Che ci sarà...

14 maggio 2009 ore 00:01 segnala

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

da guardare!!:hihi

Statemi meglio di ieri...

F;-)

Massaggio... alternativo??

10 maggio 2009 ore 22:50 segnala

Su ragazze, si avvicina il tempo di mettere in mostra i vostri bei corpicini... 

Prima vi consiglio di fare un bel massaggio rilassante in un centro benessere... alternativo:-))) ... ne conosco uno che fa miracoli... ehehehhe... fidatevi, andate tranquille!!:-)))  

Felice... massaggio!

F;-)

Suicidio!!!???!!!

08 maggio 2009 ore 13:08 segnala

Ho deciso, la faccio finita...:amen   Vado a spremermi!!!!!!!:-)))

 

Buon week end,

F;-)

 

Sorriso e lacrime.

05 maggio 2009 ore 22:23 segnala
Sapeva che non avrebbe più potuto rivederla. Quella mattina si alzò di buonora. Aveva appetito. Finalmente, dopo tre giorni in cui non era riuscito a mettere qualcosa sotto i denti, avrebbe mangiato. Voleva reagire a quel uragano che improvvisamente aveva distrutto il suo mondo e disperso le sue certezze. Voleva riprendere a vivere. Aveva passato tutta la notte a ripensare a E., la ragazza della stanza n. 24, che aveva conosciuto il pomeriggio precedente. In quei giorni, gironzolando per il reparto, aveva notato che la n. 24 era l’unica stanza in cui non entrava e da cui non usciva nessuno. La porta era sempre socchiusa. Non si udivano rumori né si vedevano luci. Quel pomeriggio la sua curiosità ebbe il sopravvento. Bussò delicatamente a quella porta e la sospinse. Entrò. Le tapparelle erano completamente abbassate. I suoi occhi impiegarono diverso tempo per abituarsi a quell’oscurità, rotta soltanto dalla luce fioca di una lampadina. Si fermò, paralizzato, ai piedi dell’unico letto della stanza. Il suo sguardo era stato catturato dal viso incredibilmente pallido di E., la ragazza che lì dentro “viveva” e che stava distesa su quel letto, con le braccia scoperte, “accogliendo” quei misteriosi liquidi che, lentamente, attraverso tubicini, entravano in lei. Il suo viso rifletteva la luce della piccola lampadina, amplificandola. Pareva una luna, pensò lui, arricchita dalla luminosità del suo splendido sorriso e da due occhioni neri, scavati in ciò che era rimasto di quello che doveva essere stato decisamente un bel viso. Si presentarono. Lui, per giustificarsi, disse di aver sbagliato stanza, fingendo di cercare una persona che non esisteva. Solo allora si accorse che su di una sedia, dalla parte opposta, c’era un’altra persona, il padre di E., sorpreso quanto lui per quel errore improbabile. Si fermò solo pochi minuti, di più non riuscì a restare.

Sapeva che non avrebbe più potuto rivederla. Quella mattina decise che avrebbe “sbagliato” stanza ogni volta che ne avesse avuto la possibilità, ogni volta che fosse stato libero da “impegni ospedalieri”. Passavano il tempo a chiacchierare, a leggere e commentare le notizie dei giornali. Riuscivano anche a scherzare e talvolta ad “evadere” da quella stanza, dimenticando di essere lì. Spesso se ne stavano in silenzio. Silenzio rotto soltanto dal ticchettio di una vecchia sveglia sul comodino, che scandiva il lento trascorrere delle giornate, fino ad allora tutte così dolorosamente monotone e vuote. Il pomeriggio E. tentava di riposare, per recuperare il sonno che perdeva di notte per gli effetti delle cure che le praticavano. Lui le teneva la mano mentre lei si perdeva in un penoso dormiveglia. In quei brevi istanti il suo viso si riempiva di smorfie di dolore, che quando era sveglia riusciva abilmente a nascondere con i suoi sorrisi. Lui le stringeva un po’ più forte la mano, mentre con l’altra le accarezzava dolcemente i capelli, quei pochi che le erano rimasti.

Sapeva che non avrebbe più potuto rivederla. Dopo un paio di giorni era riuscito a convincerla ad aprire le tapparelle per fare entrare la luce del sole. Allora la aiutava a sedere in una poltrona davanti alla finestra. Fuori era scoppiata l’estate. Quattro piani più in basso c’era un parco con dei giardini abbelliti di fiori e contornati da imponenti pini secolari, che con la loro ombra davano sollievo ai vecchietti seduti sulle panchine. Qua e là, bambini rincorrevano la palla o giocavano con un cagnolino, sotto lo sguardo attento e premuroso delle loro mamme. Le loro grida giungevano ovattate nella stanza. Solo il vetro divideva quella vita gioiosa dalla loro.

Sapeva che non avrebbe più potuto rivederla. E quella mattina lo seppe ancora meglio, quando uscì dallo studio del primario con in mano la lettera di dimissioni. Lo rimandavano a casa. In tempi normali avrebbe fatto il tragitto che lo separava dalla sua stanza correndo e saltando felice. Quel giorno proprio no. Sapeva che lo attendeva il momento più difficile, quello che non avrebbe mai voluto vivere. Doveva salutarla, e poi sicuramente non l’avrebbe più rivista. Percorse il corridoio lentamente, pensando alle parole che avrebbe dovuto usare. Quando entrò nella 24, tutte le frasi che si era preparato svanirono e lo lasciarono lì, immobile ai piedi del letto, come gli era capitato solo in un’altra occasione, la prima volta che aveva “sbagliato” stanza. Il papà di E., forse immaginando qualcosa, si alzò dalla sedia, uscì e chiuse la porta, lasciandoli soli. In quel momento si accorse che delle stupide lacrime avevano iniziato a sgorgargli dagli occhi e gli solcavano le guance per poi lasciarsi cadere a terra. Anche le lacrime avevano capito che non l’avrebbe più rivista. Lei si era drizzata e si era messa a sedere su un fianco del letto. Sorrise e gli fece cenno di avvicinarsi. Si abbracciarono senza dire una parola. Per lei parlava il suo sorriso, per lui parlavano le sue lacrime. Niente disturbò i loro silenziosi discorsi, nemmeno il gracchiare della piccola radio che da qualche giorno si era stabilita nella stanza n. 24. Si salutarono con la promessa che si sarebbero rivisti presto, anche se sapevano…

Sapeva che non avrebbe più potuto rivederla, quando, la sera di una settimana dopo essersi salutati, si fece accompagnare a casa di E. per la recita del rosario. Se ne era andata quel pomeriggio. I genitori di E. gli dissero quello che lui già sapeva. Si era spenta serenamente, sorridendo e rifiutando sempre qualsiasi rimedio che le avrebbe sì alleviato il dolore, ma l’avrebbe stordita, impedendole, come era solita ripetere, di vivere e di gustare la vita in tutte le sue sfaccettature, anche le più dolorose e sino alla fine. Perché, diceva, la vita va gustata interamente, sia la parte più dolce dei momenti felici che la parte più amara di quelli dolorosi.

Sapeva che non avrebbe più potuto rivederla, ma si sbagliava. La vede ogni giorno e le parla nel silenzio del suo cuore, usando il loro linguaggio segreto, fatto di sorrisi e di lacrime...

 

Questo racconto,se così si può definire, è dedicato ad una mia cara amica, morta in un giorno d’estate del 2006 a 33 anni per un tumore. E’ stata la ragazza più forte e coraggiosa che io abbia mai conosciuto.

F

Fermatelo!!

02 maggio 2009 ore 15:40 segnala

Rischia seriamente di farsi male...:many

Buon week end!!

F;-)

Don't speak

29 aprile 2009 ore 23:57 segnala

You and me
We used to be together
Everyday together always
I really feel
That I'm losing my best friend
I can't believe
This could be the end
It looks as though you're letting go
And if it's real
Well I don't want to know

Don't speak
I know just what you're saying
So please stop explaining
Don't tell me cause it hurts
Don't speak
I know what you're thinking
I don't need your reasons
Don't tell me cause it hurts

Our memories
Well, they can be inviting
But some are altogether
Mighty frightening
As we die, both you and I
With my head in my hands
I sit and cry

Don't speak
I know just what you're saying
So please stop explaining
Don't tell me cause it hurts (no, no, no)
Don't speak
I know what you're thinking
I don't need your reasons
Don't tell me cause it hurts

It's all ending
I gotta stop pretending who we are
You and me I can see us dying... are we?

Don't speak
I know just what you're saying
So please stop explaining
Don't tell me cause it hurts (no, no, no)
Don't speak
I know what you're thinking
I don't need your reasons
Don't tell me cause it hurts
Don't tell me cause it hurts
I know what you're saying
So please stop explaining

Don't speak
Don't speak
Don't speak
Oh I know what you're thinking
And I don't need your reasons
I know you're good
I know you're good
I know you're real good
Don't, don't, uh-huh Hush, hush darlin'
Hush, hush darlin' hush, hush
Don't tell me tell me cause it hurts
Hush, hush darlin' hush, hush darlin'
Hush, hush don't tell me tell me cause it hurts

 

No doubt

La legge di Murphy

27 aprile 2009 ore 23:52 segnala

Stasera cartoni, altrimenti mi criticano...

Se qualcosa può andare storto, sicuramente lo farà... che in fondo è quello che succede spesso nella mia vita:-)) ... ma so che cambierà, almeno lo spero...

Notte,

F;-)

Musica.

27 aprile 2009 ore 00:11 segnala

Nel frastuono che ci circonda ci dimentichiamo del "suono" del nostro cuore e della nostra anima. "Suono" che scandisce il ritmo della nostra vita. Troppe volte sembra che temiamo il silenzio. Dimentichiamo che c'è una musica interna che è piacevole da ascoltare...

F

Shii...

25 aprile 2009 ore 16:21 segnala

La console wii con giochi riservati alle sole donne!!!

Divertitevi!!!

F;-)