LA FAVOLA DEL SIGNORE DEL WANGSHIRE (sesta parte)

08 novembre 2013 ore 22:32 segnala
Data di prima pubblicazione in internet: 24 gennaio 2013



Venne infine la strega a chiamarlo e presero posto nella biblioteca, sotto gli occhi attenti del figlio. Il Narratore cominciò a parlare e lo fece per ore, ed ore, ed ancora e ancora, senza avvertire fatica né fame: il sortilegio della strega dava i suoi risultati. L'uomo osservava i fogli davanti a lei riempirsi da soli di infinite righe d'inchiostro, che magicamente venivano a tracciarsi sulla superficie candida; i fogli si accumularono e a lui sembrava fossero passati solo pochi momenti. Di tanto in tanto il figlio, a fatica data l'età avanzata, si alzava, raccoglieva un gruppo di fogli e, con un cenno tracciato nell'aria densa di pulviscolo, li racchiudeva in pesanti rilegature per poi tornare a sedersi ed iniziare a leggerli. Giunse il momento in cui il Narratore dovette ammettere di non ricordare altro ma la strega non sembrò aversene a male: i libri formati da suo figlio avevano formato una pila notevole e avrebbe avuto da leggere per moltissimo tempo. Il Narratore si alzò, incredulo del risultato: dentro di sé immaginò che fossero trascorsi parecchi giorni, forse persino mesi, senza che se ne fosse accorto, e gli tornò in mente l'antica storia di Rip Van Winckle, ma era sicuro che fosse già in qualche libro e non la raccontò.
" Siete soddisfatta, signora? "
" Certamente hai ben ottemperato alle mie richieste, Narratore. Trovo giusto ricompensarti, quindi vieni con me... "
Si allontanò verso un angolo buio della biblioteca e, con un gesto, fece luce: agli occhi dell'uomo comparve un cumulo di gioielli, monete e preziosi, in parte coperti dalla polvere dei secoli.
" Questo era il tesoro degli elfi, serviti pure, scegli quel che ti piace, per me ha poca importanza. "




Il Narratore si fece avanti e riempì le sue due bisacce, senza curarsi troppo di cosa scegliere, che tutto gli appariva meraviglioso: memore però degli inganni di re Brian, evitò di prendere le monete d'oro. Ne aveva viste troppe trasformarsi in cenere alle prime luci dell'alba, incanto che invece non capitava ai gioielli. Quando fu soddisfatto chiese a Lahin se andasse bene e lei annuì con noncuranza. Sembrava avere la mente persa in altri pensieri e questo fece preoccupare l'uomo che azzardò: " Se il mio compito è concluso, gradirei fare ritorno alla mia terra, signora. "
" No - esclamò decisa la strega - per questa sera cenerai con noi e domattina potrai andartene. " E se ne andò lasciandolo a pensare al da farsi. L'uomo si ritirò nella stanza dove aveva dormito, si sedette sul letto e sciolse l'involto che aveva portato con sé, i doni di Titania, li riguardò e pensò a come usarli nel gioco che Lihan evidentemente aveva intenzione di giocare.
Dopo una cena abbondante ma silenziosa, la strega disse: " Narratore, so che conosci le leggende su Afelia, ma penso che l'antico sapere sia andato perduto, anche tra il Popolo Segreto. I lycan non furono un avvenimento improvviso, la loro esistenza data nei millenni. Quando gli invasori romani vennero a devastare le nostre regioni , i Pitti e i Caledoni si opposero strenuamente, fino a che Adriano non fece erigere il muro da Segendum a Coggabata, fino a Maia. Per due secoli resse contro i nostri popoli poi, richiamati dal Popolo Segreto che aveva stretto un alleanza con i Warlords, giunsero a combattere le tribù dei Lycans delle Brume. Per secoli avevano vissuto nell'ombra e su di loro correvano soltanto vaghi mormorii. Troppo terrificanti per essere creduti veri, troppo veri per non diventare l'incubo dei romani. Il bagno di sangue che scese su di loro fu di proporzioni inaudite e i Lycans si guadagnarono il rispetto delle nostre tribù, e patti di non aggressione da entrambe le parti.




Se ne andarono come erano venuti, nel silenzio, lasciando impronte di sangue nella nostra memoria e racconti del terrore nelle guarnigioni romane che a stento avevano trovato scampo tra le rovine di Birdoswald. La forza di un lycan è leggenda, la sua semi immortalità lo rende quasi un dio. Da sempre streghe e negromanti hanno cercato di unirsi a loro per partecipare del loro spirito. Per noi sono un dono, - mormorò - che vale ben più di un patetico tesoro..."
" Non avevo idea di tutto questo e certo - rispose il Narratore - adesso molte cose mi appaiono chiare. Quel che si narra, finisce sempre per mutare nel passare di bocca in bocca. Te ne ringrazio. Ed ora, posso andare a dormire, in previsione del viaggio di domani? "
" Certamente, - replicò la strega - vai pure. Passerò a salutarti..."
Nel profondo della notte il Narratore ebbe però dei sogni agitati, come una premonizione di pericolo. La finestra lasciava scivolare, attraverso i pesanti vetri piombati, la diafana luce di una luna piena ghignante nel cielo. Anche le ombre sembravano volersi scostare davanti a lei, rendendola padrona dell'uomo disteso sul letto, lasciandolo al suo destino. Un breve frusciare, inatteso, riscosse il Narratore dal suo riposo e, nel varco della porta rimasta aperta, vide avanzare delle minuscole fiammelle...






Fine sesta parte




.
02e82c84-674f-4ebb-bf6d-08e2c797ad2b
Data di prima pubblicazione in internet: 24 gennaio 2013 « immagine » Venne infine la strega a chiamarlo e presero posto nella biblioteca, sotto gli occhi attenti del figlio. Il Narratore cominciò a parlare e lo fece per ore, ed ore, ed ancora e ancora, senza avvertire fatica né fame: il...
Post
08/11/2013 22:32:42
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    2
  • commenti
    comment
    Comment

LA FAVOLA DEL SIGNORE DEL WANGSHIRE (quinta parte)

07 novembre 2013 ore 19:38 segnala


Così, quella notte, mentre il Narratore riposava in vista della partenza, nella camera che gli era stata riservata alla corte del Popolo Segreto, la regina Titania chiamò a colloquio l'Uomo della Luna e gli fece una precisa richiesta. Il minuscolo essere magico fu lieto di esaudire i suoi desideri e molto prima dell'alba fece scendere il suo dono dal lato oscuro della Luna. Infine, svegliato il Narratore, Titania gli diede alcuni buoni consigli e quel che ritenne più utile per il viaggio. Accompagnata dalle sue fate lo scortò alla Porta del Corvo che Piange ma, prima che vi accedesse, si premurò di fargli bere un liquido color rubino. "Potrà stordirti, e sarà bene che lo faccia, così forse riuscirai a non farti sopraffare..." poi aprì la porta e restò a guardarlo avanzare nella luce. Il Narratore, con la mente ovattata e gli occhi socchiusi, precipitò in un vortice luminoso, lo sconvolgente caos informe prodotto dal convergere, nel nodo della Forza, delle migliaia di vite vissute dagli abitanti delle zone tra il regno di Titania e Afelia.




Gemiti di amore, vagiti di neonati, imprecazioni, sofferenza, lamenti strazianti, risate, morte e pianto: ogni cosa precipitò dentro il suo essere, attraversandolo e tentando di strapparlo alla sua sanità mentale. Visse e morì mille volte e mille ancora. La potenza del filtro però fu tale da ottenebrare i suoi sensi a sufficienza; in pochi attimi fu fuori, anche se sembrò che fossero trascorsi anni. Nella nebbia che avvolgeva la pianura spiccava solitaria una enorme torre, corrosa dal tempo e dagli eventi: tutto quello che restava di Afelia, la gloria degli Elfi. Il Narratore si incamminò nel silenzio, tentando di mantenersi in equilibrio sulle gambe malferme. La distanza non era molta perchè aveva visualizzato bene il luogo dove sarebbe dovuto giungere, grazie alla descrizione della regina, e presto si trovò davanti ad un grande portale spalancato, i resti divelti e ammuffiti sparsi all'intorno. Sentì un rumore, si voltò e scorse, poco distante, tra i lembi di nebbia che si alzavano, uno sterminato cimitero. Seduta, con un sorriso beffardo, una strana bambina lo osservava.




" Una visita! Ma che gioia! Eravamo soli da così tanto...", disse alzandosi e avvicinandosi all'uomo. Sbigottito, il Narratore osò domandarle chi fosse.
" Ma la padrona di Afelia, chi altri potrei essere? Vedi forse qualcuno, oltre a me? Vieni, ti farò conoscere una persona e potremo parlare. Magari posso offrirti qualcosa,se vorrai..."
Lo prese per mano e lo condusse nel castello, attraverso enormi stanze gelide, verso una tenue luce. " Ti mostrerò la migliore stanza, quella in cui ci piace vivere."
Entrarono in una biblioteca i cui contorni si perdevano nel buio, i muri seguivano strane angolature e persino il pavimento, istoriato da simboli sconosciuti, sembrava ondeggiare.




" Qui gli elfi conservavano tutto il sapere del mondo. Abbiamo avuto un tempo lunghissimo per leggere tutto. Non si rendevano neppure conto di quanto avessero, persi nel loro ideale di costruire il mondo esterno secondo i loro bisogni. Oh, sì, nulla che non fosse elfico era abbastanza puro per loro. E come si prodigavano nel distruggere qualsiasi cosa pensassero non fosse all'altezza. Ma tutto si paga,viaggiatore, oh certo, e anche molto lo si paga. Ne avrai forse sentito parlare..."
" Molte leggende mi sono state raccontate, piccola, e credevo non esistesse più niente ad Afelia."
La bambina rispose con una risatina fredda come lo stridere di una lama.
" Sapere, sapere...sono tante le cose che la gente non sa. Il segreto stesso dell'esistenza è sempre lì, nel sapere. Come si farebbe a vivere, altrimenti? Ma capirai, tra poco..."
Il Narratore, intento a guardare le altissime fila di libri, si girò verso di lei ma non c'era più. Invece, in fondo, vicino ad un camino scoppiettante, notò un altra figura: un uomo di età indefinibile, certamente vecchissimo, curvo e con un libro tra le mani nodose. Non aveva fatto pochi passi verso di lui che questi alzò la testa.




Non disse nulla, si limitò a guardarlo, l'espressione malevola non prometteva nulla di buono. Il Narratore allargò le braccia e fece un segno di saluto, dimostrando allo stesso tempo rispetto e di non essere armato.
" Perdonate l'intrusione, signore. Ritenevo Afelia disabitata e non vorrei recare disturbo."
Il vecchio tornò alle sue letture, come se non fosse accaduto nulla. Ma il Narratore avvertì un fruscìo alle spalle e si voltò. Nel buio aleggiava un volto di donna:
" Nessun disturbo, Narratore. So chi sei e quale motivo ti ha portato qui. E magari potrei anche essere disposta ad uno scambio equo. Io leggo dentro di te, quindi non ingannarmi. La bambina? Non temere per lei. Sono sempre io, Lahin, la signora di Afelia, la padrona di tutta la polvere che c'è qui; posso essere quel che voglio, e anche quel che vuoi tu. "




" Perciò, prima che tu mi rivolga domande inutili, ti spiegherò quel che hai visto e quel che voglio. Mi hai detto di sapere le leggende che si narrano su questo posto, sì, sono io la causa della rovina degli elfi. Noi streghe abbiamo una vita lunghissima e non me ne sono mai andata. C'era anche un altro motivo, oltre al piacere di regnare sui loro stupidi resti. Quando Lord Sachan imperava, ebbi da lui un figlio; speravo che sarebbe stato un lycan anche lui, immortale e potente, un figlio tale da condurre la lotta ovunque, fino ad impossessarci di ogni regione. Ah, avrei fatto rivivere la nostra magia in ogni dove... Purtroppo, quando nacque, il destino del mio amato Lord Sachan si era già compiuto e mi resi conto che da lui aveva preso la forza di vivere a lungo, molto a lungo, ma non lo spirito del lupo. La mia natura umana glielo aveva impedito. Non volle mai addestrarsi a combattere,preferì piuttosto diventare un sapiente. Si rifugiò in questa biblioteca e qui crebbe, e ancora ci vive. E' l'uomo che vedi laggiù, ovviamente."




" Col passare degli anni, mi sono resa conto che la sua esistenza andava legandosi intimamente a quei libri che tanto lo interessavano. Qualche incantesimo era stato approntato qui dentro, dagli elfi, per impedire che la loro biblioteca fosse trafugata o smembrata. Non si può sfuggire ai libri, una volta che ti hanno preso, vivi fino a che li leggi. Così, capisci, mio figlio fu costretto a restare qui dentro, a leggere, di continuo. Era ancora un uomo nel pieno delle forze quando iniziò un rapido declino. Lo vedevo invecchiare rapidamente, sempre più. Guardalo ora. Non ti mette pena? "
" Signora, cosa posso fare io? Non sono certo un mago e non so come aiutarti."
" Mio figlio ha bisogno di nuovi libri. E tu sei un Narratore, quindi gli narrerai tutte le tue storie. Non devi preoccuparti del tempo che ci vorrà. Posso fermarlo per te, sarà come se non fosse trascorso. Tu li narrerai, io li scriverò, lui li leggerà. E così, potrà vivere ancora. Se farai questo per me, ti ricompenserò bene."
" Sia come vuoi, allora. Narrerò le mie storie e speriamo gli piacciano."
" Questo conta poco. L'importante, te lo dicevo, è il sapere. Quanto, non cosa. E sempre nuovo. Ma oramai, hai visto, ha già letto tutto quel che c'era. Ora però devi dormire, di là - e indicò la porta di una stanza illuminata dalla luce della luna - troverai un letto. Hai da mangiare o devo provvedere io? "
" No, signora. Ho con me le provviste. Andrò a dormire e poi inizierò a narrare..."
Il Narratore lasciò la biblioteca e andò a distendersi sul morbido giaciglio. La sua mente vagò a lungo, guardando la luna alta nel cielo, cercando di ricordare più storie possibili...





Fine quinta parte
933d980d-0bde-452d-a0cf-d8347d16f753
« immagine » Così, quella notte, mentre il Narratore riposava in vista della partenza, nella camera che gli era stata riservata alla corte del Popolo Segreto, la regina Titania chiamò a colloquio l'Uomo della Luna e gli fece una precisa richiesta. Il minuscolo essere magico fu lieto di esaudire i...
Post
07/11/2013 19:38:12
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment

LA FAVOLA DEL SIGNORE DEL WANGSHIRE (quarta parte)

30 settembre 2013 ore 15:31 segnala
Data di prima pubblicazione in internet: 17 gennaio 2013



Terminato che ebbe di raccontare, re Brian Borough fece allontanare lo stuolo dei suoi folletti e, restato solo con il Narratore, venne al dunque: " Allora, che ne dici, ti attira di partire per vedere se ancora esiste il tesoro di Afelia?"
" Certamente, sono più che disposto a tentare, - disse l'uomo. - Ma come farò a trovarla?"
" Per questo non c'è problema, è oltremodo distante, questo è vero, ma ho in mente un paio di trucchetti che ti saranno utili, eheh! Piuttosto, mi farebbe tanto piacere poter ricavare qualcosina anche io... "
Il Narratore conosceva bene l'indole del re dei folletti e se lo aspettava. Ovviamente si dimostrò disponibile e volle sapere cosa aveva in mente. Ma, prima ancora che re Brian si spiegasse una chiara luce prese a formarsi nella stanza, assumendo contorni e solidità. Mentre il vago pulviscolo si depositava in terra la regina Titania apparve davanti a loro.




" Mia regina, benvenuta nelle mie spoglie stanze! - proruppe re Brian, - Cosa desideri? "
" Re Brian! Hai bevuto talmente tanto idromele da dimenticare chi sono? Perfino le rocce devono ubbidirmi. E perfino le rocce, se sono quelle del Popolo Segreto, possono avere orecchie per ascoltare e bocche per riferire. In che guaio stai mandando a finire il nostro amico? ", disse la regina con tono alterato. Re Brian si sfregava le mani tremolante, con aria colpevole.
" Vedete, mia Signora, aveva bisogno di guadagnare e ho pensato che magari una piccola ricerca di un certo tesoro, che poi chi sa se c'è ancora... poteva essergli d'aiuto..."
" Re Brian, una volta o l'altra ti spedirò a fare da mandriano alle pecore dei Troll. Sai benissimo quanto sia ancora pericolosa la regione dove è situata Afelia, non per niente il Popolo Segreto la tiene celata a forza di incantesimi. Nessun umano si avventura laggiù, come pensavi di farcelo arrivare?"
" Erhhh... avevo pensato di sellargli uno dei miei kelpie preferiti, sapete bene che corrono come il vento, e nessuno sarebbe stato così coraggioso da avvicinarglisi..."
" E magari durante una sosta - perché il Narratore dovrà anche dormire, non ci avevi pensato? - il tuo dannato kelpie avrebbe avuto fame. Sei dunque uscito di senno? - strillò Titania.





Il Narratore se ne stava zitto al suo posto, intento a vedere come sarebbe andata a finire e piuttosto preoccupato da quel che aveva sentito. Che re Brian fosse inaffidabile, anche se buon compagno di bevute, era certo ma che avesse in testa una cosa simile non se lo aspettava.
" Oh, sì, certo, ehm...avete indubbiamente ragione, mia Signora. Mi prostro e chiedo perdono. Sono stato sicuramente sciocco a pensarlo... Immagino che voi abbiate un idea diversa, sì?"
" Ce l'ho, eccome. Bene, ora che lui sa di Afelia, e sempre che se la senta ancora, dovremo facilitargli le cose il più possibile. E' troppo un nostro buon amico, perchè noi si faccia di meno. E ringrazia che le rocce hanno parlato a me e non a re Oberon, altrimenti a quest'ora staresti a spalare detriti nel più profondo buco delle miniere di Gath Wongul. Quindi, vediamo... non potendo attraversare tutto Bosco Buio, oltrepassare il Picco dei Troll, viaggiare per tutta la piana di Clotagh né scamparla alle paludi di Orja, dovremo farlo passare per la Porta del Corvo che Piange."




" Mia Signora! ma... dite davvero?"
" Non c'è altro modo. Narratore, bisogna che tu sappia questo: la Porta può condurre chi la attraversa ovunque voglia, è situata al centro di uno dei nodi della Forza. E la Forza attraversa tutto il mondo del Popolo Segreto, unendolo con strade incantate, e molte porte sono in ogni dove. Ma quando la si varca tutto quel che vive, soffre, gode, nasce e muore da lì a dove si vuole andare viene vissuto dal viaggiatore in pochi momenti. La Forza beve, letteralmente, le vite e le energie di chi vive vicino a lei, se ne nutre e ricambia donando la possibilità di viaggiare per le sue strade. Però ogni sensazione la imbeve come se fosse una spugna e quando ci si immerge in essa, se ne può restare sconvolti. Già una sola vita, a viverla, può essere insostenibile, immagina migliaia di altre. Posso fare in modo che tu perda conoscenza per un breve periodo, quanto basta per uscirne sano di mente. Te la senti di affrrontare questo rischio?"
" Posso provarci, regina. Ma per il ritorno? "
" Ti darò altro filtro da bere, lo porterai con te e lo userai quando sarà il momento. Non so dirti cosa potrai trovare ad Afelia, è moltissimo tempo che non la visitiamo, nè chi o cosa ci viva, se pure qualcosa ci fosse. Dovrai cavartela da solo, ma ti fornirò alcune cose che ti saranno utili. E ora lasciamo questo vecchio pazzo, vieni con me."
La regina prese per mano l'uomo e svanirono in un vortice di luce, mentre il re dei folletti, sconsolato, rimase a guardarsi le punte delle scarpe , indeciso se accendersi la pipa di radica o partire per una breve vacanza alla Spiaggia dei Giganti...





fine quarta parte
bba54498-50e0-43c1-8963-b6138460ab58
Data di prima pubblicazione in internet: 17 gennaio 2013 « immagine » Terminato che ebbe di raccontare, re Brian Borough fece allontanare lo stuolo dei suoi folletti e, restato solo con il Narratore, venne al dunque: " Allora, che ne dici, ti attira di partire per vedere se ancora esiste il...
Post
30/09/2013 15:31:52
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    2
  • commenti
    comment
    Comment

LA FAVOLA DEL SIGNORE DEL WANGSHIRE (terza parte)

30 settembre 2013 ore 15:20 segnala
Data di prima pubblicazione in internet: 14 gennaio 2013



- Non ci fu storia, ovviamente. Cinquanta berserker erano in grado di devastare villaggi e città, ma contro otto mannari inferociti - complice anche il fatto che molti erano addormentati - non se ne salvò nessuno.
- Re Brian, ho sentito molto parlare dei licantropi, ma sono così imbattibili?
- Ricorda sempre che solo l'argento li può uccidere e certamente i berserker non avevano armi d'argento ma di acciaio, più forti ma in quel caso inutili. Le ferite si rimarginano quasi subito, a meno che non si riesca a tagliar loro la testa. Così, il problema dei berserker venne atrocemente risolto ma il gruppo di Lord Sachan si trovava ad affrontare un pericolo maggiore: sé stessi. Cominciarono a capirlo al mattino, quando si risvegliarono in mezzo al campo di battaglia e si resero conto dell'accaduto. Il signore del Wangshire volle stringere con loro un patto di sangue e formarono un k-not, l'antica fratellanza d'arme che lega ognuno al suo commilitone, andando ben più oltre, prendendo quasi l'aspetto di una famiglia. Il k-not è impossibile da spezzare, per chi ci crede veramente. Iniziarono a percorrere le contrade in lungo e in largo, cercando nemici della popolazione da abbattere e vi riuscirono molto bene ma, la notte, a volte la furia e la fame facevano perdere di vista gli obbiettivi prefissati e purtroppo ci andarono di mezzo anche degli innocenti. Alla fine, le voci si propagarono, ed arrivarono alla regina degli Elfi, Kal Ladel, che perseguiva un sogno di perfezione per il suo regno e non poteva sopportare che quelle belve girassero indisturbate .




Mandò le sue truppe alla ricerca dei mannari e un mese dopo, seguendo racconti terrorizzati e scie di sangue, riuscirono a circondarli sulle rocce di Barnèa; Lord Sachan fece nascondere i suoi in una grotta, attese il mattino e, trasformatosi, discese nella piana per parlare con gli elfi, sperando di arrivare ad una spiegazione e, magari, trovare un rimedio per la loro maledizione. Venne invece catturato e legato ad una catena in segno di spregio e di offesa, come un cane, mentre gli elfi avanzavano verso le rupi. Lord Sachan udì da lontano le grida di agonia dei suoi uomini, trafitti da frecce argentee e cadde in una profonda disperazione. Venne trascinato via dagli elfi a cavallo, che ostentavano sulle loro picche le teste dei suoi commilitoni. Passarono per villaggi e piccole città, accolti da urla di rabbia e di scherno, badando a tenere il Lord incatenato e al centro di falò durante la notte poi, giunti alla città del re degli elfi, venne esposto in una gabbia d'argento come esempio per tutti della giustizia di Kal Ladel. Lord Sachan languì per giorni e notti, sempre più debole quando, in una notte buia e nebbiosa al punto che a malapena riusciva a scorgere qualcosa oltre le sbarre, sentì un passo furtivo avvicinarsi e vide il volto diafano della strega che lo fissava. Non aveva neanche la forza di inveire contro di lei, che disse:
- Mi spiace, mio signore, che il mio dono abbia avuto questo risultato. Desideravo farti combattere gli invasori nel modo migliore ed invece, per colpa di questi elfi, eccoti qui a morire. Cosa faresti, se potessi uscire?
- Hanno ucciso i miei uomini, hanno distrutto il mio k-not. Distruggerei loro, se solo ne avessi la forza...
- E cosa daresti per farlo?
- Quello che vuoi, strega.
- E sia. Allora, sarai mio. E se non ti piacerò, ricorda che posso prendere qualsiasi sembianza. Ora, vediamo cosa sai fare.




Così dicendo, alzò una mano e la serratura della gabbia scattò. Il sangue della sentinella addormentata fece scorrere di nuovo il sangue nelle sue vene, la luna fece il resto. In poche ore la popolazione era stata decimata e il branco di mannari era aumentato a dismisura perchè mannari si può diventare in vari modi. O se si è il settimo figlio di un settimo figlio, o per il morso di un licantropo o per una maledizione. Qualcuno dice che lo si diventi anche bevendo il succo estratto dalla luparia ma di questo, amico mio, non c'è certezza. Il giorno dopo Lord Sachan beveva sangue dal cranio di Kal Ladel, seduto sul suo trono, mentre i mannari perlustravano la città sbranando chi non voleva unirsi a loro col contagio. Afelia, la città degli elfi, divenne il centro della vita dei mannari, dalla quale, dopo averla ulteriormente fortificata, partivano per le loro cacce notturne, e Lord Sachan regnò con la strega al fianco a lungo perchè la vita dei mannari è lunghissima, ben più degli umani, molto, molto di più, anche se non sono eterni. Fino a che non giunse, dalle lontane propaggini del nostro mondo, uno stregone invitato dai regnanti del Popolo Segreto per distruggere la piaga dei mannari: costui usò tutti i suoi poteri, comandò gli elementi, bloccò con gli incantesimi le uscite di Afelia, portò i suoi abitanti alla carestia e alla fame. Quando i mannari iniziarono a sbranarsi tra loro sciolse argento vivo nelle falde acquifere avvelenando i rimanenti. Fu una strage immensa, per opera di un solo uomo - se uomo lo si poteva definire. Quando anche l'ultimo ululato si spense, in pieno giorno, lo stregone aprì la porta principale di Afelia con un solo gesto ed entrò, tra cumuli di cadaveri. Solo il ronzìo delle mosche faceva da sottofondo al suo camminare. Lo stregone giunse alla sala del trono, scansò il corpo di Lord Sachan, rimasto a morire al suo posto insieme al suo nuovo k-not, e sedette, godendo alla vista delle ricchezze accumulate ad ogni angolo; mentre restava immerso nei suoi pensieri vide entrare una ragazzina.




Stupefatto gli domandò chi fosse e come avesse fatto a sopravvivere. Lei rispose di aver vissuto nelle fognature della città sin dal primo assalto di Lord Sachan e lo pregò in ginocchio di salvarla da quel luogo spaventoso e portarla via per ricominciare a vivere. Lo stregone la guardò e venne colto da un malevolo desiderio fisico che gli ottenebrò la mente. Desiderava possederla, subito, anche se non capiva il perché. La prese per mano e la condusse verso una porta aperta, oltre la quale vedeva un grande letto coperto di pelli di lupo. Un ora dopo, la strega uscì da lì con un mantello nuovo. La pelle dello stregone. Non se ne seppe più nulla e col tempo anche di Afelia si persero le tracce: la città dannata non induceva nessuno a volerla ricordare. E' passato un tempo enorme, amico mio, ma, non è una bella storia?
- Oh, certamente lo è, re Brian. Ma in che modo può tornarmi utile, a parte il raccontarla ad altri?
- Mio buon amico, lo può, eccome. Perché nessuno andò più ad Afelia, e nessuno ne ebbe i tesori. E solo alcuni ricordano dove essa fosse. Io, ad esempio...
disse il re dei folletti, sogghignando alla luce del falò che ardeva nel grande camino.





fine terza parte
a9cf4ca2-8e63-4797-91bf-0cc2843540f7
Data di prima pubblicazione in internet: 14 gennaio 2013 « immagine » - Non ci fu storia, ovviamente. Cinquanta berserker erano in grado di devastare villaggi e città, ma contro otto mannari inferociti - complice anche il fatto che molti erano addormentati - non se ne salvò nessuno. - Re...
Post
30/09/2013 15:20:05
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    2
  • commenti
    comment
    Comment

LA FAVOLA DEL SIGNORE DEL WANGSHIRE (seconda parte)

30 settembre 2013 ore 14:55 segnala
Data di prima pubblicazione in internet: 11 gennaio 2013



- Sembra che si fossero davvero messi nei guai, Sire... - disse il Narratore.
- Questo è fuor di dubbio, amico mio! Ma non sempre tutto è come appare a prima vista, - replicò re Brian - Ed infatti ecco cosa accadde...
...Lord Sachan tornò verso i suoi uomini che stavano risvegliandosi. Inquieti, si guardavano intorno, come sospettosi di qualche trappola.
- Lord, che sta suvvedendo?
- Non saprei cosa dirvi. La donna che ci ha accolti non c'è, deve essere uscita nel cuore della notte. Ho guardato in giro ma non ho visto nessuno...
Lord Sachan sobbalzò stupefatto, nel vedere una donna entrare dalla porta della cucina. Senza dire nulla si avvicinò al tavolo e vi posò una forma di pane e una grossa caraffa di latte. Gli uomini si alzarono di scatto, portando istintivamente le mani alle armi.
- Chi siete voi? Sono appena stato lì e non ho visto nessuno.
- Davvero, signore? Temo che vi stiate sbagliando... - disse la donna, con i rossi capelli scarmigliati che le nascondevano quasi il volto.
- Ma cosa dite!
- Certamente vi confondete, sarà la stanchezza del viaggio... - borbottò la donna, tornando verso la cucina. Lord Sachan la seguì ma si bloccò sulla porta. All'interno della piccola camera non c'era nessuno.
- Lord Sachan, dobbiamo andarcene subito, questa è stregoneria!
- Credo che abbiate ragione. Radunate le vostre cose e sbrighiamoci ad andarcene.
Non fece in tempo a dire queste parole che dalle scale scese una ragazza, poco più che una bambina, dalle fattezze bizzarre. Non era facile staccare gli occhi dalle sue orecchie a punta e dai rilucenti capelli blu. Lord Sachan sguainò la spada e le intimò di fermarsi.
- Cosa sta succedendo qui? Spiegami, prima che ti ci costringa io.
- Vedi, signore? Io sono tutto e ogni cosa. Sono così o come mi avete vista prima. Sono qui, sono là, oppure non ci sono affatto. O magari ci sono e non voglio farmi vedere. Non sono cose complicate, per una strega...




- Ci avrei giurato! Verso quale destino avevi intenzione di farci cascare?
- Nulla che vi avrebbe danneggiato, signore. Le notizie dell'arrivo dei berserker sono giunte anche qui e non mi hanno certo fatto piacere. So benissimo che razza di gente siano, se possiamo definirli così... E' naturale che, se posso danneggiarli in qualche modo, io faccia un tentativo. Le mie arti possono fare parecchio ma sicuramente voi potrete fare di più.
- E in che modo pensi che potremmo farlo?
- Ho pensato che dei grandi e valorosi guerrieri come voi - sogghignò - avrebbero gradito diventare più forti e imbattibili. Mi sbaglio?
- Certamente no, anche se non ti avevamo chiesto nulla. Quindi ora saremmo diversi da come eravamo?
- Di notte, miei signori, ma non di giorno. E tutte le notti, contrariamente da come pensano certi contadini rimasti ancorati a vecchie dicerie...
- Quindi se combatteremo di notte saremo in grado di sconfiggerli?
- Lo vedrete da voi... per oggi è meglio che restiate qui, e beviate quel che vi ho portato. Vi farà stare tranquilli poi, domani notte, potrete riprendere il vostro cammino.
E così dicendo si voltò, salì le scale e scomparve nuovamente. Lord Sachan e gli altri passarono il tempo ragionando su quel che era successo e facendo piani in merito ai berserker. Quando fu l'imbrunire uscirono, della strega non vi era traccia, e avanzarono nel freddo e nella neve fino a raggiungere un altura dalla quale potevano osservare un ampio spazio libero. Al cui limitare, notarono, sorgeva un accampamento illuminato da fuochi, con parecchi armati che giravano di guardia.
- Signore, non è un esercito, probabilmente si tratta di truppe mandate in avanscoperta per valutare se attaccare le nostre terre e vedere come il gelo ci ha ridotti.
- Sembra proprio così; se riuscissimo ad infliggergli una grande sconfitta magari non verrebbero in forze. Vale la pena tentare, morire per morire almeno facendolo noi, qui, salveremo la nostra gente...
- Noi siamo con voi, Signore. Ordinate ed attaccheremo.
- Aspettiamo che faccia buio e che inizino a dormire...
La notte calò rapida e da dietro le cime degli alberi sorse pallida una luna enorme. Lord Sachan iniziò a tremare incontrollatamente e con lui i suoi uomini: il bisogno di togliersi gli abiti e le armature di dosso era fortissimo e iniziò a strapparsi le vesti, quasi senza rendersene conto. In un ultimo barlume di lucidità comprese cosa era successo: dormire sotto il simbolo tracciato dalla strega aveva convogliato su di loro l'influsso malefico della luna mannara e li aveva trascinati nella maledizione dei lycan. Erano più forti, certo, erano quasi immortali, certo; ma non sarebbero mai più tornati ad essere quel che erano. Con occhi da belve, inettati di sangue, le zanne scoperte, si fiutarono. Poi, ululando follemente, si gettarono giù dall'altura in cerca di sangue.





fine seconda parte


*
80866f4a-1e89-4423-b55d-aa112a97813f
Data di prima pubblicazione in internet: 11 gennaio 2013 « immagine » - Sembra che si fossero davvero messi nei guai, Sire... - disse il Narratore. - Questo è fuor di dubbio, amico mio! Ma non sempre tutto è come appare a prima vista, - replicò re Brian - Ed infatti ecco cosa accadde... ...Lord...
Post
30/09/2013 14:55:55
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    2
  • commenti
    comment
    Comment

LA FAVOLA DEL SIGNORE DEL WANGSHIRE prima parte

30 settembre 2013 ore 10:32 segnala
Data di prima pubblicazione in internet: 9 gennaio 2013



“ Guardati dal Signore del Wangshire.
Cammina al centro del sentiero.
Guarda davanti a te ma,
se tieni alla tua vita,
guardati alle spalle.
Perché è notte
e il Signore del Wangshire
ama la notte.”

Era una calda notte di maggio quella in cui il Narratore aveva deciso di andare a trovare re Brian, nella speranza che le sue nuove storie gli avrebbero fruttato una buona ricompensa. Nel villaggio le cose ultimamente non andavano bene e la gente aveva cominciato a dare regali in maniera minore al Narratore, in cambio dei suoi racconti, nella piazza o alla locanda. D’altro canto, doveva pure portare da mangiare a casa e aveva pensato che il Popolo Segreto avrebbe potuto, come sempre, aiutarlo.
Era una buona notte, una notte serena, rischiarata dalla potente luce del plenilunio e il Narratore viaggiava agevolmente, di buon cammino, accompagnato anche da un minuscolo nugolo di fate che gli facevano luce tra gli alberi. Le piccole creature avevano una predilezione per il Narratore, forse perché molte volte le aveva salvate dai perfidi tiri dei claurichaun, e non avevano perso l’occasione di seguirlo anzi, di precederlo lungo la strada. Giunse quindi alla collina che nascondeva l’ingresso alla corte di re Brian, si annunciò e venne fatto entrare dai folletti di guardia.




Re Brian Borough fu naturalmente felice di rivederlo, non c’era tema che stessero dormendo, i folletti dormono pochissimo e quindi erano tutti intorno ad una grande tavola di quercia a banchettare. Il Narratore fu fatto accomodare ed espose il suo problema al re che battè le mani divertito.
- Vi divertono i miei guai, Sire? - esclamò l’uomo, leggermente imbarazzato.
- Ah, amico mio, non credevo che te la passassi male ma, ecco la mia idea! Certamente noi, qui ed ora, qualcosa saremo felici di donarti però alla lunga non potrà bastarti. Quel che ti propongo invece, è un avventura: una ricerca di un qualcosa di antico, qualcosa che si è perduto, e che magari, se sarai fortunato, potrebbe ancora esserci e farti felice a lungo …
- Ma certo, Sire, sono più che disposto a fare quel che vorrete dirmi.
- E allora, stasera la storia te la racconterò io. Molto, molto tempo fa, in una terra lontanissima da qui, il Wangshire, regnava un uomo poderoso, grande e formidabile guerriero che aveva sempre guidato con lungimiranza e onore il suo popolo. Le terre prosperavano e la contea era ricca e spesso attraversata da viaggiatori che commerciavano. Il Popolo Segreto aveva anche laggiù le sue dimore, nei grandi boschi essi vivevano tranquilli e le creature fatate non vivevano in lotta con gli uomini. Giunse però un lungo e duro inverno, la terra gelò e il signore del Wangshire permise a tutta la popolazione che non aveva sufficiente riparo, di entrare nella zona del castello, costruendovi dimore di fortuna o addirittura alloggiandoli all’interno delle mura. Riservò per sé e per la sua corte la zona alta del castello perché aveva talmente tanto spazio che sarebbe stato davvero egoista a non aiutare i suoi concittadini.




Tutti ne furono felici, ovviamente, e si prepararono a trascorrere l’inverno ben muniti di scorte. Ma, insieme all’inverno, dal Grande Nord giunsero notizie tragiche. I berserker avevano attraversato il mare sulle loro navi e si preparavano all’invasione. Il signore del Wangshire decise di partire in una spedizione, in incognito e con solo un drappello di uomini scelti, per andare a valutare la situazione. Ma, durante il cammino, il freddo terribile e le tempeste di neve rallentarono la loro marcia, costringendoli a cercare rifugio al centro di un bosco centenario, dove le alte chiome degli alberi riuscivano a stento a frenare l’impeto della tormenta. Alla ricerca di una grotta, si imbatterono in una strana costruzione, una specie di grande capanna di tronchi fusi con le rocce e il muschio, ricoperta di erba fino al tetto e dalla neve che vi si andava depositando sopra. Il fumo che usciva dal camino dimostrava una presenza e si recarono a chiedere aiuto e riparo. Al rumore del loro bussare, una donna venne ad aprire la massiccia porta: una donna vestita di nero, dai lunghi capelli e la pelle bianchissima. Lord Sachan, questo era il nome del signore, le domandò asilo per sé e per i suoi uomini e la donna , in silenzio, annuì e li fece entrare. Erano tutti molto nervosi, però: non sapevano spiegarsi la presenza di quella giovane in quella remota landa. Era troppo pericolosa per una donna sola e non sembrava che con lei abitassero uomini.




Ma scorsero in giro strani attrezzi, cose di incerta origine chiuse in file di barattoli di vetro polverosi, e la grande pentola che fumava nel focolare del camino era annerita da sostanze sconosciute. Sempre più tesi, mangiarono dalle loro provviste e poi si distesero in terra, su un folto strato di pelli di lupo, cercando di dormire. Lord Sachan restò seduto al tavolo, guardando la giovane donna: poi, crollò anche lui dal sonno. Molte ore dopo, si risvegliarono agitati da cupi sogni premonitori. Il camino era freddo e solo lontani ululati provenivano dall’esterno. Lord Sachan cercò la donna nelle altre due camere, poi salì la scala che conduceva al sottotetto ma anche lì non c’era. Solo strani simboli argentati erano tracciati sul pavimento, esattamente sul punto corrispondente a dove gli uomini avevano dormito. Un pentacolo in un cerchio e segni mai visti prima. La luce del plenilunio li faceva brillare e Lord Sachan ridiscese senza farne parola con alcuno …





fine prima parte
7fb0197e-a06b-41c4-a01c-2c822187d074
Data di prima pubblicazione in internet: 9 gennaio 2013 « immagine » “ Guardati dal Signore del Wangshire. Cammina al centro del sentiero. Guarda davanti a te ma, se tieni alla tua vita, guardati alle spalle. Perché è notte e il Signore del Wangshire ama la notte.” Era una calda notte di...
Post
30/09/2013 10:32:00
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment

LA FAVOLA DEL SOLSTIZIO D'INVERNO

30 settembre 2013 ore 10:04 segnala
Data di prima pubblicazione in internet: 21 dicembre 2012



Era un alba intrisa di nebbia, quella che si alzò sul villaggio; radi rumori si muovevano a fatica tra le brume, nel candore ovattato. Il Narratore non aveva dormito bene, la sera prima, probabilmente un boccale di idromele di troppo alla locanda aveva sortito il suo effetto, e restava in un blando dormiveglia seduto in poltrona quando gli sembrò di sentire un raspare alla porta. Si alzò per andare a vedere, aprì ma non vide nulla: abbassando lo sguardo vide un minuscolo gobelin, talmente ricoperto di pelli pelose da sembrare una specie di animale selvatico. Il Narratore lo fece entrare e sedere vicino al fuoco, poi andò a prendere una ciotola con del latte. Il gobelin produsse una specie di sorriso con la sua bizzarra faccia e poi disse:
" Sono venuto ad invitarti ufficialmente da parte di re Brian alla festa di stanotte. Tutti noi ci auguriamo che verrai ma ti raccomandiamo di coprirti molto bene. Fa un freddo terribile là fuori!"
Il Narratore sapeva, dato il periodo, di che festa si trattava e ne fu contento perchè gli anni precedenti non era mai andato a curiosare e il sapere di essere richiesto gli dava una specie di minuscolo orgoglio, ben consapevole di quanto fosse rispettato nel Mondo Segreto. Chiese l'ora e il luogo ma il gobelin disse che sarebbero andati a prenderlo e che, se voleva, avrebbe potuto portare con sè suo figlio. Si accordarono poi se ne andò, facendo smorfie all'idea di dover uscire. La giornata passò tranquilla nelle faccende domestiche e, al tramonto, un allegro suono di campanelle giunse fuori di casa. Il Narratore e il figlio uscirono, intabarrati in pesanti cappotti e con mantelli di montone e si trovarono davanti un gruppo di kelpie, addobbati per la festa, con nastri rossi e campanellini d'argento, montati dai dignitari di re Brian. Faceva sicuramente un effetto bizzarro vedere quegli animali fatati, solitamente micidiali e dai quali non c'era scampo facile, agghindati in tal guisa ma, rassicurati dai folletti del re li montarono e si incamminarono sul sentiero che attraversava Bosco Buio.




Fu una strada lunga e tortuosa, resa solo un poco più facile dal luminoso volteggiare di sciami di minuscole fate, quella che li portò alla Brulla dei Dodici Troll; di solito la gente se ne teneva alla larga, a causa delle antiche leggende che la dipingevano come un luogo nefasto, testimone di sacrifici primitivi. La grande radura, circondata da alberi secolari, era stata preparata dalla corte di re Brian per l'occasione: al centro campeggiava una pira enorme di rami resinosi, mentre tutt'intorno tavoli imbanditi di cibo e frutta si preparavno a far passare degnamente le ore ai convenuti. L'aria era pervasa dai canti delle fate e il figlio del Narratore guardava tutto con occhi sbarrati, pieno di meraviglia. Quando tutti furono radunati, seduti in terra su stuoie e tappeti, re Brian diede il via alla festa e uno stuolo di folletti si precipitò ad accendere il falò, rischiarando a giorno il luogo. Mentre i leprechaun si dedicavano al versare le bevande nelle coppe a tutti, gremlins e gobelins tirarono fuori i loro bizzarri strumenti musicali: il Narratore pensava che sarebbe successo un caos, invece incredibilmente, riuscirono ad accordarsi e a dar vita alle loro musiche tradizionali. Le fate si avvicendarono alle vivande e tutti ebbero di che mangiare, le portate di maiale arrosto si susseguirono alle salse e ai piatti di patate bollite.




Vennero ultimi gli elfi portando grandi corone di vischio ed agrifoglio con le quali fecero un pittoresco abbellimento al trono portatile di re Brian Borough: il re dei folletti sapeva bene come far spettacolo! E, mentre le ore passavano tra risate, racconti di fantastiche avventure, gare a chi raccontasse bugie più inverosimili, giunsero infine anche gli Uomini Verdi, l'ultimo retaggio dei figli di Pan, da sempre celati tra gli inestricabili labirinti delle profondità di Bosco Buio, bastione contro un mondo che stava cambiando. Uomini dal sangue verde, dalla pelle verde, ricoperti di muschio, foglie e licheni, fieri nella loro orgogliosa e disumana bellezza, giunsero a testimoniare con la loro presenza che ciò che era stato non era ancora morto e, forse, mai lo sarebbe stato. Cantarono, in una lingua arcaica, della morte e della rinascita, del sonno e del sogno, della speranza.




E anche se nessuno sapeva più capirli, i cuori di tutti gli esseri del Popolo Segreto li compresero a fondo. Inavvertita, sottile, si presentò al convegno anche la primissima luce dell'alba, così che i volti di ognuno, stanchi, accaldati, lieti, divennero riconoscibili agli altri. Venne l'alba, a decretare il termine della festa e a dichiarare la propria perenne immortalità; venne, e la ruota cosmica, come sempre tornò a girare.
"Felice Yule a tutti!" gridarono in coro, nessuno escluso. "Felice Yule!"


4b434765-a146-4afb-acd6-5178afd0340a
Data di prima pubblicazione in internet: 21 dicembre 2012 « immagine » Era un alba intrisa di nebbia, quella che si alzò sul villaggio; radi rumori si muovevano a fatica tra le brume, nel candore ovattato. Il Narratore non aveva dormito bene, la sera prima, probabilmente un boccale di idromele...
Post
30/09/2013 10:04:57
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    1
  • commenti
    comment
    Comment

LA FAVOLA DEL SONNO RUBATO

30 settembre 2013 ore 06:30 segnala
Data di prima pubblicazione in internet: 27 aprile 2011



C'era una volta nel villaggio che ben conosciamo, il Narratore che, essendo stato fuori alcuni giorni per andare ad una fiera dove aveva raccontato le sue storie e aveva guadagnato così un po' di soldi per la sua famiglia, se ne stava appunto tornando quando, colto da una grande stanchezza, decise di fermarsi a riposare in una radura di Bosco Buio prima di arrivare a casa propria. Scelse quindi un bel prato erboso, una roccia tonda e coperta di muschio, arrotolò la giacca come cuscino e si distese a dormire. Sfortuna volle che poco dopo passasse di là un folletto alquanto dispettoso che decise subito di giocare una beffa al Narratore. Si avvicinò e pose accanto al suo orecchio una piccola ampolla, batté piano sulla sua fronte e fece scivolare via tutto il sonno poi se la svignò ridacchiando. Pochi minuti dopo il Narratore si svegliò convinto di aver dormito chi sa quanto e tornò a casa ma l'incanto del folletto fece bene il suo lavoro. Passati due giorni ancora non riusciva a prendere sonno ed era sempre più stanco, al punto da non reggersi in piedi. La sua famiglia era preoccupata e gli consigliò di andare a cercare aiuto a Bosco Buio. Il Narratore si incamminò poggiandosi ad un vecchio bastone e tornò a distendersi dove era successo il fatto: passata qualche ora ecco venirgli incontro re Brian Borough, allegro nel suo panciotto dorato, che si lisciava la corta barba bianca, accompagnato da uno stuolo di folletti, gnomi, spriggan, leprechaun...chi reggeva il mantello, chi la corona, chi lo scettro e chi portava cestini di cose da mangiare, se talvolta il re avesse avuto fame. Appena si furono salutati e il re ebbe sentito la storia, ridendo disse che aveva capito cosa poteva essere successo e si mise a cercare intorno; chiamò quindi il Narratore e gli mostrò un vecchio albero cavo con un foro dal quale si vedeva una minuscola cameretta leziosamente arredata con piccoli mobili di legno e foglie, e il folletto profondamente addormentato che russava. Mentre il Narratore cominciava seriamente ad arrabbiarsi, re Brian si fece portare dai coboldi un nido di calabroni che stava appeso ad un ramo là vicino, lo incastrò nel foro dell'albero e subito il terribile ronzìo delle bestiole svegliò il folletto che spaventatissimo urlò che lo liberassero da quella trappola. Re Brian si fece promettere che avrebbe riparato il mal fatto e poi liberò l'apertura del cavo dell'albero. Il folletto porse l'ampolla ancora quasi piena al Narratore poi cercò di scappare ma re Brian fece presto ad afferrarlo e, pronunciando un incantesimo, gli fece comparire due campanelle d'oro alle punte delle orecchie. Per questo il folletto non riuscì più a prendere sonno ed ebbe molto, moltissimo tempo per pentirsi di aver dato noia ad un vecchio amico di re Brian. Il quale, ogni volta che a corte si narrava questa storia, sempre se la rideva di gusto insieme a tutti i suoi cortigiani. Il Narratore? ah, lui tornò a casa, si versò il sonno nell'orecchio e dormì, come era suo diritto, tre giorni e tre notti...
0f413d31-b5bf-49f9-8a52-2837ddb4fd4d
Data di prima pubblicazione in internet: 27 aprile 2011 « immagine » C'era una volta nel villaggio che ben conosciamo, il Narratore che, essendo stato fuori alcuni giorni per andare ad una fiera dove aveva raccontato le sue storie e aveva guadagnato così un po' di soldi per la sua famiglia, se...
Post
30/09/2013 06:30:14
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    2
  • commenti
    comment
    Comment
    2

LA FAVOLA DELLA PICCOLA FATA DELL'ARIA

05 febbraio 2013 ore 09:02 segnala


Data di prima pubblicazione in Internet: 16 novembre 2012

Era ormai autunno inoltrato, nel villaggio che conosciamo bene, ed un giorno il Narratore e suo figlio decisero di intraprendere un lungo cammino per andare a visitare le più lontane propaggini di BoscoBuio , là dove iniziavano ad inerpicarsi verso il cielo le montagne del Gelo. Prepararono bene ogni cosa che potesse loro servire, si caricarono in spalla le sacche e gli zaini e si avviarono. La vecchia strada lasciò il posto ai viottoli selciati, poi ai sentieri nel verde usati da contadini ed animali ed infine furono dentro BoscoBuio, meta quasi quotidiana del loro girovagare, soli o assieme. Giunsero alla radura dei Tumuli e naturalmente fecero visita alla corte di re Oberon, passarono un paio di giorni allegramente ospiti di re Brian Borough e del suo stuolo di folletti e poi ripresero il cammino. Il tempo si manteneva insolitamente caldo per quella stagione e non avrebbero potuto desiderare di meglio. Le ore scorsero tranquille nella lunga osservazione di tutte le bizzarre forme che sapeva prendere il Popolo Segreto; gli incontri con folletti, gnomi ed elfi si susseguirono ma era naturale, i due erano certi che la loro presenza fosse stata ampiamente resa nota da re Brian, la lingua più lunga di tutto il Sottomondo: arrivarono infine ai limiti del bosco e la loro vista poté spaziare sulla grande prateria e sulle lontane pendici dei Monti del Gelo. Mentre sedevano placidamente su una ampia roccia piatta, resa tiepida dal sole, il bambino si dedicò a scrivere tutto quel che aveva visto sul suo blocco rilegato in pelle - dono della regina Titania - e il padre con sapiente lentezza ed antica cura caricò la vecchia pipa di radica fiammata di occhi di pernice con i frammenti dell' erbapipa che aveva lasciato caricare di profumo nel vaso di ceramica. Aveva appreso questa antica arte da un pescatore incontrato alla Baia dei Giganti, al tempo in cui - malato e ormai senza più idee per le sue storie - si era ritirato ad osservare il succedersi delle maree ed il frangersi dei flutti in una caverna vicino alla Baia. L'erbapipa andava trinciata finemente e lasciata invecchiare in un recipiente di ceramica, lasciando sopra le foglie più in alto una piccola ampolla anch'essa di ceramica riempita di liquore o di estratto profumato. Lui prediligeva il forte distillato degli gnomi per l'erbapipa affumicata dal consumarsi delle ceneri dell'agrifoglio - cosa che tra l'altro la rendeva invisa alle streghe, caso mai ce ne fossero state nei paraggi - o l'estratto di vaniglia per profumare l'erbapipa tagliata giovane, in foglie piccine, e lasciata disseccare in mannelli legati al sole dagli elfi di Levolandia. Quel giorno proprio questa aveva con sé e, dopo averla accesa con un fiammifero, si dilettò a mandare in aria blande volute di fumo dal sentore aromatico. Non passò poco tempo che videro volteggiare vicino a loro un nugolo di minuscole particelle luminose, vorticose, come desiderose di prender forma concreta. In capo a poco distinsero in mezzo a quelle la forma di una piccola fata che, dopo aver volteggiato danzando nel fumo della pipa, si venne a sedere tra di loro. Entrambi la salutarono allegri ed ella sorridendo si presentò:
" Buongiorno, viaggiatori, grazie di avermi regalato il profumo della vaniglia, era così tanto che non lo sentivo. Io sono Vivvi, una fata dell'aria; chi siete voi?"
Il Narratore le presentò suo figlio e poi narrò di sé e della sua vita, spesa a raccontare favole agli abitanti del suo villaggio, mestiere inconsueto ma che gli dava di che vivere con la sua famiglia.
"Avevo sentito parlare di voi ma non avevo mai avuto modo di incontrarvi. Vi piacerebbe sentire la mia storia?"
I due annuirono e si disposero ad ascoltarla.
"Dovete sapere, allora, che un tempo, tanto tempo fa perchè la vita di una fata è ben più lunga delle vostre, io non ero così. Ero di carne e ossa, proprio come voi, ed ero una fata che viveva nel Sottomondo. Ero ingenua, però, e credevo a tutto quel che mi dicevano: forse ero troppo buona, o magari ancora troppo giovane, chi sa. Fatto sta che venni presa in antipatia da un leprechaun il quale, fingendosi interessato a me e desideroso di darmi consigli, iniziò a sconsigliarmi di mangiare qualsiasi cosa che fosse di carne. Pensai lo facesse per la mia salute e mi dedicai a inventare sempre nuove ricette per mangiare latte e verdura. Passò del tempo e ricominciò a dirmi che anche questa era un abitudine che mi avrebbe fatto male, perciò presi a bere soltanto, acqua, frutta spremuta, bolliti di verdure. Cosa che pian piano mi faceva diventare sempre più magra ed esile. Ma stavo ancora bene, anche se ero sempre piuttosto debole, e mi lasciai irretire dalla sua falsità. Un giorno mi raccontò di un lontano popolo di fate che vivevano di sapori e profumi, ed erano sempre allegre e felici. Trovai che fosse una cosa molto originale e mi sforzai di riuscirci anche io pensando, chi sa, che avrei incontrato quelle mie lontane sorelle ed avrei vissuto con loro in un mondo tutto lieve e lontano dalla materia. Finii per trascinarmi fuori delle finestre delle cucine, annusando i sapori, i vapori e gli odori. Imparai a distinguere persino il grado ed il tipo di cottura di un alimento solo sentendone gli effluvi e, stranamente, il mio corpo non sembrava patire la fame anzi, desiderava riempirsi solo di queste sensazioni. Ma non mi ero accorta che pian piano ero diventata quasi trasparente, quasi invisibile agli occhi degli altri del Popolo Segreto. Il mio corpo diventò simile a quello di cui viveva, cioè un profumo, un odore, un nulla. Un giorno, mentre ero appollaiata sul davanzale di una pasticceria, arrivò un refolo di vento e mi dissolse. Che stranissima cosa fu! Davvero! Tutte le particelle di cui ero composta volteggiavano libere ma ognuna consapevole dell'altra e desiderosa di riunirsi. Non fu facile ma neanche difficile, dovevo solo imparare a vivere così. Ed ora eccomi qui, una piccola fata fatta di niente, che vive dei profumi del mondo, un aria nell'aria, e a volte mi dispiace tantissimo di esser stata così sciocca da credere a quel perfido leprechaun. Infatti, non posso più toccare nessuno, abbracciare nessuno: non avrò mai l'amore di nessuno e posso solo desiderare nuovi sapori e danzare col polline che fluttua nel vento..." e nella sua voce argentina vibrava un tono di pianto sommesso.
Il Narratore volle chiederle cosa mai avrebbe potuto fare per lei, per aiutarla, e suo figlio anche, tentò di farla sorridere con le sue smorfie ed i suoi giochi. Lei non sapeva proprio cosa chiedere quando il Narratore ebbe un idea bislacca e le chiese di andare con loro. Lei acconsentì e per tutto il viaggio di ritorno un nugolo di scintillanti particelle volteggiò sulle loro teste, beandosi dei mille effluvi del BoscoBuio. Giunsero in vista del villaggio e si fermarono alla locanda di Dagh dè Danainn , un oste ben noto da tutti e molto amato anche dal Popolo Segreto, capace di imbandire banchetti sontuosi come minuscoli spuntini per gli avventori frettolosi. Dagh era un omone dall'aspetto ciclopico, retaggio della sua antica discendenza, dal pelo rosso e dai formidabili baffi arricciati in su con la cera d'api, sempre disposto a lasciare le pentole per bere un boccale di sidro o di idromele con gli amici e fu ben lieto di ascoltare dal Narratore la storia della fata, mentre bevevano birra fresca e il bambino si riempiva le guance di pasticcini ai semi di anice. Così, decisero che Vivvi sarebbe rimasta a vivere nella cucina di Dagh dè Danainn, godendosi tutti i profumi sontuosi e i grassi e saporiti fumi delle sue pentole, il sobbollire di certi untuosi sughi di cacciagione, le potenti sferzate dei suoi vini rossi vecchi di cent'anni lasciati a decantare in piccole botti. E lo scoppiettare della cipolla, e il friggere del lardo, e gli aromi speziati delle creme e delle marmellate...
Passarono i mesi e, con il giungere della primavera il Narratore e suo figlio decisero di concedersi un buon pranzo da Dagh: giunti che furono alla locanda l'oste corse a salutarli festoso e subito approntò per loro un tavolo con una rustica tovaglia di lino e stoviglie di peltro niellato. Ovviamente, gli chiesero di Vivvi e lui, ridendo, la chiamò a gran voce: ed ecco giunse Vivvi svolazzando, bellissima, rosea, brillante di luce e magnificamente tondeggiante, oltre che perfettamente visibile, con due boccali di birra tra le mani. Stupefatti, padre e figlio si guardarono poi si misero a ridere insieme a Dagh e a Vivvi che, a forza di annusare tutta quella roba appetitosa, aveva ripreso sostanza, corpo...e la felicità che aveva perduto tanto tempo prima.
2462e659-290e-479c-9551-d30c85c75993
« immagine » Data di prima pubblicazione in Internet: 16 novembre 2012 Era ormai autunno inoltrato, nel villaggio che conosciamo bene, ed un giorno il Narratore e suo figlio decisero di intraprendere un lungo cammino per andare a visitare le più lontane propaggini di BoscoBuio , là dove iniziava...
Post
05/02/2013 09:02:25
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    5
  • commenti
    comment
    Comment
    4

LA FAVOLA DELLO GNOMO SFORTUNATO

15 dicembre 2012 ore 23:53 segnala


data di prima pubblicazione in internet 31 ottobre 2012

C'era una volta, lontano dal villaggio che conosciamo bene, la Radura dei Tumuli, quasi al centro di Boscobuio e là, sotto la più grande delle collinette, si celava l'ingresso principale al mondo del Popolo Segreto, saggiamente governato da Re Oberon e da sua moglie, la Regina Titania. Un giorno, poco discosti dall'ingresso, sedevano nell'erba morbida e riparata dal sole grazie alle ampie fronde degli antichi alberi, il Narratore del villaggio, suo figlio e Re Brian - il governatore dei Folletti. Amici da lungo tempo, avevano improvvisato una merenda campestre, in questo aiutati da una piccola corte dei servitori di Re Brian, che stavano appunto predisponendo tovaglie, stoviglie e vettovaglie, in bell'ordine, anche se - come c'era da aspettarsi dai folletti - tutto era spaiato e diverso, l'una cosa dall'altra.
" Oggi mi sento particolarmente allegro e per una volta, invece di sentire le tue storie, desidero narrarvene una io. Vi va? ", disse Re Brian.
Ovviamente padre e figlio accettarono di buon grado, anche perché l'uomo si guadagnava da vivere raccontando favole ai suoi concittadini e ogni cosa nuova che apprendeva lo aiutava a guadagnare.
" Dunque, forse ricorderete un certo furterello successo in casa vostra, parecchio tempo fa, un sacco di zucchero che sparì... bene, ecco come andò realmente la faccenda. Lontano da qui, in una forra di rovi, aveva costruito la sua casa uno gnomo che era sempre scontento, rabbioso addirittura e che si considerava particolarmente sfortunato. In realtà non era buono a far nulla e non aveva mai voluto imparare a far niente, ma non era abbastanza intelligente da dare la colpa a sé stesso e cambiare. Se ne andava in giro sempre rimuginando e borbottando quando ecco che un giorno si infilò in una grotta da tempo abbandonata da altri gnomi scavatori, di quelli che cercano gemme nelle profondità della terra. Girò a lungo, rimestò tra le cose abbandonate là sotto poi, mentre si accingeva ad andarsene scorse in un anfratto una piccola scatola, quasi un forziere in miniatura. La afferrò circospetto e subito fuggì via, con l'intento di aprirla in un luogo sicuro. Tornò sotto il suo cespuglio e delicatamente la forzò per aprirla. Subito, dalla scatola si affacciò un piccolissimo folletto, si guardò intorno e lo salutò ringraziandolo per averlo liberato dalla sua prigione. Lo gnomo non sapeva che farsene quando il folletto gli disse che avrebbe esaudito un suo desiderio. Lo gnomo non ci pensò su due volte, era così abituato a ripetere a tutti quanto fosse sfortunato che, appunto, chiese di diventare fortunato. Il folletto rispose che questo non poteva farlo ma che gli avrebbe concesso un colpo di fortuna e uno soltanto. Lo gnomo si disse d'accordo ed ecco comparire davanti a lui una tovaglia di seta finissima con una monumentale torta riccamente decorata. Lo gnomo disse che sì, aveva fame, ma che non capiva cosa significasse; il folletto gli rispose di aspettare almeno un ora e avrebbe capito anche troppo bene, poi sparì in una nuvoletta di fumo. Mentre dunque lo gnomo se ne stava seduto davanti a quel magnifico dolce, ecco passare Re Oberon con il suo seguito di dignitari per la passeggiata mattutina: davanti allo spettacolo di quella torta tutti si fermarono, Re Oberon chiese di poterla assaggiare e se ne deliziò; chiese allo gnomo se l'avesse fatta lui e quello, gloriandosene, rispose di sì. Per tutta risposta Re Oberon lo nominò seduta stante suo pasticcere ufficiale, con tutti i vantaggi di notorietà e guadagno che ne avrebbe ricavato, ordinandogli di prepararne un altra per la cena regale del giorno dopo. Quindi la corte si sedette e mangiò tutto il dolce mentre lo gnomo era combattuto tra l'inattesa felicità e il panico, ben sapendo che non aveva mai cucinato niente del genere in vita sua. Come restò da solo, ricominciò a lagnarsi di quanto fosse sfortunato anche nella fortuna e, invece di confessare tutto a Re Oberon e ottenere magari un posto da aiutante nelle cucine, si mise a pensare a come avrebbe potuto fare: aveva vaghi ricordi di certi pasticci dolci mangiati da piccolo e si illuse di farcela. Provò a mettere a bollire delle barbabietole per seccarne il succo e farne zucchero ma ne ottenne un impiastro puzzolente; provò ad allungare nell'acqua bollente la resina mielosa di certi alberi ma anche così ne ebbe solo una zuppa appiccicosa e aspra. Decise quindi di procurarsi dello zucchero e dove meglio avrebbe potuto rubarlo, se non a casa vostra, ben sapendo che tu eri in giro a narrare storie e avendo visto il bambino occupato a girare in groppa a un kelpie insieme a Paulie? Come? Non lo sapevi? ahah! Va bene, litigherete poi a casa, adesso lasciami continuare. Insomma a farla breve, sgusciò in casa, rubò un sacchetto di zucchero e se ne scappò via. Passando sulla soglia della finestra però, incappò in un chiodo, e dal sacco uscì un sottile filo di zucchero che, dopo pochi minuti richiamò dietro di sé tutte le formiche e gli insetti di Boscobuio, che se ne rallegrarono abbondantemente. Quando arrivò nel suo rifugio si accorse di averne solo un piccolo pugno e ricominciò a prendersela con sé stesso, col mondo, con i folletti e solo gli Dei sanno con cosa altro. Temendo le ire di Re Oberon si precipitò nei sotterranei della nostra città, alla ricerca di un dolce il più sfarzoso possibile da offrirgli. Sbirciando tra le botteghe, come al solito molto male illuminate dal chiarore dei funghi sotterranei, dei mastri pasticceri ne vide uno particolarmente bello: gettò una moneta contro il vetro della bottega e quando lo sconsiderato pasticcere scattò fuori per arraffarla, lui schizzò dentro e uscì dal retro con la torta, dopo averla frettolosamente infilata nella scatola di raso più bella che trovò. Alla cena del Re eravamo presenti tutti, noi della corte, avvertiti che ci sarebbe stata una sorpresa: già si era sparsa la voce di un nuovo cuoco e tutti, gnomi, folletti, elfi, leprechaun, trolls, gobelins volevamo assaggiare le novità. I cuochi reali portarono le consuete cibarie e poi fu la volta del dolce: ecco quindi che questo gnomo, tutto pulito e lucidato, saltellante e piroettante, entrò tenendo bene in vista la scatola da regalo. La posò davanti al Re, si inchinò più volte e si pose in disparte per ricevere i sicuri elogi: la Regina Titania si alzò e la scartò per il marito poi tutti - io, lo ammetto, fui il primo - scoppiammo a ridere mentre il volto del Re si oscurava e lo gnomo cercava di farsi il più piccolo ed invisibile possibile... Finì a fare lo svuotatore delle fognature regie, sbeffeggiato da chiunque lo incontrasse e ancora sta lì, che si prende a sberle da solo. Sì, piccolo? Ah, vuoi sapere come mai successe tutto questo? Semplice, la torta era stata ordinata dai notabili della corte dei Folletti e, sul lato che lui non aveva guardato, c'era scritto " Lunga vita a Re Brian Borough" ...
0de3806f-99fc-4727-930e-782501f47cd8
« immagine » data di prima pubblicazione in internet 31 ottobre 2012 C'era una volta, lontano dal villaggio che conosciamo bene, la Radura dei Tumuli, quasi al centro di Boscobuio e là, sotto la più grande delle collinette, si celava l'ingresso principale al mondo del Popolo Segreto, saggiamente...
Post
15/12/2012 23:53:12
none
  • mi piace
    iLikeIt
    PublicVote
    6
  • commenti
    comment
    Comment
    2