LA FAVOLA DELLA COLLINA BRULLA

21 giugno 2012 ore 18:46 segnala


Pubblicato per la prima volta in internet il 25 agosto 2009

C'era una volta, molto oltre il nostro villaggio, una meravigliosa vallata che veniva coltivata dai proprietari di alcune fattorie della zona. Ne ricavavano grano, pannocchie, fieno per le bestie e anche moltissima verdura e frutta. Era indubbiamente una zona benedetta, dalla terra grassa e piena di vita, sempre pronta a dare quel che le veniva richiesto, attraversata da corsi d'acqua che nel passare del tempo erano stati ben incanalati di modo che giungessero a tutte le fattorie che così non soffrivano mai la siccità. Ai bordi della vallata sorgeva una collina brulla, che aveva sempre stentato a produrre raccolti e ci viveva la famiglia di un fattore che si dannava a rivoltare le zolle senza guadagnare altro che quel poco sostenamento bastante a farli sopravvivere. Il fattore se ne lamentava con gli altri, quando passava dalla locanda, ma nessuno sapeva per quale motivo la collina fosse così; un giorno ne andò a parlare col narratore del villaggio, pensando che forse questi sapesse qualche antica leggenda relativa alla collina e il narratore, pur non potendo venire incontro alla sua richiesta gli promise che sarebbe andato a vedere. Infatti, un giorno si incamminò fin lì, passò a trovarli e bevve un bicchiere in loro compagnia poi se ne andò da solo a passeggiare nei dintorni. Effettivamente a parte qualche albero spoglio, rovi e poche macchie stentate lontano dal loro orto, nulla sembrava voler crescere lassù. Rimase a lungo seduto sotto un albero aspettando la notte e quando fu buio vide una vaga luminescenza andare errando qua e là: gli si avvicinò con prudenza e con stupore vide un gruppo di coboldi che sembravano trasportare dei sacchi. Suonò il suo piccolo flauto donatogli da Titania, che aveva il potere di richiamare le creature del Popolo Segreto ed essi si avvicinarono come se niente fosse. Gentilmente il narratore li salutò poi chiese loro se ci fosse un motivo per cui la collina non dava frutti: i coboldi si guardarono tra loro poi uno rispose dicendo che nelle profondità, dove loro abitavano e scavavano sempre alla ricerca di minerali e gemme preziose, viveva da tempo immemorabile uno spirito oscuro, maligno, che loro tenevano a bada con antichi incantesimi. Lo spirito riversava nel terreno la sua rabbia e questo la stava inaridendo completamente. Il narratore chiese se fosse possibile incontrare lo spirito e loro dissero di sì, ma che sarebbe stato molto pericoloso; poi fecero dei segni sul terreno e una apertura apparve magicamente, mostrando delle scale di roccia che si perdevano nel buio. Il narratore li seguì e arrivarono nelle grandi caverne scavate dai coboldi, illuminate da torcie la cui luce non arrivava a lambire gli alti soffitti. Gli mostrarono una nicchia davanti alla quale erano state tracciate rune e disegni magici, poi batterono le mani e dalle profondità lo Spirito chiese cosa ancora volessero da lui. Il narratore si mostrò alla luce delle torcie chiedendogli se avrebbe desiderato essere libero da quella collina e lo Spirito disse di sì, naturalmente lo voleva, ma in cambio di cosa? " Se benedirai il seme del frutto che porto in tasca, una bella pesca, permettendogli di attecchire e crescere rigoglioso, ti porterò lontano da qui e ti libererò dove vorrai." Lo Spirito accettò, perfidamente convinto che con un solo seme avrebbero avuto un solo albero e quindi la collina sarebbe rimasta comunque brulla, poi filtrò lentamente nella grande fiasca che il narratore aveva posato davanti alla nicchia. I coboldi lo accompagnarono fuori e stettero a lungo a vederlo scendere dalla collina mentre i primi raggi del sole comparivano all'orizzonte; il narratore camminò fino a raggiungere le grotte dei trow, che da anni erano abbandonate, e gettò la fiasca nelle profondità della più buia e grande di esse. Quando cadde si spezzò e lo Spirito fu libero di regnare in un nuovo e labirintico mondo; rise perchè era convinto di aver giocato il narratore ma non sapeva che il frutto su cui aveva gettato l'incanto era un melograno e non una pesca, e di semi ne aveva centinaia. Da allora i melograni della collina divennero celebri in tutta la contea e, mentre gli abitanti del villaggio li mangiavano con gusto, lo Spirito ruggiva di rabbia in fondo alle sue grotte...
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« immagine » Pubblicato per la prima volta in internet il 25 agosto 2009 C'era una volta, molto oltre il nostro villaggio, una meravigliosa vallata che veniva coltivata dai proprietari di alcune fattorie della zona. Ne ricavavano grano, pannocchie, fieno per le bestie e anche moltissima verdura ...
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LA FAVOLA DELLA MUSA

20 giugno 2012 ore 18:42 segnala


Pubblicato per la prima volta in internet il 21 agosto 2009

C'era una volta, nel nostro villaggio, tra i tanti abitanti affaccendati nei loro lavori, un uomo che - grazie ai soldi messi da parte negli anni dalla sua famiglia - non lavorava ma se ne stava tutto il giorno, talvolta pure la notte, seduto nella sua vecchia poltrona a scrivere poesie. Ne aveva scritte tantissime, aveva riempito quaderni, volumi, aveva risme di fogli scritti in bella calligrafia sparsi dovunque in casa. Ogni tanto capitava anche che riuscisse a farseli pubblicare da qualcuno e allora era tutto felice nel sapere che anche altri potevano leggere quelli che riteneva fossero dei piccoli capolavori. In verità, a volte, aveva persino pagato lui per farsi pubblicare ma era servito per dargli una certa notorietà, non era proprio famoso, ma insomma si accontentava. Stava perennemente in cerca di ispirazione, osservava avidamente tutto e tutti e poi elaborava i suoi pensieri per dargli forma e comporre pensieri, liriche, odi e cantiche. Aveva letto tanto e qualche volta, ma non lo avrebbe mai ammesso in pubblico, rubacchiava qua e là qualche idea dai vecchi classici, così, quando proprio era fuori forma e null'altro gli veniva in testa. Col tempo cominciò a faticare sempre più a trovare nuove idee, nuovi stimoli, capì di aver perduto quell'afflato mistico che lo aveva sempre accompagnato e se dapprima questo lo rese pensieroso, presto cominciò a disperare di poter continuare a scrivere. Iniziò a fare lunghe passeggiate nel Bosco Buio pensando che forse l'aura fatata di quei luoghi lo avrebbe aiutato e un giorno che se ne stava peregrinando così giunse ad un antico crocicchio di sentieri. Quel quadrivio esisteva da tempo immemorabile, si raccontava che fosse stato un nodo dei sentieri del Popolo Segreto, quel che é certo é che la gente del villaggio se ne stava alla larga essendo consapevole delle forze che ancora gravavano nei dintorni. Se ne stette a lungo seduto su una grande roccia piatta e gli parve di poter distinguere vaghe forme trasparenti andare avanti e indietro per quell'incrocio, una certa luminescenza che lo rese sicuro di essere nuovamente al cospetto di qualche rappresentante del Popolo Segreto. Ad alta voce, allora, si presentò, con garbo, chiedendo di mostrarsi a chi stesse passando; sulle prime non accadde nulla ma alla fine prese forma una Gwaydin, una di quelle fate note per le loro attitudini stregonesche, che hanno la pessima abitudine di starsene sedute seminvisibili sui muri ai bordi dei sentieri per fissare malevole i viandanti. Il poeta le rivolse gentilmente la parola e, visto che quella non rispondeva, le espose il suo problema chiedendole se vi potesse essere un rimedio. La fata replicò che quel che serviva a lui era ritrovare una Musa, cosa oltremodo difficile, ma che se avesse a lungo invocato Brigit lei avrebbe potuto aiutarlo. Il poeta volle ringraziare la Gwaydin donandole uno dei suoi libretti che aveva con sé, non pensando affatto che non bisogna mai dare nulla di personale agli esseri fatati, si corre il rischio che lo usino per farne un incantesimo e renderti loro schiavo, poi riprese la sua strada e tornò a casa. E qui, per giorni e notti, rivolse a Brigit le sue preghiere, chiedendole di raggiungerlo e di ridargli la speranza. Una mattina si svegliò da un sonno agitato e scese le scale per andare in cucina a preparare la colazione e lei era lì, sembrava seduta ma in realtà galleggiava nell'aria, composta, splendente, emanava una luce soffusa intrisa di dorato pulviscolo. Il poeta cadde in ginocchio, ammirato e sorpreso, e subito sentì tornargli in testa e nel cuore la più grande ondata di ispirazione poetica che avesse mai conosciuto. Con gli occhi pieni di lacrime di riconoscenza per la Musa si gettò subito a scrivere, e scrisse senza fermarsi mai per ore e ore; alla fine, stremato, si gettò in poltrona e - preso tra le mani il mucchio di fogli - volle declamarle tutto quel che aveva scritto in suo onore. Furono versi meravigliosi, voli poetici quali nessuno aveva mai concepito! La Musa se ne stava sempre lì, con un leggero sorriso sulle labbra, senza far nulla, limitandosi a donare a lui e all'ambiente la sua luce fatata. Il poeta desiderava tanto poter scambiare qualche parola con lei ma se ne stava zitta zitta poi, alle sue insistenze, fece un cenno di assenso e cominciò a parlare, con una voce che sembrava una cascata di puri cristalli, un fluire dolcissimo e melodico ma... ma il poeta non ne capiva una parola. Ristette a pendere dalle sue labbra ma proprio non capiva nulla, poverino. Alla fine colse qualcosa che gli fece sospettare che la sua Musa stesse, strano ma vero, parlando al contrario e gli venne un intuizione, andò in una camera a prendere un grande specchio che appese al muro e lì, guardandola, iniziò finalmente a comprendere - nella sua mente - tutto quel che lei diceva. Narrazioni sorprendenti, saghe del Popolo Segreto, grandiose verità che nessuno aveva mai intuito, un fiume in piena di cose di una bellezza straordinaria che lo confondevano. Il poeta, pieno di riconoscenza, sempre guardandola nello specchio, col cuore stracolmo di gioia volle dichiarargli il suo amore sperando che non lo avrebbe mai più abbandonato e che gli avrebbe sempre dato quella magica ispirazione ma, mentre queste parole gli uscivano dalle labbra, fatali, l'immagine di Brigit nello specchio si sovrappose alla sua e pian piano trascolorò, svanendo, come fusa in lui. L'aveva perduta. E col tempo, negli anni che gli rimasero da vivere, capì che le Muse hanno immensi tesori da donare a chi li desidera ma nulla vogliono in cambio e, quando commetti l'errore di svelare loro i tuoi veri sentimenti, svaniscono in cerca di un altro poeta...
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LA FAVOLA DELLA GUARDIA DEL VILLAGGIO

18 giugno 2012 ore 09:12 segnala


Pubblicato per la prima volta in internet il 21 agosto 2009

C'era una volta, in quel certo villaggio, un signore che era stato incaricato dal sindaco di fare la guardia per le strade e lui, tutte le notti, col caldo o con il freddo, se ne andava in giro a vegliare sulla tranquillità degli abitanti. Girava per vicoli e strade, guardava i portoni delle case per assicurarsi che fossero chiusi,si avvicinava alle imposte illuminate per sentire se ci fossero litigate o rumori sospetti, andava di qua e di là per ore e ore e ore. Faceva questo lavoro da anni e aveva visto cose strane e cose brutte, e perfino cose che pensava sarebbe stato saggio non raccontare a nessuno ma, conscio del proprio lavoro, continuava imperterrito tutte le notti a fare le sue ronde. Conosceva bene i colori del tramonto, ne aveva visti migliaia e sempre lo commuoveva assistere alla discesa del sole oltre l'orizzonte e il sorgere nel cielo terso e ancora blu delle prime stelle della sera. Così come attendeva con piacere, spesso con ansia, il sorgere dell'alba quando il freddo pungente nell'aria lasciava il posto ai profumi dell'erba che iniziava a dissolvere la rugiada. Purtroppo però vivere di notte gli aveva cambiato completamente i ritmi e quando rientrava a casa per gettarsi sul letto faceva sempre più fatica a prendere sonno. I raggi che filtravano dalle imposte lo disturbavano, i rumori delle persone che andavano al lavoro lo tenevano in uno stato di veglia continua; stava sempre sul chi vive e il suo sonno non era più profondo come in gioventù. La stanchezza era diventata la sua compagna abituale, mangiava poco e svogliatamente, quel che trovava in casa o quel che comprava alla locanda prima di rientrare, a volte solo un boccale di latte con certi panini morbidi e dolci da inzupparci dentro, a volte invece la sera, prima di prendere servizio, ordinava grandi piatti di zuppa o magari dello stufato. Amava quei grossi bocconi di montone stufati nel sugo con le patate cotte nel burro, anche se poi si sentiva appesantito e la voglia di girare per le strade se ne andava. Da parecchio tempo aveva cominciato a prendere strane abitudini, tralasciava spesso le zone più periferiche, quelle che costeggiavano il Bosco Buio perché sentiva rumori, voci inafferrabili, sommessi borbottii, vaghi sussurri, talvolta molto vicini a lui, che lo facevano girare di scatto solo per vedere che oltre la sua ombra gettata dai lampioni sul selciato non c'era nulla. Talvolta invece, gli sembrava di vedere cose dove non avrebbero dovuto esserci, ombre furtive che si muovevano rapide agli angoli della sua visuale e arrivava alla fine del suo turno angosciato e stanchissimo. Sapeva bene, perché anche lui amava andare ai raduni nella locanda col narratore e starlo ad ascoltare, quante cose esistessero al di là della normalità e tutte le immagini del Popolo Segreto gli ronzavano fastidiose nella mente quando faceva le ronde notturne. Anche per questo teneva sempre la mano sul calcio della pistola e con l'altra a volte accarezzava la reliquia di San Giuda che portava al collo, sotto la divisa, incerto su quale fare più affidamento in caso di pericolo... e venne una notte, che era più stanco e stravolto del solito, in cui attraversò il viale centrale senza neanche guardare i portoni ai lati ma con gli occhi fissi in fondo, dove finivano le case, dove il buio si addensava, dove i bagliori gialli dei lampioni non giungevano. Qualcosa lo attirava laggiù, era certo che nel buio ci fosse qualcosa che si stesse muovendo. All'inizio pensò a qualche animale uscito dalla foresta, un lupo forse e strinse più forte il calcio della pistola ma quando arrivò al punto in cui la luce diffusa dal villaggio iniziava a perdersi nella oscurità distinse chiaramente che qualcosa c'era e non era una buona cosa. Era una forma vagamente umana, quel che si muoveva là dentro, distinse un corpetto consunto di cuoio e degli alti stivali e poi, in alto, il berretto rosso del peggiore folletto del Borden, un essere talmente malvagio da aver dato quel colore al suo copricapo a forza di intingerlo nel sangue delle sue vittime. Berretto Rosso avanzava lentamente brandendo un ascia dal lungo manico e dalla lama scura e, preso dal panico, la guardia estrasse l'arma e gli sparò contro facendogli volare dalle mani l'ascia. Ma il folletto estrasse un coltello e gli si gettò addosso, finirono entrambi in terra avvinghiati tentando di sopraffarsi l'un l'altro quando la guardia estrasse il ciondolo che portava al collo e schiacciò la reliquia sulla faccia del folletto che gettò un urlo e svanì in uno sbuffo di fumo acre e denso. La guardia si rialzò tremante, si recò alla locanda che era sempre aperta per bere un bicchiere di gin e darsi forza poi andò da Padre O'Malley a raccontare tutto. Il padre lo ascoltò in silenzio, lasciò che sfogasse tutti gli anni di stanchezza e di paure che portava dentro il cuore e poi lo benedì per cacciare da lui ogni residuo del male che aveva incontrato. Da allora la guardia visse più tranquillo perchè, accettando il consiglio di padre O'Malley, tutte le mattine si recava in canonica dove il sacerdote gli aveva preparato un letto vicino alla piccola statua di San Giuda e lì, finalmente, nel buio, nel silenzio e con l'odore dell'incenso che gli accarezzava la mente, dormiva trovando la sua piccola pace quotidiana.
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« immagine » Pubblicato per la prima volta in internet il 21 agosto 2009 C'era una volta, in quel certo villaggio, un signore che era stato incaricato dal sindaco di fare la guardia per le strade e lui, tutte le notti, col caldo o con il freddo, se ne andava in giro a vegliare sulla tranquillità...
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LA FAVOLA DELLA FATA INNAMORATA

19 marzo 2011 ore 23:36 segnala


Pubblicata per la prima volta in Internet il 18.08.2009
C'era una volta, ai bordi del villaggio, la casetta del narratore e lì viveva tranquillo il suo bambino, sempre occupato a trafficare con i suoi giochi e i suoi trasitulli. Amava girare col padre quando capitava qualche strana avventura ma di solito era abbastanza tranquillo. Un giorno che gli era venuta voglia di andare a trovare Re Brian si attrezzò di tutto punto, mise nella bisaccia le matite colorate e la gomma di cera e pane, una fiaschetta di sidro per donarla al Re, il piccolo flauto magico che aveva preso dal cassetto del padre, un coltellino, una forma di pane e un grosso pezzo di formaggio avvolto in un telo di lino. Equipaggiato a puntino, si infilò il mantello e se ne partì verso il bosco diretto alla radura dei tumuli, di buon mattino. Camminò attento a non calpestare nessuna piota vagante e divertendosi quando si accorse che da sotto i cespugli alcuni piccoli spriggan lo osservavano pensierosi se avesse con sé qualcosa da rubacchiare. Camminò e camminò e quando gli venne sete, rammentandosi di non aver portato acqua e non volendo toccare il sidro, raggiunse l'antico pozzo di Rilley che si stagliava ancora, dopo moltissimi anni, vicno ad alcuni ruderi di una fattoria ormai disabitata. Il grande pozzo era sormontato da un arco metallico scurito dalla ruggine dal quale pendeva ancora la lunga catena attaccata ad un secchio di legno doghettato che veniva comunemente usato dai viandanti e anche dal Popolo Segreto quando ne aveva bisogno; essendo una cosa utile a tutti per comune consuetudine nessuno lo aveva mai danneggiato anzi, certe notti, i trow andavano persino ad ungere la catena e la ruota con del grasso di pecora. Si sedette lì vicino per riposarsi poi calò il secchio e lo ritirò pieno d'acqua fresca: mentre la beveva gliene sfuggì la presa e ne cadde parecchia in terra formando una piccola pozza sulle lastre di pietra sconnesse che lastricavano la base del pozzo. Per gioco ci si specchiò ma vide con sorpresa due volti, il suo e quello di una bambina; subitò si voltò per vedere chi ci fosse vicino a lui ma era solo! Sempre più sorpreso guardò di nuovo e la bambina - sorridente - era sempre lì vicino al riflesso della sua testa. Senza pensarci su chiese ad alta voce:-" Chi sei?" e, cosa curiosissima, una voce gli rispose dalla pozza. " Mi chiamo Gwyn, e vivo nell'acqua." Il bambino si mise a sedere vicino alla piccola pozza senza sapere cosa fare quando si sentì battere sulla spalla; si girò e vide il piccolo Re Brian con un gruppetto di folletti vestiti di verde, che ridacchiavano. " Allora, cosa hai combinato stavolta? Hai preso una Asrain, che ci vuoi fare adesso?" , "Cos'é un Asrain, Maestà?" rispose il piccolo. " Sono le piccole fate dell'acqua, ma non può vivere fuori dell'acqua perché il sole la dissolverebbe. Dobbiamo rimetterla dentro, non credi?" "Oh certo, poverina! Ma come facciamo?" "Bene, tu l'hai tirata fuori e tu devi rimetterla dentro. Potresti aspirarla e poi rigettarla nel pozzo..." "Oh!", fece il piccolo, ma non poteva succhiare la pozza con le labbra e dopo averci pensato su trasse il piccolo flauto del padre e, usandolo come una cannuccia, succhiò tutta la pozza con la fata bambina poi, con le guancie gonfie si affacciò al bordo del pozzo e ve la rimandò dentro. Si girò soddisfatto verso Re Brian e vide lui e i folletti che si rotolavano in terra tenendosi le pancie dalle risate. "Be'? Cosa ho fatto stavolta?", chiese, al che Re Brian rispose che così facendo l'aveva baciata e ora erano fidanzati..."Santo Cielo, ci mancava solo questa! Ma sono solo un bambino!" e tutti i folletti, ridendo, risposero in coro:-" Ohh, ma le fate sanno aspettare..." Perciò, da allora, una volta al mese, il bambino - che era molto coscienzioso - tornò al pozzo di Ryddell a suonare qualche giga a Gwyn col flauto, in attesa che gli venisse in mente qualche buona idea per risolvere quella stranissima situazione...
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« immagine » Pubblicata per la prima volta in Internet il 18.08.2009 C'era una volta, ai bordi del villaggio, la casetta del narratore e lì viveva tranquillo il suo bambino, sempre occupato a trafficare con i suoi giochi e i suoi trasitulli. Amava girare col padre quando capitava qualche strana a...
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LA FAVOLA DI HY BREASIL

29 dicembre 2010 ore 13:48 segnala

Data di prima pubblicazione in Internet: 16.08.2009

C'era una volta, in quel villaggio lontano lontano, un narratore che aveva così tante cose da raccontare, forse tante quante ne aveva raccontate sino ad allora e sempre più ne trovava durante i suoi viaggi e durante i suoi incontri con il Popolo Segreto. A volte il suo bambino lo accompagnava , altre volte se ne andava da solo sempre godendo di quanto lo circondava, della natura che sempre sapeva ricominciare a vivere anche dopo qualche disastro. Ogni filo d'erba sembrava parlargli, ogni tramonto nascondeva in sé qualche perla da rubare per donarla agli altri. Un giorno che era in viaggio, con l'idea di giungere alla spiaggia dove aveva incontrato Paulie per vedere se il mare avrebbe avuto per lui nuovi doni e nuove storie, cominciò stranamente a sentirsi poco bene, ad avvertire i refoli del vento più freddi sul collo, le nuvole sembravano più grigie, l'erba aveva assunto una tonalità spenta. Ebbe forte la sensazione che tutto stesse sfilacciandosi, come se dovesse giungere ad una fine e ne provò una sottile paura. Ma non smise di andare avanti, si concesse solo qualche sosta in più lungo il cammino, approfittando dell'ospitalità delle rare fattorie che incontrava nelle quali scambiava racconti con un pranzo anche se povero, ed un giaciglio anche se di fortuna. Dormì su letti di piume, su sacchi imbottiti di fieno, nelle stalle vicino alle zampe dei cavalli e più spesso sotto alberi nodosi, coperto da cespugli profumati e cullato dal canto delle fate silvestri. Il sonno però tardava a raggiungerlo, e quel poco che dormiva lo faceva in maniera agitata, come se un urgenza lo spingesse a non perdere tempo, come se qualcosa dovesse accadere e si rialzava più stanco di prima. Aveva anche smesso di farsi la barba e le occhiaie oscuravano i suoi occhi, dandogli un aspetto sfinito. Giunse una mattina alla fine del sentiero e rimirò la grande spiaggia e le onde frangersi verso la riva. Si sedette con la schiena contro un enorme masso, lasciandosi andare alla stanchezza, assaporando il salmastro degli spruzzi del mare che gli riportarono alla mente il gioioso sapore, caldo e rotondo, del buon whisky che si produceva nel villaggio, affumicato su letti di torba accesa. Le goccioline d'acqua imperlavano il suo viso e ristette così a lungo, finendo per addormentarsi mentre l'umidità penetrava piano nel suo corpo, freddandolo fino alle ossa. La notte era scesa da un pezzo e chi sa se e come si sarebbe risvegliato, in quelle condizioni, quando lo scoppiettare del fuoco di legna lo riscosse; aprì gli occhi e poco distante la luce delle fiamme danzava allegra su una catasta di rami disseccati dal sole e dal vento. Restò sorpreso, chiedendosi chi avesse acceso quel fuoco, si voltò e la vide, seduta a gambe incrociate su un piatto masso alla sua destra, bianca e risplendente della luce della luna, con i lunghissimi capelli mossi dal vento, silenziosa come sempre, intenta a guardarlo. Sorrideva e quel volto di eterna bambina gli procurò una stretta al cuore. Sorrise anche lui e Paulie scese per andargli a fianco, non avevano bisogno di parlarsi, si comprendevano sin troppo bene. Restarono così a lungo e lui le disse di essere venuto per chiedere al mare altre storie, altre leggende, altre fiabe da narrare. Paulie annuì e gli prese la mano tra le sue. Aspettarono l'alba. Quando i primi raggi del sole comparvero maestosi all'orizzonte, tergendo di rosso e poi di rosa le ultime nuvole della notte Paulie si portò l'indice alle labbra a chiedergli di restare in silenzio poi indicò il mare dove una vaga forma stava avanzando, sempre più vicina, ingrandendo a vista d'occhio. Sembrava galleggiare sopra le onde, come se neanche le sfiorasse, invece era solo l'effetto della schiuma che si frangeva contro i suoi bastioni di roccia. Eccola lì, pensò il narratore, nessuno l'ha mai vista davvero e invece eccola lì... Hy Breasil avanzava, sorprendente, enorme, come tutti l'avevano sempre sognata e come ognuno - nei secoli - l'aveva narrata senza averla mai vista davvero. Erano forse flauti quelli che udì? o dei cori? o le campane d'argento degli antichi re? non lo sapeva ma era un lontano, meraviglioso concerto quello che fendeva l'aria intorno ad Hy Breasil. La luce che la permeava si diffuse sulle acque ed un raggio più potente arrivò sino a loro, Paulie tenendolo per mano avanzò, lui la seguì e camminando sulla luce giunsero all'isola magica. Era Morgana quella che li attendeva? Oh sì, dalla bellezza capace di incenerire, dalle vesti di un verde smeraldo ricamate sontuosamente d'oro. Morgana offrì al narratore l'unguento fatato da mettere sulle palpebre e lui vide, fino all'ultimo particolare, la favolosa reggia degli antichi re e ne restò affascinato poi entrarono nella corte dove per lunghi giorni e lunghe notti, mentre Hy Breasil avanzava sul mare celata agli sguardi del mondo, potè ascoltare leggende di cui non aveva mai avuto sentore, onorato dalla grande ospitalità della corte del Popolo Segreto. Venne poi il momento del distacco che Morgana volle rendergli meno faticoso lasciando che si addormentasse, magicamente facendolo giungere ai bordi del Bosco Buio, così che non avesse a patire le fatiche del lungo viaggio. Quando si svegliò, contornato dai leprechaun di Re Brian, che gli sedevano intorno incuriositi, si sentì bene,persino ringiovanito, pieno di forza e quasi accecato dai nuovi meravigliosi colori che tutto quel che aveva intorno mostrava; qualcosa però gli sfuggiva dalla mente, qualcosa che non riusciva ad afferrare... Come mai, se era partito per un lungo viaggio, era ancora nei pressi del villaggio? E come mai aveva la testa piena di incredibili storie se nessuno gliele aveva raccontate? Decise di non pensarci troppo, si rialzò salutando dignitosamente i leprechaun che apprezzarono e nascosero vergognosi dietro la schiena i fuscelli di biancospino che tenevano pronti per tirargli un "colpo d'elfo" se si fosse comportato male, e se ne andò verso casa. Non ricordava il viaggio, non ricordava la malattia che lo aveva afflitto, non ricordava... perchè Morgana sapeva che non è un bene che alcuno veda Hy Breasil, certe leggende devono restare leggende. Soltanto Paulie, che gli aveva rubato il male dal corpo per gettarlo nel buio profondo del mare, ricordava tutto, sospirando, seduta su uno scoglio...

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Data di prima pubblicazione in Internet: 16.08.2009 C'era una volta, in quel villaggio lontano lontano, un narratore che aveva così tante cose da raccontare, forse tante quante ne aveva raccontate sino ad allora e sempre più ne trovava durante i suoi viaggi e durante i suoi incontri con il Popolo...
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29/12/2010 13:48:59
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LA FAVOLA DI RE FIRANNAN

29 novembre 2010 ore 09:28 segnala

Data di prima pubblicazione in Internet: 11 agosto 2009 :

C'era una volta, molti secoli prima che il villaggio che ben conosciamo venisse non dico costruito ma anche solo pensato, una grande tribù di guerrieri, i Tuatha dè Danann, che regnavano sulla zona più a nord del continente e sulle isole circostanti. Venne il giorno in cui all'orizzonte spuntarono le lunghe navi dei re spagnoli che iniziarono con loro una guerra lunga, devastante e senza quartiere. Persino gli antichi dei abbandonarono i Tuatha dè ed essi furono costretti a ripiegare, con i loro re e le loro corti, decimati, nelle antiche grotte e nei tunnel sotterranei che dalle antiche miniere portavano alle grandi città sotterranee scavate sotto le colline. Così, col passare dei secoli, la stirpe dei Tuatha dè si trasformò, lentamente, dando vita ai mille rivoli degli elfi, dei nani, degli gnomi e dei folletti che ancora abitano nelle città fatate sotto le colline. Uno dei loro re, Firannan, aveva una moglie meravigliosa, gioia per i suoi occhi e per quelli del suo popolo ma il re non era mai soddisfatto e spesso usciva la notte con la sua Orda per rapire le donne degli umani e farne altre sue spose, con grande disappunto della regina. Una notte di plenilunio l'Orda partì per una razzia nella contea di Stafford e tornò con Nenhet, la giovane e bellissima sposa di mastro O' Callahan; il re la fece sistemare nelle sue stanze e lì la lasciò, in attesa che la prigionia la riducesse a una sua accettazione. Nel villaggio la gente di Stafford era inferocita e partirono diverse spedizioni per ritrovarla ma le tracce dell'Orda si erano dissolte alle prime luci dell'alba. Mastro O'Callahan non si diede pace e proseguì nella ricerca fino a rimanere solo; si aggirava nei boschi soffermandosi su ogni minimo particolare che potesse sembrargli diverso dall'ordinario e riconducibile al Popolo Segreto. Al fine, stremato, si stabilì nel vecchio e disabitato mulino dei Finder, che ormai da tempo avevano lasciato la regione. Una notte venne svegliato da strani rumori: pian piano si affacciò alla sala della macina e vide un fenoderee intento a lavorare di buona lena attorno ai meccanismi. Cercando di non spaventarlo ne attirò l'attenzione e gli si rivolse, con calma, chiedendogli cosa stesse facendo. I fenoderee sono dei folletti che vivono nascosti nei mulini e continuano a farli funzionare all'infinito, anche se a loro non importa cosa macinino o se quel che ne viene sia commestibile. Quello non faceva differenza, alto, bruno e peloso, roteava la falce nel frantumare steli di paglia che gettava nella macina e raccoglieva la polvere che ricavava in sacchi che poi accumulava contro un muro del mulino. Il fenoderee gli chiese se fosse lui il padrone del mulino e se fosse soddisfatto del suo lavoro. Mastro O'Callahan subito rispose di sì e lo ringraziò per la premura che aveva avuto nel far andare il mulino in sua assenza. Il fenoderee assunse un aria soddisfatta, poi il mastro gli disse che intendeva portare quei sacchi in omaggio a re Firannan ma aveva dimenticato la strada per la corte fatata. Il fenoderee si dichiarò disposto ad accompagnarlo e il mastro volle premiarlo donandogli il suo panciotto, che il folletto indossò di buon grado, pavoneggiandosi, tutto nudo e irsuto, con quel vestito indosso che gli stava curiosamente piccolo. Presero ognuno un sacco sulle spalle e si incamminarono. Quando furono in vista della collina fatata il folletto si fermò dicendo che lui non poteva andare oltre, essendo stato scacciato dal re anni prima quindi salutò il mastro e tornò al mulino. Il mastro attese il sorgere del sole poi prese dalla sua sacca un piccone e iniziò a battere e a scavare la sommità, urlando a chi c'era dentro che non si sarebbe fermato finchè il sole non fosse entrato dentro e li avesse dissolti tutti, se non gli avessero ridato la moglie. I coboldi corsero urlando dal re ad avvertirlo e quello, fremente di rabbia, dovette acconsentire. Fece liberare Nenhet e la fece uscire da un apertura della collina, magicamente apparsa tra i rovi. Lei uscì schermandosi gli occhi e abbracciò il marito poi corsero lungo il fiume pronti ad attraversarlo se fossero stati inseguiti, certi che i cavalli fatati, i kelpie da guerra dell'Orda, mal sopportavano l'acqua dolce. Giunsero al loro villaggio e qualche tempo dopo partirono per raggiungere la contea di Shannon che era ben nota per non essere mai stata visitata dal Popolo Segreto. Re Firannan rimase a lungo sotto la sua collina a rimurginare sulla differenza tra il desiderio e l'amore, e a quali prove quest'ultimo sapesse condurre...

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Data di prima pubblicazione in Internet: 11 agosto 2009 : C'era una volta, molti secoli prima che il villaggio che ben conosciamo venisse non dico costruito ma anche solo pensato, una grande tribù di guerrieri, i Tuatha dè Danann, che regnavano sulla zona più a nord del continente e sulle isole...
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LA FAVOLA DELL' UOMO ETERNO

03 novembre 2010 ore 12:17 segnala

Data di prima pubblicazione in Internet: 08.08.2009

C'era una volta, oltre il fiume che attraversava il villaggio, una capanna antica ma costruita solidamente con forti pietre all'esterno e tronchi d'albero all'interno a fare da pareti, e questi tronchi erano stati cesellati e scolpiti finemente attraverso una moltitudine di anni. Anni che avevano lasciato il segno ricoprendo di un folto tappeto di muschio il tetto, sin quasi a lambire il terreno, proteggendo l'abitazione dai rigori del freddo e rendendola gradevole nel calore dell'estate.. Le sue pareti, che dall'esterno sembravano basse, dall'interno rivelavano la loro altezza poichè subito passato l'ingresso si scendeva per accedere ad una camera molto più spaziosa di quanto si sarebbe immaginato. Chi vi abitava non ricordava più quanti anni avesse o, forse, non voleva più ricordarlo. Veniva da lontano, da terre che gli abitanti del villaggio non avevano mai sentito nominare, terre che neanche esistevano più, celate nell'oblio dei secoli. Aveva visto torri gigantesche diventare polvere, aveva vagato per colline che ora erano letti di fiumi. Era stato un uomo e milioni di uomini, aveva visto crocifiggere il figlio di Dio e aveva spezzato per la vergogna la lancia con cui l'aveva colpito. Aveva solcato i mari, ucciso l'albatros che indicava la rotta e visto morire tra i ghiacci tutti gli uomini del suo equipaggio. Aveva chinato la schiena sotto la frusta mentre implorava per una birra con i muscoli distrutti dalla fatica di trascinare le pietre per erigere le piramidi. Aveva perduto la strada nella foresta , alla ricerca di Cybola, e mentre i suoi uomini morivano sotto le frecce degli indigeni era sfuggito su una zattera. Aveva raggiunto Londra una notte, solo, sul ponte di un veliero che aveva attraccato al porto senza che mano umana lo comandasse ed era disceso portando dietro di sè i topi e la peste. Molte cose aveva fatto e più ancora ne aveva viste ma la via del Bene era sempre sfuggita tra le sue dita come cenere impalpabile. Sapeva di avere su di sè una maledizione che non avrebbe potuto infrangere ma ormai non se ne curava più. Aveva imparato tutte le filosofie, tutta la storia, ogni argomento dello scibile e infine si era rivolto alla Magia, nel vano tentativo di trovare un indizio che lo avrebbe liberato. Certe sere, seduto davanti al fuoco, ricordava ancora le discussioni avute con Ermes Trismegister, le danze sfrenate dell'oracolo di Delfi, la fuga sui tetti insieme a Giuseppe Balsamo. A volte, ghignando, gli tornava alla mente il viso pallido di Cotton Mather, l'unico che aveva intravisto nella profondità dei suoi occhi tutto quel che c'era da vedere e anche di più, e se ne era ritratto terrorizzato per sfogare poi la sua rabbia a Salem... Alfine, il vecchio aveva preso una curiosa abitudine: ogni giorno, da anni, andava nel bosco a raccogliere rami, li scortecciava, ammollava il legno bianco e morbido in certi calderoni e stendeva questa pasta di legno su degli stampi, formando pagine e pagine. Centinaia di pagine, migliaia di pagine, che pazientemente rilegava unendole con colla d'uovo e farina. Era cosa rara incontrarlo nel bosco vicino al quale viveva, la gente del villaggio si comportava come se non esistesse e lui non si curava di loro. Aveva la sua porta magica, nell'angolo più buio della casa, attraverso la quale riusciva ad andare qua e là per il mondo ma anche questo non gli dava diletto alcuno e da tempo non la usava più se non per portare indietro quel poco che gli serviva per mangiare.Un giorno d'estate, il bambino e suo padre, il narratore, passavano nel bosco alla ricerca di piante di timo serpillo da mettere nel loro giardino, quando lo incontrarono. Si rivolsero cenni di saluto cortesi poi, per la prima volta dopo un tempo infinito, il vecchio rivolse loro la parola invitandoli a desinare con lui. Il narratore aveva una vaga idea sul vecchio ma non era confortata da certezze e accettò, anche se prudentemente. Una volta seduti il vecchio volle dir loro quanto si sentisse solo e iniziò a raccontare la sua storia. Più che una storia, era un insieme di leggende, di miti, di cose talmente favolose che il bambino, nella sua ingenuità, non sapeva se accettare per vere o mettersi a ridere ma suo padre stava attento e così fece anche lui. Scese la notte e tutte le sue iniquità, tutti i suoi peccati, tutto il male che gli uomini fanno era ormai lì tra loro, uscito come un fiume in piena da una fessura dell'inferno. Padre e figlio avevano gli occhi pieni di lacrime per quanto avevano udito e la tristezza e la commozione stringevano i loro cuori; poi il piccolo si avvicinò al vecchio e, prendendogli la mano, disse: "Io ti perdono". Il padre lo guardò e capì che chi parlava non era suo figlio ma qualcuno molto più grande di tutti loro. Un raggio di luce invase la stanza e videro distintamente il vecchio dissolversi in un pulviscolo dorato che prese a vorticare nella stanza. Quando sparì il vecchio non c'era più e tutti i libri bianchi che aveva rilegato erano coperti di milioni, miliardi di parole. Tutto quel che era stato ora era conservato per sempre in quelle pagine, a testimoniare quel che l'uomo non dovrebbe mai fare. Uscirono in silenzio chiudendo la grossa porta di legno e il narratore portò via la chiave affinchè nessuno potesse infrangere il silenzio di quelle storie.

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Data di prima pubblicazione in Internet: 08.08.2009 C'era una volta, oltre il fiume che attraversava il villaggio, una capanna antica ma costruita solidamente con forti pietre all'esterno e tronchi d'albero all'interno a fare da pareti, e questi tronchi erano stati cesellati e scolpiti finemente...
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LA FAVOLA DELLO STUDIOSO

11 ottobre 2010 ore 11:41 segnala

Data di prima pubblicazione in Internet: 04.08.2009

C'era una volta, nel villaggio che ben conosciamo, un uomo di lettere che amava molto studiare qualsiasi cosa gli capitasse sotto gli occhi. Spesso si era allontanato da casa in lunghi viaggi per raggiungere antiche e celebri biblioteche dove aveva trascorso ore ed ore chino sui libri, leggendo senza sosta tutti i più vari argomenti. Si era fatta così una cultura invidiabile e quando parlava era una gioia starlo a sentire, discuteva con capacità su tutti gli argomenti che gli venivano proposti e a dire la verità già da tempo intendeva d'andar via dal villaggio, faticando a trovare chi gli stesse dietro nelle sue conversazioni. Un giorno preparò una grande valigia di cuoio e legno, ci mise il necessario e partì per andare all' abbazia di Gloster, avendo saputo che vi erano custoditi manoscritti talmente antichi che nessuno era riuscito a comprenderli. Giunto che vi fu, chiese ospitalità al Priore e dopo aver sistemato la sua cameretta si dedicò alla biblioteca. Guardò con soddisfatto stupore i grandiosi saloni dalle volte così alte che si perdevano nel buio, le altissime e ripide scale di legno appese per raggiungere i tomi e i tavoli di quercia dove consultarli alla luce di grandi candelabri di bronzo scuro. In pochi giorni aveva già esaminato volumi di scienza, di religione, di antiche letterature e pensò di dedicarsi ai libri di alta magia, anche se il Priore lo redarguì in merito, consigliandolo apertamente di non farlo. Non se ne dette per inteso anzi, incuriosito, prese i rotoli più vetusti e prese a tentare di decifrarli. Una notte ne scovò uno redatto nella perduta lingua elfica e vergato con una grafia sottile e curva: ricordava però le lezioni che gli aveva dato il narratore del villaggio il quale, essendo amico di Oberon, la conosceva e si era peritato d'insegnargliela. Lesse con stupore le cronache delle guerre tra Re Brian e Re Oberon, lesse come il dio Dagda si mutava in cervo per dare la caccia ai cacciatori, seppe quale oscura divinità stesse realmente dietro ai Giganti che avevano invaso il Regno Segreto e trovò molte formule perdute da secoli, se non addirittura da millenni. Se le trascrisse con cura in un diario che portava con sè e si ritirò nella sua stanza. Quella notte l'emozione lo rese febbricitante, non vedeva l'ora di poter tornare al suo paese per sfoggiare tutte quelle conoscenze. Vaghi sogni di potere, ricchezza e fama scivolavano rapidi nella sua mente. Capì quanto oro avrebbe potuto strappare ai coboldi dell' arcobaleno, immaginò persino di poter vedere un giorno re Oberon inchinarsi davanti a lui... Giunse il mattino e, dopo aver salutato tutti, anche il Priore che lo guardava con sospetto, partì per il lungo viaggio di ritorno. Seduto nella diligenza accarezzò il diario nascosto sotto le pieghe del mantello e, giunti che furono ai bordi del Bosco Buio chiese al postiglione di farlo scendere per poter tornare a casa a piedi. In realtà desiderava avere ancora un poco di tempo per provare a recitare alcune delle formule che aveva imparato; si avviò sul sentiero e, sfiorando i grandi alberi, li faceva fremere al tocco delle dita mentre mormorava sottili incantesimi, guardava cespugli fioriti e comandava loro di seccarsi, volgeva il braccio verso le messi coltivate in lontananza e ad un suo gesto esse si aprivano lasciando intravvedere sentieri magici. Inebriato dal potere si sedette su un tumulo per fumare un poco di tabacco grasso e speziato, sbirciando le pagliuzze di Perique piccante che gli aveva donato il narratore e che aveva mescolato al buon Latakia. Non passò mezz'ora che, attirato come sempre dal forte profumo del tabacco da pipa - un vizio al quale non sapeva resistere -, davanti a lui comparve Re Brian Borough con un gruppetto di folletti vestiti di verde brillante. Lo studioso non credette alla propria fortuna e quando Re Brian, molto gentilmente in verità, gli chiese di poter assaggiare il suo tabacco lui invece pronunciò velocemente un grande incantesimo che aveva strappato a quell' antico rotolo. Il gruppetto restò immobilizzato e, mentre Re Brian diventava paonazzo dalla rabbia, l' uomo gli chiese di farlo diventare la persona più felice della terra. Ci fu un lampo ed eccoli lì, tranquillamente seduti in una vecchia bicocca ai bordi del villaggio, lui e Re Brian, a bere cervogia da grossi boccali di peltro e a narrarsi storie da buoni amici. Il Re lo aveva trasformato nella persona più felice della terra: un povero ciabattino, completamente dimentico di sè e del proprio passato, soddisfatto di quel po' di birra che aveva e di avere un tetto sulla testa per dormirci e un vecchio amico col quale chiacchierare di quanto latte quell' anno avessero dato le mucche frisone. D' accordo, Re Brian era veramente una peste, ma cosa si può volere di più del vivere tranquilli e avere buoni amici ai quali raccontare qualche storia?

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Data di prima pubblicazione in Internet: 04.08.2009 C'era una volta, nel villaggio che ben conosciamo, un uomo di lettere che amava molto studiare qualsiasi cosa gli capitasse sotto gli occhi. Spesso si era allontanato da casa in lunghi viaggi per raggiungere antiche e celebri biblioteche dove avev... (continua)
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LA FAVOLA DEL BAMBINO CHE NON PARLAVA

23 settembre 2010 ore 11:08 segnala

Data di prima pubblicazione in Internet: 25.07.2009

C'era una volta, nel paesino che ben conosciamo, un uomo che aveva avuto un bambino e lo vedeva crescere e giocare sano e bello. Ma quel bambino di iniziare a parlare proprio non voleva saperne e la mamma si disperava anche perchè si avvicinava il momento di andare a scuola e sarebbero stati guai. Il piccolo non ci pensava, contento di fare i suoi giochi e di esprimersi a segni e a borbottii. Il padre andò a parlarne col narratore del villaggio, sperando che gli potesse dare qualche consiglio, ché di cose ne sapeva tante e lui gi raccontò di una vecchia credenza popolare. Bisognava recarsi all'antico castello di Blarney e far baciare la pietra magica al bambino, così si sarebbe risolto tutto, la pietra era la metà di quella posta sotto il trono degli antichi Re e sulla quale essi avevano giurato fedeltà alla nazione ed al popolo, ed aveva grandi poteri. Detto fatto, il buon uomo preparò la sua carrozza di legno, quelle grandi e belle carrozze con l'abitacolo in legno a forma di grande botte, con le finestrelle e le tendine, ci attaccò i cavalli, prese il piccolo e partì. Ci misero diversi giorni, passandoli a godersi il paesaggio e le meravigliose notti stellate, ascoltando i sussurri delle Fate della campagna e facendo a gara se vedevano qualche cappello di gnomo spuntare nei campi coltivati. Arrivarono al maestoso castello di Blarney che da secoli dominava le vallate circostanti, chiesero il permesso di salire in cima alla torre e quando furono lì, videro il famoso buco nel pavimento dal quale si accedeva ad un profondissimo cunicolo. La Pietra Magica di Scone era incastonata lì dentro a poche decine di centimetri dall'orlo. Il padre tenne il bambino ben fermo e questi si distese col capo nel buco, trovò la Pietra e la baciò. Soddisfatti se ne tornarono alla carrozza, dopo aver salutato i proprietari del maniero. Non passò un ora che il bambino cominciò ad elencare tutte le cose che vedeva rendendo suo padre molto soddisfatto. Ma poi, per tutto il viaggio, non tacque per un minuto, eccezzion fatta per il tempo in cui dormiva. E parlò, e parlò, e una volta arrivati andò a salutare tutti i conoscenti intrattenendosi con loro in lunghissime chiacchierate. Andò anche dal narratore per ringraziarlo e si fece raccontare tutte le favole che conosceva così da poterle ridire ad altri! E chiacchierò poi, per tutta la vita, diventando famoso anche fuori del villaggio e della sua contea. Ah, i miracoli sono una gran bella cosa ma se si potesse dosarli a volte sarebbe meglio!

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Data di prima pubblicazione in Internet: 25.07.2009 C'era una volta, nel paesino che ben conosciamo, un uomo che aveva avuto un bambino e lo vedeva crescere e giocare sano e bello. Ma quel bambino di iniziare a parlare proprio non voleva saperne e la mamma si disperava anche perchè si avvicinava il...
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LA FAVOLA DELLE SCARPE BEN PAGATE

07 settembre 2010 ore 19:09 segnala

Data di prima pubblicazione in internet: 24 luglio 2009

C'era una volta, in quel certo villaggio che ben conosciamo, un uomo che faceva le scarpe: dai grandi stivali per andare a seminare le zolle alle scarpette da donna per andare al ballo di Calendimaggio, e gli venivano così bene che anche da altre località venivano per comprarle. Un giorno i Broggan che vivevano dentro le sue mura rubacchiando da mangiare si recarono a rendere omaggio a Re Brian e, davanti ai minuscoli boccali di birra, si vantarono di vivere a casa del più grande ciabattino vivente. Re Brian Borough si incuriosì parecchio e gli venne voglia di avere anche lui quelle scarpe così speciali. Re Brian infatti era solo il Re dei Folletti, non come Oberon che essendo il Re della Gente Segreta comandava su tutti, e perciò non aveva stuoli di servitori pronti a fargli qualsiasi cosa. Spesso le cose che voleva doveva rimediarle da sè. Una notte quindi, accompagnato da un gruppo di Leprechaun, andò dal ciabattino che fu molto sorpreso di trovarselo davanti: aveva sempre saputo di lui ma non lo aveva mai incontrato di persona. Si sedette sul tavolo (i folletti son proprio piccoli, si sa) e gli spiegò che voleva un paio di scarpe bianche e verdi, con i tacchi dorati e nel più breve tempo possibile, anzi, quella notte stessa! Il ciabattino gli propose di fargliele trovare per il tramonto seguente e si misero d'accordo sul prezzo, un paiolo di monete d'oro. Quando fu il momento Re Brian andò a prenderle e fu contentissimo di come gliele aveva fatte perciò fece comparire il paiolo promesso e se ne andò; poco dopo il ciabattino saltò sul suo carretto trainato da un pony e corse verso la Radura dei Tumuli. Ai folletti e altri esserini fatati che si presentarono disse che era venuto per acquistare tutto l'idromele che gli avessero portato e quelli, essendo molto avidi, si precipitarono a prendere tutte le botticelle che avevano con le quali riempirono la botte che aveva portato sul carretto. Lui l'assaggiò, ne fu soddisfatto e pagò tutti generosamente con le monete di Re Brian poi tornò alla locanda dove vendette la botte all'oste per l'equivalente di ben più di due paioli di monete d'oro. Il mattino dopo, appena sorse il sole, le monete di Re Brian, essendo fatate, scomparvero diventando cenere, suscitando l'ira dei folletti che andarono dal Re a protestare. Quando seppero che erano sue, si arrabbiarono talmente che Re Brian fu costretto a scappare a Cavanagh e a restarci per un mese finché non se ne furono dimenticati... Anche il ciabattino non si era dimenticato delle storie che raccontava il narratore e ben sapeva quanto Re Brian potesse essere infido perciò aveva escogitato quel piano: se devi fare una cosa, falla in fretta! e non credere a tutto ciò che luccica...

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Data di prima pubblicazione in internet: 24 luglio 2009 C'era una volta, in quel certo villaggio che ben conosciamo, un uomo che faceva le scarpe: dai grandi stivali per andare a seminare le zolle alle scarpette da donna per andare al ballo di Calendimaggio, e gli venivano così bene che anche da...
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