vitae; l’idea centrale di Seneca è che "non disponiamo di poco tempo, ma molto ne perdiamo" (De brevitate vitae, 1). La vita ci sfugge di continuo, ma il tempo di cui disponiamo è sufficiente per compiere le più grandi imprese, per conseguire la virtù (vero obiettivo della vita umana): come ricchezze immense, se finite nelle mani di un incapace, vengono rapidamente dilapidate, così un piccolo gruzzoletto, se capita nelle mani giuste, viene investito e aumenta; così è per la vita, che è breve ma può essere ben sfruttata; questo punto è da Seneca compendiato (De brevitate vitae) nella scintillante sententia "vita longa est, si uti scias" ("la vita è lunga, se sai farne uso") Il guaio è che molti uomini si perdono in futili attività, sprecando in tal modo il loro tempo; ed è a tal proposito che Seneca fa (nel De brevitate vitae) un affresco di quelli che lui chiama gli "occupati", e che noi potremmo definire "i perdigiorno", coloro cioè che, immersi in attività del tutto inutili, non si accorgono che la loro vita sta scorrendo via. "La vita non è breve, ma tale la rendiamo noi", sprecando il nostro tempo in futili attività, senza accorgerci che "mentre si attende di vivere, la vita passa":"comportati così, Lucilio mio, rivendica il tuo diritto su te stesso e il tempo che fino ad oggi ti veniva portato via o carpito o andava perduto raccoglilo e fanne tesoro. Convinciti che è proprio così, come ti scrivo: certi momenti ci vengono portati via, altri sottratti e altri ancora si perdono nel vento. Ma la cosa più vergognosa è perder tempo per negligenza. Pensaci bene: della nostra esistenza buona parte si dilegua nel fare il male, la maggior parte nel non far niente e tutta quanta nell'agire diversamente dal dovuto. Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo, e alla sua giornata, che capisca di morire ogni giorno? Ecco il nostro errore: vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle: appartiene alla morte la vita passata. Dunque, Lucilio caro, fai quel che mi scrivi: metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente. Tra un rinvio e l'altro la vita se ne va. Niente ci appartiene, Lucilio, solo il tempo è nostro. La natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile: chiunque voglia può privarcene. Gli uomini sono tanto sciocchi che se ottengono beni insignificanti, di nessun valore e in ogni caso compensabili, accettano che vengano loro messi in conto e, invece, nessuno pensa di dover niente per il tempo che ha ricevuto, quando è proprio l'unica cosa che neppure una persona riconoscente può restituire" (Epistole a Lucilio, 1). E il miglior modo per impiegare la propria vita è per Seneca la filosofia, pur senza distaccarsi dalla politica, secondo gli insegnamenti stoici: così, nel De tranquillitate animi il filosofo spagnolo polemizza con lo stoico Attenodoro, il quale sosteneva che per esercitare la filosofia fosse necessario allontanarsi dalla politica. Nel De otio, tuttavia, Seneca ritorna sui propri passi, esaltando a gran voce la vita contemplativa, invitando chi si è accorto che nella politica è impossibile esercitare la virtù e la filosofia a distaccarsene (dando quindi ragione ad Attenodoro), proprio come era accaduto a Seneca stesso nei suoi travagliati rapporti con Nerone. Ma l’adesione allo stoicismo pone a Seneca anche altre problematiche di gran rilievo: forse la più importante è come sia possibile, in un modo retto dalla ratio cosmica (il LogoV), che gli uomini giusti si trovino a patire grandi torti e ingiustizie, mentre spesso gli ingiusti trionfino. Perché il male si abbatte sui buoni? Se davvero il mondo fosse governato dalla provvidenza cosmica – come prevede lo stoicismo -, i buoni non dovrebbero essere premiati anziché puniti? A questa difficile questione Seneca prova a rispondere nel De providentia, spiegando come quelli che a noi paiono mali siano in realtà delle prove che ci vengono poste per saggiare la nostra virtù: "perchè, allora tante malattie, tanti lutti, tanti guai capitano proprio ai migliori? Per la stessa ragione per cui in guerra le imprese più rischiose sono assegnate ai più forti". Ricorrendo ad un’altra metafora, Seneca spiega che la divinità si comporta come un maestro coi suoi scolari, pretendendo "di più da coloro sui quali conta di più". Il pensiero di Seneca, per via del suo stile scintillante di sententiae e per il suo procedere costellato di metafore e rapide contrapposizioni, verrà condannato da Quintiliano, ma, nonostante la sua pur autorevole condanna, godrà di un’immensa fortuna nel pensiero successivo.



Non solo in Inghilterra; ma anche in Francia avere un gattino nero, anche magari in miniatura, come statuina o ciondolo, è considerato un portafortuna potentissimo.
E in tutta Europa da sempre si crede che possedere un gatto nero voglia dire mettersi la fortuna in casa. Dick Whittington, nel Trecento, viveva in Inghilterra, a Londra. Apparteneva ad una famiglia poverissima, e ogni giorno che passava tirare avanti diventava sempre più difficile. La sua unica proprietà, comprata per un penny (moneta inglese) era un gattino nero, dal pelo lucidissimo. Questo gatto, formidabile cacciatore di topi, fece la sua fortuna: si infilò nel palazzo Reale, infestato da topi, e riuscì a catturarli tutti. Il Re, per riconoscenza, donò immense ricchezze al proprietario del gatto, e da allora Dick dimenticò miseria e povertà. Comunque in Inghilterra i gatti neri portano soldi e benessere in casa secondo la tradizione anglosassone, mentre sempre secondo questa cultura a portar sfortuna è il gatto bianco. Inoltre alcuni scienziati americani hanno stabilito che questo tipo di felini ha un gene, che li rende più resistenti e che potrebbe aiutare l’uomo a combattere alcune tra le più gravi malattie.


Sorpresa! Il gatto nero non porta affatto sfortuna come credono i più superstiziosi.
Al contrario porta fortuna! Per il momento a se stesso, ma non è escluso che in futuro possa aiutare a combattere gravissime malattie, come l’AIDS.
Già, perchè pare proprio che il manto nero del gatto nasconda virtù terapeutiche sinora insospettate.
Di certo i gatti con la pelliccia color delle tenebre, come alcuni giaguari e leopardi (le pantere) risultano più forti e resistenti, non solo perchè meno visibili e quindi più agevolati alla caccia notturna, ma proprio fisicamente: sono più robusti e meno soggetti a malattie.
Probabilmente la sfortuna o fortuna che a seconda dei luoghi è stata collegata al gatto nero dipendeva anche da questo, probabilmente anche loro avevano notato una resistenza maggiore rispetto agli altri felini domestici e in Italia (con la chiesa e le streghe) venne collegato al malefico, mentre in Inghilterra che non subì così il medioevo venne collegato a qualcosa di buon auspicio.

... this is my nero


Il gatto nero e la sua storia antichissima: contraddittoria, ambivalente, misteriosa...

Alcuni pensano porti sfortuna, altri che porti fortuna. Lui, in realtà, porta solo bellezza, dolcezza e amore, come tutti i gatti

A quale gruppo di persone apparteniamo? A quelle che se un gatto nero attraversa la loro strada si fermano, aspettano e fanno passare prima qualcun altro (così la sfortuna se la becca lui ...) oppure a quelle che non notano assolutamente che è nero o che, se lo notano, cercano di non credere alle superstizioni?
L'erronea credenza popolare che considera i gatti neri come portatori di sfortuna ha origini antichissime e si è tramandata in modo inossidabile di epoca in epoca, anche se non in tutte le regioni del mondo. Molti ne sono ancora suggestionati e tra un "ci credo" e un "ma no, non è vero", si opta spesso per uno scarmantico: "Non ci credo, però .. non si sa mai!"
L'origine del misterioso potere attribuito ai gatti neri è da ricercarsi nell'antico Egitto, paese in cui il culto della dea Bastet, la dea gatto, rese i gatti animali sacri. Ma il gatto era anche vicino ad un altro culto, quello della dea Iside (Artemide per i Greci e Diana per i Romani), che era la dea della notte, il cui colore era appunto il nero.
La notte è sempre stata per l'umanità motivo di paura, ma ha anche esercitato una seduzione magica. La notte è il momento in cui, sia mentalmente sia fisicamente, si allenta il livelo di attenzione e tensione e si diventa facili prede dei sogni e dell'immaginazione e, quindi, potenzialmente vittime più indifese di poteri oscuri e misteriosi.
E' naturale che il gatto nero diventasse l'animale più caro alla dea della Notte e il suo rappresentante prediletto sulla terra. Un gatto nero nella notte è quasi invisibile, ma se i suoi occhi incontrano una luce, brillano in modo inquietante: appartiene alla terra una visione simile? Si può rabbrividire e arrivare a pensare che tale creatura venga a farci visita da un "altro" mondo...
Ma Iside era anche la Dea della fortuna e da qui ebbe inizio un altro filone delle credenze legate al gatto nero, opposto a quello più noto: anche lui, incarnazione animale della Dea, aveva poteri protettivi. Presso i Romani e altri popoli dell'antichità un gatto nero, per esempio, era considerato di buon auspicio sulle navi.

Il Cristianesimo segnò però la fine dei culti pagani. I gatti per molti secoli non godettero di grande fortuna. Nei suoi riguradi si operò in modo atroce: si seppellirono i gatti per "seppellire" i culti pagani.
"I missionari cristiani usarono la contraddittoria percezione del gatto a loro vantaggio e diffusero l'idea che per assicurarsi un buon raccolto fosse necessario seppellire nel campo, durante la semina, un gatto nero. Non contenti, introdussero anche la tradizione di di sacrificare un gatto come "ringraziamento" per il raccolto."
I gatti non smisero di essere considerati dall'umanità animali dotati di poteri misteriosi, ma sempre più diffusamente tali poteri assunsero una connotazione maligna: i nostro amati mici furono per secoli considerati inviati del demonio e creature malvage alleate delle donne, spesso considerate, a loro volta, delle streghe. Con l'Inquisizione iniziò la loro metodica persecuzione, in special modo quella dei gatti neri. Donne e gatti finirono sul rogo a migliaia.
Per quel che riguarda il gatto nero, le credenze si divisero in due "correnti di pensiero" opposte: gli furono attribuiti sia poteri negativi (portare sfortuna), sia, al contrario, poteri positivi (portare fortuna), come accadde nei paesi anglosassoni, dove si diffuse l'idea che chi riusciva a conquistare la simaptia di una di queste piccole panterine, avrebbe incontrato buona fortuna sul suo cammino: un "amichetto del diavolo" meglio averlo come amico che come nemico, giusto?
Secondo questa tradizione un gatto nero portava, dunque, benessere, amore e soldi. Ne sono ancora testimonianza alcuni proverbi inglesi: "Se un gatto nero viene perduto, mille guai capiteranno alla famiglia", "Quando il gatto di casa è nero la ragazza senza amore non resterà davvero, "Bacia il gatto nero e ti farà grasso; bacia il gatto bianco e ti farà magro." Si pensa anche che un gatto nero tenuto in casa, assorbendo le energie negative, le neutralizzi e tenga quindi al sicuro da loro la famiglia.
Anche la superstizione del "gatto nero porta sfortuna", che ha gravato sul destino dei gatti neri per secoli, è continuata però fino ai nostri giorni. I gatti neri vengono abbandonati con maggior frequenza degli altri, spesso vengono investiti di proposito dagli automobilisti e durante la notte di Halloween non pochi sono quelli che rischiano di diventare vittime di riti satanici, tanto che i volontari dell'Associazione Aidaa da alcuni anni pattugliano durante tale notte vari luoghi sensibili, in special modo i cimiteri
Ma se ci allontaniamo dalle credenze più popolari, troviamo il gatto nero protagonista di opere d'arte e quasi un "portabaniera". della libertà di pensiero e di costumi: oppresso dalla pochezza di spirito e dall'oscurità della Chiesa nei suoi secoli peggiori, il gatto nero è diventato anche il simbolo della più libera creatività umana.
Famosissimo è il dipinto di Edouard Manet "Olympia", che suscitò un grande scandalo, non perché vi fosse rappresentata una donna nuda, ma perché la donna nuda rappresentata è una prostituta dell'epoca. E accanto a lei sul letto? Ben piazzato un bel gatto nero!
Celebre è stato anche il locale "Le Chat Noir" di Parigi la cui insegna fu dipinta da Thèophile-Alexandre Steinlen, particolarmente amante dei gatti: il ritrovo di artisti ed intellettuali della Belle Epoque non poteva avere che il nome del gatto più amato e temuto della storia: finalmente liberato da ogni connotazione di negatività, diventa l'icona della più affascinante e sfrenata vitalità.
Senza dimenticare il primo vero "micio-mito" dei cartoon, l'immortale "Felix The Cat", che, non a caso, è completamente nero.
Un gatto nero che si trasforma in una terribile maledizione per colui che gli ha fatto del male è, invece, il protagonista del racconto "Il Gatto Nero" di Edgar Allan Poe.
Il gatto di Poe può rappresentare, forse, la vendetta di tutta la stirpe dei gatti neri nei confronti della stupidità umana. Stupidità, ormai, millenaria.


Quello della felicità è un argomento serio e dalle molte facce. Bertrand Russell, che è stato uno dei più grandi filosofi del Novecento, scrisse un importante libro sull'argomento. In un capitolo di questo saggio, si racconta la semplice vita di un umile pescatore in Asia. Era un uomo molto felice perché alla fine del lavoro (momento che attendeva con ansia) si sedeva a riordinare la sua collezione di vecchie conchiglie.

Da questa storiella vengono fuori diverse grandi verità. La prima è che non è male attendere con ansia la fine del lavoro, perché ciò vuol dire che ti aspetti di fare qualcosa di più gradevole, ed hai una vita tua, che supera la routine. La seconda è che la felicità può derivare da piccole cose, apparentemente semplici ed insignificnti. La terza è la lezione più importante: la felicità non è, e non può essere, uno stato di continuo godimento. Se questo si riuscisse ad ottenere, finirebbe per annoiare.
Scrisse Epicuro che la felicità è equilibrio di piacere e dolore, e che può arrivare solo dopo un periodo più o meno lungo di attesa.
Dopo il lavoro
Sarebbe auspicabile che ognuno facesse il lavoro che più gli piace e che riuscisse a far coincidere il lavoro stesso con il più gradito degli hobbyes, ma questo non è quasi mai possibile. Siamo costretti quasi tutti a fare, di mattina, qualcosa che serve a procurarci da vivere. Nel pomeriggio allora, facciamo ciò che ci piace. L'uscita dall'ufficio sarà già un momento di felicità, perché potremo pregustare il piacere di una attività piacevole. Pregustare è importante, e i cinesi dicono che una buona pietanza si mangia con gli occhi, prima che con la bocca.
Troviamo allora un passatempo che ci impegni a superare noi stessi, ogni giorno. Facciamo il caso semplice di una persona che si dedica a collezionare monete antiche. Cercare, ad esempio, una sterlina del 1850 metterà alla prova il suo intelletto e terrà viva la sua intelligenza. Trovare quella moneta gli darà grande soddisfazione. Sarà la prova che ha cercato bene. Nel frattempo avrà eliminato anche i tempi morti del non sapere che fare.
L'equilibrio di piacere e dolore
Il piccolo esempio che precede rende giustizia alla tesi di Epicuro: la felicità è, prima di tutto, attesa della felicità. Una persona che ha sete e che non riesce a trovare un po' d'acqua avrà un piacere raddoppiato nel bere, dopo una lunga attesa. Il soddisfacimento di un bisogno fisico sarà anche motivo di felicità. Colui che avesse subito a disposizione una bottiglia d'acqua, placherebbe soltanto la sete.
L'accontentarsi di piccole cose
Non è una regola generale e valida per tutti quella che consiglia di accontentarsi di piccole cose. Il concetto è molto evoluto e non va, in nessun caso, confuso con l'idea di rassegnazione. La persona rassegnata non può essere felice, perché è costretta ad accettare una condizione umile. L'esempio del pescatore di conchiglie vuol dire, invece, che si può desiderare il poco perché si può valutarlo come una cosa importante. E' chiaro che un atteggiamento di questo genere è indice di grande saggezza e di un pensiero che reputa inutile, nella brevità della vita, cercare successi, che possono poi risultare effimeri.



« Verrà un giorno che l'uomo si sveglierà dall'oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo... l'uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo »
Giordano Bruno

Bruno è stato spesso visto dai clericali quasi come un anticristo. Ora, occorre dire chiaro che Bruno criticò la Chiesa e il clero del suo tempo, scardinò molti dei dogmi del cristianesimo, ma non fu maestro di irreligiosità. Per lui ogni parte, anche minuscola dell'universo, è la divinità stessa. L'universo si confonde con la sostanza, cioè con Dio. La conoscenza del divino è razionale, cioè si giunge ad essa con la nostra ragione, ed è questa la forma più perfetta per conoscere la divinità. I preti non c'entrano niente. Ma negli Eroici Furori egli spiega che la divinità si conosce in due modi: per via di ragione e per contatto mistico. Bruno naturalmente dà dignità solo alla prima maniera. Coloro che conoscono Dio per ratto mistico - dice - sono simili all'"asino che porta i sacramenti". Conoscono il vero, ma non c'è merito. Vi sono per lui due modi di conoscere: quello che dà la filosofia e quello che dà la religione. Bruno sceglie il primo, ma non rigetta il secondo. Nel De Umbris Idearum dice che "la religione è l'ombra della verità: ma non è il contrario della verità". E' una conoscenza incerta, pallida, dubbia, una conoscenza contraddittoria escura, che non dà pieno affidamento, ma comunque è un grado della verità. L'ombra è un invito a passare nella luce. La religione deve intendersi come un invito ad assurgere alla filosofia. L'essenziale per Bruno, non è la religione, ma la morale. Una morale senza dogmi (come è stata giustamente definita), che elimina la necessità di una educazione ecclesiastica. Che mira alla liberazione attraverso lo sforzo e la volontà individuale. La filosofia bruniana è una filosofia dell'eroismo, diretta a liberare gli uomini dalla paura. Quando la paura - afferma - sia caduta dal nostro animo, noi siamo veramente uomini, parte consapevole, cioè, dell'infinito.



Janis Joplin, una delle più grandi voci blues di tutti i tempi. La cantante per eccellenza, colei che ha creato un ruolo per le donne nella musica: la prima autentica femminista della storia del rock!


Grazie alla sua mitica voce è stata persino definita una sex-symbol, nonostante il suo aspetto non proprio da show-girl.
Janis Joplin nasce in Texas, dopo un’adolescenza turbolenta fatta di complessi di inferiorità che cercava di affogare nella musica, decide a 17 anni di lasciare il college e di fuggire dalla sua “prigione natale”, come chiamava Porth Arthur, piccola cittadina del Texas.
Inizialmente si esibiva nei locali di alcune città del Texas, poi, appena ebbe abbastanza soldi, si stabilì a San Francisco per un po’ di tempo, entrando a far parte di diverse comunità hippy.
Per puro caso tornò, dopo qualche anno, in Texas: lì un suo amico stava per diventare il manager di un gruppo, i “Big Brother and the Holding Company”. Il gruppo aveva bisogno di una voce.
Il loro primo disco non fu un gran successo. L ’attenzione su Janis venne attirata nell'esibizione live che fecero al festival di Monterey nel ’67, i primi passi di quella indemoniata cantante verso la fama.
La potenza del loro show si vide meglio nel secondo album, “Cheap Thrills”, grazie alla maturazione dei due chitarristi che ora fornivano un adeguato accompagnamento alla grande cantante.
Jenis era diventata ormai un personaggio unico: sul palco manifestava tutta la sua personalità, spesso accentuata dall’uso di alcool e droga. Le esibizioni fungevano forse anche da sfogo alle sue nevrosi e davano vita a spettacoli meravigliosi, dove la sua voce roca esprimeva l’agonia lancinante che la divorava dentro. Nei concerti Janis strillava con una forza disumana, bisbigliava con una struggente tenerezza: creava una specie di "gemito-rantolo delirante", quello che l’ha resa la più grande cantante blues di sempre.
Dopo il secondo album Jenis lascia i Big Brother e incide un terzo disco “I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama”, dove cerca di reinventarsi come cantante Soul. Riesce però meglio nei blues tormentati come “Try”, secondo me.
Dopo questo album si notava un certo cambiamento in Janis, che irritava tutti con i suoi atteggiamenti da primadonna.
Janis stava tentando di disintossicarsi, fu però stroncata da un’overdose in un albergo di Hollywood il 4 ottobre 1970, quando il mondo era ancora sotto shock per la morte di un altro "Dio" del panorama musicale internazionale, Jimi Hendrix.
Pochi giorni dopo la sua morte uscì “Pearl”, il suo ultimo album inciso con una band più adatta ad accompagnare il suo canto, la “Full Tilt Boogie Band”.
Così si spegne l’icona del blues, la prima femminista della musica, il sex-symbol, colei che ribattezzò il ruolo della donna nella cultura rock. O più semplicemente Pearl, la perla, come la chiamavano i suoi amici. Bèh, la perla aveva fatto la sua comparsa col suo ultimo cd, ma il gioiello… quello ormai non c’era più...


La preoccupazione è uno stato psicofisico al quale si cede in preda a sensazioni di apprensione e di disperazione provocate da qualche problema che non si riesce a superare. Forse si è preoccupati per una relazione sentimentale che non funziona, per i figli, per i debiti da pagare. Non trovando una soluzione immediata, cominciamo a preoccuparci della situazione. E preoccupandoci qual è l’unico risultato che ne otteniamo? Mal di testa, nervosismo, ansia, problemini fisici di varia natura. Poiché non analizziamo chiaramente dentro di noi i problemi, non sappiamo come controllare le sensazioni e le situazioni. Bisogna concentrarci sulla soluzione non sul problema, in modo da eliminare la causa del problema stesso. Se vogliamo superare una difficoltà, analizziamo con calma la situazione, magari elencando punto per punto i pro e i contro dell’intera questione; poi stabiliamo quale possa essere il passo migliore da compiere per raggiungere lo scopo. La preoccupazione non è mai la soluzione! Se non abbiamo soldi, ci sentiamo abbandonati e ci sembra che il mondo intero vada a rovescio. Allora diamoci da fare e prendiamo questa decisione: “Farò di tutto per ottenere ciò che mi spetta, mi fermerò solo nel momento in cui verrà soddisfatta la mia richiesta”. Chiunque abbia svolto qualche lavoro, fosse anche raccogliere la spazzatura, ha compiuto qualcosa di degno e di utile su questa terra. Perché, dunque, tutti non dovrebbero ricevere in cambio ciò che gli occorre per condurre una vita dignitosa? Nessuno, e dico nessuno, dovrebbe esserne privato, neppure in minima parte. L’attuale sistema finanziario per tanti versi fa schifo! Il denaro crea inevitabilmente desiderio di potere e troppo spesso rende insensibile alle sofferenze altrui chi lo possiede. Sarebbe giusto accumulare ricchezza se contemporaneamente chi ne possiede in grandi quantità nutrisse il desiderio di aiutare coloro che ne hanno bisogno. Il denaro è una benedizione nelle mani degli altruisti, ma è una maledizione nelle mani degli egoisti. Aristotele Onassis, uno che a suo tempo è stato uno degli uomini più ricchi del mondo diceva: “Un miliardario spesso non è che un pover uomo con tanti soldi”. Le ricchezze materiali dovrebbero appartenere all’intera umanità e non essere diritto esclusivo di pochi. Certo, il merito va premiato e possiamo accettare l’idea che ci sia chi, con il suo lavoro e le sue capacità, guadagna più di un altro. Ma non possiamo accettare l’idea che ci siano persone che hanno talmente tanto denaro da non sapere cosa farsene ed altre che muoiono di fame.
Tutti hanno il diritto di usare le ricchezze materiali a questo mondo, quindi non accettiamo l’idea del fallimento e di rinunciare a questo sacrosanto diritto.
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La pazienza è la facoltà umana di rimandare la propria reazione alle avversità, mantenendo nei confronti dello stimolo un atteggiamento neutro. « immagine » La pazienza è una qualità e un atteggiamento interiore proprio di chi accetta il dolore, le difficoltà, le avversità, le molestie, le...
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11/05/2012 15:36:59
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Commenti

  1. unamorettyna 22 luglio 2012 ore 12:12
  2. unamorettyna 22 luglio 2012 ore 12:13
    spero che lo accetti!
  3. 66.dem 22 luglio 2012 ore 12:24
    grazie mille accettato con piacereeeeeeeee è un grande
  4. venuste 26 agosto 2012 ore 10:04
    è tutto bello e non potendo rispondere pezzo per pezzo

    racchiudo il mio misero pensiero ... in un grande uomo...


    Alla fine...tutto si risolve
    66.dem
    11 maggio 2012 ore 15:36
    La pazienza è la facoltà umana di rimandare la propria reazione alle avversità, mantenendo nei confronti dello stimolo un atteggiamento neutro.



    La pazienza è una qualità e un atteggiamento interiore proprio di chi accetta il dolore, le difficoltà, le avversità, le molestie, le controversie, la morte, con animo sereno e con tranquillità, controllando la propria emotività e perseverando nelle azioni.



    È la necessaria calma, costanza, assiduità, applicazione senza sosta nel fare un'opera o una qualsiasi impresa




    Non perdere il tuo tempo ad affrettarti. Per questo non salire e scendere le scale a precipizio. Non correre al telefono. Non partire mai all’ultimo minuto, ma piuttosto in anticipo. Il cammino verso la stazione o l’ufficio sia per te una passeggiata. Ammira la natura e, in mancanza di essa, osserva con uno sguardo di simpatia la gente che incontri e cerca di percepire attraverso di essa la misteriosa presenza del regno che bussa alla tua porta.



    Il saggio cinese dice all’occidentale: “Tu quando ti svegli, già calcoli e programmi; quando fai colazione, già sei al volante della tua vettura; quando guidi, già sei al lavoro. E sempre attendi. Attendi la fine del lavoro, attendi il fine settimana, di domenica attendi il lunedì.” “E tu, saggio?” “Quando mi sveglio io mi contento di svegliarmi. Quando mangio, gusto il sapore del cibo; quando cammino, cammino; mi occuperò della meta quando ci sarò arrivato. Non sono affatto preoccupato di ciò che verrà; vivo l’istante presente. Nel mio paese questa pratica viene chiamata il cammino della tranquillità e anche il cammino della saggezza.”



    Ci sono diversi tipi di libertà, e ci sono parecchi equivoci in proposito? Il genere più importante di libertà è di essere ciò che si è davvero. Si baratta la propria libertà per un ruolo. Si barattano i propri sensi per un atto. Si svende la propria capacità di sentire, e in cambio si indossa una maschera. Si può privare un uomo della sua libertà politica e non lo si ferirà? Finché non lo si priverà della sua libertà di sentire. Questo può distruggerlo.Non arrenderti mai, perché quando pensi che sia tutto finito, è il momento in cui tutto ha inizio.

    Jim Morrison (James Douglas Morrison)



    Osho è stato un filosofo e leader carismatico e maestro spirituale indiano fra i più influenti e conoscuti del ventesimo secolo.

    Mai nato - Mai morto - Ha solo visitato il pianeta Terra tra l'11 dicembre 1931 e il 19 gennaio 1990.
    Con queste parole immortali, Osho detta il suo epitaffio e allo stesso tempo elimina la necessità di una biografia.

    Dopo aver cancellato il suo nome, accetta alla fine il termine "Osho" spiegando che esso deriva da "oceanico". "Non è il mio nome" afferma "è un suono di guarigione".

    Le migliaia di ore di discorsi estemporanei, presentati a persone di tutto il mondo per un periodo di vent'anni, sono tutti registrati, spesso anche in video, e possono essere ascoltati da chiunque in qualsiasi posto, creando, come dice Osho, "ovunque lo stesso silenzio".
    Le trascrizioni di questi discorsi sono ora pubblicati in centinaia di libri in dozzine di lingue diverse.
    In questi discorsi, la mente umana viene messa al microscopio come mai prima, analizzata nelle sue pieghe più sottili. La mente come psicologia, la mente come emozione, la mente come corpo/mente, la mente come moralista, la mente come storia, la mente come credo, la mente come religione, la mente come evoluzione sociale e politica - il tutto esaminato, studiato e integrato. E poi lasciato alle spalle con grazia nel viaggio fondamentale verso la trascendenza.

    Nel corso di questo processo Osho mette allo scoperto l'ipocrisia e le falsità dovunque le incontri. Come dice in modo eloquente lo scrittore Tom Robbins: "Riconosco la brezza smeraldina quando scuote le mie finestre. Osho è come un vento teso e dolce che percorre il pianeta, facendo volare via le teste di rabbini e papi, sparpagliando le bugie sulle scrivanie dei burocrati, mettendo in fuga precipitosa gli asini nelle stalle dei potenti, sollevando le gonne dei moralisti e facendo il solletico a chi è spiritualmente morto per farlo tornare in vita."

    Balla che ti passa
    la danza aiuta i neuroni

    La storia del principio e della fine
    Subcomandante Marcos


    Già da tempo il ieri era diventato vecchio e stava solo in un angolo del mondo. Da tempo ormai i più grandi dei, quelli che hanno creato il mondo, i primi, erano rimasti addormentati. Si erano stancati molto di ballare o di percorrere strade o di farsi domande. Perciò erano rimasti addormentati i primi dei. Avevano già parlato con le donne e gli uomini autentici ed erano fra tutti giunti all'accordo che si doveva continuare a camminare.
    Perché è camminando che il mondo vive, così avevano detto i più grandi dei, quelli che hanno creato il mondo, i primi.
    Fino a quando continueremo a camminare? - si domandarono gli uomini e le donne di mais.
    Quando ricominciamo di nuovo? - si risposero le donne e gli uomini autentici perché così avevano appreso dai primi dei, che a una domanda si risponde sempre con un'altra domanda.
    Però alla fine i primi dei si svegliarono. Perché i più grandi dei, quelli che crearono il mondo, non possono restare addormentati quando sentono una domanda e allora si svegliarono e si misero a suonare la marimba e composero una canzone con le domande e ballavano e cantavano:
    ''Fino a quando continueremo a camminare? Quando ricominciamo di nuovo?".
    E sarebbero ancora lì, a ballare e a cantare, se non che le donne e gli uomini autentici si irritarono e dissero loro che era stato bello il ballare e il cantare ma che volevano risposte alle loro domande e allora i primi dei si fecero seri e dissero:
    Fanno domande gli uomini e le donne che abbiamo fatto di mais. Non ci sono venuti molto saggi questi uomini e queste donne. Cercano la risposta fuori, senza rendersi conto che ce l'hanno dietro e davanti. Non molto saggi sono questi uomini e queste donne, sono come una pannocchia acerba - dissero i primi dei e dai che iniziarono di nuovo a ballare e a cantare e ancora una volta le donne e gli uomini autentici si indispettirono: va bene prenderli in giro, ma com'è che la risposta ce l'hanno davanti e dietro e i primi dei risposero che alle spalle e nello sguardo ci sono le risposte e gli uomini e le donne di mais si guardarono tra loro e tutti sapevano di non capire niente, però restarono zitti e i più grandi dei dissero loro:
    Dalla schiena hanno avuto inizio gli uomini e le donne di mais perché sono nati sdraiati e sono nati dalla terra, dato che sono di mais. Sulla schiena hanno iniziato a muoversi. La loro schiena resta sempre dietro al loro passo o al loro restare fermi. La loro schiena è l'inizio, il ieri del loro passo.
    E le donne e gli uomini autentici non capirono molto però come l'inizio fosse già cominciato e il ieri fosse già passato, ma non si preoccuparono di ciò e ripeterono:
    Fino a quando continueremo a camminare?
    Questo è più facile da sapere - dissero gli dei che crearono il mondo -. Quando il vostro sguardo potrà guardare alle vostre spalle. Basta che camminiate in circolo, fino a fare un giro e raggiungere voi stessi. Quando avrete camminato abbastanza e sarete riusciti a guardarvi alle spalle, benché da lontano, allora avrete finito, fratellini e sorelline - dissero i primi dei mentre cominciavano già ad addormentarsi.
    E le donne e gli uomini autentici furono molto contenti perché ormai sapevano che dovevano solo camminare in circolo fino a riuscire a guardarsi alle spalle. E trascorsero un po' di tempo così, camminando per raggiungere la loro schiena, poi si sono fermati un momento a pensare perché non smettevano di camminare e si dissero:
    Costa molto raggiungere l'inizio per arrivare alla fine. Non si smette mai di camminare e si prova molto dolore nel pensare a quando arriveremo all'inizio per dare termine al nostro passo -. E alcuni e alcune si scoraggiarono e così si sedettero, annoiati perché il cammino verso l'inizio per arrivare alla fine non terminava mai.
    Però altri e altre continuarono a camminare molto volentieri e smisero di pensare solo a quando sarebbero arrivati all'inizio per raggiungere la fine e invece si misero a pensare al cammino che stavano compiendo e, siccome era in circolo, ad ogni giro volevano compierlo meglio e ogni volta che giravano, dato che il passo riusciva meglio, erano sempre più contenti e tanta contentezza dava loro il camminare che un bel po' camminarono e, senza smettere di camminare, si dissero:
    E' allegro questo cammino che siamo, camminiamo per fare migliore il cammino. Siamo il cammino perché altri camminino da una parte all'altra.
    Per tutti c'è un principio e una fine nel proprio cammino, per il cammino no, per noi no. Per tutti tutto, niente per noi. Siamo il cammino, dobbiamo proseguire.
    E per non dimenticarsi, disegnarono un circolo per terra e camminando in cerchio percorrevano e percorrono tutto il mondo, gli uomini e le donne autentici. Non finiscono né esauriscono la propria lotta per migliorare il cammino, per migliorarsi. Per questo gli uomini hanno creduto che il mondo fosse rotondo, però così è questa palla che è il mondo: non è altro che la lotta e il cammino delle donne e degli uomini autentici, che continuano a camminare e vogliono sempre che il cammino riesca meglio dei passi che lo percorrono. Camminando sempre, non c'è né inizio né fine nella loro camminata. Né possono stancarsi le donne e gli uomini autentici. Vogliono sempre raggiungere se stessi, sorprendendosi nel cercare alle spalle l'inizio e così arrivando alla fine del loro cammino. Però non lo troveranno, lo sanno e non importa loro. L'unica cosa che importa loro è di essere un buon cammino che cerca sempre di essere migliore...
    Tace il Vecchio Antonio, però la pioggia no. Io gli stavo per chiedere quando sarebbe finita questa pioggia, però sembra che l'ambiente non sia propizio alle domande su inizi e fini. Saluto il Vecchio Antonio e me ne vado.
    Esco nella pioggia e nella notte, anche se le batterie nuove della mia pila non riescono a distinguere l'una dall'altra. Il rumore dei miei stivali nel fango mi impedisce di ascoltare le parole di addio del Vecchio Antonio:
    Non stancarti domandando quando finirà il tuo cammino. Lì, dove il domani e il ieri si uniscono, lì finirà...
    Mi è costato molto iniziare a camminare, sapevo che sarei scivolato nel fango più avanti, però, pur sapendolo, dovevo camminare verso questa caduta. Questa e le altre che seguiranno. Perché camminare è anche inciamparsi e cadere. E questo non me lo ha insegnato il Vecchio Antonio, me lo insegnò la montagna e, credetemi, l'esame non è stato per niente facile.






    Nei momenti di crisi ci si sente incapaci di mantenere le vecchie, sicure strutture; si è costretti a chiamare a raccolta tutte le forze e avanzare verso qualcosa di nuovo. Allora è possibile che intervenga una grazia, si trova in se stessi una forza insospettata. La crisi viene superata e, dopo la tempesta, ci si ritrova ancora vivi. A questo punto, il paradosso viene svelato: pur senza sostegni siamo in grado di tenerci in piedi. La minaccia di distruzione conduce ad una via d’uscita.
    Senza sofferenze, non saremmo in grado di trovare le risorse interiori, non proveremmo mai il dolore che conferisce profondità e carattere, non apriremmo mai il nostro cuore alla compassione. Se ci fosse giustizia nelle cose, non saremmo motivati a riconoscere e a gestire in modo creativo l’ombra in noi stessi e negli altri.
    Le condizioni dell’esistenza sono forze che ci assistono lungo il percorso verso il nostro destino. Senza la solitudine non scopriremo mai il vasto mondo interiore della saggezza e del potere risanante che è in noi. Se cio’ che vediamo e desideriamo non fosse transitorio, non spingeremo lo sguardo oltre le persone e le cose, o non le contempleremmo più a fondo, per venire a contatto con in trascendente. Se tutto fosse prevedibile, la sorpresa, l’inatteso, le piacevoli coincidenze non farebbero spalancare i nostri occhi.
    Tutti i miti della creazione hanno inizio dal caos: e il caos è la realtà data, la condizione necessaria perchè qualcosa di nuovo possa emergere. Una crisi personale è un microcosmo del caos primordiale e dei requisiti per la creazione. Quando le circostanze mettono a soqquadro la nostra vita, è segno che qualcosa è pronto per nascere.

    David Richo







    Perfino Platone, preso da ira verso un suo schiavo, affidò ad un altro il compito di picchiarlo perché lui stesso l’avrebbe picchiato più del giusto. Con il suo trattato sull’ira, Seneca prende le distanze dalle posizioni peripatetiche, propense a dar libero sfogo all’ira e non a contenerla. Il filosofo consigliere può contribuire alla formazione nel principe di quell'autodominio, che é garanzia del corretto dominio sugli altri. La monarchia é la forma naturale di costituzione: come il cosmo é tenuto insieme - secondo una tesi tipicamente stoica - da un soffio vitale, da una mente divina che lo pervade, così il corpo dell'impero é tenuto saldamente in piedi dal principe. La collaborazione con Nerone durò fino al 62, quando con l'uccisione di Burro , che aveva affiancato Seneca nella posizione di consigliere, la clemenza del principe si dissolse. A Seneca si pose l'alternativa tra la lotta contro il potere o il ripiegamento in se stesso. Non sappiamo sino a che punto la prima via fu imboccata e se la congiura dei Pisoni, scoperta nel 65, ne fu l'esito, soprattutto non sappiamo se Seneca ne fosse al corrente; di fatto fu accusato di farne parte e fu costretto al suicidio ma nei suoi scritti non compare mai un'esplicita giustificazione del tirannicidio. Da buon stoico quale era, Seneca non condanna il suicidio: quando non si può più applicare la virtù, quando l’uomo non é più libero esso é concesso come extrema ratio: "non sempre bisogna cercare di tenere la vita, perchè vivere non é un bene, ma é un bene vivere bene. Così il saggio vivrà quanto deve, non quanto può; esaminerà dove gli converrà vivere, con quali persone, in quali condizioni, con quali occupazioni. Egli si preoccupa sempre del tipo di vita che conduce , non della sua durata: se gli si presentano molte avversità che turbano la sua tranquillità , esce dal carcere ... Quel che importa non é morire più presto o più tardi, ma importa morire bene o male, ma morire bene é fuggire il pericolo di vivere male" (Epistole a Lucilio, 70 ).




    Una teoria sul suicidio, evidentemente, presuppone una teoria sul valore della vita, perchè quello é negazione o almeno rinuncia di questa. Che cosa é la vita per un uomo saggio? "Vivit is qui multis usui est, vivit is qui se utitur" (vive colui che é di utilità a molti , vive colui che può usare se stesso) : per essere di utilità a qualcuno in modo consapevole, bisogna poter disporre di sè, della parte migliore di sè, cioè della propria ragione. Altre vittime illustri della reazione di Nerone furono il nipote di Seneca, Lucano, e Trasea Peto. In una situazione di dominio tirannico, quale appariva ai senatori ostili al principe, lo stoicismo, più che fornire programmi di azione, poteva insegnare che cosa non si deve fare nè temere. Anche per Seneca, costretto all'impotenza politica, la filosofia diventa - come già per Cicerone - la via di riscatto. La perdita di spazio politico appare compensata dall'estensione nel tempo dell'efficacia della propria azione, anche per le generazioni future, esercitata con la scrittura. E' in questo periodo che Seneca compone i suoi scritti filosofici più importanti , in particolare alcuni dialoghi De otio, De tranquillitate animi, De providentia e soprattutto le Quaestiones naturales (nelle quali Seneca guarda con grande simpatia al progresso scientifico, purchè sia soggiogato al dominio della ragione) e le 124 Epistulae morales ad Lucilium, un epistolario (forse con un destinatario fittizio) in cui troviamo in nuce l’intero pensiero senecano. Ridiventando filosofo, Seneca trova davanti a sè la natura da contemplare nelle sue manifestazioni e nel suo ordine; all' indagine sulle cause dei fenomeni metereologici egli dedica le Questioni naturali, in sette libri . Ma ciò che Seneca ritrova é soprattutto la sua interiorità: in questa nuova circostanza la filosofia diventa in primo luogo una barriera di protezione contro un mondo minaccioso. Il punto di partenza consiste nel riconoscere che contro la sorte é impossibile lottare e che l'errore fondamentale é di attribuire valore a ciò che dipende da essa: "siamo tutti schiavi del destino: qualcuno é legato con una lunga catena d'oro, altri con una catena corta e di vile metallo. Ma che importanza ha? La medesima prigione rinchiude tutti e sono incatenati anche coloro che tengono incatenati gli altri ... Tutta la vita é una schiavitù. Bisogna quindi abituarsi alla propria condizione, lamentandosi il meno possibile e cogliendo tutti i vantaggi che essa può offrire" (De tranquillitate animi). Se – stoicamente – il destino è signore delle cose, allora non ha senso opporvisi: siamo come cani legati ad un carro, e la cosa più saggia che possiam fare è accettare liberamente di farci tirare da esso; proprio degli stolti è invece opporsi, con la conseguenza che si è ugualmente trascinati ma ci si fa male. Questa riflessione maturata nello stoicismo antico è da Seneca compendiata - Epistulae ad Lucilium, 107 - nella sententia "il fato guida chi è consenziente, trascina chi si oppone" ("ducunt fata volentem, nolentem trahunt"). Il dominio dei valori si trova così spostato dall'esterno all'interno, nella ragione, da cui dipende la valutazione delle cose. L' interiorità, a cui fa appello Seneca, é il luogo in cui si combatte contro gli assalti di tutto ciò che é esterno per la salvaguardia della propria libertà: ed è per questo che il pensatore spagnolo ci invita (De ira, III, 36) alla sera, quando la nostra giornata volge al termine, a fare un redde rationem, una ricognizione fra i sentieri del proprio animo per sincerarsi che quella trascorsa sia stata una giornata bene impiegata.




    La virtù non é preclusa a nessuno e per questo aspetto anche gli schiavi sono uomini, ma Seneca non ne trae la conclusione che uno schiavo virtuoso dovrebbe anche essere liberato dalla schiavitù sul piano giuridico, poichè questa condizione giuridica riguarda solo il corpo dello schiavo, che, consegnato dalla sorte a un padrone, non può mutare il suo stato perchè con la sorte non si interferisce: anche il padrone è schiavo del fato. La vera schiavitù per Seneca é quella volontaria, l'assoggettamento al vizio. Sulla tematica della schiavitù Seneca si sofferma diffusamente nell’epistola 47 a Lucilio: pur non arrivando a propugnare l’abbattimento della schiavitù, egli sostiene quel principio di uguaglianza fra gli uomini che spesso i filosofi avevano affermato solo teoricamente, in un’epoca in cui non di rado i rapporti con gli schiavi vengono irrigiditi e inaspriti, più volte rammenta che lo schiavo ha piena dignità umana e che a lui è schiusa come ad ogni altro uomo la via del bene. Felice che Lucilio accetti benevolmente la presenza degli schiavi, Seneca ne approfitta per dissertare sulla loro condizione, asserendo: "Sono schiavi." No, sono uomini. "Sono schiavi". No, vivono nella tua stessa casa. "Sono schiavi". No, umili amici. "Sono schiavi." No, compagni di schiavitù, se pensi che la sorte ha uguale potere su noi e su loro. Chi rifiuta sdegnosamente la loro presenza, chi li percuote in continuazione e chi impedisce loro di parlare (pena severissime punizioni) lo fa solo in forza di una sciocca consuetudine antiquata: "così accade che costoro, che non possono parlare in presenza del padrone, ne parlino male. Invece quei servi che potevano parlare non solo in presenza del padrone, ma anche col padrone stesso, quelli che non avevano la bocca cucita, erano pronti a offrire la testa per lui e a stornare su di sé un pericolo che lo minacciasse; parlavano durante i banchetti, ma tacevano sotto tortura". Tanto più che la sorte – incontrastata signora delle vicende umane – può improvvisamente stravolgere la condizione presente e far degli schiavi i padroni e dei padroni gli schiavi: "considera che costui, che tu chiami tuo schiavo, è nato dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira, vive, muore come te! Tu puoi vederlo libero, come lui può vederti schiavo". Del resto, la stessa Ecuba, lo stesso Platone e perfino Creso vennero fatti schiavi quand’erano già in età avanzata: che cosa ci vieta allora di pensare che sorte analoga possa toccare anche a noi? Da ciò se ne evince non già che si debbon liberare gli schiavi, ma, semplicemente, che si deve essere umani nei loro riguardi, permettendo loro di mangiare con noi e di parlare liberamente: non si devono infatti giudicare gli uomini in base alla loro condizione sociale, bensì in base alle loro azioni, poiché "della propria condotta ciascuno è responsabile, il mestiere, invece, lo assegna il caso. Alcuni siedano a mensa con te, perché ne sono degni, altri perché lo diventino". Del resto – nota acutamente Seneca – chi non è schiavo? "È uno schiavo." Ma forse è libero nell'animo. "È uno schiavo." E questo lo danneggerà? Mostrami chi non lo è: c'è chi è schiavo della lussuria, chi dell'avidità, chi dell'ambizione, tutti sono schiavi della speranza, tutti della paura. Ti mostrerò un ex console servo di una vecchietta, un ricco signore servo di un'ancella, giovani nobilissimi schiavi di pantomimi: nessuna schiavitù è più vergognosa di quella volontaria. Chiunque, indipendentemente dalla propria condizione sociale, può raggiungere la virtù: nel De beneficiis - un’opera in cui Seneca mette in luce come il vero beneficio sia quello fatto in maniera disinteressata e non per averne un tornaconto – egli scrive: "nulli preclusa est virtus, omnibus patet, omnes admittit, omnes invitat ingenuos, libertinos, servos, reges et exules; non eligit domum nec censum, nudo homine contenta est" (De beneficiis, III, 18, 4).



    Se è vero che la via della virtù non è preclusa a nessuno, è altrettanto vero che solo il saggio stoico può percorrere realmente tale via fino in fondo: è questa a tesi che affiora nel De costantia sapientis; ma il vero saggio stoico è più un ideale a cui mirare che non un uomo esistente: è talmente raro – dice Seneca, Epistola 42 – da essere paragonabile alla fenice, che nasce una volta ogni cinquecento anni. Discorso analogo a quello sulla schiavitù può valere per quelli che gli stoici avevano chiamato "indifferenti": per esempio, nei confronti delle ricchezze, Seneca sottolinea la netta differenza nel disprezzare le ricchezze avendole o non avendole. Il modello militare di virtù e l'etica agonistica dello sforzo contro gli ostacoli, proprie dello stoicismo con una più forte impronta cinica, si confermano particolarmente consoni al ceto aristocratico di Roma . "Senza un avversario la virtù marcisce", dice Seneca. Paradossalmente proprio la tirannide diventa occasione per ritrovare la vera libertà, che ha il suo modello nell'autosufficienza (autarkeia) del sapiente. La costruzione e l'affermazione di sé, attraverso il combattimento, é dunque una vicenda interna all'anima. Il ritiro in se stessi , nel seno protettivo della filosofia, é anche fuga dalla folla e da forme ostentate e volgari di filosofia, come quella dei cinici, stravaganti anche nell'aspetto e nel comportamento esteriori. Seneca non esita invece ad avvicinarsi al precetto epicureo del vivere nascostamente (laqe biwsaV): questo recupero positivo di Epicuro da parte di un filosofo non epicureo é abbastanza eccezionale nell'antichità: Cicerone si era sì rivelato un eclettico aperto ad ogni filosofia, ma nei riguardi dell’epicureismo aveva palesato un atteggiamento di netta chiusura. Seneca invece nota con occhio critico come epicurei e stoici non siano così diversi, tant’è che l’obiettivo ultimo che si propongono è di ordine etio. La stessa forma epistolare a cui Seneca ricorre é un richiamo al modo di filosofare epicureo (nonché platonico). Le prime 30 lettere indirizzate a Lucilio si concludono tutte con una massima tratta dagli scritti di Epicuro e offerta alla meditazione: una massima utile, infatti, anche se enunciata da Epicuro, é proprietà comune. Come egli scrive (Lettere a Lucilio, 2), "soleo et in aliena castra transire, non tanquam transfuga, sed tanquam explorator" ("sono anche solito passare agli accampamenti altrui, non come disertore, ma piuttosto come esploratore"), giacchè anche le altre filosofie hanno qualcosa da insegnarci.



    Seneca, che pure si professa stoico, rivendica quindi la libertà di filosofare in nome proprio di fronte a una presunta ortodossia di scuola. I filosofi del passato, egli sostiene, "non sono i nostri padroni , ma le nostre guide", giacchè "chi accetta passivamente il pensiero di un altro non trova, anzi non cerca neppure qualcosa di nuovo". La metafora a cui ricorre Seneca per tratteggiare il proprio eclettismo, contrario ad ogni dogmatismo, è quella dell’ape (Epistole a Lucilio, 84), la quale, errando qua e là, sceglie i fiori adatti al miele, evitando quelli inadatti; dobbiamo ingerire il pensiero altrui come il cibo che, una volta assunto, viene digerito, rielaborato e fatto nostro: "e se anche nella tua opera trasparirà l’autore che ammiri, e che è impresso profondamente nel tuo animo, vorrei che la somiglianza fosse quella di un figlio, non quella di un ritratto: il ritratto è una cosa morta". Per questo motivo è di fondamentale importanza dedicarsi attivamente alla lettura dei libri – spiega Seneca nell’Epistola 2 -, scegliendone pochi ma buoni: sbaglia infatti chi passa in continuazione da un libro all’altro, senza fermarsi mai, poiché "nusquam est qui ubique est" ("non è da nessuna parte chi è dappertutto"): come chi viaggia di continuo ha ospiti ma non veri amici e come chi ingerisci troppi cibi non si nutre ma si intossica, così chi salta continuamente da un libro all’altro nuoce a se stesso: "nihil tam utile est, ut in transitu prosit". L’uomo è per Seneca – sulla scia di Aristotele – un animale congenitamente socievole ("hominem sociale animal communi bono genitum videri volumus", De clementia, I, 3, 2): siamo tutti membra di uno stesso corpo, tutti per natura vincolati da un rapporto di reciproco sostegno, così come le pietre che costituiscono una volta (Epistole a Lucilio, 95), pronta a cadere se esse non si sorreggessero a vicenda. Buona parte dell’opera di Seneca è poi dedicata alla fugacità del tempo: così si aprono l’epistolario a Lucilio e il De brevitate vitae; l’idea centrale di Seneca è che "non disponiamo di poco tempo, ma molto ne perdiamo" (De brevitate vitae, 1). La vita ci sfugge di continuo, ma il tempo di cui disponiamo è sufficiente per compiere le più grandi imprese, per conseguire la virtù (vero obiettivo della vita umana): come ricchezze immense, se finite nelle mani di un incapace, vengono rapidamente dilapidate, così un piccolo gruzzoletto, se capita nelle mani giuste, viene investito e aumenta; così è per la vita, che è breve ma può essere ben sfruttata; questo punto è da Seneca compendiato (De brevitate vitae) nella scintillante sententia "vita longa est, si uti scias" ("la vita è lunga, se sai farne uso") Il guaio è che molti uomini si perdono in futili attività, sprecando in tal modo il loro tempo; ed è a tal proposito che Seneca fa (nel De brevitate vitae) un affresco di quelli che lui chiama gli "occupati", e che noi potremmo definire "i perdigiorno", coloro cioè che, immersi in attività del tutto inutili, non si accorgono che la loro vita sta scorrendo via. "La vita non è breve, ma tale la rendiamo noi", sprecando il nostro tempo in futili attività, senza accorgerci che "mentre si attende di vivere, la vita passa":"comportati così, Lucilio mio, rivendica il tuo diritto su te stesso e il tempo che fino ad oggi ti veniva portato via o carpito o andava perduto raccoglilo e fanne tesoro. Convinciti che è proprio così, come ti scrivo: certi momenti ci vengono portati via, altri sottratti e altri ancora si perdono nel vento. Ma la cosa più vergognosa è perder tempo per negligenza. Pensaci bene: della nostra esistenza buona parte si dilegua nel fare il male, la maggior parte nel non far niente e tutta quanta nell'agire diversamente dal dovuto. Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo, e alla sua giornata, che capisca di morire ogni giorno? Ecco il nostro errore: vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle: appartiene alla morte la vita passata. Dunque, Lucilio caro, fai quel che mi scrivi: metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente. Tra un rinvio e l'altro la vita se ne va. Niente ci appartiene, Lucilio, solo il tempo è nostro. La natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile: chiunque voglia può privarcene. Gli uomini sono tanto sciocchi che se ottengono beni insignificanti, di nessun valore e in ogni caso compensabili, accettano che vengano loro messi in conto e, invece, nessuno pensa di dover niente per il tempo che ha ricevuto, quando è proprio l'unica cosa che neppure una persona riconoscente può restituire" (Epistole a Lucilio, 1). E il miglior modo per impiegare la propria vita è per Seneca la filosofia, pur senza distaccarsi dalla politica, secondo gli insegnamenti stoici: così, nel De tranquillitate animi il filosofo spagnolo polemizza con lo stoico Attenodoro, il quale sosteneva che per esercitare la filosofia fosse necessario allontanarsi dalla politica. Nel De otio, tuttavia, Seneca ritorna sui propri passi, esaltando a gran voce la vita contemplativa, invitando chi si è accorto che nella politica è impossibile esercitare la virtù e la filosofia a distaccarsene (dando quindi ragione ad Attenodoro), proprio come era accaduto a Seneca stesso nei suoi travagliati rapporti con Nerone. Ma l’adesione allo stoicismo pone a Seneca anche altre problematiche di gran rilievo: forse la più importante è come sia possibile, in un modo retto dalla ratio cosmica (il LogoV), che gli uomini giusti si trovino a patire grandi torti e ingiustizie, mentre spesso gli ingiusti trionfino. Perché il male si abbatte sui buoni? Se davvero il mondo fosse governato dalla provvidenza cosmica – come prevede lo stoicismo -, i buoni non dovrebbero essere premiati anziché puniti? A questa difficile questione Seneca prova a rispondere nel De providentia, spiegando come quelli che a noi paiono mali siano in realtà delle prove che ci vengono poste per saggiare la nostra virtù: "perchè, allora tante malattie, tanti lutti, tanti guai capitano proprio ai migliori? Per la stessa ragione per cui in guerra le imprese più rischiose sono assegnate ai più forti". Ricorrendo ad un’altra metafora, Seneca spiega che la divinità si comporta come un maestro coi suoi scolari, pretendendo "di più da coloro sui quali conta di più". Il pensiero di Seneca, per via del suo stile scintillante di sententiae e per il suo procedere costellato di metafore e rapide contrapposizioni, verrà condannato da Quintiliano, ma, nonostante la sua pur autorevole condanna, godrà di un’immensa fortuna nel pensiero successivo.








    Non solo in Inghilterra; ma anche in Francia avere un gattino nero, anche magari in miniatura, come statuina o ciondolo, è considerato un portafortuna potentissimo.
    E in tutta Europa da sempre si crede che possedere un gatto nero voglia dire mettersi la fortuna in casa. Dick Whittington, nel Trecento, viveva in Inghilterra, a Londra. Apparteneva ad una famiglia poverissima, e ogni giorno che passava tirare avanti diventava sempre più difficile. La sua unica proprietà, comprata per un penny (moneta inglese) era un gattino nero, dal pelo lucidissimo. Questo gatto, formidabile cacciatore di topi, fece la sua fortuna: si infilò nel palazzo Reale, infestato da topi, e riuscì a catturarli tutti. Il Re, per riconoscenza, donò immense ricchezze al proprietario del gatto, e da allora Dick dimenticò miseria e povertà. Comunque in Inghilterra i gatti neri portano soldi e benessere in casa secondo la tradizione anglosassone, mentre sempre secondo questa cultura a portar sfortuna è il gatto bianco. Inoltre alcuni scienziati americani hanno stabilito che questo tipo di felini ha un gene, che li rende più resistenti e che potrebbe aiutare l’uomo a combattere alcune tra le più gravi malattie.




    Sorpresa! Il gatto nero non porta affatto sfortuna come credono i più superstiziosi.
    Al contrario porta fortuna! Per il momento a se stesso, ma non è escluso che in futuro possa aiutare a combattere gravissime malattie, come l’AIDS.
    Già, perchè pare proprio che il manto nero del gatto nasconda virtù terapeutiche sinora insospettate.
    Di certo i gatti con la pelliccia color delle tenebre, come alcuni giaguari e leopardi (le pantere) risultano più forti e resistenti, non solo perchè meno visibili e quindi più agevolati alla caccia notturna, ma proprio fisicamente: sono più robusti e meno soggetti a malattie.
    Probabilmente la sfortuna o fortuna che a seconda dei luoghi è stata collegata al gatto nero dipendeva anche da questo, probabilmente anche loro avevano notato una resistenza maggiore rispetto agli altri felini domestici e in Italia (con la chiesa e le streghe) venne collegato al malefico, mentre in Inghilterra che non subì così il medioevo venne collegato a qualcosa di buon auspicio.

    ... this is my nero



    Il gatto nero e la sua storia antichissima: contraddittoria, ambivalente, misteriosa...

    Alcuni pensano porti sfortuna, altri che porti fortuna. Lui, in realtà, porta solo bellezza, dolcezza e amore, come tutti i gatti


    A quale gruppo di persone apparteniamo? A quelle che se un gatto nero attraversa la loro strada si fermano, aspettano e fanno passare prima qualcun altro (così la sfortuna se la becca lui ...) oppure a quelle che non notano assolutamente che è nero o che, se lo notano, cercano di non credere alle superstizioni?
    L'erronea credenza popolare che considera i gatti neri come portatori di sfortuna ha origini antichissime e si è tramandata in modo inossidabile di epoca in epoca, anche se non in tutte le regioni del mondo. Molti ne sono ancora suggestionati e tra un "ci credo" e un "ma no, non è vero", si opta spesso per uno scarmantico: "Non ci credo, però .. non si sa mai!"
    L'origine del misterioso potere attribuito ai gatti neri è da ricercarsi nell'antico Egitto, paese in cui il culto della dea Bastet, la dea gatto, rese i gatti animali sacri. Ma il gatto era anche vicino ad un altro culto, quello della dea Iside (Artemide per i Greci e Diana per i Romani), che era la dea della notte, il cui colore era appunto il nero.
    La notte è sempre stata per l'umanità motivo di paura, ma ha anche esercitato una seduzione magica. La notte è il momento in cui, sia mentalmente sia fisicamente, si allenta il livelo di attenzione e tensione e si diventa facili prede dei sogni e dell'immaginazione e, quindi, potenzialmente vittime più indifese di poteri oscuri e misteriosi.
    E' naturale che il gatto nero diventasse l'animale più caro alla dea della Notte e il suo rappresentante prediletto sulla terra. Un gatto nero nella notte è quasi invisibile, ma se i suoi occhi incontrano una luce, brillano in modo inquietante: appartiene alla terra una visione simile? Si può rabbrividire e arrivare a pensare che tale creatura venga a farci visita da un "altro" mondo...
    Ma Iside era anche la Dea della fortuna e da qui ebbe inizio un altro filone delle credenze legate al gatto nero, opposto a quello più noto: anche lui, incarnazione animale della Dea, aveva poteri protettivi. Presso i Romani e altri popoli dell'antichità un gatto nero, per esempio, era considerato di buon auspicio sulle navi.


    Il Cristianesimo segnò però la fine dei culti pagani. I gatti per molti secoli non godettero di grande fortuna. Nei suoi riguradi si operò in modo atroce: si seppellirono i gatti per "seppellire" i culti pagani.
    "I missionari cristiani usarono la contraddittoria percezione del gatto a loro vantaggio e diffusero l'idea che per assicurarsi un buon raccolto fosse necessario seppellire nel campo, durante la semina, un gatto nero. Non contenti, introdussero anche la tradizione di di sacrificare un gatto come "ringraziamento" per il raccolto."
    I gatti non smisero di essere considerati dall'umanità animali dotati di poteri misteriosi, ma sempre più diffusamente tali poteri assunsero una connotazione maligna: i nostro amati mici furono per secoli considerati inviati del demonio e creature malvage alleate delle donne, spesso considerate, a loro volta, delle streghe. Con l'Inquisizione iniziò la loro metodica persecuzione, in special modo quella dei gatti neri. Donne e gatti finirono sul rogo a migliaia.
    Per quel che riguarda il gatto nero, le credenze si divisero in due "correnti di pensiero" opposte: gli furono attribuiti sia poteri negativi (portare sfortuna), sia, al contrario, poteri positivi (portare fortuna), come accadde nei paesi anglosassoni, dove si diffuse l'idea che chi riusciva a conquistare la simaptia di una di queste piccole panterine, avrebbe incontrato buona fortuna sul suo cammino: un "amichetto del diavolo" meglio averlo come amico che come nemico, giusto?
    Secondo questa tradizione un gatto nero portava, dunque, benessere, amore e soldi. Ne sono ancora testimonianza alcuni proverbi inglesi: "Se un gatto nero viene perduto, mille guai capiteranno alla famiglia", "Quando il gatto di casa è nero la ragazza senza amore non resterà davvero, "Bacia il gatto nero e ti farà grasso; bacia il gatto bianco e ti farà magro." Si pensa anche che un gatto nero tenuto in casa, assorbendo le energie negative, le neutralizzi e tenga quindi al sicuro da loro la famiglia.
    Anche la superstizione del "gatto nero porta sfortuna", che ha gravato sul destino dei gatti neri per secoli, è continuata però fino ai nostri giorni. I gatti neri vengono abbandonati con maggior frequenza degli altri, spesso vengono investiti di proposito dagli automobilisti e durante la notte di Halloween non pochi sono quelli che rischiano di diventare vittime di riti satanici, tanto che i volontari dell'Associazione Aidaa da alcuni anni pattugliano durante tale notte vari luoghi sensibili, in special modo i cimiteri
    Ma se ci allontaniamo dalle credenze più popolari, troviamo il gatto nero protagonista di opere d'arte e quasi un "portabaniera". della libertà di pensiero e di costumi: oppresso dalla pochezza di spirito e dall'oscurità della Chiesa nei suoi secoli peggiori, il gatto nero è diventato anche il simbolo della più libera creatività umana.
    Famosissimo è il dipinto di Edouard Manet "Olympia", che suscitò un grande scandalo, non perché vi fosse rappresentata una donna nuda, ma perché la donna nuda rappresentata è una prostituta dell'epoca. E accanto a lei sul letto? Ben piazzato un bel gatto nero!
    Celebre è stato anche il locale "Le Chat Noir" di Parigi la cui insegna fu dipinta da Thèophile-Alexandre Steinlen, particolarmente amante dei gatti: il ritrovo di artisti ed intellettuali della Belle Epoque non poteva avere che il nome del gatto più amato e temuto della storia: finalmente liberato da ogni connotazione di negatività, diventa l'icona della più affascinante e sfrenata vitalità.
    Senza dimenticare il primo vero "micio-mito" dei cartoon, l'immortale "Felix The Cat", che, non a caso, è completamente nero.
    Un gatto nero che si trasforma in una terribile maledizione per colui che gli ha fatto del male è, invece, il protagonista del racconto "Il Gatto Nero" di Edgar Allan Poe.
    Il gatto di Poe può rappresentare, forse, la vendetta di tutta la stirpe dei gatti neri nei confronti della stupidità umana. Stupidità, ormai, millenaria.



    Quello della felicità è un argomento serio e dalle molte facce. Bertrand Russell, che è stato uno dei più grandi filosofi del Novecento, scrisse un importante libro sull'argomento. In un capitolo di questo saggio, si racconta la semplice vita di un umile pescatore in Asia. Era un uomo molto felice perché alla fine del lavoro (momento che attendeva con ansia) si sedeva a riordinare la sua collezione di vecchie conchiglie.

    Da questa storiella vengono fuori diverse grandi verità. La prima è che non è male attendere con ansia la fine del lavoro, perché ciò vuol dire che ti aspetti di fare qualcosa di più gradevole, ed hai una vita tua, che supera la routine. La seconda è che la felicità può derivare da piccole cose, apparentemente semplici ed insignificnti. La terza è la lezione più importante: la felicità non è, e non può essere, uno stato di continuo godimento. Se questo si riuscisse ad ottenere, finirebbe per annoiare.
    Scrisse Epicuro che la felicità è equilibrio di piacere e dolore, e che può arrivare solo dopo un periodo più o meno lungo di attesa.

    Dopo il lavoro
    Sarebbe auspicabile che ognuno facesse il lavoro che più gli piace e che riuscisse a far coincidere il lavoro stesso con il più gradito degli hobbyes, ma questo non è quasi mai possibile. Siamo costretti quasi tutti a fare, di mattina, qualcosa che serve a procurarci da vivere. Nel pomeriggio allora, facciamo ciò che ci piace. L'uscita dall'ufficio sarà già un momento di felicità, perché potremo pregustare il piacere di una attività piacevole. Pregustare è importante, e i cinesi dicono che una buona pietanza si mangia con gli occhi, prima che con la bocca.
    Troviamo allora un passatempo che ci impegni a superare noi stessi, ogni giorno. Facciamo il caso semplice di una persona che si dedica a collezionare monete antiche. Cercare, ad esempio, una sterlina del 1850 metterà alla prova il suo intelletto e terrà viva la sua intelligenza. Trovare quella moneta gli darà grande soddisfazione. Sarà la prova che ha cercato bene. Nel frattempo avrà eliminato anche i tempi morti del non sapere che fare.

    L'equilibrio di piacere e dolore
    Il piccolo esempio che precede rende giustizia alla tesi di Epicuro: la felicità è, prima di tutto, attesa della felicità. Una persona che ha sete e che non riesce a trovare un po' d'acqua avrà un piacere raddoppiato nel bere, dopo una lunga attesa. Il soddisfacimento di un bisogno fisico sarà anche motivo di felicità. Colui che avesse subito a disposizione una bottiglia d'acqua, placherebbe soltanto la sete.

    L'accontentarsi di piccole cose
    Non è una regola generale e valida per tutti quella che consiglia di accontentarsi di piccole cose. Il concetto è molto evoluto e non va, in nessun caso, confuso con l'idea di rassegnazione. La persona rassegnata non può essere felice, perché è costretta ad accettare una condizione umile. L'esempio del pescatore di conchiglie vuol dire, invece, che si può desiderare il poco perché si può valutarlo come una cosa importante. E' chiaro che un atteggiamento di questo genere è indice di grande saggezza e di un pensiero che reputa inutile, nella brevità della vita, cercare successi, che possono poi risultare effimeri.




    « Verrà un giorno che l'uomo si sveglierà dall'oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo... l'uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo »
    Giordano Bruno
  5. 66.dem 26 agosto 2012 ore 14:06
    grazie ,son contento che ti piaccia
  6. NycteaScandiacus 01 settembre 2012 ore 18:05
    non ce la faro' mai a leggere tutto, circa le superstizioni troverai una immagine nel mio blog, in basso verso la fine che ti dira' il mio pensiero molto chiaramente..buona serata
  7. 66.dem 01 settembre 2012 ore 18:10
    se vuoi ce la fai ,grazie comunque
  8. unamorettyna 17 novembre 2012 ore 18:33
    CIAO TU MI HAI CHIESTO SE MI PIACEVA UN GRUPPO DE MIO BLOG................TI RISPONDO DICENDO CHE A ME PIACE LA TUA SENSIBILITA' VERSO TUTTI! GRAZIE
  9. unamorettyna 17 novembre 2012 ore 18:34
    :angel
  10. unamorettyna 10 febbraio 2013 ore 15:50
    SEI UNA PERSONA SPECIALE, CHE NELLA VITA TUTTI VORREBBBERO CONOSCERE.. GRAZIE DELLA TUA SENSIBILITA' ANNALISA! :kissy

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