Una giovane sacerdotessa

26 agosto 2020 ore 20:55 segnala
Una giovane drow prima sacerdotessa di Lolth che non ha accettato le crudeli scelte sacrificali di Lolth. Dopo decenni di sacrifici di elfi, nani, gnomi, umani e ogni alto genere di creatura intelligente. Nessuno fu risparmiato. Vittime legate e resa impotenti mentre piangevano e supplicavano fino all'ultimo, quando veniva loro estirpato il cuore da vivi. E' durante l'ennesima cerimonia per il nuovo anno che ha un tentennamento di fronte al neonato di un casato rivale decaduto. Doveva strappargli il cuore prima ancora che la vittima avesse consapevolezza di esistere. Un sacrificio richiesto che non avrebbe reso la dea più potente ma solo nutrito il suo egocentrismo. La dimostrazione che delle giovani drow potevano uccidere dei neonati loro simili solo per compiacerla.
Un dubbio di un attimo, in cui ci si domanda se sia davvero giusto servire i capricci di una tanto folle divinità. Il pugnale che cade a terra. Il rifiuto di violentare ancora quella voce interiore che implora di smetterla. Lolth non avrà questa vittima, fosse anche la vita il prezzo da pagare per questa scelta. Perché decenni al suo servizio hanno eroso qualunque desiderio di vivere, in quanto non c'è felicità alcuna tra le sue mani.
Seguono torture, punizioni e membri del suo stesso casato condannati a essere sacrificati, perché il peccato di uno ricade su tutta la famiglia. Non importa più neanche questo.
Non c'è morte per la giovane sacerdotessa, non prima di aver assistito al sacrificio di tutti i suoi familiari che le imploravano di fare ammenda, di chiedere perdono. Su questo si basa l'adorazione di Lolth: la folle paura di morire o peggio. Prima le preghiere, poi gli insulti, infine le maledizioni di tutti, inclusa sua madre mentre moriva con una sacerdotessa che le apriva il petto. Più volte fu sul punto di cedere, ma resistette.
Infine vide quello stesso neonato che aveva cercato di salvare essere comunque sacrificato.
Fu allora che commise l'ultimo peccato, il più grande di tutti. Non l'odio verso la divinità folle, che l'avrebbe nutrita, ma la compassione. Lolth è quello che è. Non è una sua scelta la follia ne i capricci. La sacerdotessa prova pietà per quella dea dall'animo corroso ignorando le minacce e gli orrori che questo sentimento le garantiranno. Nessuno si era mai azzardato a offendere Lolth così tanto come provare pietà nei suoi riguardi.
Il suo corpo viene deformato nelle fattezze di un mezzo ragno, in un drider e viene rinchiusa in mezzo ad altri suoi simili, che delle carni dei sacrificati si nutrono, inclusi quelli che erano suoi parenti. Incluso il neonato.
Succede qualcosa. Sembra un terremoto. dalla sua cella ode grida, ordini urlati. Forse è qualcosa di più. Un attacco di qualcuna delle tante razze in perenne guerra con i drow. Gli altri drider a loro volta cercano di discernere tra le grida qualcosa che possa fargli meglio comprendere cosa succede.
Arriva una sacerdotessa alla cella: "reietti, siamo sotto attacco e stiamo per capitolare. Se aiuterete a respingere gli invasori avrete il perdono di Lolth nella sua benevolenza. Se non aiuterete, noi moriremo e così voi, poco dopo. Non è una scelta difficile."
Le celle si aprono e i reietti si muovono, ancora illusi di poter tornare a essere quello che erano.
La giovane sacerdotessa è l'ultima ad uscire, lentamente, sulle sue nuove zampe da ragno.
Non difenderà questa città degli orrori. E si muove per andare via, forse verso una morte rapida, forse verso qualcos'altro Non importa.
Così guadagna l'uscita in tunnel di cui non conosceva l'esistenza. Non fa caso a quanto sia strano che in una battaglia la sua strada sia tanto sgombra di pericoli. Si muove quasi per inerzia per ore, forse giorni, finché non vede una luce. La segue ed esce dal tunnel, all'aperto, sotto un cielo stellato, al chiarore della luna.
"Ora sei nuda, sia nel corpo che nell'anima, ma non aver timore. Hai dato prova del tuo spirito e ora non ci sono più ne corde ne catene a legarti Non pretendo la tua devozione, ma se vorrai seguire i miei passi cercherò di proteggerti"
"Chi sei? Non ti vedo"
"Io sono Eilistraee. Sono la protettrice di coloro che hanno una coscienza che neanche la Regina dei Ragni può soffocare".
La giovane sacerdotessa si sveglia. La luce la abbaglia. Non aveva mai visto una luce così forte da causarle dolore agli occhi, costringendola a chiuderli. Quello deve essere il leggendario sole tanto temuto in tutte le leggende drow che riguardano la superficie. Fa male agli occhi guardarlo, ma la sua carezza sul viso è piacevole. Rimane li, diversi minuti, sollevando il viso sorpresa da quella nuova e piacevole sensazione, inconsapevole di tutto, sentendo la pelle scaldata da quella luce.
Lentamente prova ad aprire gli occhi, ponendo una mano a loro protezione. E la vede. Dura, nera, chitinosa con le dita rese artigli e i polpastrelli densi di peluria.
Passa qualche secondo prima che ricordi dove si trova e perché è li. Mentre i ricordi si susseguono come un brutto sogno.
Prova ad alzarsi sulle sue nuove zampe doloranti, poi il suo sguardo corre su quel nuovo mondo traboccante di luce e colori, pregno di odori che non aveva mai percepito in vita sua. Sopra tutto quel cielo infinito, azzurro, che le dava vertigini e la paura di cadere.
Guardando intorno si trova all'imboccatura di una caverna, la stessa probabilmente dalla quale è uscita. Deve essersi addormentata dopo aver udito quella voce. Ma era davvero Eilistraee o lo aveva sognato? O forse era l'ennesimo inganno della Regina dei Ragni per darle una speranza da poter distruggere?
Ancora abbagliata, in lontananza vede uno strano animale dal manto bruno, con quelle che sembrano corna ramificate sul capo, che stava brucando qualcosa su quello strano terreno peloso e verde. La fame si fa sentire e un'istinto che non sapeva di avere le suggerisce di scalare una di quelle strane piante che abbondano in questo luogo e raggiungerlo dall'alto senza farsi percepire, così da coglierlo di sorpresa.
Muove qualche passo per poi fermarsi. Per la prima volta può decidere liberamente di non uccidere pagando solo con un po' di fame quest'atto. Poteva non uccidere...
In quel momento affiorò il ricordo di sua madre che la malediva mentre veniva sacrificata, così come tutta la sua famiglia. Ora era da sola in un mondo che non conosceva, in una forma che probabilmente gli abitanti avrebbero giudicato se non mostruosa, sicuramente pericolosa, senza alcuna esperienza su come sopravvivere.
La morte era certa e si sarebbe presentata di li a breve, minuti, al massimo qualche ora. Però adesso era libera di non uccidere.
Chiuse gli occhi e tornò a sentire la carezza del sole sulla pelle.
Lentamente, quasi languida, comincia a muoversi per esplorare quel nuovo mondo di luce. Muove qualche passo su quella peluria verde che copre il terreno. Incuriosita si abbassa per sfiorarla. E' qualcosa di vivo, una pianta probabilmente. Tutto qui trabocca di vita, ogni cosa intorno a lei sembra essere viva.
Cammina leggera, cercando di non offendere la terra che la ospita, sfiorando il manto erboso, gli arbusti. Tutti i suoi sensi sono sovraccarichi da decine di nuove sensazioni. Solo il gusto rimane senza, insoddisfatto. Con un dito sfiora il tronco legnoso di una grande pianta li vicino, su un liquido marroncino dorato che cola, per poi portarlo al viso. Ha un odore molto forte, strano ma non sgradevole. Le dita sfiorano le labbra. Le ricorda il sapore che hanno alcuni funghi giganti del sottosuolo durante la maturazione, ma questo è molto più intenso.
A un tratto si accorge di un dolore che arriva dal fianco. Si volta e nello stesso tempo cerca di raggiungere l'origine del dolore con la mano, per trovare una freccia conficcata nel carapace.
Confusa, muove qualche passo incerto di fianco, per sentire un'altra freccia conficcarsi. A quel punto sente il suo corpo accasciarsi. Alza lo sguardo per cercare l'origine di quelle frecce senza trovarla.
E' finita, ma felice di essere stata libera anche solo per qualche ora e vivere in quel mondo narrato in modo così spaventoso nelle storie del sottosuolo, che aveva scoperto essere in realtà così splendido.
Vicino a lei c'è una pianta bassa con le estremità rosse e bianche, che emana un fortissimo profumo. Allunga una mano per sfiorare una di quelle estremità e portarla al viso.
Un'altra freccia. Le tenebre calano sui suoi occhi
aa87b37c-b316-4b9b-b196-edadbf03a8bc
Una giovane drow prima sacerdotessa di Lolth che non ha accettato le crudeli scelte sacrificali di Lolth. Dopo decenni di sacrifici di elfi, nani, gnomi, umani e ogni alto genere di creatura intelligente legata e resa impotente, mentre piangevano e supplicavano fino all'ultimo atto in cui veniva...
Post
26/08/2020 20:55:54
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    3
  • commenti
    comment
    Comment

Il bosco.

11 maggio 2020 ore 04:17 segnala
Il bosco è un posto pieno di piante. Discutono di lombrichi e talpe. Gli alberi, più alte delle altre, discutono del di scoiattoli e rondini, distanti dai discorsi dei cespugli che trovano noiosi e banali.
Tutte però intrecciano tra loro le radici, e anche se non amano parlare dei medesimi argomenti, nel profondo della terra si legano e si nutrono a vicenda.
A volte però, nasce una pianta diversa. Un albero la cui crescita non si arresta. Cresce, cresce fino a toccare le nubi. Non vede più gli scoiattoli. Non sente più parlare di lombrichi, né talpe, né scoiattoli o rondini. Sente il vento d'alta quota, guarda le nubi di giorno e le stelle di notte, così alto da esser dimentico anche delle sue stesse radici.
Le altre piante non si legano a lui, e non intrecciano neanche le radici, così diverse.
E così parla da solo di ciò che vede, mentre continua a crescere, finché, gravato dall'altezza, il fusto sottile non si spezza, e lui, solitario, si perde tra le stelle.
97627c6c-c785-429c-9961-749eb9e1961a
Il bosco è un posto pieno di piante. Discutono di lombrichi e talpe. Gli alberi, più alte delle altre, discutono del di scoiattoli e rondini, distanti dai discorsi dei cespugli che trovano noiosi e banali. Tutte però intrecciano tra loro le radici, e anche se non amano parlare dei medesimi...
Post
11/05/2020 04:17:28
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    4
  • commenti
    comment
    Comment

Tante piccole stelle

06 maggio 2020 ore 04:54 segnala
Il ferragliare degli stivali echeggia tra le mura delle scale. L'uomo in armatura continua a salire, mentre le fiamme delle torce tremule fanno danzare le ombre sulle pietre dei gradini.
Fino alla botola. L'uomo la apre, uscendo sui bastioni, e li, osserva il mondo di tenebra.
Il castello è illuminato da infinite torce accese, ma aldilà degli spalti, solo tenebre dalle quali affiorano zanne e artigli. Giorni, mesi, anni di assedio dai demoni.
L'uomo, unico abitante del castello, da che a memoria resiste ai loro assalti. Quei demoni, che un tempo erano uomini, cercano di sfondare le mura, di prenderlo. Uomini che un tempo erano come lui, che caddero a causa di altri demoni e a loro volta lo divennero. Odio, invidia, gelosia, avidità li trasformarono in quello che sono ora. E ora sono li, a cercare di corrompere altri, sotto l'egida del "sono bastardo perché il mondo mi ha reso bastardo". Triste scusante di una vendetta volta indifferentemente su innocenti e colpevoli.
L'uomo, da solo, resiste all'assedio.
Nelle tenebre però, se osserva in lontananza, vede una luce. E' un altro castello che resiste. Un altro uomo li si difende. Non ha modo per comunicarci, ma sa che esiste. Sa che non è solo.
E ancora più in lontananza c'è un'altra luce. E se ci allontaniamo dal castello, verso l'alto, vediamo un mondo di tenebra, con tante piccole stelle a costellarlo.
E una brezza di tristezza soffia sui cuori, quando una stella si spegne perché i demoni hanno sfondato le mura.
95dcfc1a-89c1-41b1-9521-455218386b72
Il ferragliare degli stivali echeggia tra le mura delle scale. L'uomo in armatura continua a salire, mentre le fiamme delle torce tremule fanno danzare le ombre sulle pietre dei gradini. Fino alla botola. L'uomo la apre, uscendo sui bastioni, e li, osserva il mondo di tenebra. Il castello è...
Post
06/05/2020 04:54:18
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment

Tra luci e ombre

05 maggio 2020 ore 21:24 segnala
Parlerò del Cristianesimo, perché è la religione che conosco meglio, ma per quel poco che so delle altre religioni, poco differiscono.
Qual'è per il Cristianesimo il peccato peggiore che si possa commettere? L'omicidio? La strage? La corruzione dei bambini?
No. Il peggior crimine nei confronti di Dio è la disubbidienza. Adamo ed Eva non furono condannati perché uccisero una o più persone ma perché disubbidirono a un suo ordine esplicito. Solo questo bastò a condannare l'umanità.
Questo, da quello che so, è un crimine imperdonabile anche nelle altre religioni, dall'Islam all'Ebraismo, passando anche per le religioni antiche, come quella dei greci antichi, dove la pietas era appunto la sottomissione agli dei, l'ubbidienza ai loro capricci, per quanto aberranti.
Dio vuole che l'uomo ubbidisca e in cambio lo salverà, gli donerà la vita eterna dopo la morte o una vita serena e agiata prima.
Nella maggioranza dei casi l'uomo accetta, in quanto da sempre l'uomo cerca il salvatore, un'entità che lo salvi dal male, dalla sofferenza e dalla distruzione.
In quasi tutte le religioni c'è la figura del messia, un inviato degli dei, spesso dio egli stesso, con il compito di indicare agli umani la via da seguire.
Chi è allora il male, per le religioni? Prendiamo un esempio: Satana. Satana induce l'uomo in tentazione, lo spinge a disubbidire a Dio, a mangiare la mela dicendogli "sarai simile a Dio", intendendo secondo la Bibbia che in tale modo avrebbe conosciuto la differenza tra il bene e il male e quindi la possibilità di scegliere. Con Dio questa scelta non c'è. Lui prende la scelta migliore, e l'uomo deve seguirla, salvandosi.
E' giusto avere questa scelta? Se tra a e b, a ti porterà alla pace, alla serenità, e Dio ti impone di prenderla, è giusto allora che l'uomo abbia la facoltà di scegliere? Vale la libertà di scegliere la sofferenza che comporta il prendere la scelta sbagliata?
Facciamo un parallelo con la genitorialità, anche se non del tutto pertinente. Un buon genitore è chi educa il figlio a cavarsela da solo, a farsi carico delle proprie scelte, ad affrontare la sofferenza che queste comportano, o è colui che sceglie per lui dalla nascita fino alla morte, proteggendolo dal mondo? Non è del tutto pertinente perché il genitore sa che prima o poi morirà, e il figlio si troverà da solo. Ma se il genitore per ipotesi fosse immortale, sarebbe giusto che si occupasse perennemente del figlio?
Curiosamente per i greci, colui che spinse l'uomo a disubbidire agli dei è considerato un eroe per la razza umana: Prometeo.
Credo che tutti conosciamo il suo mito, il fatto che gli dei volessero tenere l'uomo ignorante e sottomesso, e invece lui rubò il fuoco dalla forgia di Efesto, per donarlo agli uomini. Fuoco che rappresentava la capacità di forgiare i metalli e più in generale la conoscenza nel suo complesso. Prometeo fu condannato alla tortura eterna, per quest'atto (incatenato sulle montagne dei Balcani per alcuni, degli Urali per altri, mentre un'aquila gli divorava il fegato, che perennemente sarebbe ricresciuto).
Perché Prometeo è considerato un eroe? Perché ha dato agli uomini la facoltà di forgiare il proprio destino. Ha implicitamente dichiarato che l'uomo non ha bisogno degli dei, che può decidere per se stesso, anche se questo comporta la sofferenza, la distruzione e la morte eterna. Implicitamente gli ha donato anche l'orgoglio.
Ma è giusto o sbagliato questo dono? E' il regalo malato che sembra? Questo giudizio deriva dal regalo corrotto stesso: dipende dai punti di vista. Il male ha molte facce. Per qualcuno il male è disubbidire alla legge, chiunque sia il legislatore, per altri è disubbidire alla propria coscienza.
Non è chiaro dove sia la ragione e forse non ce n'è una assoluta.
86d91732-b4b2-4b24-9d83-0ba9b6945517
Parlerò del Cristianesimo, perché è la religione che conosco meglio, ma per quel poco che so delle altre religioni, poco differiscono. Qual'è per il Cristianesimo il peccato peggiore che si possa commettere? L'omicidio? La strage? La corruzione dei bambini? No. Il peggior crimine nei confronti di...
Post
05/05/2020 21:24:36
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment
    1

Elogio a chi ama.

11 marzo 2020 ore 12:08 segnala
Ama chi ti ama, non amare chi ti sfugge, ama quel cuore che per te si strugge. Non t'ama chi amor ti dice ma t'ama chi guarda e tace.

Adoro questa frase. E mi immagino nel pericolo, assalito da un branco di lupi, quando d'improvviso da un cespugli esce un cagnolino rognoso, smagrito, spelacchiato che ringhia ai lupi. Si regge a malapena sulle zampe, ma nei suoi occhi c'è una determinazione che sgretola qualunque sete di sangue.
Tutti hanno paura della morte e del dolore. Solo chi ama non ce l'ha, e quell'amore non ti fa badare al prezzo delle tue azioni, lenisce qualunque dolore, dissipa qualunque paura, annulla qualunque dubbio.
Ama quel cane, quel ciccione, quello stupido che per te ringhierà a una un branco di lupi.
ea7bb26a-6958-4868-9672-fb9468acc078
Ama chi ti ama, non amare chi ti sfugge, ama quel cuore che per te si strugge. Non t'ama chi amor ti dice ma t'ama chi guarda e tace. Adoro questa frase. E mi immagino nel pericolo, assalito da un branco di lupi, quando d'improvviso da un cespugli esce un cagnolino rognoso, smagrito, spelacchiato...
Post
11/03/2020 12:08:25
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    4
  • commenti
    comment
    Comment
    3

Gelosia

10 marzo 2020 ore 07:59 segnala
L'amore è passione, è turbolenza,
rabbia e sospiri, e spesso invadenza.

Per molti versi, è come il vento,
che scende a terra in sottili brezze,
su guance e capelli, l'atteso evento,
su labbra e sorrisi, le sue dolci carezze.

per poi rialzarsi, e nel sole volare,
e li solo gli occhi, lo possono amare.

Poi torna ancora, tra le nostre dita,
ridendo e scherzando, il dolce demonio,
facendo di un gioco, la gioiosa vita.
è fuori controllo, gaio e bonario.

Ma il solo per noi, volerlo tenere,
diciamo che è amare, ma è solo volere.

E per la paura, che voli via,
in terre straniere, lontano lontano,
la ragione spegne, questa fobia,
Bramiam le carezze, della sua mano.


gridiamo al cielo il nostro egoismo,
gridiamo al cielo la nostra paura,
cerchiamo catene da farlo tenere,
chiuso al buio tra quattro mura,

così che le ali, non possan volare,
senza il potere di non ritornare,
sordi al suono che mano a mano,
si spegne col tempo il suo respiro

fintanto che un giorno di tetro rimpianto,
tra quelle mura, solo il silenzio.
872f0e95-8ec8-4c08-a5a2-20d79ff3ccc9
L'amore è passione, è turbolenza, rabbia e sospiri, e spesso invadenza. Per molti versi, è come il vento, che scende a terra in sottili brezze, su guance e capelli, l'atteso evento, su labbra e sorrisi, le sue dolci carezze. per poi rialzarsi, e nel sole volare, e li solo gli occhi, lo possono...
Post
10/03/2020 07:59:19
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    4
  • commenti
    comment
    Comment

Tramonti.

10 marzo 2020 ore 03:26 segnala
Mi piace leggere di storie fantastiche su elfi e draghi, maghi e guerrieri, angeli e demoni.
Fin da bambino curiosavo fra libri di eroi e malvagi che si affrontavano su mondi lontani, in deserti infuocati o spoglie terre gelate, in città di antica pietra o in giungle misteriose.
Percepivo tra quelle parole l'eco di messaggi lontani. Percepivo che nascosti nei romanzi ci fossero i racconti di fatti realmente accaduti altrove, persi nel tempo e nello spazio. Alfabeti di lingue sconosciute, morte o mai nate. Rune incise, chiavi di oscuri incanti, disegni di mostri e alieni, perdendomi in quelle immagini per ore, giorni.

Non che ci sia molto da fare a casa durante le vacanze estive.
Vivo in una villa di campagna così grande da rendere infinita la distanza tra gli abitanti, che vedo spesso solo durante i pasti.
Così passo ora e ore nella biblioteca di mio padre, leggendo romanzi di ogni genere e fantasticando su come sarei al posto dell'eroe di turno. Fantasticherie nelle quali talvolta esagero. Una tra le mie preferite riguarda il salone del piano terra, che mia madre tiene sempre chiuso perché nessuno lo metta in disordine in caso di ospiti. Non credo di averlo mai visto aperto per anni forse, e non ricordo come, a un certo punto cominciai a pensare che li si celasse la porta dell'inferno, nascosta in qualche modo sepolta in attesa che qualcuno la apra. Con il tempo cominciai a crederlo davvero possibile, fino ad arrivare quasi ad aver paura di quella porta, vedendola sempre chiusa e immobile, come un portale di pietra a guardia di chissà quale malvagità.

Un giorno, quasi per caso, mi avvicinai per studiarla. Non era diversa dalle altre porte di casa: una pesante porta di legno scanalata, con cardini in metallo e una maniglia di bronzo. Non era ciò che vedevo a farmi paura, ma un potere che sembrava emanare dal legno. Come se dietro qualche antica entità coperta di pesanti catene mi invitasse ad aprirla. Ero sicuro che fosse solo una mia fantasia che negli aveva nutrito emozioni reali, quindi decisi di sconfiggerla, e posai la mano sul pomello per aprirla, trovandola stranamente aperta.
Dentro c'era il salone che conoscevo, con l'aria vagamente stantia. Divani, poltrone, tappeti, mobili e un tavolo con sedie, e un caminetto su un lato.
Da un lato c'erano delle scale che andavano al piano di sotto, nel seminterrato, mentre sulla parete opposta alla porta c'era una grande porta-finestra chiusa che dava su un balcone.
Mi avvicinai a quella porta finestra, e la aprii. Dietro trovai il balcone che dava sulla parte ovest di casa, e in lontananza sull'orizzonte i raggi del sole filtravano tra le nuvole in un tramonto rossastro.
Deluso feci per rientrare, quando tra le nubi del tramonto vidi forse un viso. Era il viso di un angelo. Lo riconobbi perché lo stesso viso lo avevo visto disegnato su uno dei tanti libri fantastici letti negli anni. Sembrava così impossibile trovarlo così definito tra le nubi del cielo. Osservandolo meglio sembrava guardare qualcosa. Ciò che guardava era un altro viso, questa volta diabolico. In cielo tra le nubi un angelo e un diavolo si davano battaglia. Vedevo là celata in quelle che all'occhio distratto sarebbero apparsi come semplici nembi, una lotta tra due figure determinate a uccidersi. La scena sembrava prendere vita. Non erano soli. Tutto il tramonto era un groviglio di esseri che si davano battaglia. Angeli, diavoli, dei e demoni. Creature ancora più strane si contorcevano in una sanguinosa battaglia tra i raggi del sole morente.

Li capì il segreto. Non c'era alcun portale infernale in quel salone. O meglio, non ce ne era uno specifico. Ogni posto del mondo poteva celare un portale. Bisognava avere la chiave per vederlo, per aprirlo. Io avevo visto quel viso in un racconto a riguardo, che mi aveva dato la chiave per aprire quello specifico portale. Ma non era il solo. Portali del genere potevano essere ovunque, in un tramonto, in un rimprovero, in una telefonata, in un ricordo. L'inferno e il paradiso coesistono nel nostro mondo, e basta una sciocchezza per aprirli e far si che riversino su di noi la loro essenza.
9e951dde-0b1a-4ee8-b033-77d9b02fe20c
Mi piace leggere di storie fantastiche su elfi e draghi, maghi e guerrieri, angeli e demoni. Fin da bambino curiosavo fra libri di eroi e malvagi che si affrontavano su mondi lontani, in deserti infuocati o spoglie terre gelate, in città di antica pietra o in giungle misteriose. Percepivo tra...
Post
10/03/2020 03:26:36
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    2
  • commenti
    comment
    Comment
    2

Lianna

09 marzo 2020 ore 21:51 segnala
Lianna "Carota" Ajai era la figlia della proprietaria della locanda "il focolare stregata". Lei e sua madre, unici elfi della zona, non erano particolarmente ricercati da parte dei contadini, anche in virtù del poco felice nome scelto dalla madre per la locanda, adatto ai commercianti che passavano sulla via per il porto di Angusa, ma che incuteva timore agli ignoranti bifolchi della zona. Per questo e per quel freddo di cui sembrava soffrire anche di fronte al camino acceso, raramente usciva, preferendo nel tempo libero immergersi in ogni genere di libro che le capitava, rimanendo affascinata dalle storie di mistero e avventura incentrate su quei personaggi che avevano imparato a dominare la magia, soprattutto quando riguardavano membri della sua razza, che le era quasi sconosciuta, sperando di poter vivere tra loro un giorno.
Speranza che si spense quando dei parenti della madre fecero visita alla locanda, che a loro volta la trattarono freddamente, cercando di evitarla e rivolgendole solo poche parole di cortesia. Sapeva di essere un elfo grigio, e vedendo i suoi parenti capì che effettivamente aveva poco da condividere anche con loro, essendo lei rossa di capelli e di occhi, cosa che le aveva dato quella fama infernale che tanto detestava.
Quando se ne andarono, andò piangendo dalla madre a chiedere spiegazioni, a chiedere delle risposte, e ricevette la più dura delle verità: era il frutto di una violenza subita da suo padre, un meticcio degli sharaz, la razza degli elfi che mischiò il proprio sangue con demoni per acquisire potere. I bifolchi la consideravano un demone, e lo era davvero... In quel momento la madre non riusciva neanche a guardarla in viso.
Si stava dissolvendo il velo di illusione con il quale aveva coperto la realtà, con il quale credeva di non essere sola, di avere una famiglia, di avere qualcuno che le voleva bene. Aveva una nuova chiave di lettura attraverso cui vedere la sua vita. I parenti che l'avevano sempre evitata, sua madre che raramente cercava la sua presenza, limitandola ai pasti e a qualche occasione particolare, e tutte le esperienze della sua vita assumevano un altro significato.
Passò una notte di fronte al camino acceso, a guardare la fiamma. Il giorno dopo la madre non la trovò più.

Camminò tutto il giorno, e anche il giorno seguente, e quello successivo. Non si fermava nonostante le vesciche, i crampi, la fame, la sete, bevendo solo sporadicamente da qualche torrente lungo la via, evitando i paesi per non correre il rischio di essere ancora scacciata a causa dei suoi tratti. Durante il terzo giorno la fame la spinse a mangiare delle formiche su un albero. Non sapeva bene quanto aveva camminato, Forse un centinaio di chilometri, ma non ne era sicura. Non era sicura neanche di quanto tempo fosse passato, avendo la mente soggiogata da pensieri e ricordi che la stordivano e le impedivano di valutare bene il tempo. Era un elfa o un immondo? Durante le sue letture spesso aveva visto i protagonisti affrontare il male: demoni, diavoli e altre creature infernali ripudiando sempre le loro azioni. Ora scopriva di essere uno di quei mostri, e per quanto desiderasse rifiutare quel destino, probabilmente sarebbe stato il mondo a costringerla a seguirlo. Tra tutte le emozioni che provava, era l'odio crescente per quei contadini che l'avevano sempre insultata a spaventarla di più. Non voleva seguire le orme della sua ascendenza, ma loro l'avevano scacciata, derisa, insultata, maltrattata, e non riusciva ad evitare che la rabbia e il risentimento le crescessero dentro, arrivando a fantasticare su ipotetiche vendette.
Passò la notte rannicchiata sotto un albero. Erano due settimane che vagava nella foresta, nutrendosi di quello che trovava. Era dimagrita e denutrita, e solo le sofferenze psicologiche la distraevano impedendole di cedere a quelle fisiche.
Non aveva mai provato tanto freddo in vita sua come quella notte, finché a un certo punto cominciò a calare lentamente. Sembrava non sentirlo più, e sorrise pensando che forse si stava abituando. Sembrava che una pace interiore fosse giunta a spegnere tutto il male che provava in un sereno torpore. Non capiva bene cosa stava succedendo, però era felice che il dolore stesse andando via, finché tutto divenne nero.

C'era un odore forte, un misto tra odor di pigna, ginepro, terra bagnata e altri non riconoscibile. Udiva il suono di qualcosa che batteva ritmicamente non distante. Cercò di aprire gli occhi ma la luce le faceva male. Provò quindi a muoversi ma la colse un diffuso dolore alle ossa, come se avesse una brutta influenza. Il suono cessò, e sentì una mano posarsi sul suo petto: "No sta.. bene. Ha rischiato... alavuc... morire. No chiedere altro a tuo... cadavere...? Corpo...? Lascia riposare". Era la voce di una ragazza o di una donna, che faticava a parlare. Una mano le sollevò la testa e il busto mentre un'altra le appoggiava qualcosa sulle labbra: "Glucna... mangia... fa buono... bene?". Si sentiva a disagio a essere così tra le mani di un'estraneo, ma capiva di non poter fare niente per opporvisi, e quell'estraneo probabilmente le aveva salvato la vita. Il primo atto genuinamente gentile che avesse mai ricevuto. Aprì le labbra e l'estranea le posò in bocca quelle che sembrava essere ginepro, tenendola sollevata mentre masticava quel sapore forte e pungente. Poi le passò da bere dell'acqua tiepida. Infine la fece lentamente ritornare sdraiata e cominciò ad accarezzarle i capelli intonando una specie di canto, o nenia, in un'altra lingua che mai aveva sentito. Continuò a sentirsi a disagio, in ansia, ma sia per il torpore che ancora la avvolgeva, sia per quel canto in una lingua che non capiva ma che le piaceva, alla fine cedette alla stanchezza scivolando ancora nell'oblio.

Da due giorni Brusa stava curando quella ragazza trovata nella foresta. L'aveva trovata due giorni ancora prima, e aveva cominciato a seguire quell'ingenua ragazza che goffamente si faceva strada nel sottobosco, senza avere palesemente alcuna esperienza del luogo, vedendola lentamente deperire, ma senza volerci interagire. Solo quando alla fine cadde in fin di vita dagli stenti si decise a intervenire. Non aveva mai visto un umanoide di quella razza, e questo complicava le cose, non riuscendo a capire se la temperatura corporea fosse corretta o era febbricitante, o magari non avevano febbre gli elfi, ma altri segnali di uno squilibrio organico. I suoi poteri druidici erano ancora quelli di una novizia, e stava per lo più andando alla cieca. Due giorni prima aveva mandato il suo lupo a cercare il suo mentore, o almeno un druido più esperto, ma ancora non era tornato. In un primo momento aveva pensato di portarla in un villaggio, dove magari qualcuno la conosceva, ma poi si era domandata se non stesse fuggendo da qualcosa, e non era suo diritto segnalare la sua presenza. Quando si fosse risvegliata glie lo avrebbe domandato e nel frattempo doveva sforzarsi di ristabilirla. Il terzo giorno si svegliò, e Brusa ne approfittò per darle da mangiare una bacca di ginepro incantata. Fino al giorno prima aveva dovuto pestarle con del latte di mandorla, per potergliele versare lentamente in gola, senza soffocarla. Poi quando l'elfa si riaddormentò, finì di pestare l'ormai superflua mistura di ginepro, acqua e mandorle.

Lianna si svegliò che era buio. Non era lo stesso posto dove si era accasciata per gli stenti. Aveva una coperta di lana grezza che la avvolgeva come un bozzolo, e si sentiva pungere ovunque. Poco distante, rannicchiata, c'era la ragazza che le aveva dato da mangiare. Non ricordava bene, ma sembrava lei. Dormiva respirando profondamente. Cercò di togliere la coperta non riuscendoci. Sembrava seriamente un bozzolo. Guardò ancora nella direzione della ragazza e vide che la stava osservando, la vide alzarsi a sedere. Una volta seduta la sentì parlare in una lingua che non capiva, dai suoni cupi come muggiti o il
gracchiare di un corvo. Dall'espressione sembrava le stesse ponendo una domanda, quindi alzò le spalle.

"non capisco".

La ragazza rispose.

"io parlo... poco... umano lingua. Più meglio bosco lingua".

"Mi hai salvata?" chiese Lianna.

Aspettò qualche secondo a rispondere. "Penso si. Io vedevo te stanca ma no sicura. No mai vedo... arakai?" disse mentre con le dita mimava delle orecchie a punta, poi continuò: "Quando caduta pensavo tu male ma no sicura. Tu male?"

"Si... Grazie..."
c6fbe79d-6147-4335-b8f4-4782107bdbca
Lianna "Carota" Ajai era la figlia della proprietaria della locanda "il focolare stregata". Lei e sua madre, unici elfi della zona, non erano particolarmente ricercati da parte dei contadini, anche in virtù del poco felice nome scelto dalla madre per la locanda, adatto ai commercianti che passavano...
Post
09/03/2020 21:51:48
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
  • commenti
    comment
    Comment
    1

Lasciar andare chi deve andare

09 marzo 2020 ore 06:34 segnala
Il 28 marzo del 1941 la scrittrice inglese Virginia Woolf, durante l’ultima delle sue frequenti crisi depressive, si riempì le tasche di sassi e si lasciò annegare nel fiume Ouse, non lontano da casa. Lasciò una toccante lettera al marito Leonard Woolf, ve la propongo:

"Carissimo,
sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti.
E lo farai, lo so. Vedi, non riesco neanche a scrivere come si deve. Non riesco a leggere.Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi, saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi."


Alcuni devi semplicemente lasciarli andare. Il loro spirito è già andato via, lontano. Cercare di ancorarli a questa terra non fa altro che tenerli sospesi lacerandoli, tra questo mondo e l'altro, in un dolore perpetuo.

Li immagino come meteoriti che viaggiano solitari nello spazio, finché la loro traiettoria non si dirige sulla terra. A volte subiscono un urto da qualcosa o qualcuno che li devia. Altre volte no, o forse chi potrebbe deviarli arriva troppo tardi, quando hanno superato il punto di non ritorno, quando nessuna forza potrà mai deviarli dall'impatto. Prova angoscia per essere arrivato tardi e si brucia le mani
per cercare di trattenere la nuova meteora mentre si incendia sull'atmosfera, fino a quando non capisce che deve lasciarla o si schianterà con lei. Triste, si allontana, vedendola mentre si infrange sul suo destino, portando un peso sul cuore.

Il vino che aiuta

08 marzo 2020 ore 07:15 segnala
A volte affoghiamo nei ricordi.
Ci vengono in mente volti del passato, un po' sbiaditi, nostalgici.
Volti a cui avremmo voluto dire cose, ma che non abbiamo mai detto.
Volti a cui non avremmo voluto dirne altre, che invece abbiamo detto.
Quasi sempre sono la paura e l'orgoglio le cause.
Forse è per questo che il sabato sera beviamo. L'alcol non ci fa divertire. L'alcol ti fa dimenticare, per qualche ora, ciò che ci impedisce di vivere.
Perché altrimenti passiamo la vita ad aspettare un treno, che non passerà mai più, seduti, con gli occhi incrostati.
e927e6c0-3ecc-4dce-af30-42247f259a41
A volte affoghiamo nei ricordi. Ci vengono in mente volti del passato, un po' sbiaditi, nostalgici. Volti a cui avremmo voluto dire cose, ma che non abbiamo mai detto. Volti a cui non avremmo voluto dirne altre, che invece abbiamo detto. Quasi sempre sono la paura e l'orgoglio le cause. Forse è per...
Post
08/03/2020 07:15:24
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    2
  • commenti
    comment
    Comment