TRA LE PIEGHE DEL TRAMONTO UMANO… 6/5/2014 (17.48)

06 maggio 2014 ore 17:57 segnala
Mi tormenta un interrogativo.
In quale momento quel lieve profumo
Di vento gelato,
si trasformò in un tanfo di fiori marciti?
Quando quelle tiepidi notti
Irrorate di luna,
volsero in oscure voragini
che inghiottirono la luce?
La trepidazione mutò in silenzio.
La passione avvizzì
Come se la linfa
Ne fosse succhiata alla radice.
Un panorama di alberi scabri.
La brillantezza degli astri
Sfocò in lucore sbiadito.
Fummo dati in pasto ai fantasmi.
Eppure, in qualche misterioso modo
Non soccombemmo.
Eppure non fummo gli stessi.
Mai più.
Cosa accadde di tanto importante,
se non c’è neanche la forza di ricordarlo?
Forse era tanto struggente,
da doverlo rimuovere.
Dimenticarlo. Per sempre.
Ci marchiò il colore del marmo.
Non quello trionfale. Maestoso.
Ma quello sbrecciato e impolverato
Delle sepolture.
Questo ci aggrappò alla vita.
Ancor più.
Intuivamo fosse una caricatura grottesca.
Ma la respirammo a pieni polmoni.
Pur tra la tosse dell’Animo fiaccato.
Ebbi un compito da cui non potevo sottrarmi.
E anche se ero sfiancato,
fui elevato a Guardiano.
“Imparerai senz’altro qualcosa”.
E nel tono c’era scherno eppure un insegnamento velato.
Ora attendo il momento del sonno.
In cui, Aquila del Sole, potrò giungere a te.
Con Ali di Speranza.
Lascerò questa brughiera selvaggia.
Ma quanta pazienza..
Quanta foga sprecata.
In inutili conflitti.
Preda di visionari complotti.
A metà tra la tela del ragno e il sorriso dei moribondi.
Cosa vuoi che Ti dica?
Non so certo spiegarti compiutamente.
Posso solo affidarmi alla cecità
Di questo morbo che mi avviluppa..
Sorridendo insensibile ai mali che fluttuano attorno.
Questo limbo di assurde domande.
Pure so che non potranno contenermi,
non all’infinito..
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« immagine » Mi tormenta un interrogativo. In quale momento quel lieve profumo Di vento gelato, si trasformò in un tanfo di fiori marciti? Quando quelle tiepidi notti Irrorate di luna, volsero in oscure voragini che inghiottirono la luce? La trepidazione mutò in silenzio. La passione avvizzì Come s...
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DI PAESAGGI INTERIORI E VIAGGI IMPERVI… 13/04/2014 (23.32)

03 maggio 2014 ore 01:54 segnala
Era appena scesa la notte.
Quando mi accorsi
Di non sapere dove andare.
Mi sforzavo di ricordare chi fossi.
Invano.
Non era rimasto nulla.
Come quelle scie di stelle,
che vanno a morire dietro il crepuscolo.
Un tascapane di sogni sbriciolati.
E un foglio stropicciato,
accartoggiato.
Ingiallito.
E ingrigiti erano i contorni del cielo.
Fu steso un velo sulla mia Anima.
E quanta erba a coprire la mia lapide.
Cresceva l’erba.
Ma era smorta e stinta.
Come a voler sottolineare solo l’oblio.
Mi scoppiava la testa.
Si affastellavano interrogativi
Che allora mi sembravano cardinali.
In seguito divennero come mozziconi di sigaretta:
Calpestati dal tempo.
Avrei voluto vederti ancora.
Mi sembrava importante.
Mi scervellavo per far tornare alla mente
Il rumore delle onde del mare.
Il profumo di quelle sere in cui ancora mi stringevi la
mano.
Ma ci perdemmo davvero?
Andasti via tu o fui io a smarrirmi?
Solo vuota, inutile sofferenza.
Sciocchezze al macero.
Indistinguibili da sciocche facezie.
Moto o inerzia?
Troppi interrogativi.
Mi ammantavo di filosofie
Che aprivano altri misteri.
Che non mi aiutavano a conoscere
Ma solo a creare nuovi interrogativi.
Ulteriori confusioni.
Fui avvolto tutto ad un tratto,
da qualcosa che mi toglieva il respiro.
Che pure mi aveva ormai abbandonato.
E seppi che la vita non era stata spesa
Senza aver imparato qualcosa.
Troppo brevi, i giorni.
Ma quanto intensi.
Credevo di osservare l’orizzonte.
Invece era solo il muro di cinta delle mia solitudine..
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Era appena scesa la notte. Quando mi accorsi Di non sapere dove andare. Mi sforzavo di ricordare chi fossi. Invano. Non era rimasto nulla. Come quelle scie di stelle, che vanno a morire dietro il crepuscolo. Un tascapane di sogni sbriciolati. E un foglio stropicciato, accartoggiato. Ingiallito. E...
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03/05/2014 01:54:07
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SBRIGATIVAMENTE FUORI DAI GIOCHI 27/03/2014 (0.05)

27 marzo 2014 ore 00:13 segnala
La solitudine è come un cuscino,
premuto sulla faccia. A volte.
Ma con voi, proprio, non riesco a stare.
Non mi voglio adeguare.
Non mi va.
Parlerò con qualcuno, lo prometto.
Si si, non vi preoccupate:
arriverà il momento di crescere.
Quando capirò,
quelli che sono i problemi seri
mi passerà questo spleen infantile.
E scusatemi,
se vi faccio vergognare così tanto.
E’ proprio per questo
Che non mi mescolo con i cazzi vostri.
E me ne sto a parlottare con il cielo.
Conto i passi del crepuscolo.
Preparo la cortina di stelle.
E borbotto all’alba,
la somma delle mie insonnie.
Non assegno colpe,
perché non mi voglio giustificare.
So benissimo il prezzo da pagare.
Ma per me è meno salato,
di quel cattivo sapore al palato
che mi viene quando fingo
quel che non riesco a mascherare.
E poi finisce che faccio un casino.
E mescolo il sale con il pepe.
E dico troppe parolacce.
E divento isterico.
Qui ci vuole uno psicologo.
Me lo disse uno, che indicava verso di me.
E subito un altro aggiunse una smorfia di disgusto.
Benvenuto disappunto!
Sono miti da sfatare, questi.
Che io abbia qualcosa da dire o da insegnare.
Cerco solo un po’ di pace.
Sacrosanta apatia.
Ad un certo punto, dovrò pur tirarmi fuori.
O divento insopportabile davvero…
Ora vado a prepararmi. Ci sentiamo quando arrivo.
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La solitudine è come un cuscino, premuto sulla faccia. A volte. Ma con voi, proprio, non riesco a stare. Non mi voglio adeguare. Non mi va. Parlerò con qualcuno, lo prometto. Si si, non vi preoccupate: arriverà il momento di crescere. Quando capirò, quelli che sono i problemi seri mi passerà...
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INSEGNAMENTI BEFFARDI 17/03/2014 (1.02)

17 marzo 2014 ore 01:14 segnala
Non ci sono pillole per spegnere,
quello che arde troppo in fretta.
Non ci sono segni per seguire,
una Salvezza. Solo prove ed errori.
Cicatrici e nuovi tentativi.
A volte sembra il ripetersi,
di un unico solo giorno.
E’ come se traboccasse,
una voglia malsana.
Più grande di quanto il corpo
Possa contenere.
Dovremmo farci una ragione.
Che ci sono cieli che non ci è
Dato solcare.
Che ci sono ancora limiti
Tracciati per il nostro bene.
Ma sono proprio quelli che ci conducono
Al male dell’Anima.
A ricercare il senso nel vuoto.
A provare disperatamente il respiro,
in apnea.
E sembriamo come vetri infranti.
Come sogni spogliati d’ogni orpello.
Di cui rimangono solo le squallide ossa.
Abbandonate a marcire.
Alle intemperie.
Sono il mio carceriere.
Lo so, non ci sono scuse.
Vorrei tanto urlare contro qualcosa.
Prendermela con qualcuno, altrove.
Ma io sono voi. E vorrei sfuggire,
ma vi ho dato il potere.
Di farvi beffe di me.
Di schernire il mio inutile sapere.
Che serve a poco,
quando non si traduce nella strada alle stelle.
Schizofrenico passare
Da soggetto a oggetti.
Dal Noi al Me, come se avesse senso.
Torno a respirare il tramonto.
Che mi calma.
Che spegne il mio apatico malessere.
Toglietemi tutto.
Non ho ricchezze. Non ho niente da perdere..
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Non ci sono pillole per spegnere, quello che arde troppo in fretta. Non ci sono segni per seguire, una Salvezza. Solo prove ed errori. Cicatrici e nuovi tentativi. A volte sembra il ripetersi, di un unico solo giorno. E’ come se traboccasse, una voglia malsana. Più grande di quanto il corpo Possa...
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17/03/2014 01:14:21
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L’ETERNO COMPROMESSO.. 16/03/2014 (19.47)

16 marzo 2014 ore 20:41 segnala
Sai,se profumassimo come l'infinito?
Se fossimo i colori che cambiano?
Se fossimo il blu elettrico che si avvinghia all'arancio.
per scivolare nel blu notte..
se fossimo gli istanti del giorno che cambia..
il profumo di freddo,
le luci nelle case,
gli abbracci per proteggersi dalla paura..
Se ci riuscisse di avvitarci all’aria.
Di scivolare sulla bruma
Che tutto oscura.
Sai, se potessimo spiccare il volo?
Se spargessimo sogni
Sul sale di ogni ferita,
sul sangue di ogni squarcio.
Cammineremmo sul marmo del tempo.
E vestiremmo dell’odore del Crepuscolo.
Questi sogni puerili e lancinanti,
quante volte ce li siamo raccontati.
Quante volte ci siam promessi
Di condividerli.
Per poi sparire.
Dimenticarli dietro.
la mia Anima ha una marcia in più.
Ma io no.
Io sono solo un volgare impasto..
lacerato tra la forza delle mie visioni
e il mio meschino arrabattarmi quotidiano.
Quando saprò dare un senso alla mia carne?
A gestire l’equilibrio tra lo slancio e il desiderio…
Ma c’eri tu. Così inquieta e insofferente.
E sorridevi, divertita. Ma dentro eri già altrove.
Eppure, in quegli istanti, mi aggrappavo
Al tuo saperti destreggiare.
A quella tua necessaria abilità di donna.
Costretta al costante compromesso tra vivere e sognare.
Sei ancora lì, a sobbarcarti tutti i pesi del mondo.
Anche quelli che non ti spetterebbero.
Ma lo hai deciso tu.
Anche se certi giorni ti sembra insopportabile.
E’ nostro destino non smettere mai di viaggiare..

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Sai,se profumassimo come l'infinito? Se fossimo i colori che cambiano? Se fossimo il blu elettrico che si avvinghia all'arancio. per scivolare nel blu notte.. se fossimo gli istanti del giorno che cambia.. il profumo di freddo, le luci nelle case, gli abbracci per proteggersi dalla paura.. Se ci...
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DREAMGHOST… 18/03/2014 (1.01)

16 marzo 2014 ore 01:25 segnala
Attendo,
la dissoluzione nell’evanescenza.
Per fermare il silenzio
Di quelle urla.
Che vorticano.
Che non si fermano mai.
La solitudine della moltitudine.
Che preme.
Che cerca.
Che s’affolla.
E’ un capogiro, che mi atterra.
Che mi svuota e mi prosciuga.
E prolungherei l’assenza..
Misantropica attitudine.
Mi ritrovo a pronunciare
Nomi dissonanti.
Oramai dimenticati.
Dal tempo cancellati.
Restano solo lapidi.
Vuoti simulacri.
Lacrime stagnanti.
Come macchie d’olio sul selciato.
Come strade screpolate.
E non mi è accorgo
Che è soltanto,
il fantasma d’un sogno.
Tetro come un cadente teatro.
Spettrale come sediolini vuoti e ischeletriti.
Impolverati e squarciati.
Vengono recitati dei copioni.
Che, al risveglio, lasciano l’amaro in bocca.
Opprimono con conati di nausea.
Intravedo la chiave della gabbia.
Ma è soltanto una proiezione…
Di un’insoddisfazione.
Inquietudine e malumore.
E’ l’ora del risveglio.
Ma non dissiperà il grigiore.
Austera dedizione..
Un Inno alla desolazione.
“Perché non vieni a portarmi via”?
E’ rimasta un po’ di corda,
per strangolare ogni emozione..


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Attendo, la dissoluzione nell’evanescenza. Per fermare il silenzio Di quelle urla. Che vorticano. Che non si fermano mai. La solitudine della moltitudine. Che preme. Che cerca. Che s’affolla. E’ un capogiro, che mi atterra. Che mi svuota e mi prosciuga. E prolungherei l’assenza.. Misantropica...
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MY OWN APOCALYPSE.. 4/3/2014 (0.53)

04 marzo 2014 ore 01:02 segnala
Sia annientata questa forma,
avvelenata dal dubbio.
Sia smembrata e cancellata.
E data in pasto
Alla collisione di due stelle.
Sia l’apocalisse
Che conduce alla fine
Dell’incubo che mi divora.
Che mi impedisce di essere Sole.
Che m’inghiotte nel profondo
Di un’oscurità silenziosa.
Di un vuoto inerte.
Che rende inerme
La mia volontà di travalicare il limite.
E’ un veleno
Che rende sterile l’infinito.
Che sbiadisce i colori dell’eternità.
Voglio la Potenza
Di dipingere gli scenari cangianti
Del tempo che muta.
Delle stagioni che ricominciano.
Voglio essere la musica dei venti.
E scompaginare le miserie,
soffiare con scherno,
sopra i vuoti contenitori
della trivialità compiaciuta.
Voglio modellare la materia
Fino a renderla Gloria.
Lontano da questa ragnatela di lacrime
Che ormai sono anche incapace di versare.
Di sorrisi come cicatrici grottesche..
Che s’aprono come squarci
In un volto tumefatto dal niente.
Pesante come un marmo opprimente,
questo lento trascorrere..
Dovrei liquefarmi nel rosso del tramonto.
Irrorare ogni cosa
Delle Onde dell’Immensità.
Credevo che mi avresti portato via.
E invece mi specchio nelle mie meschinità.
E non mi resta neanche la fantasia
Di credermi diverso dal mondo.
Posso solo deridere la mia puerile aspirazione.
Eppure sogno al di là dei sogni.
La Porta si spalanca:
e sorge l’Altrove.
Dal liquido viscoso che fu il mio affannoso dimenarmi
Sorgerà mai la nuova Aurora?
Forse, non manca più molto…

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Sia annientata questa forma, avvelenata dal dubbio. Sia smembrata e cancellata. E data in pasto Alla collisione di due stelle. Sia l’apocalisse Che conduce alla fine Dell’incubo che mi divora. Che mi impedisce di essere Sole. Che m’inghiotte nel profondo Di un’oscurità silenziosa. Di un vuoto...
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04/03/2014 01:02:04
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C’ERA LA NEVE 9/02/2014 (1.47)

09 febbraio 2014 ore 01:54 segnala
C’era la neve,
quando scoprii che i colori del cielo possono ingannare.
E compresi,
che era come nei tuoi occhi.
Dove non si leggeva mai la verità
Dei tuoi stati d’animo.
O meglio, qualcuno l’avrebbe forse intuita.
Se si fosse sforzato.
Per andare oltre,
quel vicolo cieco di sguardi illusori.
E sorridevi.
Continuavi a farlo.
Nonostante le ferite.
Nonostante le lacrime.
In quel gioco insensato,
cercavi di sfuggire
al male che avresti provocato a chi ti ama.
Ma non potevi rinunciare
a ciò che sei.
Solo per tranquillizzare chi ti circonda.
Gli facesti costruire la maschera più bella.
E potevano cambiarla.
Leggendo dentro di te,
qualsiasi mutamento.
Anche se, in fondo, si celava soltanto
Il desiderio di spiccare il salto.
Non lo avrebbero mai detto,
erano incrollabilmente fedeli
all’idea che tu sei la forza.
Lo avrebbero giurato davanti alle immensità imbiancate.
Che tu fossi serena,
come i giorni senza pioggia.
Dove il sole scalda le creste dei pini.
Dove il vento non intona odi tristi,
ma accarezza soltanto le chiome.
Ti hanno mai capita?
Possono essere certi di averti mai, davvero, conosciuta?
Ti stava bene così.
La loro ignoranza andava bene a tutti.
Ma non si può mentire alle giornate di neve…
E sorridevi ironicamente della loro cecità.
Li amavi. Eppure
Non potevi che pensare all’assurdità del tutto.
A ciò che vedevano
E a ciò che tu realmente eri. E sei.
Rinunciasti.
Sapevi di non poterci riuscire.
Certe cose non si spiegano..
Si possono solo intuire.
C’era la neve quando indossati i panni
Più comodi per tutti.
Anche se erano i più stretti per te…
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C’era la neve, quando scoprii che i colori del cielo possono ingannare. E compresi, che era come nei tuoi occhi. Dove non si leggeva mai la verità Dei tuoi stati d’animo. O meglio, qualcuno l’avrebbe forse intuita. Se si fosse sforzato. Per andare oltre, quel vicolo cieco di sguardi illusori. E...
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FUNERALI A BUON MERCATO 28/01/2014 (0.55)

28 gennaio 2014 ore 12:33 segnala
Era un giorno di pioggia,
quando vennero a dirti
che erano pronti i funerali per i tuoi sogni.
Avevano un’offerta a prezzo speciale.
Perché ci si deve preparare
Alle tragedie.
Non ai cori greci.
Ma ai casi della vita.
Capita a tutti, prima o poi.
Di pensare di spiccare il volo,
e di ritrovarsi con le gambe spezzate.
Disponevano anche di un catalogo rinnovato.
Bare di ogni tipo di legno,
a buon mercato o elegante.
E fodere di ogni foggia.
Inutile disperarsi.
Sprecare fiato e tempo.
“Memento mori”.
Se l’erano segnata sul taccuino,
ma faceva tanto insegnamento antico.
C’era da piangere.
“Si sfoghi pure,è naturale”.
Ma pareva ridessero.
Che fossero pronti ad una danza panica.
Di nascosto,
quando si tolsero i vestiti
corsero a scrivere sui muri,
ebbri di una gioia quasi pornografica:
“MAL COMUNE MEZZO GAUDIO”.
C’è sempre chi delle infelicità altrui,
fa il palliativo delle proprie miserie.
“E basta a cercar morali nelle fiabe.
E’ ora di crescere..non crede, signore?
Ci vediamo in ditta. Firmerà il contratto.
Le toglieranno soltanto pochi istanti. Questione di minuti.
E non si crucci:
prima o poi è affar di TUTTI!”
Ti avevano preso le misure per la bara.
E quasi sembrava che ti stessero facendo un favore..
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Era un giorno di pioggia, quando vennero a dirti che erano pronti i funerali per i tuoi sogni. Avevano un’offerta a prezzo speciale. Perché ci si deve preparare Alle tragedie. Non ai cori greci. Ma ai casi della vita. Capita a tutti, prima o poi. Di pensare di spiccare il volo, e di ritrovarsi con...
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IL MESTO CARNEVALE.. 24/01/2014 (17.53)

24 gennaio 2014 ore 17:59 segnala
Ci fu un’esplosione di coriandoli insanguinati.
E grondava la notte,
densa come olio..
lasciando impronte viscose.
Come nuvole nefaste.
Si potevano vedere le crepe sulle maschere.
E le giostre ormai ferme da secoli.
Trapunte di ragnatele appassite.
Su un cartello corroso dal tempo,
una scritta sbiadita:
“SI VENDONO ANIME”.
E si avvicinò, con passi incerti e claudicanti
Quel clown dolente.
Erano risate sdentate, le sue.
Come la silhouette di finestre sghembe,
nella lontananza del buio.
Urlavano festanti, quei dannati.
E sembravano, realmente, divertirsi.
Ma l’attento osservatore,
avvinto dal rumore della solitudine,
non osava squarciare il silenzio
con il suo illegale malcontento.
Che non diventasse un vizio,
il non provar piacere
in quei passatempi surgelati.
Tramestio di passi.
Pressare di folla.
Uno spingere di lamentosi balletti.
Non sentivano il selciato,
seppure erano scalzi.
Ogni volta che s’affacciava il male del vivere,
gli porgevano un bicchiere colmo.
E venivano sommersi d’oblio stordente.
Come una cascata di lacrime cancellate.
“E’ VIETATO FARSI DOMANDE”.
Si prega di spegnersi lentamente,
ma con decenza. Compilando l’apposito modulo.
Poi sarà il tempo dell’imbalsamazione.
Con le tecniche più moderne e raffinate.
E che chi è “sbagliato”, se è in garanzia,
lo manderemo a riparare.
E se invece è scaduta.
Direttamente al macero o alla discarica.
Come si fa con gli oggetti inutili.
E domani, ecco un nuovo giorno.
Come quello prima. Come quello dopo.
“Shhhhhh”, sussurrava l’addetto alle pulizie.
“Ora sgomberate. Che devo lavare i pavimenti.
E se avete perso qualcosa,
lamentatevi all’ufficio oggetti smarriti.
Ci si vede al prossimo Carnevale”.
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« immagine » Ci fu un’esplosione di coriandoli insanguinati. E grondava la notte, densa come olio.. lasciando impronte viscose. Come nuvole nefaste. Si potevano vedere le crepe sulle maschere. E le giostre ormai ferme da secoli. Trapunte di ragnatele appassite. Su un cartello corroso dal tempo, una...
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