Sorriso e lacrime.

05 maggio 2009 ore 22:23 segnala
Sapeva che non avrebbe più potuto rivederla. Quella mattina si alzò di buonora. Aveva appetito. Finalmente, dopo tre giorni in cui non era riuscito a mettere qualcosa sotto i denti, avrebbe mangiato. Voleva reagire a quel uragano che improvvisamente aveva distrutto il suo mondo e disperso le sue certezze. Voleva riprendere a vivere. Aveva passato tutta la notte a ripensare a E., la ragazza della stanza n. 24, che aveva conosciuto il pomeriggio precedente. In quei giorni, gironzolando per il reparto, aveva notato che la n. 24 era l’unica stanza in cui non entrava e da cui non usciva nessuno. La porta era sempre socchiusa. Non si udivano rumori né si vedevano luci. Quel pomeriggio la sua curiosità ebbe il sopravvento. Bussò delicatamente a quella porta e la sospinse. Entrò. Le tapparelle erano completamente abbassate. I suoi occhi impiegarono diverso tempo per abituarsi a quell’oscurità, rotta soltanto dalla luce fioca di una lampadina. Si fermò, paralizzato, ai piedi dell’unico letto della stanza. Il suo sguardo era stato catturato dal viso incredibilmente pallido di E., la ragazza che lì dentro “viveva” e che stava distesa su quel letto, con le braccia scoperte, “accogliendo” quei misteriosi liquidi che, lentamente, attraverso tubicini, entravano in lei. Il suo viso rifletteva la luce della piccola lampadina, amplificandola. Pareva una luna, pensò lui, arricchita dalla luminosità del suo splendido sorriso e da due occhioni neri, scavati in ciò che era rimasto di quello che doveva essere stato decisamente un bel viso. Si presentarono. Lui, per giustificarsi, disse di aver sbagliato stanza, fingendo di cercare una persona che non esisteva. Solo allora si accorse che su di una sedia, dalla parte opposta, c’era un’altra persona, il padre di E., sorpreso quanto lui per quel errore improbabile. Si fermò solo pochi minuti, di più non riuscì a restare.

Sapeva che non avrebbe più potuto rivederla. Quella mattina decise che avrebbe “sbagliato” stanza ogni volta che ne avesse avuto la possibilità, ogni volta che fosse stato libero da “impegni ospedalieri”. Passavano il tempo a chiacchierare, a leggere e commentare le notizie dei giornali. Riuscivano anche a scherzare e talvolta ad “evadere” da quella stanza, dimenticando di essere lì. Spesso se ne stavano in silenzio. Silenzio rotto soltanto dal ticchettio di una vecchia sveglia sul comodino, che scandiva il lento trascorrere delle giornate, fino ad allora tutte così dolorosamente monotone e vuote. Il pomeriggio E. tentava di riposare, per recuperare il sonno che perdeva di notte per gli effetti delle cure che le praticavano. Lui le teneva la mano mentre lei si perdeva in un penoso dormiveglia. In quei brevi istanti il suo viso si riempiva di smorfie di dolore, che quando era sveglia riusciva abilmente a nascondere con i suoi sorrisi. Lui le stringeva un po’ più forte la mano, mentre con l’altra le accarezzava dolcemente i capelli, quei pochi che le erano rimasti.

Sapeva che non avrebbe più potuto rivederla. Dopo un paio di giorni era riuscito a convincerla ad aprire le tapparelle per fare entrare la luce del sole. Allora la aiutava a sedere in una poltrona davanti alla finestra. Fuori era scoppiata l’estate. Quattro piani più in basso c’era un parco con dei giardini abbelliti di fiori e contornati da imponenti pini secolari, che con la loro ombra davano sollievo ai vecchietti seduti sulle panchine. Qua e là, bambini rincorrevano la palla o giocavano con un cagnolino, sotto lo sguardo attento e premuroso delle loro mamme. Le loro grida giungevano ovattate nella stanza. Solo il vetro divideva quella vita gioiosa dalla loro.

Sapeva che non avrebbe più potuto rivederla. E quella mattina lo seppe ancora meglio, quando uscì dallo studio del primario con in mano la lettera di dimissioni. Lo rimandavano a casa. In tempi normali avrebbe fatto il tragitto che lo separava dalla sua stanza correndo e saltando felice. Quel giorno proprio no. Sapeva che lo attendeva il momento più difficile, quello che non avrebbe mai voluto vivere. Doveva salutarla, e poi sicuramente non l’avrebbe più rivista. Percorse il corridoio lentamente, pensando alle parole che avrebbe dovuto usare. Quando entrò nella 24, tutte le frasi che si era preparato svanirono e lo lasciarono lì, immobile ai piedi del letto, come gli era capitato solo in un’altra occasione, la prima volta che aveva “sbagliato” stanza. Il papà di E., forse immaginando qualcosa, si alzò dalla sedia, uscì e chiuse la porta, lasciandoli soli. In quel momento si accorse che delle stupide lacrime avevano iniziato a sgorgargli dagli occhi e gli solcavano le guance per poi lasciarsi cadere a terra. Anche le lacrime avevano capito che non l’avrebbe più rivista. Lei si era drizzata e si era messa a sedere su un fianco del letto. Sorrise e gli fece cenno di avvicinarsi. Si abbracciarono senza dire una parola. Per lei parlava il suo sorriso, per lui parlavano le sue lacrime. Niente disturbò i loro silenziosi discorsi, nemmeno il gracchiare della piccola radio che da qualche giorno si era stabilita nella stanza n. 24. Si salutarono con la promessa che si sarebbero rivisti presto, anche se sapevano…

Sapeva che non avrebbe più potuto rivederla, quando, la sera di una settimana dopo essersi salutati, si fece accompagnare a casa di E. per la recita del rosario. Se ne era andata quel pomeriggio. I genitori di E. gli dissero quello che lui già sapeva. Si era spenta serenamente, sorridendo e rifiutando sempre qualsiasi rimedio che le avrebbe sì alleviato il dolore, ma l’avrebbe stordita, impedendole, come era solita ripetere, di vivere e di gustare la vita in tutte le sue sfaccettature, anche le più dolorose e sino alla fine. Perché, diceva, la vita va gustata interamente, sia la parte più dolce dei momenti felici che la parte più amara di quelli dolorosi.

Sapeva che non avrebbe più potuto rivederla, ma si sbagliava. La vede ogni giorno e le parla nel silenzio del suo cuore, usando il loro linguaggio segreto, fatto di sorrisi e di lacrime...

 

Questo racconto,se così si può definire, è dedicato ad una mia cara amica, morta in un giorno d’estate del 2006 a 33 anni per un tumore. E’ stata la ragazza più forte e coraggiosa che io abbia mai conosciuto.

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Sapeva che non avrebbe più potuto rivederla. Quella mattina si alzò di buonora. Aveva appetito. Finalmente, dopo tre giorni in cui non era riuscito a mettere qualcosa sotto i denti, avrebbe mangiato. Voleva reagire a quel uragano che improvvisamente aveva distrutto il suo mondo e disperso le sue...
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05/05/2009 22:23:59
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Commenti

  1. ari74 06 maggio 2009 ore 13:53
    È davvero molto triste ciò ke hai scritto … e sai … x me, qst nn è una realtà sconosciuta … anzi … ho perso il mio papà cn un tumore e posso dirti ke l’agonia è veramente straziante …  ( e nella mia famiglia è un fattore ereditario … io compresa ho dei disturbi)

     

    Dici ke la tua amica era forte e coraggiosa … e la cosa terribile è proprio qst … vedere le persone a noi care ke lottano contro qualcosa di invincibile … sentirsi impotenti mentre vengono sopraffatte, giorno x giorno … nonostante il grande amore x la vita ke manifestano …

     

    È estremamente doloroso dover dire addio a qualcuno in qst terribile modo … è oltraggioso infliggere una simile sentenza di morte … è terribilmente ingiusto, ma nn possiamo fare altro ke subire impotenti.

     

    Ps … se ti va di leggerli, ho scritto due post al riguardo … “ festa del papà” e “ ricordando mio padre” … in quei miei racconti c’è anke un po’ di ciò ke hai scritto tu.

     

    Ti abbraccio :staff

     

  2. nerorosso 06 maggio 2009 ore 16:54
    AHOOOOOOOOOO VEDI CHE HO PULITO IL BLOG SE VUOI PASSA. CHE TE POSSINO AHAHAHAHAH. CIAO :hell
  3. lovemylove 06 maggio 2009 ore 20:10

     

    credo che nun ci siano commenti solo una :rosa x lei....

     

    ps: nun so cosa me sta a succede ma so che fra poco me scappa  :hehe

     

     

    buona serata  :yoyo  ross  

  4. Thetan.operante 06 maggio 2009 ore 20:46

    quasi mi vergogno per aver appena commentato con dei sonori ahahahahah.....su un'altro blog....

    im questp periodo poi particolarmente difficile per me....mi sento ancora più colpita da quanto hai scritto....

    mando un bacio a lei ma sopratutto ai cari che ne soffrono....

    un sorriso a te Fede...:rosa

  5. quantiamori 06 maggio 2009 ore 22:50

    una storia molto triste, credo che quella ragazza della stanza 24 gli ultimi suoi giorni di vita ha trovato un amico sincero che con poco e con il silenzio gli abbia dato tanto ...... non e' morta sola ma aveva una persona speciale accanto a lei  :-)

    :-) :staff ...

  6. hollyhobby 07 maggio 2009 ore 20:43

    Una storia veramente toccante,,,,

    il corpo della tua amika nn vige + in qst vita terrena,,,

    Ma la sua anima nn è morta,,,,vive accanto a tutti voi,,,,,,in eterno,,,

    Nn ho altre parole,,,,Mi ha molto toccato qst storia,,,,

    Una :rosa x la tua amika

    Ke riposi in pace:rosa

    Un bacione

    supermegakikka:rosa

  7. nerorosso 07 maggio 2009 ore 20:55
    ECCO APPUNTO FURONO SOLO LACRIME, CIAO SIMPATICONE BUONA SERATA :hell

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