LA FAVOLA DELL'ALBERO INCANTATO

04 dicembre 2012 ore 00:56 segnala
Data di prima pubblicazione in internet 2 ottobre 2012

Riprendo a pubblicare in questo blog le favole che sono apparse nel mio blog principale, man mano che ne compariranno, per formare qui quello che è un nuovo libro, se così possiamo definirlo. Buona lettura ai vecchi amici ed amiche che mi seguono.

C'era una volta, oltre il villaggio che conosciamo bene, il Bosco Buio, dimora del Popolo Segreto, saggiamente governato da re Oberon e da sua moglie, la regina Titania. Il popolo degli gnomi, delle fate, dei folletti viveva la sua vita millenaria custodendo antichi segreti, creando malìe e sortilegi, sempre a contatto con la Natura, della quale, intimamente, profondamente, faceva parte. Tutto questo era ben conosciuto dal piccolo figlio del Narratore del villaggio, che così tante volte aveva accompagnato suo padre nel peregrinare alla ricerca di nuove storie da raccontare agli abitanti del villaggio, cosa che gli forniva di che vivere con la sua famiglia. Il piccolo era entrato in amicizia con quasi tutto il Popolo Segreto, se vogliamo fare eccezione per certi soggetti alquanto inaffidabili e pericolosi, ma in qualche maniera, se l'era sempre saputa sbrigare, anche se a volte solo con il provvidenziale intervento di suo padre. Col passare del tempo era dunque diventato sempre più sicuro di sé e tendeva ad allontanarsi, quasi sempre di nascosto, per vagabondare anche lui; un giorno, di buon mattino, si caricò lo zaino con tutto quel che poteva servirgli, prese uno dei bastoni di suo padre - un vecchio ramo dritto e nodoso, lucido per gli anni - e si incamminò per uno dei tanti misteriosi sentieri che aveva imparato a memoria. Oltrepassò la Radura dei Tumuli, scorse in lontananza la locanda di Tom Bombadil - che evidentemente doveva aver bevuto insieme ai suoi avventori fatati, la sera prima, visto che la sua mucca si era nuovamente arrampicata sul tetto per brucarne il muschio senza che la facesse scendere - e si diresse verso uno dei pozzi delle Fate, per rinfrescarsi. Giunto che fu, bevve e si sedette a riposare. Non aveva un'idea precisa su dove andare, lasciava che fosse il caso a decidere, come faceva sempre suo padre. Poco tempo dopo distinse chiaramente lo smuoversi dell'aria, come se qualcosa di invisibile vi passasse attraverso: erano certamente le piccole Fate che venivano a trovarlo.



Si resero distinguibili e si sedettero vicino e sopra di lui, essendo alquanto piccole e subito iniziarono il loro cicaleccio : il bambino si stava divertendo quando, da dietro di lui, si sentì scuotere. Volse gli occhi e riconobbe subito Paulie, la fata foca fuggita dai mari gelidi del Nord per rincorrere un impossibile amore per suo padre; Paulie si era affezionata a lui e talvolta gli regalava piccoli doni magici. " Sono felice di rivederti - disse la fata - Ti andrebbe di venire a vedere uno spettacolo davvero raro, insieme a noi? " Il bambino non ci pensò sopra neanche un minuto e accettò, lieto della novità che si prospettava. " Stiamo andando a vedere il passaggio dell'Albero di Luce, le nostre sorelle degli Alti Monti ci hanno avvertito, è in viaggio e sta per passare nel nostro territorio. " Le piccole fate alate si alzarono in volo, piroettando intorno a loro: Paulie, che anche se minuta era pur sempre più alta di lui, lo aiutò ad alzarsi. " Il viaggio però è lungo e non potremo farlo a piedi, quindi chiamerò un Kelpie, ma stai tranquillo che a noi non farà nulla di male..." Il bambino sapeva quanto fossero malvagi i Kelpie, spiriti che prendevano forma di cavallo per trarre in inganno i viaggiatori che si erano persi, e li conducevano ad una fine crudele ma si fidava di Paulie e non ebbe problemi a salire in groppa insieme a lei. In brevissimo tempo giunsero alle pendici di Monte Cupo, dove si apriva una delle porte del Popolo Segreto.



Entrarono tutti e imboccarono un sentiero in discesa, scavato da secoli nelle profondità della montagna. Le piccole fate illuminavano la strada e facilmente giunsero fino alla riva di un fiume sotterraneo, che scorreva placidamente da una caverna dirigendosi nelle oscurità di un'altra grotta. Sedettero, nel silenzio irreale, mentre il tempo veniva scandito solo dal quieto sgocciolare dell'umidità che dall'alto della volta cadeva a lustrare i ciottoli. Paulie tenne il bambino tra le sue braccia, seduti tranquilli, forse rimpiangendo dentro di sé di non aver potuto coronare il suo sogno d'amore quand'ecco che, in lontananza, un vago brillare avanzò sul fiume. Pian piano la caverna si riempì di luce mentre l'Albero fece il suo ingresso trascinato dalla corrente: uno spettacolo maestoso, quasi incomprensibile per le leggi della natura, ma reale e meraviglioso. Le sue fronde si muovevano placide, mosse dal dondolìo dell'acqua: un salice piangente enorme, dalle radici strettamente aggrovigliate ad una zolla di terra coperta di muschio e di funghi magici. Paulie, sussurrando, spiegò: " L'Albero di Luce è nato molti anni fa, in cima al picco di Krasnak, al centro di un cerchio delle fate. Una tempesta fece franare la roccia dove stava e la sua zolla precipitò in una grotta, in mezzo all'acqua. Pian piano crebbe, forte del potere del cerchio magico e prendendo la luce dalla luminescenza dei funghi fatati. Poi, quando l'acqua si alzò, trascinò con sé la zolla, la zolla raccolse fango e detriti e aumentò di volume e l'Albero con lei. Sono anni che vaga nelle profondità della terra, seguendo il corso del fiume, e un giorno arriverà alla foce, vagherà nel mare e certamente si unirà ad Hy Breasìl, l'isola magica che vaga eternamente, apparendo e scomparendo. Io la conosco bene, ci sono stata con tuo padre..."



Il bambino continuava a guardare l'Albero procedere sontuosamente, avvolto nella nuvola della sua luce incantata, finché non si perse in lontananza. Camminando in silenzio, tutti persi nei propri pensieri ma toccati nel profondo del cuore da quella visione, tornarono fuori. Le piccole fate si alzarono in volo chiacchierando e fluttuarono via verso le Colline dei Tumuli, Paulie e il bambino salirono in groppa al kelpie e galopparono verso il villaggio con i lunghissimi capelli neri di lei che lo proteggevano dal vento e dalle foglie del bosco. Giunta al limitare lo aiutò a scendere, gli posò un leggero bacio sulla fronte e gli chiese di portare i suoi saluti al padre. E, mentre il bambino sgambettava via, fremente di desiderio di raccontare quel miracolo a cui aveva assistito, Paulie, pensando a chi lo stava aspettando a casa, pianse.
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Data di prima pubblicazione in internet 2 ottobre 2012 Riprendo a pubblicare in questo blog le favole che sono apparse nel mio blog principale, man mano che ne compariranno, per formare qui quello che è un nuovo libro, se così possiamo definirlo. Buona lettura ai vecchi amici ed amiche che mi...
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SIPARIO

30 agosto 2012 ore 10:40 segnala


Con la favola del piccolo troll termina la pubblicazione in modo cronologico di tutte le favole create per la Saga del Narratore del Villaggio, di suo figlio e del Popolo Segreto. Mi auguro che le lettrici e i lettori abbiano gradito e colgo l'occasione per ringraziare tutti per il seguito costante e affezionato che avete dimostrato. Ricordo anche che buona parte di queste storie è apparsa in libreria nel volumetto di circa cento pagine a loro dedicato, una scelta dell'Editore che ha optato per alcune, non tutte, visto che il loro target di pubblico è rivolto a bambini piuttosto piccoli, quindi non tutte erano indicate per loro. Al momento non sono previste nuove storie ma non è detto che il Narratore non si decida a mettere su carta quelle che continua ad inventare per suo figlio. Un abbraccio a tutti e tutte.
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LA FAVOLA DEL PICCOLO TROLL

30 agosto 2012 ore 10:11 segnala


Data di prima pubblicazione in internet 16 luglio 2012

C'era una volta, oltre il villaggio che conosciamo bene, la grande estensione silvestre del Bosco Buio. Sembrava non avere mai fine ed era facile, una volta inoltratisi, perdersi nei suoi meandri. Il Bosco Buio era la dimora del Popolo Segreto e chi vi si avventurava poteva avere la fortuna - più spesso la sfortuna - di incontrare fate, folletti, gnomi ed altri esseri molto più pericolosi. Un giorno, come era solito fare, il Narratore del villaggio vi si recò, in cerca di ispirazione per le sue storie e sicuro di trovare alcuni degli esseri con i quali da sempre era in amicizia. Re Oberon stimava molto il Narratore e di conseguenza tutto il Popolo Segreto lo rispettava, tranne certi pessimi soggetti dall'indole inaffidabile. Giunse dunque ad una radura vicino alla fonte delle najadi e si sistemò sotto un maestoso albero, al riparo dal sole. Ad una cinquantina di metri di distanza sorgevano le propaggini della Muraglia Rocciosa, una sorta di contrafforte dalla incerta origine: a nessuno era chiaro se fosse naturale o se fosse stato eretto da qualche essere incantato, secoli prima. Il Narratore si mise ad osservarlo, cercando di capire se quel che vedeva oltre le fronde ed i cespugli, fosse un unico masso o un insieme di pietre saldate dall'usura del tempo e dall'azione degli elementi. Provò una strana sensazione, come se ci fosse qualcosa che non quadrasse, come se qualcosa fosse lì e non fosse lì, non sapeva decidersi. Improvvisamente dietro di lui giunse un fruscìo continuo, si voltò e vide giungere Re Brian insieme al solito gruppetto di cortigiani. Re Brian era il Re dei Folletti, quindi sottoposto a Re Oberon che guidava e comandava l'intero Popolo Segreto insieme alla sua meravigliosa sposa, Titania. Re Brian, fiero del suo titolo, era notevolmente perfido e dotato di un senso dell'umorismo che rasentava la crudeltà, ma il Narratore lo conosceva da tempo e non se ne preoccupava minimamente. Re Brian salutò allegramente l'uomo e si sedette a conversare con lui mentre i suoi accoliti restavano in disparte a complottare bofonchiando. " Salute, Vostra Maestà, come mai da queste parti?" - esordì il Narratore. " I soliti giri del mattino, me ne vado a controllare che i miei folletti non abbiano fatto troppi danni o magari... che ne abbiano fatti a sufficienza, ahahah!" , rise beffardamente. " Maestà, volevo un vostro parere. Guardate laggiù, verso la Muraglia. Non c'è qualcosa di strano?" Re Brian fissò attentamente la zona indicata e si accarezzò la barba rossa con aria saputa. " Ohh, ma certo. Guarda bene: vedi quel masso più piccolo, lì davanti? Non ti sembra strano?" " Ma certo, ecco cos'era. Sembra quasi che si muova..." Re Brian replicò: "Appunto. Guarda che bello scherzo che gli faccio!" e, prima ancora che avesse terminata la frase, agitò una bacchetta di pioppo dal manico ricoperto d'argento niellato e borbottò una frase in lingua folletta. Sopra il masso comparve una piccola nuvola nera che mandò tuoni, lampi ed un rovescio irrefrenabile di pioggia. Il masso cominciò a muoversi in fretta ma la nuvola lo inseguì fino a che al suo posto non comparve un troll, un piccolo troll roseo e pulito, benchè come ovvio notevolmente brutto. " Ma guarda - esclamò il Narratore - era un piccolo di troll talmente sporco di terra che gli erano cresciuti licheni e funghi sopra!" " Già, - disse Re Brian - e ora nessuno lo riconoscerà più!" e contento della beffa salutò sghignazzando l'uomo e ripartì con i suoi per il giro mattutino. Anche il Narratore si alzò, e riprese la strada di casa. Il piccolo troll, molto abbattuto, si recò alla grotta dove viveva la sua tribù ma, appena fu vicino, gli altri troll non riconobbero il suo odore e gli tirarono delle pietre ringhiando. Piangendo, il piccolo troll si inoltrò nel Bosco Buio, seguendo le tracce del Narratore. Quando fu buio arrivò alla sua casa, fuori dal villaggio, e si accucciò nel giardino, sotto un folto cespuglio. Sentendo dei rumori provenire dall'esterno, il Narratore e suo figlio si affacciarono per vedere e, capita la situazione, si avvicinarono. Il Narratore disse: " Mi dispiace per lo scherzo che ti ha fatto Re Brian, resta pure qui quanto ti fa piacere." e gli lasciarono una scodella di latte e una forma di pane. Il piccolo troll se ne stette nel giardino a rotolarsi nella terra e a bagnarsi nei rivoli fangosi che scendevano dalla piccola fontana , badando bene a non restare esposto alla luce diretta del sole che lo avrebbe pietrificato, restando poi tutto il tempo a farsi camminare sopra dagli uccelli e dagli altri animali diurni e notturni che scorrazzavano liberamente. Finalmente, dopo quasi un mese, soddisfatto dell'erba che gli era cresciuta addosso e dello strato di terra e fango che lo copriva, e particolarmente fiero di una colonia di lumache che si erano annidate tra i peli irsuti che aveva in testa, se ne tornò alla sua grotta dove venne accolto dai suoi parenti, così occupati a mangiare pietre da essersi quasi dimenticati di lui. Ma si sa, i troll sono creature piuttosto strane e certamente non di larghe vedute...
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LA FAVOLA DEL TEMPO DONATO

30 agosto 2012 ore 09:59 segnala


Data di prima pubblicazione in internet 23 novembre 2011

C'era una volta, lontano dal villaggio che ben conosciamo, nel folto del Bosco Buio, al centro di una vasta distesa pianeggiante e sotto un enorme tumulo, la corte di Re Oberon. Pur essendo il re di tutto il Popolo Segreto, re Oberon e la sua corte non si potevano definire ricchi; avevano tutto il necessario per vivere e divertirsi ma ori e gioielli erano più che altro in mano ai nani che lavoravano a scavare nelle grotte site in profondità, nelle viscere della terra. Quindi, il Popolo Segreto non teneva in gran conto denari e gioielli, benchè spesso facessero apparire paioli pieni di monete quando volevano commerciare con gli umani. Venne il giorno del compleanno di re Oberon, pochi giorni prima della annuale festa del Samhain, e il re chiese a tutti i suoi dignitari un dono. Non avendo granchè da donare, si misero a pensare a cosa mai potessero portargli. Re Brian Borough, il capo dei Folletti, se ne stava pensieroso davanti ad un boccale di birra quando ebbe un'idea e, tutto allegro, ad alta voce esclamò: "Gli farò un bellissimo biglietto d'auguri!" . Purtroppo per lui, lì vicino se ne stava a svolazzare una minuscola fata, che sentì tutto e corse a riferirlo alle sue amiche. Le quali, chi più e chi meno, erano amiche o confidenti degli altri dignitari. A farla breve, la voce si sparse e tutti si diedero a creare biglietti augurali. Re Brian andò in cerca della carta migliore, prese dalla sua oca preferita una gran penna, raccolse bacche rosse, le pigiò per farne inchiostro e, con grandi svolazzi ed in bella calligrafia, compilò uno spettacolare biglietto di auguri che sigillò accuratamente con ceralacca e il suo timbro personale. La stessa cosa fecero gli altri. C'era tra loro un folletto invidioso, sempre immusonito, che covava rabbia per non essere tra i grandi dignitari della corte. Sempre in giro a non far nulla, sempre ad origliare e a spargere malcontento tra tutti. Questo folletto seppe dei doni e volle, naturalmente, farlo anche lui. Si guardò in giro, era nella taverna, e raccolse da sotto un tavolo un fazzoletto di carta spiegazzato; prese un pezzo di carbone dal camino e scrisse "Auguri", poi lo piegò e se lo mise in tasca. Quando venne il giorno del compleanno, re Oberon ricevette i suoi cortigiani nella sala del trono: Re Brian in testa a tutti porse il suo magnifico biglietto e Oberon si congratulò. Anche gli altri fecero lo stesso e re Oberon, anche se stupito nel ricevere da tutti lo stesso regalo, ringraziò gentilmente. Quando vide il biglietto del folletto storse il naso con disappunto ma lasciò correre. Pochi giorni dopo iniziarono le grandi celebrazioni del Samhain, con canti, danze, e tutto il Popolo Segreto che sfoggiava variopinti costumi e beveva sidro e birra. Davanti all'enorme falò rituale, tutti si scambiarono pensierini, fiori, frutta, e naturalmente biglietti augurali, visto che era diventata improvvisamente la nuova moda in voga. Re Oberon dal trono assisteva lieto insieme a Titania, la sua regina. Vedendo però il solito folletto che distribuiva biglietti a tutti lo chiamò e volle esaminarli. Erano tutti identici, tirati via, fatti male, scritti col carbone su pezzacci di carta trovata chi sa dove. Re Oberon si infuriò e disse: "Tu, folletto stolto e sfaticato, non hai voluto sprecare un attimo del tuo tempo per creare qualcosa di bello per tutti coloro a cui hai fatto doni. E, ricopiando quel che hai donato a me, mi hai anche recato offesa, mostrando di considerarmi alla stregua di tutti gli altri. Per questo da adesso sei scacciato dalla corte e non metterai mai più piede sotto il tumulo del Popolo Segreto. Perchè so bene che non possedete cose preziose e la sola cosa preziosa che avete è il vostro tempo. Creare qualcosa per donarla costa tempo, e questo, infine, è il vero regalo che avete dato. Tu, egoista e imbelle, nulla hai voluto dare e nulla riceverai più." Così dicendo, con un gesto, fece comparire la porta magica che conduceva fuori dal regno, e scacciò il folletto che da allora ne ebbe moltissimo, di tempo, per pensare a quanto fosse stato stupido.
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« immagine » Data di prima pubblicazione in internet 23 novembre 2011 C'era una volta, lontano dal villaggio che ben conosciamo, nel folto del Bosco Buio, al centro di una vasta distesa pianeggiante e sotto un enorme tumulo, la corte di Re Oberon. Pur essendo il re di tutto il Popolo Segreto, re...
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LA FAVOLA DELLA COLLANA

29 agosto 2012 ore 20:52 segnala


Data di prima pubblicazione in internet 30 dicembre 2009

C'era una volta un uomo che aveva visto tante cose nella vita, tante ne aveva vissute, tante ne aveva subite, ma che con incrollabile pazienza andava avanti a vivere le sue giornate. E faceva questo, e faceva quello, tutte le occupazioni quotidiane diventate un rito, un abitudine, un qualcosa dalla quale non si distaccava, perso nel suo trafficare, e non aveva mai il tempo di fare cose diverse. Ogni tanto, quando proprio doveva concedersi un poco di riposo, riandava con la mente ai fastosi ricordi dellalontana gioventù e a tutto quel che gli sembrava fosse stato così corsaro, così avventuroso, così pieno di gioia e di emozioni. Poi, mentre le palpebre gli si abbassavano, pian piano iniziava a dimenticare e magari alla fine scopriva che dimenticando le cose non lo facevano soffrire poi tanto. Ogni volta che si risvegliava e iniziava una nuova giornata densa dei suoi piccoli affari, infilava una pallina di legno forata su un filo, un lungo lungo filo. Era una consuetudine che aveva preso così, bizzarramente, un giorno che non aveva granchè da fare, molti anni prima, e da allora questa specie di collana senza capo nè coda si dipanava in un lungo gomitolo arrotolato nella sua camera. Ogni giorno una pallina, ogni giorno le stesse cose, lo stesso amaro in bocca, la stessa sensazione di inutilità, sempre le stesse cose nella mai dichiarata attesa di una svolta, di un cambiamento. Ed in effetti un cambiamento ci fu: un giorno, nell'andare a dormire, dopo avere a lungo girato per casa, si accorse che non aveva più neanche una pallina da mettere sul filo. Guardò e guardò, borbottò, si disperò. Maledì qualcuno, a caso, diede persino un pugno sul muro tanta era la rabbia. Poi si strinse tra le braccia, sentiva freddo: decise di mettersi a letto senza neanche spogliarsi per conservare un po' di calore. Scese il buio e quella specie di disperazione si tramutò in tristezza, poi in rassegnazione. Non fa niente, pensò, neanche le palline hanno un senso, in fondo. Neanche io...
Nessuno si accorse, il giorno dopo, che quell'uomo consueto, comune, abitudinario, non era in giro. Era troppo comune, come quel che faceva, e alla fin fine, aveva soltanto consumato anche l'ultima delle sue palline.
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« immagine » Data di prima pubblicazione in internet 30 dicembre 2009 C'era una volta un uomo che aveva visto tante cose nella vita, tante ne aveva vissute, tante ne aveva subite, ma che con incrollabile pazienza andava avanti a vivere le sue giornate. E faceva questo, e faceva quello, tutte le ...
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LA FAVOLA DELL'UOMO CHE SPARI'

29 agosto 2012 ore 20:48 segnala


Data di prima pubblicazione in internet 14 dicembre 2009

C'era una volta, in quel villaggio lontano nel tempo e nello spazio, un uomo che non contava neanche più le ore, era sempre occupato, in giro a far qualcosa, ora qui ora là, sempre a portare il figliolo in giro, a casa, a scuola, la moglie al lavoro, lui al lavoro, o chi sa a cos'altro fare. Ed era stanco, ma così stanco, che a volte guidava con gli occhi che si chiudevano, con il cervello che se ne andava per conto suo, perso in chissà che fantasie. Non dormiva o se dormiva, dormiva pochissimo: un poco alla volta la fatica era diventata stanchezza e la stanchezza era diventata talmente immensa da non avere più dei limiti. Semplicemente si nutriva di sè stessa e lui andava avanti senza capire neanche cosa stesse facendo. Un giorno, mentre camminava veloce lungo una via, si fermò, si girò e si accorse che, a differenza di tutte le altre persone, non aveva dietro di sè la sua ombra. Si sentì prima imbarazzato poi impemsierito, poi non ebbe il tempo per pensarci più. Ma l'ombra non tornò. Forse, era troppo stanca per seguirlo ancora. E passavano le ore, i giorni, i mesi quando, all'improvviso, il giorno dopo che nel villaggio aveva fatto un gran temporale e le strade erano piene di fango, l'uomo che camminava si fermò, si voltò e non vide, nel fango dietro di sè, alcuna impronta. Trovò la cosa molto strana, provò a schiacciare bene i piedi nel terreno, vide le suole delle scarpe affondare ma quando le rialzò non c'era nessuna impronta. Era come se volasse sul fango o come se il terreno stesso non volesse più saperne di farsi calpestare da lui. Non lasciava traccia. E un giorno, mentre si riparava dal sole gli occhi con la mano, essi continuarono a dolergli perchè la mano non lo riparava: il sole ci passava attraverso. La stanchezza però gli impedì di starci a pensare, doveva andare, doveva fare, sempre qualcosa. Gli sarebbe tanto piaciuto poter sprofondare nel suo letto e dormire, dormire per anni e secoli, ma ogni volta c'era qualcosa da fare. Fino a che, un giorno che accompagnava suo figlio a scuola tenendolo per mano, semplicemente sparì. Il bambino si voltò a guardarlo e vide solo la sua piccola mano ferma lì, in alto, che non stringeva più nulla. Nell'aria era rimasto solo un fil di fumo e il suo ricordo. Ma anche quello sarebbe svanito presto.
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« immagine » Data di prima pubblicazione in internet 14 dicembre 2009 C'era una volta, in quel villaggio lontano nel tempo e nello spazio, un uomo che non contava neanche più le ore, era sempre occupato, in giro a far qualcosa, ora qui ora là, sempre a portare il figliolo in giro, a casa, a scuo...
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LA FAVOLA DEL FOLLETTO NASONE

29 agosto 2012 ore 20:45 segnala


Data di prima pubblicazione in internet 19 ottobre 2009

Nota per i lettori: questa favola è stata inventata dal figlio del cantastorie che l'ha poi elaborata.

C'era una volta, in quel villaggio che ben conosciamo, il nostro caro bambino, il figlio del cantastorie, che un giorno se ne andò con i suoi amichetti a giocare a palla oltre il fiume e verso il Bosco Buio. Una volta lì presero a correre e a scalmanarsi dietro la palletta, tirandola sempre più forte sino a che non finì oltre una massa di cespugli. Andarono a cercarla e scoprirono dietro i rovi l'imboccatura di una piccola grotta, stettero un attimo a decidere cosa fare quando ecco che la palla tornò verso di loro, lanciata forte, ma sgonfia. Ovviamente si arrabbiarono e , senza pensare a chi ci fosse dentro, si avvicinarono strillando che queste non erano cose da farsi. Gli rispose un vocione roco:-" Non voglio essere disturbato in casa mia!" I bambini restarono stupiti, chi mai poteva esserci là dentro, troppo piccola perchè fosse un gigante, troppo vicina al fiume perchè fosse un orco (che non amavano affatto l'acqua e l'idea stessa di pulircisi...). Poco dopo ecco affacciarsi all'imboccatura... un naso! Un grosso, ma grosso naso! Decisamente un Nasone seguito da un folletto piccolissimo che trasportava il suo naso spropositato su una specie di carriola di legno sbilenca. I bambini scoppiarono a ridere e se la diedero a gambe con la palla sgonfia mentre il figlio del narratore, sempre curioso, restò lì e gli chiese:-" Scusa, ma tu chi sei?" Il folletto rispose:-" Ero uno dei lucidascarpe della Regina Titania, ma una sera ebbi la malaugurata idea di andare alla taverna per giocare a biliardo con altri folletti. Quando eravamo sul più bello entrò un leprechaun e cominciò ad ubriacarsi fino a non reggersi sui piedi. I miei compagni gli dissero di smetterla che si sarebbe di certo sentito male ma lui continuava, disturbando tutti. Allora anche io protestai e lui, girandosi arrabbiatissimo, mi puntò contro il suo bastone dicendo che avrei imparato a non mettere il naso nelle sue faccende, poi uscì nella notte. Tornammo a casa e quando mi svegliai mi ritrovai con questo naso enorme e da allora vivo nascosto qui, vergognandomi da morire... Non ho più neanche la mia casetta perchè non riuscivo a muovermici dentro e sto in questa grotta, dividendola con le talpe e i conigli." Il bambino lo invitò a casa sua e lo prese in braccio per non fargli fare tutta quella strada a piedi poi, giunti che furono, lo presentò a suo padre che decise di porre rimedio in qualche modo a quel danno. Il padre conosceva una piccola sorgente, in cima ai monti, tenuta nascosta dal Popolo Segreto, famosa per le sue capacità curative e si incamminò per andare a riempirne una fiasca. L'aria fresca del meriggio accompagnò il suo cammino e la vista dall'alto del villaggio come sempre lo confortò. Raggiuntala, caricò la fiasca e pagò con una delle sue favole le driadi che la sorvegliavano. Le driadi sorrisero felici e lo invitarono ad andarle nuovamente a trovare quando ne avesse avuto bisogno. La sera, a casa, lui e suo figlio lavarono ben bene il folletto nasone e lasciarono che si addormentasse su un cuscino. Al mattino eccolo lì, bello e piccolo come era sempre stato! Si misero al lavoro tutti insieme e costruirono una nuova casetta per lui, adattando una di quelle per gli uccelli che il padre solitamente appendeva agli alberi del giardino e permettendogli di vivere con loro purchè non avesse combinato danni. Lui, riconoscente, da allora si dedicò a sorvegliare i buchi nei muri da dove entravano e uscivano gli spriggan (ai quali evidentemente l'uovo di drago non era bastato per tenerli lontani) e a preparare strani intrugli con i quali lucidava a meraviglia le loro scarpe riportandole sempre a nuovo. Il leprechaun? ah, ma questa è un altra storia...
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« immagine » Data di prima pubblicazione in internet 19 ottobre 2009 Nota per i lettori: questa favola è stata inventata dal figlio del cantastorie che l'ha poi elaborata. C'era una volta, in quel villaggio che ben conosciamo, il nostro caro bambino, il figlio del cantastorie, che un giorno se ...
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LA FAVOLA DEL FOLLETTO ARRABBIATO

29 agosto 2012 ore 20:42 segnala


Data di prima pubblicazione in internet 20 settembre 2009

C'era una volta, oltre il villaggio che ben conosciamo, oltre le vallate e il Bosco Buio, una grande montagna, ripida e scoscesa, che solitaria se ne stava immota a guardare verso il cielo. Nessuno ci andava a coltivare e solo pochi animali ci si arrampicavano a causa della poca vegetazione e del gelo in cima. Ma al suo interno viveva da tempo un folletto femmina che era andato via dal regno di Titania e da anni stava lì a scavare le sue lunghe gallerie dalle quali aveva estratto molte gemme preziose. Non che le servissero a qualcosa visto che non incontrava mai nessuno e non comprava mai nulla ma gli faceva piacere averle e si sentiva molto ricca. Ma non per questo era contenta, anzi, di solito era sempre arrabbiata perchè tutti i giorni passava davanti alle rocce lisce della sua caverna e vedendocisi riflessa diceva:- "Quanto sono brutta! Che gambe storte che ho, e guarda quanto sono grassa! Brutta, brutta, brutta!" e così via, di continuo, sempre lì a borbottare. Un giorno che camminava sulla montagna in cerca di frutta o di qualche animale da cacciare si imbattè in un Leprechaun che si aggirava sperduto. Entrambi restarono stupiti nel vedersi e lui subito le chiese di aiutarlo, perchè aveva perduto il giusto sentiero e non riusciva a tornare a Bosco Buio. Lei sulle prime si comportò in maniera molto scostante, non voleva avere a che fare con nessuno, ma alla fine gli spiegò tutto sperando che se ne andasse presto, ma lui insistè per restare da lei a riposarsi. Stette quindi nelle grotte un paio di giorni e ne approfittò per raccontarle tutto ciò che accadeva nel regno del Popolo Segreto e anche quel che succedeva nel villaggio, così come glielo aveva raccontato il narratore quando andava alla corte di Titania a trovarla. Fin che passando davanti alle rocce lisce lei non esplose di nuovo dicendo che era brutta, orrida e inguardabile e che lui se ne doveva andare subito! Il Leprechaun la guardò incredulo e le disse:- "Ma non è affatto vero quel che dici. E' che le rocce sono tutte storte e riflettono di te un immagine che non è vera." Lei si sentì presa in giro e si arrabbiò ancora di più perciò al Leprechaun ci volle parecchio per convincerla che non stava scherzando; alla fine la convinse ad accompagnarlo fino alla sua casa per rendersene conto. Lei di malavoglia lo seguì, non si fidava proprio o meglio sarebbe dire che non voleva fidarsi affatto. Era stata sola tanto di quel tempo che credeva solo a se stessa. Quando alfine giunsero alla casa di tronchi coperta di muschio vide quanto era graziosa e ben sistemata, con mobili che aveva costruito e intagliato lui e presino un grosso specchio che aveva preso ad una fiera dei gobelins. Ci si guardò e rimase sbalordita: non era per nulla come credeva di essere! Lui le disse:- " Vedi? Non siamo come pensiamo noi, ma come ci vedono gli occhi degli altri e spesso siamo molto meglio di quel che ci immaginavamo..." Per festeggiare decisero di aprire le bottiglie di liquore che lui stesso distillava nella sua cantina e, ubriachi e felici, decisero di restare a vivere insieme nella casa coperta di muschio. Lei insistette per tornare a prendere le sue gemme e dopo, con quelle, comprarono talmente tante stoffe, vestiti e mobili che neanche Titania, quando passava da quelle parti con la sua corte, riusciva a riconoscerli...D'altronde persino la folletta non si riconosceva più!
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LA FAVOLA DI PAULIE CHE VENNE

29 agosto 2012 ore 20:37 segnala


Data di prima pubblicazione in internet 9 settembre 2009

C'era una volta, oltre il nostro villaggio, la lunga via che portava ai confini della Contea, una strada lunga che portava fino al mare. Era la strada che aveva percorso il narratore quando era andato a cercare ispirazione per le sue storie e alla fine della quale aveva incontrato le fate foca che gli avevano donato la pietra magica della pioggia. Lungo quella strada si aprivano sentieri giovani ed antichi, le vie attraversate dal Popolo Segreto per incontrarsi. Tutta la regione subiva un sottile fascino, c'era nell'aria un qualcosa di magico che neanche gli anni riuscivano a cancellare. I viaggiatori a volte facevano incontri curiosi, a volte finivano in qualche guaio perchè il Popolo Segreto sa essere buono ma è sempre pericoloso per gli esseri umani che non sanno come rivolgersi a loro. E su quella strada, una notte, chi vi fosse passato avrebbe sentito il passo lento e cadenzato degli zoccoli di un cavallo ma non avrebbe visto nulla, per quanto fosse stata forte la bianca luce della luna. Era un kelpie quello che avanzava senza fermarsi lungo la vecchia strada, un kelpie uscito dal mare, con piccoli granchi aggrappati alla sua criniera verdastra, con minuscole conchiglie attaccate al suo pelo sempre umido e gocciolante. Lenta batteva la sua lunga coda contro i fianchi, non aveva fretta, sapeva dove andare. Aveva un compito, gli era stato dato un comando e, anche se i kelpie sanno essere delle belve feroci quando riescono a trovare un viaggiatore solitario, sono pur sempre degli esseri fatati e obbediscono ai propri simili. Quel che portava in groppa era qualcuno che soffriva, qualcuno che non si rassegnava, qualcuno che aveva perduto il cuore.
Nel villaggio come ogni giorno fervevano le attività, chi si recava al lavoro, chi al mercato a vendere o ad acquistare, il borgomastro con la sua cricca si inventavano di che passare la giornata, qualcuno invece se ne stava nel fresco della taverna a bere sidro e ad ascoltare il narratore che deliziava tutti con le sue storie e le sue leggende del Popolo Segreto e così facendo si guadagnava di che vivere. Non era in fondo una brutta vita, sempre alla giornata, ma sì, però una vita ricca, dei continui colloqui con tutti gli abitanti, della stima che riceveva, della fantasia che poteva scatenare e dei sogni a cui dava vita continuamente. Una casa ce l'aveva, una famiglia pure e quando aveva voglia di distrarsi un saltino alla reggia di Re Oberon non gli era mai vietato. Certo, i piedi nei cerchi delle fate non li aveva mai messi ma qualche boccale di birra con Re Brian Borough lo aveva ben bevuto! E così, anche quel giorno, finito che ebbe i suoi racconti, raccolto che ebbe tutte le offerte che gli abitanti gli donavano con simpatia e larghezza (non era forse lui la loro principale fonte di svago?) se ne partì per tornare a casa; sulla strada gli venne voglia di andare a vedere la Casa sul Masso degli Elfi perciò si incamminò verso il Bosco Buio ma si fermò d'improvviso quando, nel soleggiato meriggio, pur non vedendo nulla distinse perfettamente il suono degli zoccoli. Capì subito che doveva esserci un kelpie in cammino e passò sul lato erboso della strada per non rischiare di essere catturato ma una voce gli giunse, cristallina, quasi divertita:- "Dove te ne vai?" Restò un attimo interdetto, non sapeva se crederci oppure no, ma... "Sei davvero tu?", disse. "Certo! Ti dispiace?" e lentamente il pulviscolo dorato che fluiva nell'aere si addensò rivelando la grande forma del kelpie e quella, più minuscola, di chi lo stava cavalcando. Era lì, come sempre splendida, come sempre coperta solo dai suoi lunghissimi capelli, e rideva felice, con quel viso da bambina che non gli aveva mai voluto dire quanti anni aveva in realtà. Paulie tese verso di lui la mano per farsi aiutare a scendere, accarezzando il kelpie e sussurrandogli qualcosa in un orecchio appuntito, bizzarramente pieno di alghe. "Che fai qui, Paulie?", disse il narratore. "Tu non venivi, mi manchi tanto...ho pensato di venire io. " "Piccola, sei stata tanto gentile ma non puoi stare qui con me, te l'avevo già spiegato..." Si sedettero sotto un albero, lui non sapeva proprio cosa fare, completamente perso nei suoi occhi, infine le disse:" Senti, parliamone con Titania, forse troverà una soluzione" ed entrarono nel Bosco diretti alla radura dove si incontravano le creature magiche. Scese leggera la notte, in alto nel cielo una luna piena enorme, abbagliante, seguita da una piccolissima stellina illuminava tutta la radura. Venne al fine Titania con la sua corte, abbigliati nei loro mille colori, attorniati dalle luci delle lucciole e il narratore, dopo aver presentato alla Regina la piccola Paulie, chiese il suo consiglio. La Regina sapeva che un amore tra un uomo e una fata foca sarebbe stato una cosa davvero complicata, anche perchè lui non era libero, e disse che volentieri avrebbe ospitato la fata nel grande lago sotterraneo della sua reggia, dove avrebbe potuto vivere insieme alla sua corte e avrebbero potuto incontrarsi quando avessero voluto. Sapevano che era l'unica soluzione per non dover rimandare Paulie al mare del Nord e decisero dunque di fare così. Titania rimandò il kelpie nelle sue limacciose paludi e quello se ne partì al galoppo, scrutandosi attorno con gli occhi di fiamma in cerca di qualcuno da attaccare, poi congedò il narratore e riprese la sua strada nel Bosco Buio. Dolcemente, iniziava a cadere una calda pioggia, sottile, come se il cielo stesso piangesse e Paulie lo abbracciò, lo baciò e gli sussurrò:-"Ti amo. Ti ho sempre amato e sempre ti amerò." Il narratore rispose:-" Lo so. Anch'io. Verrò a trovarti." E restò lì, nel buio, a guardarla andare via col Popolo Segreto, mentre la pioggia scorreva sul suo capo e scivolava a terra, piano, delicatamente...
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« immagine » Data di prima pubblicazione in internet 9 settembre 2009 C'era una volta, oltre il nostro villaggio, la lunga via che portava ai confini della Contea, una strada lunga che portava fino al mare. Era la strada che aveva percorso il narratore quando era andato a cercare ispirazione per...
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LA FAVOLA DELLA CASA SUL MASSO

29 agosto 2012 ore 20:29 segnala


Data di prima pubblicazione in internet 28 agosto 2009

C'era una volta, in quel villaggio che ben conosciamo, un signore che aveva messo da parte molti soldi e aveva deciso di lasciare la vecchia casetta che aveva e di costruirne una nuova, bella e grande, fuori del paese. Parlò col borgomastro, parlò con gli operai e alla fine aveva il suo bel progetto pronto e cominciò ad andare in giro a cercare un buon terreno su cui costruirla. Non molto lontano dal villaggio, seguendo la via principale, c'erano dei grandi appezzamenti di terra che finivano in lontananza con il limitare di Bosco Buio; trovò un bel terreno disponibile e lo comprò, non lontano dalla strada. Cominciò a far fare tutti quei lavori che di solito si fanno quando si costruisce una casa, spianare il terreno, costruire una grande buca per fare le fondamenta e la parte inferiore con la cantina e mettere le recinzioni lungo il perimetro del suo terreno. Gli operai lavoravano di buona lena anche perchè si era in primavera e c'era bel tempo ma poco tempo dopo successe un fatto curioso. Ogni volta che provavano a rimuovere un grande masso piatto infisso nel terreno gli attrezzi si rompevano e tutti si sentivano improvvisamente stanchi e senza più voglia di lavorare. Ne parlarono a lungo tra loro poi mandarono a chiamare il nuovo proprietario per spiegargli la faccenda che, temevano, aveva qualcosa di magico. Quando andò a vedere, anche lui non seppe farsene una ragione, ne parlò col borgomastro e insieme decisero di chiedere al narratore, che sapeva tutte le storie e le leggende della regione (e anche molte di più) se per caso fosse a conoscenza di qualche particolare. Si presentarono da lui a cena portandogli delle buone bottiglie di sidro invecchiato e davanti al camino discussero insieme della questione mentre il figlio del narratore se ne stava ad ascoltarli intento a disegnare su un foglio delle grasse mosche blu che come se niente fosse si staccavano dalla carta e svolazzavano fino al camino precipitandosi tra le fiamme e scoppiando in piccoli fuochi d'artificio. I due lo guardarono stupefatti ma, conoscendo bene il narratore e quanto fosse avvolto dall'aura magica del Popolo Segreto, fecero finta di nulla. Il narratore promise loro che sarebbe andato a guardare, cosa che fece il mattino dopo col fresco, e naturalmente si accorse subito che tra l'erba c'era ancora vagamente distinguibile il tracciato di un antico sentiero, sicuramente usato dal Popolo Segreto; capì che quella casa si trovava su una delle loro strade e che il masso non era altro che l'ingresso per una casa degli Elfi, ovviamente invisibile agli occhi degli uomini. Andò dunque nel bosco e, suonato il flauto, attese che qualcuno di loro si presentasse. Non si aspettava certo di vedere quel che vide: re Brian Borough che arrivava saltellando in compagnia di un elfa splendente, esile come un giunco, la carnagione verde traslucida che quasi si confondeva con la folta vegetazione circostante "Re Brian, Signora, i miei ossequi", fece lui. "Buongiorno a te, mio caro, cosa ti porta qui?" rispose il re dei folletti. "Re Brian, ho paura che la casa che il mio amico sta facendo costruire si trovi proprio sopra una casa degli Elfi. Che possiamo fare per non dare disturbo?" Re Brian confabulò con l'elfa poi rispose:-" Bene, sicuramente il masso andrà lasciato dove sta e dovrete fare in modo che il Popolo possa accedere senza problemi, altrimenti non riuscirete in alcun modo a costruirla..." Il narratore ringraziò e volle offrir loro una vecchia ballata che li divertì, prima di lasciarli. Andò a riferire il tutto e studiarono bene la cosa, riprendendo in mano il progetto della casa che, alla fine dei lavori, venne proprio bene. Una gran bella casa anche se costruita in modo assai curioso! Tutti quelli che vi capitavano per andare a trovare il proprietario entravano e si ritrovavano in un enorme stanza dal pavimento in terra battuta col masso al centro, circondata da un pavimento che costeggiava i muri e dava accesso alle scale che portavano al piano superiore dove in realtà c'erano tutte le stanze, la cucina e il bagno, molto ben arredate, con le pareti in caldo legno e graziose finestre dipinte che lasciavano entrare la luce del sole diffusa in mille colori. Quando riscendevano notavano con curiosità che oltre al portone principale sugli altri lati della casa erano state predisposte delle porte molto strane, tutte di legno intarsiato e dipinto, senza serrature e quando ne chiedevano il perchè si sentivano sempre rispondere che quelle erano le porte per il Popolo Segreto che così poteva andare e venire come e quando voleva. Ogni tanto, gentilmente, il proprietario lasciava vicino al masso qualche dono, qualche primizia o qualche bottiglia di sidro e così loro erano contenti, nessuno dava fastidio alla casa e pur avendo due porte sempre aperte, una qui e una là, nessun ladro entrò mai in quella casa.
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« immagine » Data di prima pubblicazione in internet 28 agosto 2009 C'era una volta, in quel villaggio che ben conosciamo, un signore che aveva messo da parte molti soldi e aveva deciso di lasciare la vecchia casetta che aveva e di costruirne una nuova, bella e grande, fuori del paese. Parlò col...
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29/08/2012 20:29:06
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