Al figlio che non ho mai avuto VII

04 giugno 2024 ore 04:25 segnala
Non chiedermi quanto tempo abbia atteso prima di scriverti ancora, non sarebbe giusto, il fatto di poterlo fare adesso non implica che non avessi voluto farlo innumerevoli altre volte e forse, anzi sicuramente, un pensiero prima che il mondo mi abbagli nuovamente ogni nuovo giorno resta tutto per te e in quel pensiero c’è una vita intera. Capisco che (ti) possa sembrare difficile crederlo ma non siamo solo dettati da una marcia inarrestabile, certo vado avanti perché è l’unica cosa che posso certamente comprendere di fare anche se la mia lungimiranza è quasi inesistente adesso. Essa, seppur scarna, mi sostenta quel tanto per poter arrivare e vedere un altro piccolo candido squarcio, un’altra esperienza perduta, una dimensione onirica bastante che possa in qualche modo impedire che mi disperda e che perda allo stesso modo cognizione di te, soprattutto di te.

Sembrava esserci tutto il tempo del mondo, lo sai, la prima volta che la vidi pensai dovesse essere davvero interessante poterla conoscere. Perché… perché alcune cose non puoi assolutamente controllarle né è possibile prevederle e sai, ho imparato che ogni cosa vada come debba andare, va come deve andare, le mie scelte, le sue e anche le tue e quelle di tutti gli altri, ogni singola scelta contribuisce alla costruzione del nostro tessuto quotidiano, bello o brutto questo è accidentale, siamo tutti accidentalmente posti su strade che possono intrecciarsi, rincorrersi, dividersi, interrompersi ed ogni cambiamento può essere allo stesso modo repentino o diluito nelle sensazioni o persino annegante nella percezione.

Mi ricordo il primo giorno, dall’aeroporto ci volle quasi un’ora per arrivare al mio albergo sul mare, poco distante da dove stesse, un paio di minuti per farmi capire all’accettazione, confermare la mia stanza, portarmi i bagagli e cambiarmi in camera, faceva un caldo bestiale, ero sudato prima e anche dopo una doccia e un nuovo cambio, non era importante però e uscii percorrendo la spiaggia secondo le sue indicazioni ricevute. Dopo un po', mi sentii chiamare, mi voltai, era lì ad aspettarmi sotto casa sua che era a ridosso della strada parallela alla spiaggia. Mi corse incontro e non parlammo perché continuammo a camminare come chi si conosce da un pezzo e tutte quelle sensazioni ricevute o trasmesse divengono del tutto familiari, non ci si stupisce ma anzi ogni cosa si consolida in modo esponenziale. Iniziai a dirle del viaggio e mi chiese se avessi fame. Cavolo sì che avessi fame, ma era tardi tardissimo, restava un chiosco sulla spiaggia dove potevi prendere qualunque tipo di bevanda ma nulla da mettere sotto i denti. Seduti ad un piccolo tavolino, su degli sgabelli bevvi tre birre d’un fiato, lei mi osservava e dopo aver insistito prese una birra anche lei. Siamo rimasti seduti lì sino a quando abbiamo visto alcuni pescherecci rientrare, dopo un po', erano già le cinque del mattino iniziava a radunarsi una discreta folla alquanto rumorosa accorsa per acquistare il pesce appena pescato.

Finimmo l’ultima birra in due, le dissi che avremmo potuto prendere un po' di pesce per l’indomani così detto e così fatto la riaccompagnai a casa con il pesce e a malincuore mi incamminai vero l’albergo quando il sole iniziava ormai a farsi vedere e l’odore di salsedine diveniva via via più intenso. Salii in camera e mi sdraiai e mi chiamò per sapere se fossi arrivato o se avessi ritrovato l’albergo. Mi misi a ridere ma ero dannatamente stanco e dopo averla rassicurata mi persi in mille sogni repentini.

Non esiste però un modo di quantificare questo susseguirsi di eventi, il nostro punto di vista è limitato al presente, con maggiore esperienza possiamo acquisirne uno può ampio ma ciò implica il tessuto in gran parte rilevante nel passato perché il presente è sempre l’attimo, un continuo attimo che dura il necessario tra passato e futuro. Non puoi immaginare dove la strada potrebbe condurti indipendentemente dal fatto che tu sia deciso o indeciso perché allo stesso modo la tua strada può affiancarsi ad un’altra, può improvvisamente virare e modificare orizzonte percepito e ogni successione di eventi conseguente. Non ho mai creduto di poter pilotare né eventualmente di essere un bravo pilota, non ho mai pensato potesse accadermi. Ma se vuoi posso risponderti che l’insieme degli eventi a venire, qualunque esso sia, non manca certo di cinismo o di ironia, certo, tutto ciò è solo basato sulla nostra soglia percettiva, il nostro passo liminale, la nostra capacità di vedere oltre una promessa, oltre una possibilità, oltre l’orizzonte degli eventi a venire. Non è possibile organizzarsi in questo caso ma puoi solo pensare al meglio e tentare di farlo e il resto, tutto il resto è ciò che è e sarà o ciò che non sarà. Non è concesso un forse, perché il forse dura anch’esso un istante ed è già, prima che possa accorgertene, ciò che è o che non è.

Quando il tempo mi soffoca, quando le manovre evasive perdono influenza ed importanza, quando il dolore bussa ancora persistentemente alla mia parte di vuoto che una volta accoglieva, ospitandola, un’anima seppur profondamente imperfetta, quando le ultime speranze di riporre un ulteriore velo obliterante su ogni residuo briciolo di persistenza si nullificano prepotentemente, quando sento ogni convenzione di normalità sprofondare e il piano di campagna non è più sufficiente a contrastare la forza di attrazione verso il cuore incandescente dell’averno, quando la mia concentrazione divelle ogni residua barriera contro ogni intenzione, quando resto a fissare lo stesso punto indifferente al resto fuori e quando le ferite si moltiplicano rendendomi a volte davvero impossibile trattenere una smorfia di insofferenza… ti chiamo.

Il tempo passa, ci segna, ci annota, a volte ci perde, a volte ci ritrova ma il tempo che tutto regge e governa non è in fondo il tempo al quale noi vogliamo dare importanza, quello che conta, quello che davvero abbia una certa valenza rispetto al resto, il resto a volte così apparentemente banale ed uniforme ma sempre frutto di una scelta. Potrai dirmi “ma Luca tu a volte non hai deciso”, beh, anche non decidere resta una scelta forse la meno ovvia ma ciò non di meno resta una scelta come tutte le altre e l’insieme delle stesse porta il tempo a qualificarsi, a caratterizzarsi e non in generale. Nascono aspetti che solo chi vi è arrivato può affermare di concepire anche se non del tutto comprendere. Questo diviene ciò che puoi e devi infine considerare come il tessuto, la vita che ti ritrovi a vivere nel bene e nel male.

A volte il senso di perdita è così profondo da sentirsene soffocati, è come precipitare costantemente perdendo ogni colore, ogni appiglio, ogni residua cognizione fisiologicamente probante e la cosa peggiore non è trovarcisi ma non volerne più uscire. Sono quei periodi nei quali perdo me stesso, perdo la mia bussola, quando tutto va giù e tutto va su e non puoi pensare di abituartici, non dovresti ma a lungo andare questa sregolatezza paradossalmente regola allo stesso modo. Non sono qui a scriverti e volermi giustificare, credimi ho smesso anche solo di pensare di poterlo fare, scelte anche qui, le mie, le sue… e nonostante questa consapevolezza mi ritrovo a parlarti nei momenti più inattesi, nei periodi più disparati, durante azioni del tutto normali e in quell’attimo tutto svanisce e ritorno alla semplice concettualità del fatto in essere. Le scelte allora, quelle sì, queste sì, sono irrazionali perché non è possibile fare in modo che l’entropia decresca, non è possibile ricompattare le maglie del tempo che hanno già e sono già filamenti preponderanti in altre trame consolidate, posso solo prendere atto del fatto di non poterlo fare e il solo fatto di esserne consapevole (mi) fa disperare.

Frammenti di conchiglie rosa, conchiglie che lei conservava, dopo l’ennesima giornata burrascosa la risacca lasciava un fondo consistente di alghe sulla battigia. Quella mattina lei uscì a camminare lungo la spiaggia, la sentii uscire ma non le dissi nulla, la osservavo controluce, raggi troppo deboli ancora ma precursori di una ennesima giornata bollente irrompevano dalla finestra, potevo chiudere gli occhi ma invece poco dopo mi alzai e barcollando ancora un po' assonnato uscii fuori appoggiandomi ad una uno degli alberi poco fuori il porticato, la vedevo ancora sulla spiaggia muoversi chinandosi a volte raccogliendo qualcosa. Erano conchiglie rosa. Dopo un po' rientrò e mi mostrò ciò che avesse raccolto, le ripose in una piccola scatola e disse qualcosa che però non capii perfettamente, avevamo tanti problemi e a volte anche la lingua poteva esserlo, il più delle volte non lo era come in quel momento, ma ciò che non riuscivo a capire non era qualcosa di figurativo, era puramente letterale. Non ricordo dove ci portò quel giorno ma posso dirti che quel giorno arrivammo a tarda notte ed ad un tratto mi fece notare che non avessimo avuto alcuno scontro verbale ed io ricordo di averle risposto perché non potesse essere a quel modo anche l’indomani.

Lo sai, a parte quel giorno non ne ricordo un altro senza una burrasca tra noi, burrasca o fortunale o forse anche un breve accenno di cielo grigio, forse era congeniale ad entrambi non saprei, forse era il nostro modo di arrivare a capo dei nostri rispettivi malesseri. Era dolce quando volesse esserlo ed era anche dannatamente testarda ed orgogliosa allo stesso tempo ma non era questo il pomo della discordia a volerne trovare uno, credo che fossimo nostro malgrado incapaci di limare i nostri lati più acuminati, le nostre sensazioni e le nostre lingue, ci si può ferire e molto semplicemente usando delle banalissime parole. Io e lei eravamo molto bravi nel farlo. E c‘era stata sempre almeno una piccola guerra, certo, guerra ma anche pace dopo ma poi ancora una guerra e poi ancora una pace dopo. Lei poteva ribattere all’infinito ed io per natura tendo a lasciare andare e forse questo poteva essere da lei percepito come una forma latente di disinteresse ma avevamo fortunatamente anche modo di spiegare. Questo poteva essere paradossalmente un motivo di lungimiranza o di stoicità per entrambi ma quel giorno, a notte fonda, ridevamo di gusto un po' sbronzi, bevendo birre su birre sulla spiaggia e fu allora che mi mostrò questo bracciale che aveva ricavato dalle conchiglie che aveva raccolto.

Potevo farla ridere indefinitamente a volte, provando a parlarle nella sua lingua, scuoteva la testa e iniziava a ridere perché ero senza speranza mentre lei, al contrario, riusciva a farsi capire usando la mia, certo qualche accento era sbagliato ma il senso era tutto lì. Io le dicevo che fosse inutile che io tentassi ancora di imparare, poteva sopperire alle mie carenze con la sua abilità filologica. A volte penso che se avessimo avuto solo un po' più di tempo… lo sai, non credo che il senno di poi sia una saggia posizione dalla quale cimentarsi con il lancio del se e del ma, quello che è accaduto perché così è andata, spiace e me, spiace a lei, spiace a entrambi ma anche qui, analizzare tutto questo non porterebbe a nulla di meglio.

E le barriere, le nostre barriere, fortificazioni, remoti bastioni, fuochi di lucciole o chimere, le nostre invalicabili determinazioni, volontà ossute, composti eterogenei, elementi distanti e incompatibili ma fieri, noi fottute barriere, allenate, isolate ed unite fra ponti fragili all’apparenza gremiti di ogni buona intenzione, ricchi d’intenti, forti e fragili come non mai ma sempre noi, io e lei, barriere tra barriere inutili a volte ed altre così dannatamente persistenti. C’è solo un modo ed è andare avanti, mantenendo ciò che mi assale, si cambia ma a volte per qualcuno o qualcosa cambiare è impossibile, nel profondo il peso di ogni peccato ci ancora lontano, alla fonda dove ogni cambiamento resta effimero ed inconcepibile.

Ma ricordarmi di lei è soffrire ma ricordare lei è pensare (anche) a te e posso parlarti nel solo modo di cui abbia cognizione, nel solo modo che avrei sempre potuto usare rispettando ogni canone sempre e mai, al di là di ogni mia debolezza e rimpianto, oltre ogni mia residua qualità ormai perduta. Se non fosse un mondo dannatamente (im)perfetto ed io allo stesso tempo, non avrei mai potuto sperare di farlo e invece ancora una volta, per ogni volta, non posso fare altro che accompagnarti per tutto il tempo che ti serve, il tempo di un sogno, breve quanto un’intensissima emozione, lieve quanto l’origine di ogni felicità di ognuno di noi in ognuno di noi, effimero quanto le certezze al cospetto di qualcosa di incommensurabilmente grandioso e per quello che vale, per tutto il tempo... ti abbraccio Giulio, piccolo mio.
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Non chiedermi quanto tempo abbia atteso prima di scriverti ancora, non sarebbe giusto, il fatto di poterlo fare adesso non implica che non avessi voluto farlo innumerevoli altre volte e forse, anzi sicuramente, un pensiero prima che il mondo mi abbagli nuovamente ogni nuovo giorno resta tutto per t...
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04/06/2024 04:25:15
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Commenti

  1. MiesVangoose 06 giugno 2024 ore 17:59
    Cesare o Andreotti ?
  2. AllegroRagazzo.Morto 06 giugno 2024 ore 18:49
    @MiesVangoose veramente nessuno dei due, semmai Giulio Cesare Colonna di Sciarra, I principe di Palestrina

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