SENZA RISPOSTE 17/6/2014 (20.16)

17 giugno 2014 ore 20:33 segnala
Continuava a scrutarmi.
Con occhi accesi,
da cui la vita pareva sfuggire.
Ma aveva una fede ostinata in me.
Avrei voluto ridere.
E distruggere in un istante
Mistificazioni che non avevo creato
Ma che nemmeno avevo mai negato.
Sembrava fossi il Dio
Delle sue risposte.
A me invece veniva solo da urlare.
Quanto fosse paradossale,
la situazione.
Io che non sapevo
Neanche che strada prendere.
Ero diventato il filo indissolubile
Tra quell’Anima e l’esistenza.
Io ero divenuto Religione.
Quando nemmeno io
Sapevo più a quali santi votarmi.
E più mi divincolavo,
per uscire da quella trappola ironica..
più lei edificava su di me
motivazioni futili
elevate a sorgenti di lotta.
Dovevo, in qualche modo
Farla tornare a ragionare.
Farle capire che ero solo un bluff.
Ma quanto mi piaceva
Essere il centro di un mondo.
Mi dava una parvenza di direzione.
Che pur non avrei avuto. Mai.
E fu allora che, assecondando la
Mia egocentrica vigliaccheria
La invitai al Regicidio.
Le aprii i reconditi antri del mio sentire.
E vide: le pene e i limiti. Il meschino arrancare.
Di lì ad evadere fu un istante.
Un tonfo e un crollo.
E il tanfo della scoperta.
Una verità mai tanto banale.
E mi ritrovai a maledire il cielo.
Per un attimo, credendoci davvero.
Che ero stato Sovrano
Contro cui avevano ordito un complotto complesso.
E divenni un bugiardo patologico.
Millantando crediti
E abusando di titoli mai conseguiti.
Mi domandavo perché i giornali non m’invitassero.
Perché non fossi l’opinionista conteso.
Mi presi troppo sul serio..
Io che avevo sempre riso di tutto.
E fu l’inizio della mia fine.
Mentre lei..lei..
Era passata ad un altro Credo.
Incendiando le prove della vecchia infatuazione..
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Continuava a scrutarmi. Con occhi accesi, da cui la vita pareva sfuggire. Ma aveva una fede ostinata in me. Avrei voluto ridere. E distruggere in un istante Mistificazioni che non avevo creato Ma che nemmeno avevo mai negato. Sembrava fossi il Dio Delle sue risposte. A me invece veniva solo da...
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INCONTRO, AL PUNTO DI NON RITORNO (16/6/2014) (16.36)

16 giugno 2014 ore 16:44 segnala
Si toccarono,
due oscure empatie.
Anime sulle macerie
Di un crollo.
Alla fine del mondo.
Crocevia insanguinato
Di ferite.
Muta comprensione
Senza l’illusione
Dell’equivoco di un sorriso.
Ma da quelle rovine,
cosa avrebbero potuto costruire?
L’unico lessico
Era quel linguaggio fatto di abbandoni.
Sapevano solo scambiarsi frasi
Dal sapore di stimmate doloranti.
E l’unico odore
Che potevano dividere
Era quello di fiori appassiti.
Anche se,
mano nella mano,
provarono a dipingere un nuovo orizzonte.
Ma, dopo, restava solo più stanchezza.
Prendeva il soppravvento
Una soporifera svogliatezza.
L’unico terreno,
in cui era dato loro di danzare sorridenti come bimbi,
era il territorio inesplorato del sogno.
Spaventoso e mutevole,
ma imprevedibile. E maestoso.
Sotto la sabbia,
nascosero quaderni.
Dove avevano annotato le sensazioni.
I taccuini di un viaggio sfocato.
Senza possibilità di ritorno.
E ai polsi, ancora i segni del filo spinato.
Quel confine tra legame e cappio al collo.
Quel bisogno urlante di sfuggirsi.
Di non potersi appartenere.
Di non volersi più incontrare.
Il bruciore della mancanza
Dentro al sollievo della distanza.
Fu l’attimo in cui poterono annodarsi.
In cui s’incrociarono
E si sussurrarono poesie maledette.
Senza mai promettersi niente.
Incapaci di tratteggiare qualsiasi domani.
Che irrealtà materiale.
Più intensa e profonda di qualsiasi fiaba
Dall’amaro finale.
Di qualsiasi vita già scritta da altri architetti.
Amarsi. E uccidersi.
Ma senza distruggersi.
Qualcosa di impercettibile e incomprensibile, per il resto del mondo.
Ma non per loro.
Che ebbero l’impulso di allontanarsi per sempre.
Sapendo che mai si sarebbero dimenticati..
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Si toccarono, due oscure empatie. Anime sulle macerie Di un crollo. Alla fine del mondo. Crocevia insanguinato Di ferite. Muta comprensione Senza l’illusione Dell’equivoco di un sorriso. Ma da quelle rovine, cosa avrebbero potuto costruire? L’unico lessico Era quel linguaggio fatto di...
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L’INCUBO METROPOLITANO 10/6/2014 (1.14)

10 giugno 2014 ore 01:23 segnala
Cadevo..cadevo.
Erano soltanto incubi.
Me lo ripetevo, sempre.
Al risveglio.
E tutto il mondo attorno.
Si vantava di sapere.
Di capire.
Quei miei sensi interiori.
Quei miei moti nascosti.
Ma non capiva niente.
Per favore.
Andate via!
Lasciatemi solo.
Lasciatemi in pace.
Glielo dovevo ripetere.
Urlare.
Preferivo la mia chiassosa solitudine
Al loro silenzioso vociare.
Non li capivo
E non mi capivo,
quando ero con loro.
Non è che mi sentissi migliore.
O peggiore.
Non pensavo di aver le ricette.
Non vagheggiavo di soluzioni.
Cercavo solo i passi silenziosi,
su strade abbandonate.
Perché i colori del cielo,
e i profumi dei momenti del giorno
li potevo ritrovare
solo in quello spicchio di assenza totale.
E se pure oggi ve lo spiegassi.
Non ci arrivereste.
Del perché non mi piace accompagnarmi.
Ora come allora.
Del perché preferisco la voce della luna,
al clamore delle luci nei locali.
Spazi aperti mi toglievano la visuale,
e mi bloccavano il respiro.
Alimentando il malumore.
E luoghi minuscoli,
mi sembravano l’infinito.
Pur di non doverli condividere.
E non era la paura di restare solo
A farmi tremare il corpo.
Ma il terrore di non riuscire
A trovare un posto in cui poterlo essere.
Totalmente.
Perché alle mancanze potevo sopperire.
Mentre alle troppe presenze
Mi toccava abbozzare.
E io non ero fatto per fingere..
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Cadevo..cadevo. Erano soltanto incubi. Me lo ripetevo, sempre. Al risveglio. E tutto il mondo attorno. Si vantava di sapere. Di capire. Quei miei sensi interiori. Quei miei moti nascosti. Ma non capiva niente. Per favore. Andate via! Lasciatemi solo. Lasciatemi in pace. Glielo dovevo...
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FOTOGRAMMA DI UN ATTIMO FINALE QUALSIASI 9/6/2014 (1.37)

09 giugno 2014 ore 01:50 segnala
Fu uno strappo impercettibile.
Un suono vago.
Un attimo.
Come stoffa a brandelli.
Ma era solo vita.
Che andava via.
Consumata come panni sporchi.
Quell’immagine,
di vetri rotti.
Dai sorrisi sghembi e sdentati,
telai resi ciechi dal tempo.
Perché ci ostinassimo,
ad andare in quei luoghi sepolti.
Beh, oggi non saprei proprio dirlo.
Ma quel giorno, si.
Come fosse una cartolina conservata.
Come i fotogrammi
Di una cinepresa.
Sorridevi.
E i tuoi occhi bruciavano, febbrili.
La vita sembrava una fiamma,
in quel tuo corpo esile ed inquieto.
Come una fata del crepuscolo.
Con ali di sofferenza.
Io lo sapevo.
Già allora.
Che dietro quei passi di danza,
si celava un malessere insanguinato.
Che la vita era solo un momento.
Un viaggio insofferente. Per Te.
Non avrei mai potuto costringerti a me.
Forse, l’avresti voluto. Fortemente.
Ma non appartenevi a questo cielo.
Né a questi odori.
Non eravamo rifugio.
Non eravamo sollievo.
Eravamo solo l’empatia del crepuscolo.
Ci mancavano le parole e il fiato.
Per scrivere un destino comune.
Era già tardi allora per inutili rimpianti.
Ma ancora oggi
Sono cicatrici non rimarginate.
Che, al calare della sera,
sanno fare ancora male.
Come allora.
Non mi domando neanche dove sei.
Né mi arrovello a cercar di capire cosa fai.
Sei fissa in quel ricordo.
In quegli attimi inutilmente eterni.
Senza tempo. Senza età.
Con uno sguardo lancinante,
una domanda mai soddisfatta,
ti voltai le spalle.
Ero esausto.
Non ti ho mai neanche detto addio.
Fu così che ti lasciai andare.
Così doveva essere…
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Fu uno strappo impercettibile. Un suono vago. Un attimo. Come stoffa a brandelli. Ma era solo vita. Che andava via. Consumata come panni sporchi. Quell’immagine, di vetri rotti. Dai sorrisi sghembi e sdentati, telai resi ciechi dal tempo. Perché ci ostinassimo, ad andare in quei luoghi...
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09/06/2014 01:50:49
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VITA E MORTE, IN QUATTRO STAGIONI 29/05/2014 (1.22)

29 maggio 2014 ore 01:47 segnala
PRIMAVERA:
Ricordo quel verde accecante.
Ovunque tutto tornava in vita.
E io riuscivo solo a distinguere una puzza.
Un sentore di decomposizione.
Neanche tanto lieve.
Tutti si agitavano. Come galvanizzati.
Io, soltanto, mi fermavo ad osservare il cielo.
Come ci fosse qualcosa da carpire.
Una linea d’orizzonte
Verso cui sfuggire.
Ma mi tormentava quel tanfo.
Come di polvere d’ossa.
Di scheletri scheggiati
A colpi di pestello.
Quasi una spezia di estremo cordoglio.
Come un afrodisiaco tormento.
Un ricordo indelebile.
L’unica certezza è la fine.
Vergata sulla pietra dei sudari.
Un bambino perse la mano della madre.
Scoloriva, la primavera.
Trasfigurava in un presagio estivo..
E già sorrideva il mare. Di disperazione.
E il Sole già ringhiava feroce.
Anche i sorrisi dei giochi di quei giovani,
ormai erano solo una fotografia sbiadita.

ESTATE:
Era il crepuscolo della stagione calda.
Come battevano quegli ultimi raggi.
E mi rendeva folle,
quel rumore continuo di rintocchi.
Quella campana ostinata.
“Fatela smettere!”
Erano gli astanti di un funerale, a chiederlo.
A gran voce.
Li osservavo costernati.
Com’era indifferente la morte di altri,
al cuore stanco che s’affatica sul ciglio della strada.
“Si accomodi fuori”.
E furono spintoni violenti.
Non capivo bene cos’avevo fatto.
Non sapevo neanche chi stessero seppellendo.
Come potevano pretendere
Che fossi costernato a comando?
Avrei potuto essere io. Al capolinea.
Ma mi godevo quei mozzichi di vita.
Riscaldati al microonde.
Senza neanche sapere perché ci affanniamo tanto.
Ad aggrapparci con le unghie,
a questa patetica parvenza.
Ma cominciava il vento fresco nell’aria..

AUTUNNO:
Guarda che colori.
Come la ruggine convive con il cremisi e il dorato..
E guarda come vorticano e danzano,
nell’aria, le foglie.
Che balletto perfetto.
Di precisa geometria.
E tu non sai fare altro,
che osservare i treni che passano.
E contare gli assi alle finestre.
Far la posta ai ricordi che scompaiono.
Com’è triste il tuo tramonto.
Già ti sei arreso?
Già sei arrivato alla fine dei tuoi passi?
Bastabastabastabasta!
Quanti interrogativi.
Guardavo il panorama, esasperato.
E reggevo quel confronto ossessivo,
solo per dovere d’affetto.
Chi sei tu, che dici di conoscermi
Solo perché ti affianchi a me da tanti anni?
Cosa ne sai tu, di una buccia
Che non hai neanche lontanamente scalfita?
Non sai niente..
Eppure presumi. Tutto.
Rimescolo continuamente le carte.
Non mi ostino all’esistenza già scritta.
Già il mio naso coglie
Il formicolio della neve, nel vento.
Quando scende la sera.
L’inverno già bussa alla porta.
E l’oscurità è come un mantello.
A volte è benedetta.
A volte mi strozza.
La stagione finale, lo so, ormai mi chiama
A raccolta.
E’ ora di andare.

INVERNO:
Il gelo mi è penetrato nelle ossa.
A stento mi muovo.
E quegli alberi,
spogliati d’ogni ricchezza,
sembrano dita scheletriche, ritorte.
Ormai, vivo tra l’ieri e l’oggi
Come fosse soltanto un sogno fiacco. Irreale.
Sono stanco.
Procedo a rilento.
E non è la nebbia, che cala tra i rami.
La mia vista si appanna.
Lentamente, la fine mi scivola lungo le membra.
Non riesco ad afferrare tutto.
Quante memorie. Sotterrate dall’oblio.
Seppellite dalla velocità incombente.
Andate via, fantasmi!
Vi prego! Almeno nell’ultimo istante.
Lasciate che scenda il nero torpore.
A render inerte la mia vista.
Voglio pensare soltanto all’atmosfera di quei natali.
Febbricitanti di gioia innocente.
Quando l’Anima non era corrotta.
Quando non ero ancora travolto
Dal peccato dell’esistenza.
E soffiavo la speranza, come aria sui vetri.
Per comporvi dolci disegni.
Ora torno a quella leggerezza.
Abbandono questo farneticante bozzolo.
Non ho responsabilità né fallimenti.
Ora concludo il mio arco terreno.
Ora rinasco. DAVVERO.


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PRIMAVERA: Ricordo quel verde accecante. Ovunque tutto tornava in vita. E io riuscivo solo a distinguere una puzza. Un sentore di decomposizione. Neanche tanto lieve. Tutti si agitavano. Come galvanizzati. Io, soltanto, mi fermavo ad osservare il cielo. Come ci fosse qualcosa da carpire. Una linea...
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IL DOTTORE 18/5/2014 (2.34)

18 maggio 2014 ore 02:40 segnala
“Dottore, la visiti almeno..”
Ma lui, nonostante la buona volontà,
arrivava sempre troppo in ritardo
per poter guarire i mali altrui.
Non c’erano più farmaci.
Era una triste consapevolezza.
Lo avrebbe voluto con tutto se stesso.
Ma aveva smesso di credere ai sogni.
E non era tempo per i prestigiatori.
Ci sarebbe voluta una magia,
uno di quegli intrugli medievali.
Restava solo la nausea,
per qualcosa che non era causa sua.
Non ci avrebbe potuto fare niente.
Ogni volta, stringeva i pugni al vento
Inveendo contro un nemico immaginario.
Ma ogni volta, stessa diagnosi.
Senza cura, la malattia.
Né lacrime né sorrisi.
Solo distanza.
Solo rifugio nella lontananza.
E silenzi di solitudine.
E si ammalò anche l’Anima sua.
Si stancò di soccorsi
Che non era in grado di portare.
Di sporcare ricettari
Con rimedi inutili.
Per veleni senza ritorni.
Incominciò a sospirare alla luna.
A domandarle i perché.
I sensi di quel mondo storto.
Ma non fu in grado di ricavarne
Alcun insegnamento.
Nessun, seppur tenue, giovamento.
Passava solo il tempo
E le membra si facevan stanche.
Il cuore diventava pesante.
Staccò la pergamena dal muro.
E fece in mille pezzi la cornice.
Di quel certificato fece un unico fuoco.
E non se ne seppe più nulla.
Se divenne un asceta in Nepal
O ragioniere in Costa Rica..
Qualcuno ogni tanto lo nomina ancora.
Ma è come fosse una leggenda mezzo dimenticata.
Una favola per i bambini, a natale.
Buoni propositi destinati al mai.
E chissà se qualche paziente
Si ricorda ancora il suo viso.
Se pronuncia mai il suo nome. Qualche volta.
O se rimane solo una storia fra le tante…
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“Dottore, la visiti almeno..” Ma lui, nonostante la buona volontà, arrivava sempre troppo in ritardo per poter guarire i mali altrui. Non c’erano più farmaci. Era una triste consapevolezza. Lo avrebbe voluto con tutto se stesso. Ma aveva smesso di credere ai sogni. E non era tempo per i...
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UN MATTINO QUALSIASI.. 14/5/2014 (2.11)

14 maggio 2014 ore 02:23 segnala
Scenari di una scuola,
con i vetri rotti.
E tra la polvere e l’oscurità,
mi facevi mille domande.
Non mi sforzavo nemmeno
Di mostrarti
Che non possedevo le risposte.
Avrei potuto atteggiarmi ad insegnante.
Masticare qualche filosofia di circostanza.
Mi limitavo solo a sorridere,
per nasconderti il mio vuoto.
Perché certe cicatrici
Le divido ancora adesso con il silenzio.
E allora, di più.
Ero così giovane.
E credevo di potere tutto.
Anche se iniziavo a sospettare,
che non ci fosse un cazzo.
Ti accompagnai a prendere
L’ultimo treno del giorno.
Quasi ho ancora nelle narici,
il profumo di nuovo.
Di pelle conciata.
Strideva così tanto,
con il vecchio che ci circondava.
Ma io sono rimasto qua.
Ti promisi che ti avrei raggiunta.
Ma già il tuo sguardo indicava
Che sapevi quanto vane fossero le mie promesse.
E non è che non credessi in me.
Ma intuivi che ormai ero sepolto.
Perché questo schifo, in fondo,
me lo sono fatto sempre piacere.
Come una moglie che non ami più
Ma che, per convenienza, continui a
Considerare tale.
I primi tempi mi spedivi lettere.
E cartoline.
Mi rincuoravi.
E, probabilmente, neanche tu trovasti qualcosa.
“E’ così ovunque”..
Me lo ribadivi, al ronzio della cornetta..
C’erano ancora i telefoni a gettoni.
Poi ti aggrappasti ad una speranza.
Vestita di panni migliori.
E ti mise la fede al dito.
Io rimasi sul libro dei momenti trascorsi.
E fui proprio io a chiedertelo.
Era un’afosa giornata d’estate.
“Non mi cercare più”.
Sebbene stessi morendo dentro,
la mia voce non aveva tremiti. Non aveva incertezze.
Su quella panchina.
In uno dei tuoi rari ritorni.
Vidi le tue spalle. Non ti voltasti.
E se l’avessi fatto,
avresti mandato in frantumi la mia ipocrita solitudine.
Ma non è andata così.
E fu quello il finale che avevo già scritto.
Adesso, in ogni brumosa mattina:
Il mio pensiero ancora corre a te. Ogni volta.
Che pure saresti una storia tra tante.
Un racconto tra molti.
O magari, sono solo io che sto diventando più vecchio..
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Scenari di una scuola, con i vetri rotti. E tra la polvere e l’oscurità, mi facevi mille domande. Non mi sforzavo nemmeno Di mostrarti Che non possedevo le risposte. Avrei potuto atteggiarmi ad insegnante. Masticare qualche filosofia di circostanza. Mi limitavo solo a sorridere, per nasconderti il...
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LE TRAPPOLE DEL RICORDO 12/5/2014 (21.04)

12 maggio 2014 ore 12:13 segnala
E’ solo una trappola della mente..
Che vuol convincerci
Che ieri era meglio.
Pensavamo lo stesso di oggi.
“Che merda”.
E sniffavamo l’illusione di un futuro più roseo.
Sono le costruzioni di comodo.
Per tenerci a galla.
Fantasticando un passato a-posteriori.
Ricordando odori e sapori
Di cui neanche ci rendevamo conto.
Noi siamo qui.
Non è bene, né male.
Non possiamo ridurci a fantasmi.
Non possiamo sfilacciarci nei ricordi.
Impedendoci di sperimentare l’attimo.
Com’è bello cullarsi nella stasi
Di un’epoca d’oro.
Soffochiamo privi di libertà.
Eppure edifichiamo sempre nuove prigioni.
Cosa speriamo di trovare,
vagando a ritroso?
Come drogati del già accaduto.
Era la stessa, la nausea.
Era la stessa, la voglia di non mollare.
Le stesse stanchezze.
La stessa forza.
Le stesse miserie.
Non basterà metterci un fiocchetto,
un nastrino colorato.
Non torneremo indietro.
Sono granelli di sabbia scivolati via.
E noi, disadattati della memoria.
Ma quale?
Quella in cui ogni cosa si ammanta di false prospettive?
Quella Storia ricostruita, di comodo?
Troppo a ritroso o troppo avanti:
quello non è vivere.
Quello è scivolare via.
Arrendersi a non esserci.
Perdersi piacevolmente.
Ma una gabbia resta tale.
Anche se ci torna in mente con tappeti rossi
E tramonti dorati.
E’ tempo di disintossicarsi.
Abbiamo le vene piene di sensazioni distorte.
Queste pillole di già accaduto,
prescritte da medici compiacenti:
gettiamole nel cesso! E’ il momento di procedere..

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E’ solo una trappola della mente.. Che vuol convincerci Che ieri era meglio. Pensavamo lo stesso di oggi. “Che merda”. E sniffavamo l’illusione di un futuro più roseo. Sono le costruzioni di comodo. Per tenerci a galla. Fantasticando un passato a-posteriori. Ricordando odori e sapori Di cui neanche...
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12/05/2014 12:13:43
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ASSASSINIO CON ALIBI.. 9/5/2014 (2.32)

09 maggio 2014 ore 02:48 segnala
Perché mi intossicavi l’Anima,
con qualcosa che non potevi darmi?
Mi ingannavi con tramonti dai colori sfrontati.
E io rincorrevo quel suono,
di sorriso. Che in verità erano solo lacrime stropicciate.
Usavi, all’epoca, insultarmi
Con quel tuo tatto disincantato, simulato.
Quei sorrisi finti, beffardi
Sembravano incarnare un sincero trasporto.
E mi portavi ad osservare i treni.
Passare. Davanti ai simulacri dei vite vissute.
Schernivi la mia filosofia.
Fingevi che avessi qualcosa da insegnarti.
Bramavi di imparare, dicevi. Ogni volta.
E ci cascavo.
Mi sopravvalutavo.
Eppure, ogni istante, svanivi.
Anche se eri lì con me.
Già disegnavi qualcosa per sfuggirmi.
E fui stanco anche di stancarmi.
Mi arrovellavo,
in infiniti sterili quesiti.
Fui bandito dal tuo mondo.
Non c’era più nulla da consumare.
Neanche l’ultima parvenza di decenza.
Ma ancora sembravi pura.
Ancora mi ostinavo a raccontarmi la favola,
che fosse solo il lavorio di uno spirito tormentato.
Lo trovavo così bello.
Ogni stilla di sangue.
Ogni singola goccia di quel veleno.
Non avrei potuto farne a meno.
Poteva mancarmi il rispetto di me stesso
Ma non la parvenza della tua presenza.
Caddi in un burrone.
Perché, tardi, capii che non abbiamo bisogno
Di nulla.
Di null’altro che di essere ciò che siamo.
Senza farci plasmare da dita ingrate.
Senza farci fuorviare da abbracci incostanti..
C’era la notte, ad attendermi.
Ancora lunga. E lancinante.
Ma dovevo
E ti trasformai in cicatrice.
Oggi, qualche volta, ancora bruci..
Ma non hai più il potere di farmi male…
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« immagine » Perché mi intossicavi l’Anima, con qualcosa che non potevi darmi? Mi ingannavi con tramonti dai colori sfrontati. E io rincorrevo quel suono, di sorriso. Che in verità erano solo lacrime stropicciate. Usavi, all’epoca, insultarmi Con quel tuo tatto disincantato, simulato. Quei sorrisi ...
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09/05/2014 02:48:00
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IL SUO ULTIMO VIAGGIO 7/5/2014 (12.27)

07 maggio 2014 ore 12:41 segnala
Glielo lessi negli occhi,
che sarebbe partita.
Non avevo argomenti per trattenerla.
E poi che diritto avrei potuto accampare?
L’egoismo sembrava troppo poco..
Così lancinante e sereno, quello sguardo.
Una decisione da cui non si torna indietro.
Senza rimpianti.
Senza dubbi.
Mi sfugge la stagione.
Non ricordo i colori.
Non riesco ad aggrapparmi al ricordo degli odori.
Ma non potrei mai scordare
Quel sorriso gioioso.
Quando ogni cosa si è messa a posto.
Non perché ci sia una soluzione,
ma perché non c’è più nulla da fare.
Ancora oggi vi ostinate a volerla giudicare.
Io stesso ancora provo rabbia.
Ma oggi, a distanza di tempo
non voglio sporcarla,
col processo alle intenzioni.
Troppo flebile era il tocco delle sue dita
Ad un’esistenza consumata.
La sua voce già appariva lontana.
Come dietro un vetro.
Come da un orizzonte impossibile
Da raggiungere.
E spiccò il salto.
In una notte priva di tumulti.
Sembrava solo un brutto sogno.
Bastò il bacio del metallo.
Senza più possibilità di recesso.
Non volli saperne niente.
Di resoconti e rituali di lutto. Di gesti da compiere.
Forzati dalle circostanze.
Piansi ogni singola lacrima rimasta, da solo.
Una foto su un giornale.
Quattro righe di commiato,
su un foglio ormai stropicciato e ingiallito.
E mi apparve in sogno.
Finalmente a casa.
Finalmente giunta alla destinazione agognata.
“Ricordami così”, mi sussurrò nel buio.
“Cerca di perdonarmi”. Ed era un tono strozzato
E pieno d’Amore.
Un rantolo d’estrema, dolce melanconia.
Traboccante di significati
E sottintesi che, prima, erano rimasti tali.
Fu così che l’ebbi davvero
Solo il giorno in cui andò via per sempre..

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Glielo lessi negli occhi, che sarebbe partita. Non avevo argomenti per trattenerla. E poi che diritto avrei potuto accampare? L’egoismo sembrava troppo poco.. Così lancinante e sereno, quello sguardo. Una decisione da cui non si torna indietro. Senza rimpianti. Senza dubbi. Mi sfugge la...
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07/05/2014 12:41:18
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