BENI COMUNI: che non rimanga solo uno slogan

17 giugno 2012 ore 13:36 segnala


BENI COMUNI: lentamente un concetto, un valore, una prospettiva di diverso possesso e uso si sta facendo largo in un Paese che si è “sviluppato” nel suo completo disconoscimento. Spiagge recintate e privatizzate con furto di mare, quartieri e piazze storiche invasi da suk commerciali in proterva escrescenza di “marchi”, parchi ridotti a dependance di abusivismi grotteschi, alvei dei fiumi costretti all’accoglimento di urbanizzazioni demenziali, terrazze/ giardini strappate dai nostri antenati alle pietre e abbandonate all’incuria, intere campagne trasformate in disgustosi ammassi di immondizia secernente immondi liquami… Tutto quello che si poteva fare per smembrare, sputtanare, asservire ad uso privato, abbandonare al degrado, al saccheggio, alla distruzione da parte di barbari incolti quello che è in assoluto il patrimonio ambientale, artistico, culturale e storico più prezioso del mondo è stato fatto nell’indifferenza generale degli abitanti, delle istituzioni, delle forze politiche e degli “esponenti culturali”, con rare, lodevoli e sempre isolate voci di sdegno. Tutto questo enorme scempio è stato compiuto in nome di un “progresso” ben fornito di ruspe e di cemento che ha imposto modelli abitatativi, piani “regolatori”, opzioni di “viabilità”, di “smaltimento rifiuti”, di “turismo di seconda casa”, di interramento di fiumi e smottamento di colline e montagne a mò di “aree fabbricabili” con la sola norma del profitto e della speculazione privata. Il risultato è quello di ritrovarci sempre più in un paesaggio estraniato, squallido, privo di storia e di memoria, di natura e di appartenenze, espropriati dalle nostre radici. Dai nostri BENI COMUNI, recintati nei nostri appartamenti, nei nostri giardinetti, nelle nostre “gite fuori porta” alla ricerca di spazi vivibili sempre più lontani, sempre più contesi. Non era questo lo sviluppo da riservare a un Paese di una bellezza unica e struggente come l’Italia. Nessun Paese se lo merita, ma l’Italia meno di tutti altri per quel sovrappiù che il favore degli Dèi, la sua storia e la sua natura intrecciate, ci avevano concesso.



(Lista dei senatori del PD che hanno approvato la mozione favorevole al decreto sulla privatizzazione delle spiagge demaniali: FINOCCHIARO, LA TORRE, ZANDA, CASSON,GRANAIOLA, MERCATALI, AMATO, ANDRIA, ARMATO, BARBOLINI, BUBBICO, CABRAS, DE LUCA, D’UBALDO, LEGNINI, FIORINI, GARRAFFA, GASBARRI , GIARRETTA, INCOSTANTE, LUSI, MARCUCCI, PINOTTI, RANUCCI, ROSSI PAOLO, SANGALLI, SBARBATI, TOMASELLI, MAGISTRELLI).


E adesso siamo allo scempio finale: l’intero patrimonio comune di beni artistici, storici e ambientali viene buttato da parte di barbari, inumani banchieri ignoranti come zappe sul mercato a fare inutile cassa di un debito demenziale accumulatosi con quello sviluppo barbaro e predatorio che mai sarà colmato col misero ricavato di queste svendite.

Ma adesso si fa un gran parlare di BENI COMUNI. La locuzione sembra trovare un po’ di gradimento e diventa quindi un buono slogan elettorale per evocare buone intenzioni civiche e, possibilmente, un ritorno di voti. Però le svendite continuano e le privatizzazioni del patrimonio pubblico sono nel programma di tutti i governi, compreso quello falsariamente definito “tecnico”, composto si da professori ed "illustri" manager ma del tutto agli antipodi da una Cultura in grado di restituire valore e valorizzazione a qualcosa che non sembra riguardarli da vicino e che anzi è loro nemica: la bellezza in forma di Storia e di Natura, di uomini che riescono a conviverci in simbiosi e soprattutto la memoria di quello che siamo stati e che ancora potremmo, dovremmo essere. Una bellezza, questa, alla quale siamo anche tutti noi da gran tempo disabituati, distratti come siamo dallo spettacolo delle merci e dei loro ossessivi templi in formato di centri commerciali, dal surrogato che ce ne danno gli schermi, dai pacchetti preconfezionati delle agenzie di viaggio, dalla cura dell’aiola domestica in sostituzione degli spazi naturali, da una febbrile ricerca di soddisfacimento di bisogni e desideri veicolati da altri, interpretati dalla tecnica, dalla moda e dalla cosiddetta “innovazione”.



E ci stanno fottendo. Viviamo male insieme alle nuovissime generazioni, sempre più rarefatte e isolate che crescono peggio, ai nostri vecchi inebetiti e disperati in questa surrealtà di spazi artificiali, chiusi, recintati, indifferenti alla luce del giorno, alle sue albe, ai suoi tramonti, alle stagioni, ai fiumi, ai mari, alle testimonianze del passato cancellato dalle ruspe, rinchiuso in proprietà private, messo in vendita a suon di ticket ad ogni metro quadro.

Tutto questo NON E' CIVILTA', NON E' SVILUPPO, NON E' SOCIALITA', NON E' DEMOCRAZIA, NON E' CULTURA, NON E' VITA! E’ un surrogato truffaldino che disperde la nostra memoria, la nostra provenienza, le nostre energie, le nostre risorse, la nostra peculiare cultura e ricchezza. E i sacrifici di coloro che, ben più grandi di noi, ci hanno preceduto.

Riappropriarci della nostra natura, della nostra Storia, della nostra Arte, dei nostri mari, spiagge, parchi per offrirli a noi stessi e agli altri come ricchezze e risorse condivise sta diventando questione di vita o di morte per questo Paese. DI VITA O DI MORTE. C’è da reimpiantarvi una nuova socialità, un nuovo modello di servizi sociali, culturali, turistici, abitativi, lavorativi come nuovo modello di sviluppo del Paese. Mettendo insieme volontà, idee, progetti, investimenti se ne può tirar fuori lavoro cooperativistico buono.

Qualcosina in questo senso si sta muovendo: il manifesto dei beni comuni dell’assemblea di Napoli, l’esperienza dei teatri occupati, di progetti di "cohousing", di nuovo cooperativismo agricolo e di nuove filiere a chilometro zero, di cooperative sanitarie.. stanno tutte tracciando una strada. Ma sono ancora troppo poche, troppo deboli, troppo scollegate a fronte dei tempi inesorabili di dismissione di un patrimonio e di una ricchezza poi irrecuperabile.

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« immagine » BENI COMUNI: lentamente un concetto, un valore, una prospettiva di diverso possesso e uso si sta facendo largo in un Paese che si è “sviluppato” nel suo completo disconoscimento. Spiagge recintate e privatizzate con furto di mare, quartieri e piazze storiche invasi da suk commerciali...
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17/06/2012 13:36:21
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Commenti

  1. PartenopeoRosso 17 giugno 2012 ore 18:42
    A parte la questione degli Dei - accettabile solo a patto di ricondurla a quel paganesimo antropologico che nelle sue figure incarna le categorie profonde dell'esistere - sottoscrivo in toto quest'articolo. Aggiungendo che l'orizzonte che delinea è tinto inequivocabilmente di rosso marxista.
  2. S.Luna 18 giugno 2012 ore 12:55
    Il settore "km 0" dell'agricoltura, spesso associato al biologico (anche senza finire nel 'kollektivnoe chozjajstvo') è l'unico settore che non sta risentendo della crisi, almeno in origine (come produzione e ingrosso). Fortunatamente si cominciano a vedere risultati delle idee e delle tecniche che da circa 40 anni dicono quello che pensi tu in questo post.
    Certo, il problema è che per riaffermare un territorio, e risanarlo, ci vogliono anni o decenni, mentre le colate di cemento sono molto più veloci... Confido nel lungo termine. D'altro canto il cemento si crepa in fretta, e le radici lo spaccano molto bene.
    Ti consiglio "la rivoluzione del filo di paglia" di Masanobu Fukuoka. Perculatissimo in occidente per decenni, e ora -ma guarda!- sembra che qualcuno si stia accorgendo che quel che faceva non erano stronzate.
  3. gabri2278 19 giugno 2012 ore 11:19
    Bello il cartello vendesi...col numero di telefono "666"....ahahahahahahahahahah
  4. Aphnea 19 giugno 2012 ore 23:38
    E via pure Cinecittà:

    http://www.unita.it/culture/conto-alla-rovescia-per-i-cinecitta-i-br-via-gli-studios-arriva-un-luna-park-1.422045

    @Partenopeo: di Beni Comuni se ne parla e si teorizza, come ricordava qualcuno, da decenni.. anche partendo da presupposti diametralmente opposti a quelli marxisti e con declinazioni ben differenti. Il collettivo non è un esclusiva "vostra".
  5. S.Luna 20 giugno 2012 ore 10:40
    Se non erro le idee di collettivi (agricoli sociali ecc ecc ecc) ci sono sia nelle idee di "moshav" che di "kibbutz", dove soprattutto i secondi sono nati come forme di aggregazione ed autosostentamento proprio per non cadere nel consumismo occidentale. E non mi risulta che gli israeliani siano particolarmenta affini alle idee di Marx e via dicendo :)

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