LA FAVOLA DELLA RAGNATELA ETERNA

28 luglio 2010 ore 09:32 segnala

Data di prima pubblicazione in internet:  21 luglio 2009

C'era una volta, nella casa vicino al Bosco Buio, un bambino che amava giocare con i suoi trastulli e che spesso usciva per andare a vedere cosa stesse facendo la Gente Segreta, là nel folto del bosco. Così facendo aveva fatto amicizia con molti esseri fatati e spesso trovava da divertirsi parecchio insieme a loro; un giorno che stava passeggiando insieme a due scoiattoli, discutendo insieme a loro su quale albero avrebbero potuto trovare più nocciole, si trovarono davanti ad un piccolo sentiero, a malapena visibile tra la folta vegetazione. Incuriosito, ci si addentrò, noncurante del fatto che gli scoiattoli fossero voluti rimanere nella radura. E cammina, cammina, arrivò davanti ad una strana grotta che non aveva mai visto prima: si fece coraggio, accese la pila che portava con sè ed entrò dentro. Andando avanti cominciò a sentire freddo, era sempre più buio, alla fine si ritrovò la strada sbarrata da una ragnatela. Ma era una ragnatela enorme, immensa, fittissima, come una gigantesca nuvola rubata dal cielo e stipata lì dentro; non aveva mai visto una cosa simile! Sentiva distintamente in lontananza il frusciare dei ragni e cercando di vederli ne strappò qualche lembo. Subito sentì una vocina dirgli: "Non lo fare, non lo fare!" Ma lui, no, continuò imperterrito a strappare la ragnatela per arrivare dall'altra parte ed ecco che, dal profondo della grotta, si alzò come un vento fortissimo che uscì ruggendo dalla caverna. Il bambino rotolò fuori trasportato dal vento e pieno di paura iniziò a correre verso casa. Corse e corse e non si sentiva più nulla nel Bosco, nessun uccello cantare, nessun folletto fare musica, niente di niente. Quando fu arrivato a casa spalancò la porta e... guardò la sua mano. Era cresciuta! Non poteva essere la sua! Si fermò davanti allo specchio dell'ingresso ed ecc là un bel ragazzo, grande e grosso: Stupefatto chiamò suo padre ma solo una voce roca e stanca gli rispose. Andò di sopra e lo trovò steso sul letto, vecchio, pieno di rughe e incapace di alzarsi. "Figlio, cosa è successo mentre eri nel bosco?" sussurrò. Lui gli racconto tutto e il padre disse:" Oh no, hai distrutto la ragnatela proibita. Il Re dei Ragni la tesse da millenni e tutti gli anni che passano, quando fuggono via, finiscono lì. Tutto il tempo del mondo era tenuto dalla ragnatela. Ora è ritornato addosso a tutti noi..." Il bambino, ormai grande ma sempre spaventato da morire, chiese cosa si potesse fare mai. Il padre, allo stremo delle forze, gli spiegò cosa - secondo le antiche leggende - andava fatto. Quando venne la notte il giovane andò a bruciare dell'incenso all'imboccatura del Grande Pozzo Vuoto, che da secoli troneggiava al centro del Bosco e al quale nessuno si avvicinava. Al sentire il profumo poco dopo fece capolino la grande testa del gigantesco Verme Ouroborous, bianco come la luna, che vide il ragazzo e pensò bene di catturarlo. Lui si mise a correre in cerchio attorno al Pozzo e corse e corse e corse con tutte le sue forze e quando il Verme cominciò ad essere stanco, il ragazzo raccolse un pupazzo che aveva portato e nascosto in un cespuglio, e lo lanciò nel Pozzo. Subito il Verme si tuffò per catturarlo e lui tornò a casa. Trovò suo padre come lo aveva lasciato la mattina presto, allegro e davanti ad un bicchiere di birra e si accorse che non arrivava al tavolo: era ritornato piccolo. Ouroborous, gli spiegò il padre, creava il Tempo, girando all'infinito nelle profondità del mondo. Averlo fatto girare così tanto all'incontrario aveva riportato le cose a posto ma avevano corso un rischio terribile. Di certo da quella volta il bambino imparò a non toccare mai più, figurarsi a rompere!, le cose che non conosceva...

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Data di prima pubblicazione in internet:  21 luglio 2009 C'era una volta, nella casa vicino al Bosco Buio, un bambino che amava giocare con i suoi trastulli e che spesso usciva per andare a vedere cosa stesse facendo la Gente Segreta, là nel folto del bosco. Così facendo aveva fatto amicizia...
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LA FAVOLA DELL' ALBERO E DEL BAMBINO

13 luglio 2010 ore 11:54 segnala

Data di prima pubblicazione in internet: 16.07.2009

C'era una volta, in quel certo paesino lontano lontano, un piccolo ospedale e in quell'ospedale c'era una mamma, e quella mamma aveva un marito che portava a casa quel che guadagnava raccontando storie a tutti i compaesani, che volentieri la sera stavano ad ascoltarlo radunati nella piazza centrale o nella vecchia locanda. Loro bevevano e lui raccontava le storie di quando il villaggio era antico, di quando il mondo era giovane e di quando la Gente Segreta - ovvero gli abitanti del mondo delle Fate - viveva ancora insieme agli umani. Non come adesso che per trovarli dovevano andare nel bosco folto e talvolta rischiando anche incontri indesiderati... E alla fine, un giorno, la mamma in ospedale diede alla luce il bambino che ben conosciamo. Quando tutta la famiglia infine potè tornare a casa, dove il padre aveva preparato un sacco di cose bambinesche, balocchi, fronzoli e cose così, il popolo della Gente Segreta aveva già avuto la notizia. Si sa quanto le mosche amino chiacchierare di quel che vedono svolazzando in giro e le cetonie anche se non sembra hanno orecchie ben aperte perciò mentre nell'aria primaverile di quel certo mese di febbraio era tutto un rincorrersi di zinzii, ronzii, spicinii e fremere di alette le Fate che svolazzavano dalle parti di quel nugolo sentirono e andarono a riferire a Titania. La Regina amava molto il buon narratore e lo aveva invitato al suo desco varie volte quindi, d'accordo con Re Oberon, pensarono a che regali fare al nuovo arrivato. Intanto il padre aveva pensato bene di piantare un rametto di portulacaria afra, una pianta grassa che, nelle savane africane, può diventare un albero dalle foglie grasse e lucenti, cibo prediletto degli elefanti. Il rametto nel suo vasetto prese a crescere subito bene, basso e robusto, proprio come il piccolo briccone che ben conosciamo. Il padre guardava l'arbusto, conscio che quell'albero perenne rappresentava la nascita e la vita di suo figlio; così, una sera, preannunciati da un bagliore lunare e dallo scampanio dei vasetti pieni di lucciole che le Fate portavano per farsi luce, giunsero nel suo giardino i delegati dei Sovrani del Popolo Segreto. Quando il padre uscì col fantolino in braccio tutti lo salutarono con grazia e risatine e si congratularono col narratore poi le Fate benedissero il piccolo dandogli la Vista che gli avrebbe permesso di riconoscerle, gli Spriggan gli donarono la capacità di ricordare tutti i nomi delle cose segrete e tutti i racconti di suo padre, i Troll la furberia (dono che in verità non funzionò mai molto bene, conoscendo i Troll...), le fate foca la capacità di nuotare senza stancarsi mai anche tra i flutti più terribili. E per ultimo giunse il dono di Oberon e Titania che legarono la sua vita a quella del piccolo albero benedicendo quest'ultimo da ogni male e predicendo per lui un esistenza lunga e saggia. Il padre ringraziò tutti con un inchino, mostrò ancora una volta il frugolo che se la rideva col dito in bocca e aprì per loro la porta della cantina augurando la buona notte e ritirandosi tranquillo a letto. Le gighe intorno alle botti, i canti e le bricconate che fecero i Leprechaun che riuscirono ad imbucarsi alla festa ancora vengono ricordati, in quel villaggio vicino al Bosco Buio... e il piccolo albero cresce sempre, forte e ogni anno quando si avvicina il Solstizio ringrazia la Gente Segreta con mille piccoli fiorellini bianchi. Il bambino? eh, quel che combina lui lo sanno solo lui e le Fate...

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Data di prima pubblicazione in internet: 16.07.2009 C'era una volta, in quel certo paesino lontano lontano, un piccolo ospedale e in quell'ospedale c'era una mamma, e quella mamma aveva un marito che portava a casa quel che guadagnava raccontando storie a tutti i compaesani, che volentieri la...
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LA FAVOLA DELLE UOVA RUBATE

07 luglio 2010 ore 12:13 segnala

Data di prima pubblicazione in Internet: 11.07.2009

C'era una volta, in quel paesino indaffarato e fuori dal tempo, un bambino che aveva chiesto a suo padre, il narratore del villaggio, un animaletto e alla fine il padre gli aveva permesso di tenere qualche bestiolina in un piccolo spazio del giardino che aveva recintato. Oltre ai coniglietti e ai porcellini d'India del bambino, il padre aveva anche portato un paio di paffute galline bianche che aveva acquistato al mercato ed ogni giorno andava a prendere le uova che facevano, cucinando così delle frittate, facendo dei dolci alla crema e sbattendo le uova con lo zucchero al mattino per il piccolo per fargli fare una colazione buona e robusta. Ma, qualche tempo dopo, le uova non le trovava più. La cosa inizialmente lo mise di malumore, provò a cambiar mangime alle galline, ma niente: allora si mise di punta a controllarle e vide che invece le uova le facevano ancora. Allora se ne stette seduto in un angolo zitto zitto e restò ad osservare, ed ecco che da un buco nel muro d'angolo della casa spuntarono dei piccoli Broggan che, saltellando, corsero a rubare le uova trascinandole nella tana che avevano fatto. Quando lo raccontò al piccolo questi, preoccupato d'avere la casa invasa dai Broggan chiese al padre cosa si potesse fare per cacciarli via. I Broggan erano dei folletti minuscoli ma terribili, quando fan la tana da qualche parte non c'è più verso di riuscire a prenderli e son capaci di restarci per generazioni intere, rubacchiando qualsiasi cosa e mangiando di tutto. Suo padre gli disse di stare tranquillo che avrebbero trovato la soluzione. La prima notte di luna piena se ne andarono insieme nel folto bosco buio, portando con sè la lanterna e alcune cose sicuramente utili come un ramo di timo serpillo contro le Fate cattive e una campana d'argento per spaventare i lupi mannari che talvolta si spingevano sin là. Arrivarono alla radura dei Tumuli e il padre suonò nel minuscolo flauto magico che conservava gelosamente. Una luce tenue annunciò l'arrivo di Titania, la regina delle Fate, che amava molto ascoltare le sue storie e volentieri gli concedeva udienza. Si inchinarono e gli spiegarono il loro problema. Titania fece una delle sue famose risate cristalline e battendo le mani fece comparire un piccolo uovo dicendo loro di metterlo tra quelli delle galline, che tutto si sarebbe risolto. La ringraziarono inchinandosi garbatamente e il padre volle narrargli qualcuna delle storie che tanto la divertivano; mentre erano seduti sul muschio si accorsero che da dietro gli alberi, per rispetto alla regina, si tenevano celati ma in ascolto anche i leprechaun, i gobelin e altri piccoli folletti. Qualche foglia cadde loro in testa e alzando gli occhi scorsero con fatica un piccolo di troll, aggrappato ad un ramo, anche lui impegnatissimo a sentire le favole del narratore. Alle prime luci dell'alba gli abitanti del Mondo Segreto si diressero furtivi alle loro abitazioni, Titania si dissolse nella luce salutando graziosamente e loro tornarono al cortile dove confusero l'uovo tra gli altri e si nascosero a sbirciare. Eccoli lì, quei pestiferi Broggan!, che vanno a prendere le uova, e come corrono nella loro tana... Ma non passò neanche un quarto d'ora che urla e strilli iniziarono ad uscire dal buco insieme a del fumo nero...eccoli i Broggan, come scappano con i loro piccoli sederi in fiamme! Saltano e corrono a perdifiato verso il bosco! E dietro di loro svolazzando a neanche un metro da terra un cucciolo di drago con gli occhi strabuzzati e lingue di fiamma che schizzano verso i folletti! Tenendosi la pancia dalle risate padre e figlio si incamminarono verso la piazza del villaggio per raccontare a tutti quel che era successo e come i Broggan avessero imparato la lezione: mai fare una tana in casa di chi ne sa più di te...

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Data di prima pubblicazione in Internet: 11.07.2009 C'era una volta, in quel paesino indaffarato e fuori dal tempo, un bambino che aveva chiesto a suo padre, il narratore del villaggio, un animaletto e alla fine il padre gli aveva permesso di tenere qualche bestiolina in un piccolo spazio del...
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LA FAVOLA DELLA PUZZA TERRIBILE

05 luglio 2010 ore 10:59 segnala
Data di prima pubblicazione in Internet: 04 luglio 2009

C'era una volta, nel paesino di qua dal bosco, un brav'uomo - il cantastorie del paese - e il suo figliolo che benchè piccolo si stava già rivelando un bel briccone, chiaro come il sole visto che ogni volta che poteva se la svignava nel bosco anche se suo padre lo aveva più volte avvertito dei pericoli che poteva trovarvi. E così, un giorno che a casa si annoiava, prese il suo cestello, ci mise i suoi balocchetti e dei biscotti, aprì la porta e tranquillamente se ne andò per il sentiero che portava verso la radura dei Tumuli. Probabilmente pensava di andare a cogliere dei fiori o magari trovare qualche insetto di quelli bel grossi, tutti luccicanti, un carabo, una cetonia, chi sa. Una volta giunto nella radura iniziò a guardarsi in giro ma non passarono pochi momenti che, alzando gli occhi , si trovo faccia a faccia con un Leprechaun. I Leprechaun non sono molto grossi e solitamente sono anche ben disposti verso la razza umana ma bisogna starci attenti perchè hanno un senso dell'umorismo affatto diverso dal nostro e quel che fa ridere nel Paese Fatato di solito fa piangere gli esseri umani... A farla breve il folletto chiese al bambino da mangiare e lui, essendo di natura buono e amabile, volentieri aprì il cestello e gli offrì i savoiardi che si era portato appresso. Il folletto li scrutò, li addentò, ma erano così friabili che gli si polverizzarono in bocca. Per niente soddisfatto di questo il Leprechaun puntò il dito verso il bambino e borbottò qualcosa in lingua fatata poi si girò e fuggì nel bosco. Il piccolo rimase interdetto e in fondo dispiaciuto, così se ne tornò a casa mogio mogio, chiudendosi in camera sua. La sera, quando il padre tornò, lo chiamò per farsi narrare cosa avesse fatto durante il giorno ed ecco che lo vide scendere le scale avvolto in una nuvoletta grigiastra terribilmente puzzolente. Stupefatto, chiese al figlio che avesse combinato e, sentito il racconto, capì subito che il folletto aveva lanciato una Maledizione Puzzolosa. Ora sì che sarebbero stati guai! Comunque, lo rassicurò e gli disse di starsene tranquillo in poltrona a leggere, badando però di lasciare tutte le finestre aperte, tanto per il gran puzzo nessuna creatura fatata avrebbe avuto il coraggio di mettere il naso in casa, poi si gettò addosso il vecchio cappotto, prese qualcosa in cucina ed una lanterna, e uscì diretto verso il bosco. Era ormai buio ma non faticò a trovare la radura dei Tumuli, posò in terra una grossa fiasca e aspettò. Mezz'ora dopo ecco comparire il folletto che, appena vide la bottiglia la arraffò e portatala alle labbra la scolò in pochi sorsi. I Leprechaun hanno la pessima abitudine di ubriacarsi e allora diventano dei Clorichaun, pestiferi e maligni oltre ogni dire ma... non era vino quel che c'era nella fiasca. Subito il folletto cadde a terra tenedosi la pancia e ululando dai crampi poi corse verso un cespuglio per calarsi i pantaloni. Dietro di lui arrivò il padre che lo inquadrò con la lanterna dicendogli:- Allora, hai impuzzolato il bambino? E ora ben ti sta, dannato folletto. Ti è piaciuto il mio olio di ricino? Non smetterai di farla per un mese intero! Ma... se tu annullassi la maledizione... Il folletto strillava e si contorceva, già tutto inzaccherato e si disse disposto a fare come voleva lui. Allora recitò la formula e chiese al padre che altro doveva fare; lui gli disse di andare fuori della sua casa entro un ora, e se ne andò. Tornato a casa trovò il bambino contento e profumato e allora si sedette nel portico ad aspettare il folletto fin che non lo vide trascinarsi, portandosi dietro un grosso mazzo di foglie per pulirsi. A quella vista il padre stava per sbottare a ridere ma si trattenne e gli diede un grosso sacco di limoni, raccomandandogli di mangiarli tutti e di non azzardarsi mai più a fare simili scherzi a suo figlio. Il Leprechaun fece di sì con la testa e se ne andò col sacco, tenendosi i pantaloni calati. Inutile che vi stia a dire quanti rimproveri si ebbe il piccolo per essere andato da solo nel bosco ma si sa come son fatti i piccini, se non si ficcano nelle peste non son mai contenti e non sempre c'è un papà con un sacco di limoni per tirarli fuori dai guai...

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Data di prima pubblicazione in Internet: 04 luglio 2009 C'era una volta, nel paesino di qua dal bosco, un brav'uomo - il cantastorie del paese - e il suo figliolo che benchè piccolo si stava già rivelando un bel briccone, chiaro come il sole visto che ogni volta che poteva se la svignava nel bosco...
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LA FAVOLA DELL'UOMO CHE AVEVA PERSO LA FORTUNA

28 giugno 2010 ore 10:18 segnala

Data di prima pubblicazione in Internet: 03.07.2009

C'era una volta, nel paesino che oramai conoscete bene, un uomo che a forza di lavorare aveva guadagnato dei bei soldi e, si sa, soldo porta soldo; tra un affare e un impiccio la sua fortuna era cresciuta sempre più e aveva oramai da parte tanti di quei soldi da non sapere più come spenderli. Si era messo su una gran bella casa, piena di ogni rarità e di cibi venuti da tutto il mondo: disdegnava infatti i pomodori dei campi circostanti e se li faceva spedire dal Giappone, i dolci dalla Turchia, la carne dall'Austria, il formaggio dalla Svizzera e via dicendo. Ogni prelibatezza era sempre poco per quel che poteva spendere e, siccome non aveva né moglie né figli le gioie del palato erano diventate la sua unica fissazione. Col tempo però gli affari iniziarono ad andare male, poi sempre peggio e fu costretto a vendere anche le gioie e gli arredi che aveva in casa. Oramai triste e sconsolato passava le giornate chiuso tra quattro mura a ricordare i tempi d'oro, centellinando i tesori che conservava nella grande cantina, i salumi pregiati, i vini d'oltremare... Camminava la sera all'imbrunire tra le camere cercando sugli scaffali qualche fettina, qualche piattino, che potesse essergli sfuggito ma alla fine solo poche briciole di tutto quel che aveva avuto rimasero alla sua portata. Sedeva così, davanti alle finestre, guardando l'esterno e la gente che andava in giro occupata nelle proprie faccende, dimagrendo sempre più ma restando chiuso nel proprio triste orgoglio che gli impediva di chiedere aiuto anche ai pochi conoscenti che gli erano rimasti. Iniziò a maledire la propria fortuna per averlo abbandonato, strisciando furtivo sul pavimento della grande cucina pregando per trovare qualche briciola. Una sera infine, che non ne poteva veramente più, vide una tenue piccolissima luce provenire dalla feritoia di uno stipetto minuscolo, quasi nascosto ai bordi della credenza: lo aprì tremando e, in fondo, vide una luce minuscola avvolgere una crosta di pane raffermo. Fece per prenderla quando sentì una vocina dire:- Ti ci voleva tanto per ritrovarmi? Mi ero nascosta qua in fondo, perché non hai fatto nulla per meritarmi. Questa è l'ultima occasione che ti dò, mangia questo pezzo di pane, ricorda le tue origini, esci e ricomincia a vivere. - E così dicendo, la fata della Fortuna si alzò in volo, gli girò intorno e svanì. Lui cadde a sedere, credendo di aver sognato ma il pane era lì. Lo mangiò lentamente, tentando di farlo durare più a lungo possibile, e nel farlo ricordò la sua infanzia, quando anche una crosta di pane era un tesoro e capì quanto aveva dissipato. Si addormentò in terra e al mattino si lavò, si fece la barba e aprì la porta deciso ad andare a cercare un lavoro, quale che fosse, anche se avesse dovuto pregare per averlo, sicuro che non avrebbe più sprecato neanche un centesimo.

LA FAVOLA DEL BAMBINO CHE NON VEDEVA

22 giugno 2010 ore 10:46 segnala

Data di prima pubblicazione in Internet: 28/04/2009

 

C'era una volta, tanti anni fa, in un paesino circondato da muretti a secco e basse colline, un bambino che aveva imparato a giocare con gli altri piccoli del luogo dopo una strana avventura con un folletto. Il bambino amava fare passeggiate lungo il ruscello e sedersi all'ombra di un grande albero, sentirlo stormire nell'aria serotina. Un giorno però all'improvviso, non vide più niente. Tutto era diventato buio, i suoni sembravano ovattati ed ebbe paura. Chiamò suo padre ad alta voce e per fortuna una zolla vagante che passava da lì lo sentì e corse a strusciarsi sulle gambe di suo padre per farsi seguire. Il papà lo trovò seduto sotto l'albero che piangeva e lo prese in braccio per portarlo a casa. Si sedette con lui sul letto, lo ascoltò e iniziò a raccontargli delle cose. Gli sussurrò delle fate che non possono entrare nelle case se sui davanzali ci sta il timo serpillo e lui intravide un barlume, gli raccontò degli elefanti che volarono via dopo aver bevuto alla fonte dell'acqua gassata e lui vide una scintilla,; gli spiegò perché Berretto Rosso fosse il folletto più crudele di tutto il sottobosco e come lo si potesse ammansire dandogli del pane crudo sbriciolato e il piccolo intravide delle ombre. Passò tutta la notte, gli portò del latte caldo e dei biscotti, continuò a narrargli delle fate foca che quando si innamorano perdono la loro forma e diventano umane, e se il pescatore nasconde l'abito da foca la può prendere in moglie, al largo dell'Isola di Man ed il bambino iniziò a sentire lontani campanelli...e gli narrò fino all'alba di come i Giganti della Scozia avessero giocato a tirarsi macigni fino a farne una scogliera dove andavano a fare il bagno e il piccolo iniziò a sentire cantare le silfidi. Il sole sorse lentamente, infiltrandosi tra le tende della loro camera da letto. L'aria si riempì del profumo delle bacche di vaniglia che il bambino tanto amava, e del profumo del gelsomino che il padre aveva amato da piccolo. Restarono così, il piccolo e il cantastorie, ad annusare e ad annusarsi, ritrovandosi: ora vedeva di nuovo. Vedeva tutto, anche quello che non c'era. Anche quello che aveva visto fino a pochi giorni prima e che d'improvviso era scomparso. Chiese quindi:- Papà, perché non vedevo più? , e lui rispose:- Stavi solo crescendo, amore mio. Ma ti ho salvato.

UNA NOTA DI RINGRAZIAMENTO

22 giugno 2010 ore 10:20 segnala

Stamattina, e sorvolo sulle difficoltà incontrate per entrare in Chatta a causa di una connessione tim che un minuto c'è e l'altro scompare, ho avuto il piacere di andare nuovamente su SKYROCK , la piattaforma sulla quale era comparso il blog che mi plagiava e trovare che il profilo è stato cancellato. Nota di merito dunque per SKYROCK che ha agito con velocità sorprendente, probabilmente perchè è una community mostruosamente grande e basata su leggi ferree, infatti se andate a vedere le sue condizioni d'uso sembra di leggere un contratto di Mefistofele, detto con tutto il rispetto, chiaramente. Comunque, almeno uno degli imbecilli che vagano per il web è stato eliminato. Grazie a loro, grazie al gentilissimo amico che me lo segnalò e mille, mille grazie a tutti voi, amiche ed amici che avete speso parte del vostro prezioso tempo per lasciarmi un commento di sostegno. Si continua, avanti così!

UNA NOTA PATETICA

21 giugno 2010 ore 07:38 segnala

Riesco, finalmente, dopo una settimana, a rientrare in internet e mi ritrovo a visionare il blog di una persona che, noncurante di ogni etica sta felicemente postando nel "suo" blog di favole tutte le MIE favole, anche quelle che ancora non ho postato qui ma che apparvero due anni fa nel mio blog principale dove se le è andate a copiare. Una personcina molto simpatica, non trovate? Uno di quelli che non avendo abbastanza materiale nel cervello per farsi belli con il proprio operato sentono la necessità di plagiare consapevolmente e interamente le opere altrui. E' ben messo in chiaro, in questo blog, che potete leggerle, copiarle e diffonderle ma essendo protette da licenza Creative Commons va ad esse attribuita la piena paternità del loro reale Autore. Probabilmente anche per questo motivo l'astuto personaggio ha cominciato col pubblicare quelle comparse nel mio blog principale e non ancora messe qui, convinto che così quando le avessi messe io avrebbe potuto dire che sono io quello che copia. Ma di fronte a simili personaggi non c'è da sprecare neanche una parola in più, talmente è patetico. Ad ogni modo questo è il link del suo blog: http://kerboy.skyrock.com/ e a questo punto verrebbe da pensare che sia falsa persino la foto che si è scelto, visto che non è stato capace di creare nulla di suo.  Buona visione a tutti.

LA FAVOLA DELLA PIETRA DELLA PIOGGIA

17 giugno 2010 ore 10:08 segnala

Data di prima pubblicazione in Internet: 29/07/2009

 

Moltissimi anni fa, in un tempo del quale si è perso anche il ricordo, tre Fate decisero di incontrarsi sulle colline vicino alle scogliere dell'isola di Isle. Avevano deciso di nascondere i loro poteri perchè i Giganti dell'isola di Man avevano iniziato ad invadere le loro coste gettando enormi macigni in mare per creare una strada che li avrebbe condotti al Regno Segreto. La Fata del Vento, la Fata del Sole e la Fata dell' Acqua quindi si radunarono in una notte stellata e durante una cerimonia magica trasferirono gran parte dei loro poteri in una pietra a cui diedero le fattezze di un volto affidandola poi al Re del Mare del Nord che gliel' avrebbe custodita nelle profondità salmastre. Se fossero state catturate dai Giganti, pensavano, i loro poteri non sarebbero stati usati per fare del male. Dopo la grande guerra che seguì, e che venne vinta dal Popolo Segreto anche grazie all' intervento di Merlino, l' unica traccia che rimase di tutto questo fu l' immensa spiaggia di massi ciclopici di cui nessuno, nei secoli a venire, sapeva spiegarsi la provenienza..

C'era una volta, in quel villaggio che sapete, un narratore che una mattina si svegliò senza più nessuna idea in testa. Era davvero sbigottito ma, per quanto provasse, non gli veniva in mente nessuna nuova storia da narrare. Le aveva proprio dette tutte! Così, salutò la famiglia, andò alla locanda per un ultimo boccale di cervogia, salutò anche tutti gli abitanti che erano accorsi preoccupati alla notizia, mise due grandi sacche sul suo cavallo, indossò il vecchio abito di tweed e partì alla ricerca di ispirazione. Giunse alfine alla grande spiaggia di macigni e lì si accampò, godendo del tepore del tramonto mentre si accendeva la vecchia pipa di radica caricata di buon Latakia, grasso e speziato, che gli aveva procurato lo Spriggan del mulino di Adelcrombie. Mentre se ne stava lì a pensare ecco uscire dal mare le Fate Foca che vennero a riva e si spogliarono delle loro sembianze per ridiventare, come sempre, delle bellissime donne. Lo salutarono graziosamente e - una volta saputa la sua storia - vollero giocare con lui a scambiarsi racconti, cosa che portò vantaggio sia a lui che a loro. Una soltanto restò in disparte, la più giovane, una cosina meravigliosa, dalla pelle colore della luna, fasciata solo dai lunghissimi capelli scuri; quando le altre compagne decisero di reimmergersi restò vicina a lui, in silenzio, continuando a fissarlo e, mentre le stelle si alzavano sempre più in alto nel cielo, gli disse quanto le sue favole l' avessero resa felice e come avesse capito di provare amore per lui. Il narratore ne fu commosso ma le spiegò che non era libero e che non avrebbero potuto stare insieme. La piccola Fata Foca, mentre lacrime argentee le solcavano il viso, volle fargli un dono in suo ricordo: si tuffò e riemerse porgendogli una pietra forata, con un anello d'oro, a forma di volto. Gli spiegò cosa fosse e volle da lui un bacio, dicendogli il suo nome segreto: Paulie. Il giorno dopo il narratore riprese il viaggio verso casa con la pietra legata al collo da un semplice lacciuolo di cuoio ma quando raggiunse il bivio per Kavanagh la pioggia che era iniziata divenne un temporale fortissimo. Si rifugiò sotto un albero e pregò che smettesse; qualche minuto dopo la pioggia smise e tornò il sole. Stupefatto si convinse che fosse dovuto agli antichi poteri della pietra e soddisfatto si rimise in viaggio. Quando finalmente raggiunse il villaggio andò a casa e narrò tutto l' accaduto poi si lavò, si cambiò e accompagnato dal figliolo si recò alla locanda per farne partecipi anche i vecchi amici. Quando questi, tutti radunati intorno all'enorme camino centrale e ben riforniti di boccali spumeggianti, ebbero sentito le sue avventure si congratularono con lui e dissero che lo avrebbero messo alla prova. Infatti, appena giunse l' autunno e le prime piogge, da ogni fattoria venivano a chiamarlo per far smettere e aveste visto con che occhi restavano quando anche la peggiore tempesta smetteva di botto. Il sole tornava, tutti erano contenti ma il narratore era sempre più stanco. I suoi osservavano preoccupati il suo deperire, certi giorni non si faceva neanche la barba, si lasciava andare e restava seduto davanti ai vetri bagnati in attesa che qualche fattore venisse a reclamarlo... La pietra aveva un grande potere ma molto ne prendeva dalle stesse Fate e così anche da lui la pietra assorbiva l' energia per comandare i fenomeni metereologici. Solo che lui era un essere umano, non apparteneva al Popolo Segreto e non aveva le loro misteriose capacità, quindi più aiutava gli altri più andava spegnendosi lentamente. Come la sua fantasia era stata tanto a lungo richiesta e alla fine era andata esaurendosi, così ora la sua stessa forza vitale era in pericolo. Non riusciva più a fermare le tempeste, ma lo si vedeva aggirarsi asciutto e illuminato dal sole mentre tutti attorno continuavano a essere bagnati dalla pioggia e quindi, sia per non scontentare gli altri abitanti, sia per non essere esposto ai loro rimproveri e soprattutto per non fare una brutta fine, decise un giorno di nascondere la pietra fatata. Trovò un posto sicuro nella sua casa e lì la lasciò, raccontando in giro che l' aveva scambiata con Re Brian Borough, una sera che era particolarmente ubriaco, in cambio della promessa di tenere lontano i kelpie dal villaggio. Gli altri approvarono e lo lasciarono tranquillo e lui potè recuperare finalmente le forze. Ma ogni tanto la prende tra il pollice e l'indice, la accarezza e pensa a Paulie...

LA FAVOLA DELLA DONNA CHE LEGGEVA

11 giugno 2010 ore 12:46 segnala

Data di prima pubblicazione in Internet: 07/08/2009

 

C'era una volta, poco fuori dall'abitato del villaggio, una casa piccola tutta di legno, con una graziosa veranda; ci viveva una donna che da giovane era stata una vera bellezza, molto amata e corteggiata ma che, con l'avanzare dell'età, aveva pian piano perduto i rapporti con le persone del villaggio e, siccome non si era mai decisa a scegliere tra i suoi corteggiatori, non si era sposata restando così da sola ad affrontare gli anni che venivano. Si consolava scrivendo lettere ai tanti amici che aveva sparsi per le contee e finanche fuori dal regno, e leggendo le risposte che questi le inviavano. Le conservava tutte in molti cassetti, ordinate e catalogate al nome di ognuno, così da poterle ritrovare e rileggerle ricordando fatti e tempi trascorsi felici. I mesi passavano, gli anni scorrevano e così la sua esistenza, come un fiume in piena diventato ruscello andava lentamente disseccandosi. Un giorno si ammalò di uno dei tanti malanni che vengono alle persone anziane e, quando vide il medico allontanarsi scuotendo la testa, ebbe un vago fremito di paura. La sua vita non era stata granchè ma era pur sempre la sua vita e le dispiaceva perderla. Una notte sentì dei rumori fuori dalla porta e poi bussare. Si alzò con fatica per aprire e si ritrovò a tu per tu con la Morte. Non se ne stupì, in fondo se l'aspettava, ma le rivolse la parola pregandola di lasciarla ancora stare. " Non voglio morire,- disse -, voglio ancora leggere le lettere che mi mandano i miei amici. Ho così tante cose da dire e tante da ascoltare." La Morte annuì in silenzio e si girò per andarsene, sussurrando : "Tornerò, bada." La donna tornò a letto e il giorno dopo si mise in veranda con il tavolino pieno di fogli di carta e scrisse innumerevoli lettere a tutti i suoi amici. Da allora non fece altro che scrivere e ricevere, leggere e scrivere di nuovo ma le stagioni passavano, l'autunno cedette il posto all'inverno e tutti, chiusi al caldo nelle loro case, non avevano altro da fare che scrivere aiutandola inconsapevolmente ad allungare la sua vita. Venne la primavera, con i suoi profumi e i suoi colori, nuovi amori da raccontare e nuove avventure da scrivere alla anziana signora che era così felice di accogliere il portalettere e offrirglì del tè...e giunse alfine una nuova estate, così calda e splendente che tutti i suoi conoscenti decisero di partire per vedere nuovi posti che, pensavano, le avrebbero descritto poi quando fosse tornato il freddo. Un giorno il portalettere le portò cinque buste, un giorno gliene portò tre, un altro una... poi non venne. Passarono i giorni e lui non veniva. Nessuno pensava alla vecchia signora e nessuna lettera giungeva più. Ma la Morte sì, quella giunse puntuale, a ricordarle il patto e la signora si distese triste sul letto, chiudendo gli occhi. Quando venne il freddo vento d'inverno a spogliare i rami dalle ultime foglie secche giunse infine il portalettere a lasciare davanti alla sua porta un gran pacco di buste...e nelle notti di luna piena, quando la bianca luce illumina il villaggio, lo spirito della signora se ne sta lì a guardarle, triste, perchè non può aprirle. Ancora un poco di tempo, pensa, le sarebbe bastato... e se tutti i suoi amici si fossero ricordati di lei, quando era il caso che lo facessero, ora starebbe seduta in poltrona a leggerle.