'NA PREDICA DE MAMMA

29 novembre 2011 ore 20:37 segnala
di Cesare Pascarella



L'amichi? Te spalancheno le braccia
fin che nun hai bisogno e fin che ci hai;
ma si, Dio scampi, te ritrovi in guai,
te sbatteno, fio mio, la porta in faccia.

Tu sei giovene ancora, e 'sta vitaccia
nu' la conoschi; ma quanno sarai
più granne, allora te n'accorgerai
si a 'sto monno c'è fonno o c'è mollaccia.

No, fio mio bello, no, nun so' scemenze
quer che te dice mamma, 'sti pensieri
tiètteli scritti qui, che so' sentenze;

che ar monno, a 'sta Fajola d'assassini,
lo vòi sapè chi so' l'amichi veri?
Lo vòi sapè chi so' So' li quatrini.
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di Cesare Pascarella « immagine » L'amichi? Te spalancheno le braccia fin che nun hai bisogno e fin che ci hai; ma si, Dio scampi, te ritrovi in guai, te sbatteno, fio mio, la porta in faccia. Tu sei giovene ancora, e 'sta vitaccia nu' la conoschi; ma quanno sarai più granne, allora te...
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ER GIORNO DER GIUDIZZIO

24 novembre 2011 ore 10:03 segnala
di Giuseppe Gioacchino Belli



Quattro angioloni cole tromme in bocca
se metteranno uno pe cantone
a sonà: poi co tanto de vocione
cominceranno a dí: " Fora a chi tocca".

Allora vierà su una filastrocca
de schertri da la terra a pecorone,
pe ripijà figura de perzone,
come purcini attorno de la biocca.

E sta biocca saà Dio benedetto,
che ne farà du' parte, bianca e nera:
una pe annà in cantina, una sur tetto.

All'urtimo uscirà 'na sonajera
d'angioli, e, come si s'annassi a letto
smorzeranno li lumi, e bona sera.
10c9bd94-a128-4db9-8f3e-84b40caf9950
di Giuseppe Gioacchino Belli « IMMAGINE: http://3.bp.blogspot.com/_dPosuN-Gf2w/S_lNGNevMII/AAAAAAAAAVc/ijfYuzNSbt8/S1600-R/scansione0003.jpg » Quattro angioloni cole tromme in bocca se metteranno...
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FANCIULLA, CHE COSA E' SATANA?

21 novembre 2011 ore 20:44 segnala
di Aleardo Aleardi



Satana è un sogno. Lui creâr la nera
Colpa e i rimorsi. Satana è Caino,
Che fugge pei deserti come fiera
Inseguita dal fulmine divino.

Satana è un sogno. È Attila, che passa
Sui teschi umani con le truci schiere.
E persin l’erba disseccata lassa
Sotto l’unghia dal tartaro corsiere.

Satana è un sogno; È il perfido Macbeto,
Che afferra del tradito ospite il trono.
Satana è in noi. È l’orrido segreto
Di quelle colpe, che non han perdono.

Che se d’odî il mortal stanco e di guerre
Togliesse un giorno a vivere d’amore,
Pei mari allor si udrebbe e per le terre
Una voce gridar: «Satana muore.»
2a0847d6-0f59-4475-ba63-106c59bf8361
di Aleardo Aleardi « immagine » Satana è un sogno. Lui creâr la nera Colpa e i rimorsi. Satana è Caino, Che fugge pei deserti come fiera Inseguita dal fulmine divino. Satana è un sogno. È Attila, che passa Sui teschi umani con le truci schiere. E persin l’erba disseccata lassa Sotto l’unghia...
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ALLA LUNA

18 novembre 2011 ore 10:13 segnala
di Ippolito Pindemonte



I.


Grato al piacer, che move
Da te, vergine Diva, e in sen mi piove,
Te canterò: m’insegna
Deh tu quell’armonía,
Che del pudico indegna
Orecchio tuo non sia,
Che parte stillar possa in cor del Saggio
Di quel dolce, ond’è pieno il tuo bel raggio.




II.



Oh quante volte il giorno
Insultai col desío del tuo ritorno!
L’Ore in oscuro ammanto,
E con vïole ai crini,
T’imbrigliavano intanto
I destrieri divini,
E su l’apparecchiata argentea biga
Il Silenzio salía, tuo fido auriga.



III.


Perchè sola ti vede,
Sola l’ignaro vulgo in ciel ti crede:
Ma il Riposo, la Calma,
Del meditar Vaghezza,
Ogni Piacer dell’alma,
La gioconda Tristezza,
E la Pietà, con dolce stilla all’occhio,
Ti stanno taciturne intorno al cocchio.




IV.


Cieco io divenga, s’io
Di levare a te lascio il guardo mio;
O che in cammin notturno
Per fosca ombrata sponda
Vegga il tuo viso eburno
Splender tra fronda e fronda,
O sieda in riva di tranquillo fiume,
Che l’onde sue rincrespi entro il tuo lume.



V.


Meglio, se in riva a un lago,
Custode più fedel della tua imago.
Talor quell’onda blanda,
Tuo specchio, ti consiglia,
Quando la tua ghirlanda
Di ligustro e giunchiglia,
Se turbolla per via rabido vento,
Tu ricomponi con la man d’argento.




VI.



Steso sul verde margo
D’obblío soave ogn’altro loco io spargo.
Quai care ivi memorie
Trovo de’ miei prim’anni,
Quai trovo antiche storie
De’ miei giocondi affanni!
Ah no, che Amor, d’ogni dolcezza avaro,
Sempre non mesce i nappi suoi d’amaro.



VII.



E ancor che a quella unita
Di Zelinda or non più sia la mia vita,
Con bel piacer ritorna
Spesso a quel giorno il core,
Che pria la vide, adorna
Di grazia e di pudore,
Cortese e grave il guardo e la favella,
Luna, quale sei tu, modesta e bella.




VIII.



Ma se la faccia pura
Talora involvi d’una nube oscura,
E ripercuoton l’onde
Luce più scarsa e mesta,
E annerasi ogni fronde
Della muta foresta,
Più l’alma è trista, e sotto nube anch’essa
D’atri pensier si riconcentra oppressa.



IX.



Allor, come dubbiosa,
Ed instabile qui giri ogni cosa;
Come, Dea sorda e forte,
Necessità qui regni,
E sieno al fin di morte
Preda i più bei disegni,
L’alma volgendo va gelida e bruna.
Esci, ah tosto esci di tua nube, o Luna.




X.



Te ricomparsa appena,
Torna teco a brillar l’alma serena:
Qual d’Orïente vaga
Sposa, che il vel rimova,
Onde ogni volta piaga
Nel suo Signor fa nova,
Tal esci dalla tua veste superba
Per quelle tue lucenti orme, che serba.



XI.



Mutasi allor la negra
Scena in un punto, e terra, e ciel s’allegra:
E con piacer l’erbette,
Pria tutte a brun dipinte,
Mirano le caprette
In pallid’or ritinte;
Gli occhi sovra le cose errar già ponno,
Ed è più bello di natura il sonno.




XII.



Volge stagion talora
Che in ciel t’incontri con l’altera Aurora.
Placida dea, tu poco
A pugnar seco aspiri,
Ma cedi pronta il loco
E il raggio tuo ritiri,
Paga che tanto a lei dell’emisfero
Men lungo sia, che non a te, l’impero.



XIII.



Però che alquanto albeggia
Pria quella Diva e alquanto indi rosseggia;
Ma tosto il sol l’ha colta,
Tosto per lui dell’aria
La signorìa l’è tolta:
Trapassa solitaria,
Sconosciuta trapassa entro il suo velo
Nel color tinto, in cui si tinge il cielo.




XIV.



O al lume tuo sereno
Sieda l’Estate, discoperta il seno,
O il Verno assiderato
Vada i tuoi rai cercando,
Alcun tepor bramato
Quasi trovar sognando,
Così tu mi sia destra, inno canoro
Batterà sino a te le penne d’oro.



XV.



E allor che infermo e stanco
Trarrò nelle giornate ultime il fianco,
Che al tuo silenzio opaco
Mi fia l’errar fatica,
Mi fia la selva, e il laco
Solo delizia antica,
Nel mio ritiro un de’ tuoi rai discenda,
E sul bianco mio crin dolce risplenda.
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di Ippolito Pindemonte « IMMAGINE: http://www.marcopolovr.it/risorgimento/protagonisti/protagonisti_veronesi/img/ritratto%20ippolito%20pindemonte.jpg » I. Grato al piacer, che move Da te,...
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LA VERGINE CUCCIA

13 novembre 2011 ore 23:58 segnala
di Giuseppe Parini



Or le sovviene il giorno,
ahi fero giorno! allor che la sua bella
vergine cuccia de le Grazie alunna,
giovenilmente vezzeggiando, il piede

villan del servo con l'eburneo dente
segnò di lieve nota: ed egli audace
con sacrilego piè lanciolla: e quella
tre volte rotolò; tre volte scosse
gli scompigliati peli, e da le molli

nari soffiò la polvere rodente.

Indi i gemiti alzando: aìta aìta
parea dicesse; e da le aurate volte
a lei l'impietosita Eco rispose:
e dagl'infimi chiostri i mesti servi

asceser tutti; e da le somme stanze
le damigelle pallide tremanti
precipitâro. Accorse ognuno; il volto
fu spruzzato d'essenze a la tua Dama;
ella rinvenne alfin: l'ira, il dolore

l'agitavano ancor; fulminei sguardi
gettò sul servo, e con languida voce
chiamò tre volte la sua cuccia: e questa
al sen le corse; in suo tenor vendetta
chieder sembrolle: e tu vendetta avesti,

vergine cuccia de le Grazie alunna.
L'empio servo tremò; con gli occhi al suolo
udì la sua condanna. A lui non valse
merito quadrilustre; a lui non valse
zelo d'arcani ufici; in van per lui

fu pregato e promesso; ei nudo andonne
dell'assisa spogliato ond'era un giorno
venerabile al vulgo. In van novello
signor sperò; ché le pietose dame
inorridîro, e del misfatto atroce

odiâr l'autore. Il misero si giacque
con la squallida prole, e con la nuda
consorte a lato, su la via spargendo
al passeggiere inutile lamento:
e tu vergine cuccia, idol placato

da le vittime umane, isti superba.
23cd0c68-31de-4c96-a79b-a4c733690b00
di Giuseppe Parini « IMMAGINE: http://4.bp.blogspot.com/_WqZPSfjAZDI/SPNnvq_YaGI/AAAAAAAAAwQ/O-h3FMmcncs/s400/240px-Giuseppe_Parini_pastel_on_paper.jpg » Or le sovviene il giorno, ahi fero...
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S'I FOSSI FOCO

13 novembre 2011 ore 00:30 segnala
di Cecco Angiolieri



S'i fosse fuoco, arderei 'l mondo;
s'i fosse vento, lo tempestarei;
s'i fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i fosse Dio, mandereil' en profondo;
s'i fosse papa, allor serei giocondo,
ché tutti cristiani imbrigarei;
s'i fosse 'mperator, ben lo farei;
a tutti tagliarei lo capo a tondo.
S'i fosse morte, andarei a mi' padre;
s'i fosse vita, non starei con lui;
similemente faria da mi' madre.
Si fosse Cecco com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui.
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di Cecco Angiolieri « immagine » S'i fosse fuoco, arderei 'l mondo; s'i fosse vento, lo tempestarei; s'i fosse acqua, i' l'annegherei; s'i fosse Dio, mandereil' en profondo; s'i fosse papa, allor serei giocondo, ché tutti cristiani imbrigarei; s'i fosse 'mperator, ben lo farei; a tutti...
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PREGHIERA DELLA SERA

09 novembre 2011 ore 00:28 segnala
di Lorenzo Stecchetti (Olindo Guerrini)



De’ miei semplici padri antico Iddio,
se vana ombra non sei,
dio di mia madre in cui, fanciullo, anch’io
innocente credei;
se pur tu scruti col pensiero augusto
de’ nostri cori il fondo,
se menzogna non è che tu sia giusto
con chi fu giusto al mondo,
guarda: dall’agonia patir gli orrori
ogni giorno mi tocca;
guarda l’anima mia di che dolori
e di che fiel trabocca!
Abbrevia tu se puoi le maledette
ore del mio soffrire,
avventami, mio Dio, le tue saette;
mio Dio, fammi morire.
405bc7ff-9532-4660-b387-025fbf61fea0
di Lorenzo Stecchetti (Olindo Guerrini) « immagine » De’ miei semplici padri antico Iddio, se vana ombra non sei, dio di mia madre in cui, fanciullo, anch’io innocente credei; se pur tu scruti col pensiero augusto de’ nostri cori il fondo, se menzogna non è che tu sia giusto con chi fu giusto...
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LE GOLOSE

07 novembre 2011 ore 01:36 segnala
di Guido Gozzano



Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.
Signore e signorine -
le dita senza guanto -
scelgon la pasta. Quanto
ritornano bambine!
Perché nïun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta,
divorano la preda.
C'è quella che s'informa
pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
né cura tinta e forma.
L'una, pur mentre inghiotte,
già pensa al dopo, al poi;
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte.
un'altra - il dolce crebbe -
muove le disperate
bianchissime al giulebbe
dita confetturate!
Un'altra, con bell'arte,
sugge la punta estrema:
invano! ché la crema
esce dall'altra parte!
L'una, senz'abbadare
a giovine che adocchi,
divora in pace. Gli occhi
altra solleva, e pare
sugga, in supremo annunzio,
non crema e cioccolatte,
ma superliquefatte
parole del D'Annunzio.
Fra questi aromi acuti,
strani, commisti troppo
di cedro, di sciroppo,
di creme, di velluti,
di essenze parigine,
di mammole, di chiome:
oh! le signore come
ritornano bambine!
Perché non m'è concesso -
o legge inopportuna! -
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,
o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore
di crema e cioccolatte?
Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie
3167adee-ad8f-4122-b3c6-7efc006d85c7
di Guido Gozzano « immagine » Io sono innamorato di tutte le signore che mangiano le paste nelle confetterie. Signore e signorine - le dita senza guanto - scelgon la pasta. Quanto ritornano bambine! Perché nïun le veda, volgon le spalle, in fretta, sollevan la veletta, divorano la...
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LA CANZONE DEL GIRARROSTO

04 novembre 2011 ore 11:19 segnala
di Giovanni Pascoli



Domenica! il dì che a mattina
sorride e sospira al tramonto! . . .
Che ha quella teglia in cucina?
che brontola brontola brontola. . .
È fuori un frastuono di giuoco,
per casa è un sentore di spigo. . .
Che ha quella pentola al fuoco ?
che sfrigola sfrigola sfrigola. . .
E già la massaia ritorna
da messa;
così come trovasi adorna,
s’appressa:
la brage qua copre, là desta,
passando, frr, come in un volo,
spargendo un odore di festa,
di nuovo, di tela e giaggiolo.
La macchina è in punto; l’agnello
nel lungo schidione è già pronto;
la teglia è sul chiuso fornello,
che brontola brontola brontola. . .
Ed ecco la macchina parte da sè,
col suo trepido intrigo:
la pentola nera è da parte,
che sfrigola sfrigola sfrigola. . .
Ed ecco che scende, che sale,
che frulla,
che va con un dondolo eguale
di culla.
La legna scoppietta; ed un fioco
fragore all’orecchio risuona
di qualche invitato, che un poco
s’è fermo su l’uscio, e ragiona.
È l’ora, in cucina, che troppi
due sono, ed un solo non basta:
si cuoce, tra murmuri e scoppi,
la bionda matassa di pasta.
Qua, nella cucina, lo svolo
di piccole grida d’impero;
là, in sala, il ronzare, ormai solo,
d’un ospite molto ciarliero.
Avanti i suoi ciocchi, senz’ira
nè pena,
la docile macchina gira
serena,
qual docile servo, una volta
ch’ha inteso, nè altro bisogna:
lavora nel mentre che ascolta,
lavora nel mentre che sogna.
Va sempre, s’affretta, ch’è l’ora,
con una vertigine molle:
con qualche suo fremito incuora
la pentola grande che bolle.
È l’ora: s’affretta, nè tace,
chè sgrida, rimprovera, accusa,
col suo ticchettìo pertinace,
la teglia che brontola chiusa.
Campana lontana si sente
sonare.
Un’altra con onde più lente,
più chiare,
risponde. Ed il piccolo schiavo
già stanco, girando bel bello,
già mormora, intavola! in tavola!,
e dondola il suo campanello.
6100350d-d423-4c36-ad0c-d5df26cbe916
di Giovanni Pascoli « IMMAGINE: http://www.direttanews.it/wp-content/uploads/Giovanni_Pascoli.jpg » Domenica! il dì che a mattina sorride e sospira al tramonto! . . . Che ha quella teglia in cuci...
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PASSERO SOLITARIO

02 novembre 2011 ore 10:19 segnala
di Giacomo Leopardi



D'in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finché non more il giorno;
Ed erra l'armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell'anno e di tua vita il più bel fiore.
Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de' provetti giorni,
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch'omai cede alla sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s'allegra.
Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell'aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.
Tu, solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all'altrui core,
E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest'anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.
15350305-261d-4eff-b68e-2f3723ee71cb
di Giacomo Leopardi « immagine » D'in su la vetta della torre antica, Passero solitario, alla campagna Cantando vai finché non more il giorno; Ed erra l'armonia per questa valle. Primavera dintorno Brilla nell'aria, e per li campi esulta, Sì ch'a mirarla intenerisce il core. Odi greggi belar,...
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02/11/2011 10:19:43
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