LA FAVOLA DELLA PICCOLA FATA DELL'ARIA

05 febbraio 2013 ore 09:02 segnala


Data di prima pubblicazione in Internet: 16 novembre 2012

Era ormai autunno inoltrato, nel villaggio che conosciamo bene, ed un giorno il Narratore e suo figlio decisero di intraprendere un lungo cammino per andare a visitare le più lontane propaggini di BoscoBuio , là dove iniziavano ad inerpicarsi verso il cielo le montagne del Gelo. Prepararono bene ogni cosa che potesse loro servire, si caricarono in spalla le sacche e gli zaini e si avviarono. La vecchia strada lasciò il posto ai viottoli selciati, poi ai sentieri nel verde usati da contadini ed animali ed infine furono dentro BoscoBuio, meta quasi quotidiana del loro girovagare, soli o assieme. Giunsero alla radura dei Tumuli e naturalmente fecero visita alla corte di re Oberon, passarono un paio di giorni allegramente ospiti di re Brian Borough e del suo stuolo di folletti e poi ripresero il cammino. Il tempo si manteneva insolitamente caldo per quella stagione e non avrebbero potuto desiderare di meglio. Le ore scorsero tranquille nella lunga osservazione di tutte le bizzarre forme che sapeva prendere il Popolo Segreto; gli incontri con folletti, gnomi ed elfi si susseguirono ma era naturale, i due erano certi che la loro presenza fosse stata ampiamente resa nota da re Brian, la lingua più lunga di tutto il Sottomondo: arrivarono infine ai limiti del bosco e la loro vista poté spaziare sulla grande prateria e sulle lontane pendici dei Monti del Gelo. Mentre sedevano placidamente su una ampia roccia piatta, resa tiepida dal sole, il bambino si dedicò a scrivere tutto quel che aveva visto sul suo blocco rilegato in pelle - dono della regina Titania - e il padre con sapiente lentezza ed antica cura caricò la vecchia pipa di radica fiammata di occhi di pernice con i frammenti dell' erbapipa che aveva lasciato caricare di profumo nel vaso di ceramica. Aveva appreso questa antica arte da un pescatore incontrato alla Baia dei Giganti, al tempo in cui - malato e ormai senza più idee per le sue storie - si era ritirato ad osservare il succedersi delle maree ed il frangersi dei flutti in una caverna vicino alla Baia. L'erbapipa andava trinciata finemente e lasciata invecchiare in un recipiente di ceramica, lasciando sopra le foglie più in alto una piccola ampolla anch'essa di ceramica riempita di liquore o di estratto profumato. Lui prediligeva il forte distillato degli gnomi per l'erbapipa affumicata dal consumarsi delle ceneri dell'agrifoglio - cosa che tra l'altro la rendeva invisa alle streghe, caso mai ce ne fossero state nei paraggi - o l'estratto di vaniglia per profumare l'erbapipa tagliata giovane, in foglie piccine, e lasciata disseccare in mannelli legati al sole dagli elfi di Levolandia. Quel giorno proprio questa aveva con sé e, dopo averla accesa con un fiammifero, si dilettò a mandare in aria blande volute di fumo dal sentore aromatico. Non passò poco tempo che videro volteggiare vicino a loro un nugolo di minuscole particelle luminose, vorticose, come desiderose di prender forma concreta. In capo a poco distinsero in mezzo a quelle la forma di una piccola fata che, dopo aver volteggiato danzando nel fumo della pipa, si venne a sedere tra di loro. Entrambi la salutarono allegri ed ella sorridendo si presentò:
" Buongiorno, viaggiatori, grazie di avermi regalato il profumo della vaniglia, era così tanto che non lo sentivo. Io sono Vivvi, una fata dell'aria; chi siete voi?"
Il Narratore le presentò suo figlio e poi narrò di sé e della sua vita, spesa a raccontare favole agli abitanti del suo villaggio, mestiere inconsueto ma che gli dava di che vivere con la sua famiglia.
"Avevo sentito parlare di voi ma non avevo mai avuto modo di incontrarvi. Vi piacerebbe sentire la mia storia?"
I due annuirono e si disposero ad ascoltarla.
"Dovete sapere, allora, che un tempo, tanto tempo fa perchè la vita di una fata è ben più lunga delle vostre, io non ero così. Ero di carne e ossa, proprio come voi, ed ero una fata che viveva nel Sottomondo. Ero ingenua, però, e credevo a tutto quel che mi dicevano: forse ero troppo buona, o magari ancora troppo giovane, chi sa. Fatto sta che venni presa in antipatia da un leprechaun il quale, fingendosi interessato a me e desideroso di darmi consigli, iniziò a sconsigliarmi di mangiare qualsiasi cosa che fosse di carne. Pensai lo facesse per la mia salute e mi dedicai a inventare sempre nuove ricette per mangiare latte e verdura. Passò del tempo e ricominciò a dirmi che anche questa era un abitudine che mi avrebbe fatto male, perciò presi a bere soltanto, acqua, frutta spremuta, bolliti di verdure. Cosa che pian piano mi faceva diventare sempre più magra ed esile. Ma stavo ancora bene, anche se ero sempre piuttosto debole, e mi lasciai irretire dalla sua falsità. Un giorno mi raccontò di un lontano popolo di fate che vivevano di sapori e profumi, ed erano sempre allegre e felici. Trovai che fosse una cosa molto originale e mi sforzai di riuscirci anche io pensando, chi sa, che avrei incontrato quelle mie lontane sorelle ed avrei vissuto con loro in un mondo tutto lieve e lontano dalla materia. Finii per trascinarmi fuori delle finestre delle cucine, annusando i sapori, i vapori e gli odori. Imparai a distinguere persino il grado ed il tipo di cottura di un alimento solo sentendone gli effluvi e, stranamente, il mio corpo non sembrava patire la fame anzi, desiderava riempirsi solo di queste sensazioni. Ma non mi ero accorta che pian piano ero diventata quasi trasparente, quasi invisibile agli occhi degli altri del Popolo Segreto. Il mio corpo diventò simile a quello di cui viveva, cioè un profumo, un odore, un nulla. Un giorno, mentre ero appollaiata sul davanzale di una pasticceria, arrivò un refolo di vento e mi dissolse. Che stranissima cosa fu! Davvero! Tutte le particelle di cui ero composta volteggiavano libere ma ognuna consapevole dell'altra e desiderosa di riunirsi. Non fu facile ma neanche difficile, dovevo solo imparare a vivere così. Ed ora eccomi qui, una piccola fata fatta di niente, che vive dei profumi del mondo, un aria nell'aria, e a volte mi dispiace tantissimo di esser stata così sciocca da credere a quel perfido leprechaun. Infatti, non posso più toccare nessuno, abbracciare nessuno: non avrò mai l'amore di nessuno e posso solo desiderare nuovi sapori e danzare col polline che fluttua nel vento..." e nella sua voce argentina vibrava un tono di pianto sommesso.
Il Narratore volle chiederle cosa mai avrebbe potuto fare per lei, per aiutarla, e suo figlio anche, tentò di farla sorridere con le sue smorfie ed i suoi giochi. Lei non sapeva proprio cosa chiedere quando il Narratore ebbe un idea bislacca e le chiese di andare con loro. Lei acconsentì e per tutto il viaggio di ritorno un nugolo di scintillanti particelle volteggiò sulle loro teste, beandosi dei mille effluvi del BoscoBuio. Giunsero in vista del villaggio e si fermarono alla locanda di Dagh dè Danainn , un oste ben noto da tutti e molto amato anche dal Popolo Segreto, capace di imbandire banchetti sontuosi come minuscoli spuntini per gli avventori frettolosi. Dagh era un omone dall'aspetto ciclopico, retaggio della sua antica discendenza, dal pelo rosso e dai formidabili baffi arricciati in su con la cera d'api, sempre disposto a lasciare le pentole per bere un boccale di sidro o di idromele con gli amici e fu ben lieto di ascoltare dal Narratore la storia della fata, mentre bevevano birra fresca e il bambino si riempiva le guance di pasticcini ai semi di anice. Così, decisero che Vivvi sarebbe rimasta a vivere nella cucina di Dagh dè Danainn, godendosi tutti i profumi sontuosi e i grassi e saporiti fumi delle sue pentole, il sobbollire di certi untuosi sughi di cacciagione, le potenti sferzate dei suoi vini rossi vecchi di cent'anni lasciati a decantare in piccole botti. E lo scoppiettare della cipolla, e il friggere del lardo, e gli aromi speziati delle creme e delle marmellate...
Passarono i mesi e, con il giungere della primavera il Narratore e suo figlio decisero di concedersi un buon pranzo da Dagh: giunti che furono alla locanda l'oste corse a salutarli festoso e subito approntò per loro un tavolo con una rustica tovaglia di lino e stoviglie di peltro niellato. Ovviamente, gli chiesero di Vivvi e lui, ridendo, la chiamò a gran voce: ed ecco giunse Vivvi svolazzando, bellissima, rosea, brillante di luce e magnificamente tondeggiante, oltre che perfettamente visibile, con due boccali di birra tra le mani. Stupefatti, padre e figlio si guardarono poi si misero a ridere insieme a Dagh e a Vivvi che, a forza di annusare tutta quella roba appetitosa, aveva ripreso sostanza, corpo...e la felicità che aveva perduto tanto tempo prima.
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05/02/2013 09:02:25
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Commenti

  1. Mine62 23 maggio 2013 ore 19:24
    COME MAI NESSUNO É VENUTO A LASCIARE NULLA?.
    QUESTO É UN BUONISSIMO RACCONTO PER IL BEN MANGIARE DEI FIGLI O DELLE MAMME?.

    UN AFFETUOSSO SALUTO
    DA MOLTO LONTANO

    MINE
  2. crenabog3 24 maggio 2013 ore 00:19
    x Mine62, carissima, si vede che mi hanno dimenticato oppure avranno letto questo racconto la prima volta che è comparso nel blog principale, sai, qui li raccolgo ma inizialmente escono da "crenabog". Un abbraccio a te e tutti i tuoi cari con affetto!
  3. albaincontro 30 settembre 2013 ore 07:01
    Come ho fatto a lasciarmi sfuggire questa meraviglia? L'ho letta d'un fiato,sguazzandoci dentro!!! Quando mi inviti da Dagh?
    Mi gusterò con calma le altre due favole rimanenti :sono deliziata!
  4. crenabog3 30 settembre 2013 ore 09:48
    x albaincontro, avevo trascurato questa mia antologia, da ieri sera ho ricominciato e cercherò di metterci adesso tutte quelle uscite nel frattempo sul blog principale, così se ne ha un libro completo. abbracci!

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