Io non conto nulla, ma ho sostenuto da subito Beppe Grillo

12 giugno 2021 ore 10:25 segnala
Non ho mai conosciuto Beppe Grillo. L’ho fisicamente visto in due occasioni dei suoi spettacoli al Forum di Assago a Milano così diversi e così coinvolgenti; uno squisito “uovo fuori dal cavagnolo”, che mai più avrei potuto immaginare. E che men che meno avrei immaginato come uomo-forza politica nuova e prorompente. Eppure… la valanga di adesioni “politiche” che ebbe, lanciando non tanto una “organizzazione” (che ancora oggi è piuttosto scarsa) quanto una “idea” (la chiamò Movimento 5 Stelle), rivelò che aveva toccato un tasto importante, un messaggio che tanti aspettavano e che era lì, tomo tomo cacchio cacchio, e che diceva: “dai, forza, scoprimi, ti sto aspettando da tanto, per la miseria, ma che aspetti?…”.

Aveva lanciato una sorta di proclama che chiamava la gente ad un “risorgimento politico“, una sorta di “prima guerra di indipendenza”, e come per le guerre di indipendenza, magari senza capire molto quel che stava accadendo o si voleva far accadere, la “gente” accorse e si sacrificò, combatté e… alla fin fine vinse.

L’appello di Grillo era rivolto a tutti o quasi, di sicuro però non era per nulla interessato a coinvolgere i “figli di papà”, quelli indicati dai “poteri forti”, responsabili da sempre delle condotte politiche del mondo intero a partire dalle guerre puniche, dalle quali vengono tanti lutti e sacrifici dei più deboli, quelli per le cui politiche il ricco diventa sempre più ricco e il povero sempre più povero… Su, avanti, datemi del “comunista”… tanto altro non sapete dire! Così avvenne un fatto che mai si era verificato nella nostra storia: la “gente” rispose con attenzione, “con entusiasmo” e non con una stanca partecipazione. E fu così che dalla “gente” (non dai “poteri forti”) cominciò a uscire un bel gruppo di persone sconosciute, simpatiche, grintosette, addirittura un poco guasconcelle. Politicamente nessuno le conosceva, ma ce le trovammo – con un certo stupore – addirittura al governo. E fecero cose notevoli, cose che la “gente” chiedeva, consapevolmente o no, da sempre, ma che i governi espressi da “lorsignori” si guardavano bene dal realizzare. Anzi, i sempiterni “governi dei poteri forti”, sostenuti sempre da persone degne ma anche da farabutti tangentari che ne venivano protetti, ormai per professione legiferavano talvolta sfacciatamente a favore del malaffare, della vergogna nazionale. Sbucarono dal nulla personaggi “de noantri”: figli di ferrovieri, di massaie, di impiegati delle poste, di negozianti… Figli “nostri”, non figli di “lorsignori”, gente decisa, preparata, gente che si era formata con studi seri e impegnativi: non avevano interessi da proteggere o da spingere e avevano anche un atteggiamento molto deciso e concreto. Vennero fuori leggi incredibili e il mondo di “lorsignori” ne ebbe paura. Per qualche tempo (ma, in fondo, ancora oggi) sulla stampa nazionale, tutta nelle mani di “lorsignori”, ci fu espressione di terrore e di “si salvi chi può”. Poi la medesima si organizzò e cominciò una guerra di notizie false, di balle, di somministrazione a man bassa di dubbi e sospetti, che per nulla si interessava di ciò che questi “novelli cialtroni” cercavano di realizzare per il bene di tutti, non solo delle élites…L’importante era buttarli fuori, rimettere le mani sulla polpa, continuare quelle politiche di protezione dei loro interessi. Soprattutto quando “la polpa” si addensò sotto la forma e la sostanza del Recovery Fund. Fu la goccia che fece traboccare il vaso, fu l’enorme successo che questi cialtroni seppero realizzare (e la gente non sa – perché la stampa è stata ben accorta nel nasconderlo) in Europa. La gente non sa che non solo questi cialtroni hanno portato a casa un impegno europeo a erogare all’Italia, fra fondi perduti e prestiti, circa 200 miliardi di euro, ma addirittura, udite udite, con fatiche e davvero encomiabile capacità tutto questo progetto fu “partorito” proprio dall’Italia, governata dai sullodati cialtroni, che riuscirono (bravissimo Giuseppe Conte, è farina del suo sacco) a inoculare la proposta in Europa, difenderla dai sorrisini, sostenerla e portarla fino in fondo. Loro, i cialtroni. Cioè “i nostri”, quegli arroganti sconosciuti che un voto politico sconsiderato aveva portato al potere in Italia.Fu un’onta che “lorsignori” non potevano accettare: ma soprattutto quelle somme, che da sempre venivano gestite (leggi: spesso e volentieri “manipolate”) dal “potere forte” senza tante discussioni né senza troppi controlli, facevano troppo gola. Occorreva porre rimedio, e come? Ci volevano dei sicari che uccidessero i cialtroni, e li trovarono in Lombardia e in Toscana ma le teste stavano a Roma.

Io non conto nulla, ma ho sostenuto da subito Grillo. Mi commuoveva l’animo sincero e altruista di Dario Fo. Ho avuto fiducia nei “cialtroni” e ne ho ancora, forse anche più di prima. Sento che da questa parte dell’Italia e soltanto da qui possono venire le idee e le forze fresche, dopo tanto ma tanto fetore nauseante. E voterò tranquillo i miei cari “grillini”.

La fine della pandemia

08 giugno 2021 ore 07:30 segnala
La fine della pandemia sembra ormai vicina e penso già con nostalgia a quante abitudini abbandoneremo presto.
Per esempio:
i tamponi. Ci mancherà farci sodomizzare le narici da cotton fioc lunghi come righelli mentre ci chiediamo se il naso sia abbastanza pulito. Ci mancherà chiederci silenziosamente “che mano avrà oggi il tizio?” perché ci sono tizi che esplorano le narici con discrezione e altri che arrivano al lobo occipitale, perforano l’iride, puliscono l’occhio da residui cisposi e ripongono con nonchalance il bastoncino nel contenitore.
La tosse. Ci mancherà dare un colpo di tosse per un innocuo prurito alla gola in presenza di altre persone e sentirci colpevoli come se ci avessero scoperti con 10 chili di munizioni di uranio impoverito sotto le ascelle. Ci mancherà quel giustificarci imbarazzati per trenta minuti spiegando che siamo allergici alle graminacee e comunque “ho fatto il tampone due giorni fa” e comunque “tossisco spesso è la conformazione del mio tratto respiratorio” e comunque “ho avuto la pleurite da piccolo" e comunque “io tossico ma ho una secchezza salivare arcinota in famiglia quindi tossisco asciutto” e comunque “è tardi, devo andare, scusate, arrivederci”. Per poi iniziare a correre travolgendo cose e persone e finire a tossire in un bosco fittissimo, alla Fantozzi.
Le scuole. Ci mancherà salutare i nostri figli che vanno a scuola come se fossero in partenza per il fronte. “Mi raccomando, stai attento!”. “Sì mamma!”. “Ti voglio bene!”. “Anche io mamma!”. “Sii prudente!”. “Mamma, sto andando a buttare l’umido, oggi è il 2 giugno, le scuole sono chiuse”. “Li senti ancora i sapori?”. “Sì mamma”. “Lo senti il sapore delle lasagne?”. “No mamma”. “Andiamo in ospedale”. “Mamma, senza offesa, le tue lasagne non sapevano di un cazzo neanche prima del Covid”.
Il numero massimo. Ci mancherà superare il numero massimo di persone ammesse a una tavola e cenare con gli amici al tavolo accanto, come a quelle cene in cui i bambini mangiavano insieme al tavolo più basso. Ci mancherà chiederci “Per antipasto chiedo un tagliere misto da mettere in mezzo?” e realizzare che in mezzo c’è un buco tra i tavoli. Ci mancherà chiedere a Luca se chiede a Luigi se chiede a Francesca se chiede a Valentina se ha già chiesto il conto. Ci mancherà tornare a casa e chiederci “ma con chi ho centro stasera? Boh”.
Mangiare all’aperto. Ci mancherà consultare il meteo non per decidere se andare al mare ma più modestamente se andare a cena fuori nel senso di fuori- all’aperto, senza che il calice di rosè venga riempito da 200 ml di acqua piovana. Ci mancherà quella piacevole sensazione di avanzata ipotermia quando arriva il tiramisù. Ci mancherà arrivare al ristorante dove ci hanno rassicurato “sì sì abbiamo un bel dehor”, scoprire che il bel dehor sono due tavolini in uno spartitraffico sulla Cristoforo Colombo e trovare comunque tutto questo meravigliosamente bucolico.
Amuchina. Ci mancherà il distributore dell’Amuchina prima di entrare nei negozi, roba che nelle giornate di shopping, al dodicesimo strato di disinfettante sulle mani, iniziano a corrodersi anche le fedi nuziali.
La febbre. Ci mancherà il tizio che ci misura la febbre davanti ai centri commerciali, al ristorante, all’ingresso dei musei e dei bar. Un uomo solo, messo lì con la sua pistola elettronica, a misurare la temperatura dell’universo, nonostante l’arma si inceppi di frequente. Nonostante i “ha 31,4 ma vabbè passi, sarà rotto il termometro” e tu continui a fare shopping chiedendoti se era il termometro ad essere rotto o sei tu che sei già morto e sei convinto di parlare con la gente, ma quella è gente morta come te, vedi il “Sesto senso”.
Il saturimetro. Ci mancherà la presenza fissa del saturimetro tra i soprammobili di casa, tra il tagliacarte e il portacenere di vetro. Ci mancherà infilare il dito in quella specie di tagliola elettronica che decide in un attimo se chiamerai un delivery per cena o il 118.
I treni. Ci mancherà il distanziamento sui mezzi di trasporto. A me in particolare mancherà quello sul treno, perché tutto quello spazio vuoto sembrava scoraggiare i temibili passeggeri che passano ore a ingaggiare interminabili telefonate di lavoro a volume lancinante, infarcite di brain storming, briefing, skills e know-how, così che pure lo stagista dello studio assicurativo di provincia appaia una via di mezzo tra Bill Gates e Sergio Marchionne. Mi mancherà lo spazio libero di fronte, le gambe libere dal polpaccio dello sconosciuto e dal carlino della signora.
Ci mancherà la possibilità di non entrare in ascensore col vicino di casa che ci sta sulle palle con la scusa che “c’è il Covid, uno alla volta”.
Ci mancherà la sindrome da Wikipedia applicata al Covid. La sindrome da Wikipedia è quella patologia per cui chiunque, alla comparsa di un qualsiasi sintomo, consultando Wikipedia scopre di essere ormai allo stadio terminale di una malattia incurabile. Col Covid era pure peggio perchè, a parte essere contagioso, aveva praticamente tutti i sintomi descritti dai manuali di Medicina Clinica. Mi si è arrossato l’occhio, ho il Covid. Mi prude il ginocchio da un paio di giorni, ho il Covid. Ho un fortissimo dolore al fegato dopo aver bevuto tre cartoni di Tavernello, ho il Covid. Non ho niente, ho il Covid. Asintomatico.
Ci mancherà aprire le porte, le finestre, le uscite di sicurezza con l’ausilio delle sole nocche. Altri due anni così e l’evoluzione avrebbe fatto nascere neonati con nocche gigantesche e prensili, capaci di afferrare meteoriti al volo.
Ci mancheranno i virologi, che stanno perdendo forza e diffusione, come il virus. C’è chi si sta riciclando come showgirl, per esempio Bassetti, c’è chi si sta ritirando dalle scene prima che le scene abbandonino lui, per esempio Massimo Galli. C’è chi continuerà a dire che moriremo tutti, come Andrea Crisanti. E quando qualcuno gli farà notare che il virus non circola più, attenderà- lui, immortale- che si muoia tutti di vecchiaia per dirci: “Ve l’avevo detto”.
Ci mancherà la mascher…No, la mascherina no.
Ci mancherà accontentarci di poco, perché tanto lo sappiamo: quei tavoli piazzati nello spartitraffico sulla Colombo torneranno a sembrarci una ciofeca, in un attimo.

ALLA CORTE DI RE ARTÙ TRA DONNE, CAVALIERI E FILTRI DI MAGO

16 maggio 2021 ore 09:17 segnala
Dalle cronache apocrife diHolinshed. Dopo
che re Artù ebbe stabilita la sua corte a Camelot,
il suo irrequieto nipote, Gawain, partì in
cerca di una sposa. Galoppò per mesi da una
contea all’altra, ospite dei signori del luogo, finché una
sera, sorpreso dalla pioggia, dovette riparare nelle rovine
di un castello. Dormiva su un cumulo di paglia nella
stalla diroccata, quando venne svegliato da un bagliore.
Rabbrividì: dinanzi a lui, diafano di una luce lunare, c’era
lo spettro di Hudibras, l’antico re dei Britanni, che si
nutriva delle anime dei cavalieri erranti, per via di una
maledizione. Gawain implorò lo spettro di avere salva la
vita: in cambio, sarebbe tornato con la soluzione dell’enigma
che l’imprigionava nel suo odioso limbo senza
tempo. Hudibras parlò: “Come sai dell’enigma? ”. Gawain:
“Ne cantano gli aedi da secoli, Sire. Un giorno la
Dama del Lago, che voi avevate tradito con una damigella
di corte, vi domandò: ‘Quale donna conosce meglio
un uomo?’. Non sapeste rispondere, e la fata confinò
la vostra anima nella prigione sovrannaturale in cui si
trova, impedendovi i Campi Elisi”. Gli giurò sul suo onore
che sarebbe tornato; e se non avesse avuto con sé la
soluzione, allora Hudibras avrebbe potuto consumare
l’orrido pasto. Rientrato a Camelot, Gawain interpellò
Merlino, il quale purtroppo ignorava lo scioglimento.
“L’unica che potrebbe saperlo”suggerì il mago “è la Vecchia
in Cremisi che vive nel bosco perduto di Heligan, in
Cornovaglia”. “Devo trovarla!”. “Ti preparo la pozione
che ti permetterà di vedere il bosco, e di entrare nel suo
folto. La Vecchia ti metterà alla prova. Prega di essere in
grado di superarla: finora nessun giovane intrepido ha
mai fatto ritorno”. Gawain trascorse nel bosco di Heligan
quasi un anno, in cerca della Vecchia in Cremisi; e
stava quasi per rinunciare, sconfitto, quando una mattina,
finalmente, la vide! Accovacciata presso un laghetto,
stava mingendo. Nell’avvicinarsi, Gawain calpestò
un ramo. La Vecchia si voltò verso di lui: per un attimo,
Gawain si sentì mancare. “Un altro coraggioso cavaliere
che inorridisce davanti alla mia beltà! Ah ah ah ah ah!”
rise con malagrazia la Vecchia sdentata. “Vieni avanti. È
lebbra secca: non è contagiosa. Perché sei qui?”. “Cerco
una risposta, orrifica Signora”. “Se te la do, tu che mi dai
in cambio?”. “Tutto ciò che possiedo”. “Devi essere davvero
disperato. Parla, dunque. Cosa vuoi sapere?”.
“Quale donna conosce meglio un uomo?”. In cambio, la
Vecchia volle averlo come amante, e Gawain non potè
rifiutarsi; ma, nel penetrare le sue carni pustolose, riuscì
a stento a nascondere il proprio disgusto. “Perché sospiri,
e non mi guardi, cavaliere?” Gawain, in tutta onestà,
le disse che era per la sua bruttezza e per il suo olezzo. Al
che la Vecchia gli prese il volto e lo girò verso di sé. Gawain
cercò di opporre resistenza, ma quando alfine posò
gli occhi su di lei restò allibito: sotto di lui non c’era più la
Vecchia ripugnante, ma una damigella assai graziosa e
dal buon profumo, le cui labbra avevano il rosso delle
ciliegie mature, e la cui pelle vellutata, candida come neve,
mostrava sul volto un rosa pudibondo. Deliziato, Gawain
la accarezzò. Alice, questo era il suo nome, gli raccontò
l’antefatto: un tempo era una giovane nobildonna,
amante del re; gelosa, la Dama del Lago la trasmutò
in una megera. Solo la spada di un cavaliere valoroso avrebbe
potuto rompere l’incantesimo, trapassandola: e
così era successo. Gawain tornò a Camelot e presentò
Alice, la sua futura sposa, a re Artù, che se ne rallegrò con
la corte, dando disposizioni per una grande festa. Il giorno
dopo, Gawain si recò da re Hudibras con la soluzione
dell ’enigma: “Quale donna conosce meglio un uomo?
La donna che ha smesso di amarlo”.

IO VI ACCUSO

28 novembre 2020 ore 19:49 segnala
IO VI ACCUSO
Barbara D’Urso, Maria De Filippi, Alfonso Signorini, Alessia Marcuzzi e tutta la schiera della vostra bolgia infernale… io vi accuso.
Vi accuso di essere tra i principali responsabili del decadimento culturale del nostro Paese, del suo imbarbarimento sociale, della sua corruzione e corrosione morale, della destabilizzazione mentale delle nuove generazioni, dell’impoverimento etico dei nostri giovani, della distorsione educativa dei nostri ragazzi.
Voi, con la vostra televisione trash, i vostri programmi spazzatura, i vostri pseudo spettacoli artefatti, falsi, ingannevoli, meschini, avete contribuito in prima persona e senza scrupoli al Decadentismo del terzo millennio che stavolta, purtroppo, non porta con sé alcun valore ma solo il nulla cosmico.
Siete complici e consapevoli promotori di quel perverso processo mediatico che ha inculcato la convinzione di una realizzazione di sé stessi basata esclusivamente sull’apparenza, sull’ostentazione della fama, del successo e della bellezza, sulla costante ricerca dell’applauso, sull’approvazione del pubblico, sulla costruzione di ciò che gli altri vogliono e non di ciò che siamo.
Questo è il vostro mondo, questo è ciò che da anni vomitate dai vostri studi televisivi.
Avete sdoganato la maleducazione, l’ignoranza, la povertà morale e culturale come modelli di relazioni e riconoscimento sociale, perché i vostri programmi abbondano con il vostro consenso di cafoni, ignoranti e maleducati. Avete regalato fama e trasformato in modelli da imitare personaggi che non hanno valori, non hanno cultura, non hanno alcuno spessore morale.
Rappresentate l’umiliazione dei laureati, la mortificazione di chi studia, di chi investe tempo e risorse nella cultura, di chi frustrato abbandona infine l’Italia perché la ribalta e l’attenzione sono per i teatranti dei vostri programmi.
Parlo da insegnante, che vede i propri alunni emulare esasperatamente gli atteggiamenti di boria, di falsità, di apparenza, di provocazione, di ostentazione, di maleducazione che diffondono i personaggi della vostra televisione; che vede replicare nelle proprie aule le stesse tristi e squallide dinamiche da reality, nella convinzione che sia questo e solo questo il modo di relazionarsi con i propri coetanei e di guadagnarsi la loro accettazione e la loro stima; che vede lo smarrimento, la paura, l’isolamento negli occhi di quei ragazzi che invece non si adeguano, non cedono alla seduzione di questo orribile mondo, ma per questo vengono ripagati con l’emarginazione e la derisione.
Ho visto nei miei anni di insegnamento prima con perplessità, poi con preoccupazione, ora con terrore centinaia di alunni comportarsi come replicanti degli imbarazzanti personaggi che popolano le vostre trasmissioni, per cercare di essere come loro. E provo orrore per il compiacimento che trasudano le vostre conduzioni al cospetto di certi personaggi.
Io vi accuso, dunque, perché di tutto ciò siete responsabili in prima persona.
Spero nella vostra fine professionale e nella vostra estinzione mediatica, perché solo queste potranno essere le giuste pene per gli irreparabili danni causati al Paese.
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IO VI ACCUSO Barbara D’Urso, Maria De Filippi, Alfonso Signorini, Alessia Marcuzzi e tutta la schiera della vostra bolgia infernale… io vi accuso. Vi accuso di essere tra i principali responsabili del decadimento culturale del nostro Paese, del suo imbarbarimento sociale, della sua corruzione e...
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28/11/2020 19:49:07
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LA MORALE DELLA TROTA: “FEMMINA O MASCHIO, PURCHÉ PIACCIA A

21 giugno 2020 ore 08:46 segnala
In una radura del vecchioWest, abitava una vedova
bellissima dall’indole generosa, un’autentica
sventola svegliamorti. Un giorno, uno straniero
prestante, cavalcando nei pressi, la vide
piegata sul pozzo, a issare un mastello colmo d’a cqua.
Subito s’offerse di aiutarla a portare quel peso,
cosa che la stupì, perché da quelle parti non era
consuetudine che i cow-boy aiutassero le donne,
anzi: le usavano come bestie da soma. Per ringraziarlo,
gli si concesse nel fienile, dove le procurò così
tanto godimento che la donna, di delizia in delizia,
si chiedeva se avesse a che fare con un uomo o
con un dio.
POI LO STRANIERO SPARÌ, come per incantamento.
Ne nacque un bimbo, che si sarebbe rivelato non meno
straordinario del padre. La vedova continuava ad
avere corteggiatori, cui si donava perché fare l’amo -
re le piaceva proprio tanto. Una sera, un mandriano,
stregato dalle sue curve, le mise al collo una catenina
d’argento, il cui pendente, un rubino grosso come
una ciliegia, venne subito inghiottito dal décolleté ri -
gonfio e candido della vedova, togliendogli il fiato.
La vedova pensò: “Speriamo mi faccia la festa, appena
il bambino dorme”. Ma dal lettino si levò una
voce: “Perché non regali a mia madre anche l’anello
che hai rubato, con quella collana, alla figlia dell’orologiaio?
”. “Quale anello?”, lo burlò l’uomo; il bambino
però, chissà come, ci aveva preso, e lui ne fu così
turbato che galoppò via e non si fece più vedere.
La stessa cosa capitò allo sceriffo (“Perché vai a
letto con la moglie del farmacista?”), al parroco
(“Perché spendi le offerte al casino?”), e al farmacista
(“Perché vai a letto con la moglie dello sceriffo?”).
Nel saloon si sparse la voce che quel moccioso era un
impiccione, e per un anno intero la vedova soffrì di
smanie, senza un estintore con cui spegnere i suoi
bollori.
Qualche tempo dopo, il presidente degli Stati Uniti,
che amava pescare, portava a casa una trota
spettacolare. Voleva mostrarla a sua moglie, prima
di darla al cuoco per la cena; ma quando bussò alla
porta della sua camera, la moglie, che non poteva
aprire, per prendere tempo domandò: “È una trota
maschio o femmina?”. A quella domanda sciocca, la
trota cominciò a ridere, divincolandosi sul piatto
d’argento. Il presidente restò esterrefatto: una trota
che rideva! Era forse un presagio? E poiché temeva
di venire assassinato come McKinley, Garfield e Lincoln,
chiese a tutti gli amici se sapessero spiegargli il
fenomeno. Gli dissero che solo una persona poteva
dargli la risposta. Convocarono alla Casa Bianca il
figlio della vedova, la madre appresso; e quando il
presidente la vide, non poté rimanere indifferente:
negli anni si era fatta ancora più bella. Domandò al
bambino perché la trota avesse riso. Il bambino disse:
“Faccia venire qui la dama di compagnia di sua
moglie”. Fu fatto. “E adesso spogliatela”. A un cenno
del presidente, due uomini dei servizi segreti le tolsero
di dosso tutti gli indumenti. Era un uomo. La
furia del presidente fu incontenibile, la moglie ripudiata.
“La trota ha riso perché è irrilevante se uno è
maschio o femmina: basta che piaccia a te”, spiegò il
bambino quando tornò la pace. “Dio è buono,” disse
il presidente, il giorno che sposò la bella vedova; e
per tutta la vita le dimostrò, di delizia in delizia, che
anche lui, a letto, poteva essere un dio.

Le cose che ho imparato

18 febbraio 2020 ore 19:55 segnala
Ho imparato a guardarmi allo specchio e a dirmi che sono bella.
Non importa se grassa o magra, se giovane o vecchia, se con le rughe o
con la pancia.
Amo le mie imperfezioni. Imparate pure voi ad amarle, diventeranno la
vostra forza e vedrete che anche gli altri le ameranno.
Ho imparato a non avere paura della paura.
Abbracciatela e andate avanti, non fatevi fermare da niente e da nessuno.
Chiedetevi che cosa volete davvero da voi stesse e dagli altri e fate il
massimo per ottenerlo.
Ho imparato che in qualsiasi momento della vita, sí, anche in menopausa,
anche quando tutti vi dicono che è troppo tardi, possiamo cambiare il nostro
presente e quindi il nostro futuro. Ogni giorno possiamo scegliere chi
diventare.
Ho imparato che il passato è una zavorra che bisogna abbandonare. L’idea
che abbiamo di noi e che si è formata nella nostra testa ci limita. Cosí come la
nostra zona di conforto. Là fuori c’è un mondo da esplorare. Sta solo
aspettando che noi scendiamo dal divano e cominciamo a camminare.
E se dovessimo cadere?
Ci rialziamo, l’importante è continuare a camminare. Chi resta fermo ha
già smesso di vivere.
Ho imparato che il dolore non è un nemico, il vero nemico è chi quel
dolore lo ha provocato.
Impariamo a lasciarlo andare, noi siamo preziose e non per tutti.
Ho imparato a cercare il piacere e ciò che mi fa stare bene e ora so che non
devo avere paura di invecchiare. Sono una donna e in quanto tale bella e sexy
sempre, a qualsiasi età, guai a chi vuole sminuirmi, uccidermi, soffocarmi,
plasmarmi.
Noi siamo quelle che siamo, e scegliere come vivere e chi deve starci
accanto dipende da noi. Ho imparato a non dare retta alla vocina interiore che
mi diceva che non ero abbastanza brava, che non dovevo neanche provarci,
tanto avrei fallito, perché quella vocina interiore mi ostacolava e non mi
faceva vedere ciò di cui sono davvero capace.
Ho imparato che ogni giornata segna la fine di un capitolo, ma anche
l’inizio del resto della mia vita.
Ho imparato che non sono una mezza mela senza un uomo accanto, né uno
spicchio senza avere avuto figli. Ho imparato che nessuno può dirti che cosa
sia «la sensazione piú bella del mondo», semplicemente perché nessuno lo sa.
Per adesso, la sensazione piú bella del mondo, per me, è avere capito di
essere libera.
Quello che possiamo fare è rendere la nostra esistenza, l’unica che
abbiamo, la migliore possibile e per farlo dobbiamo amarci e non permettere
a nessuno di sminuire il nostro valore.
Mirate in alto, imparate a «volere la luna» e quando qualcuno cercherà di
tirarvi giú, cercherà di farvi sentire mezze donne perché senza marito e senza
figli, allora… fate come me. Dite che siete vedove.
D’improvviso avrete guadagnato giovinezza, status sociale e ammirazione.
Perché se siete vedove, agli occhi del mondo, significa che qualcuno vi ha
raccattato.
Certo, è morto, ma questo, ovvio, non è colpa vostra.
A meno che non lo abbiate ucciso voi.
Che è un altro modo di vedere la cosa.
E quando mi sento sola, perché a volte succede, ripenso alle parole di
Filippo di fronte a un regalo di un mio ex collega e amico.
Era appena tornato dal Perú e mi aveva portato due tovagliette da pranzo.
– Sono due eh! – mi aveva detto. – Voglio essere ottimista.
– Ma io sono sola.
Quindi, Filippo aveva detto: – Mosca, apparecchi per due e fai il giro
intorno al tavolo. Prima ti siedi da una parte, poi dall’altra…
Era una metafora, una metafora per dirmi che dovevo bastare a me stessa.
Non credo lui volesse intenderla esattamente cosí, ma sono certa che
apprezzerà la mia libera interpretazione.
Fabrizio?
Mi piacerebbe imparasse anche lui ad amarsi e a prendersi cura delle
persone a cui vuole bene.

La vita è un’avventura e nessuno dovrebbe impedirsi di viverla.
La lezione piú importante è proprio questa: siamo noi il nostro lieto fine, il
nostro ballo di Cenerentola. Il vissero per sempre felici e contenti esiste, solo
non è quello che ci hanno raccontato.
Ecco la vera favola.

Amore, questo sconosciuto

16 febbraio 2020 ore 18:08 segnala
Quando ero piccola, non vedevo l’ora di crescere. All’epoca pensavo che
essere grande fosse facile. Nessuno mi aveva detto che era molto piú difficile
di quel che sembrava, che ci sarebbero stati degli ostacoli da superare, delle
perdite, dei dolori.
Ma come poteva una bambina a cui nessuno aveva dato gli strumenti
necessari per crescere e affrontare il mondo – che, come mi ripeteva sempre il
mio psicologo, non era fatto di persone che stavano lí a giudicarmi – riuscire
a muoversi con sicurezza? Soprattutto se l’approvazione non arrivava, le
carezze di un uomo mancavano, insieme alle sue attenzioni, all’affetto e
all’amore tanto agognato? Volevo tornare indietro, a quando nella mia
cameretta leggevo «Cioè» e i fotoromanzi con Massimo Ciavarro e ascoltavo
Fiordaliso e i Righeira in attesa dell’arrivo dell’estate, che caricavo di
speranze e aspettative. Quanti sogni ho coccolato davanti alla locandina di
Cenerentola ’80. Vorrei tornare indietro e dire a quella bambina di buttarsi, di
non avere paura del futuro, ma di vivere il presente. Di non cantare insieme a
Fiordaliso Non voglio mica la luna, ma di pretenderla, la luna! Per sé stessa e
per la donna che diventerà. Vorrei tornare indietro e dire a quella bambina di
non sminuirsi, di non accontentarsi, perché poi cambiare rotta sarà piú
difficile. Vorrei dire a quella bambina di volersi tanto bene, perché quando si
vuole bene a una persona si vuole per lei solo il meglio.
E non sarebbe bello pretendere per noi stessi solo il meglio?
– Che grande scrittore, – mi aveva detto un giornalista mentre assistevamo
alla presentazione del libro di un giovane esordiente durante un festival
letterario.
– Sí, è vero, – avevo risposto. – Ma non è un romanzo rosa? In fondo,
parla di un ragazzo single, anche un po’ sfigato, a cui non gliene va bene una,
e che finalmente incontra una ragazza che…
– Nooo, ma sei matta? Rosa? Si chiama romanzo di formazione, Chiara.
– Però… però è molto simile ai miei, di romanzi. Tranne il fatto che nei
miei la protagonista è una donna.
– Infatti tu scrivi romanzi rosa, chick lit. Insomma, roba alla Bridget Jones,
per intenderci. Altrimenti non lo avrebbero mai invitato a un festival cosí
prestigioso, no?
– Già, – mi trovai a rispondere.
Fu con lo stesso spirito da guerriera che affrontai la conoscenza di Andrea,
affascinante manager finanziario. Lo conobbi a una cena di lavoro e mi misi
subito nella mia solita posizione di svantaggio.
Era troppo bello, troppo ricco, troppo tutto, per me.
Peccato non avessi tenuto conto del fatto che io non ero piú la stessa
persona e che il mio sguardo sul mondo era disincantato. Quasi feroce.
Quella sera chiacchierammo a lungo e scoprii presto che era fidanzato.
Convivente, addirittura. Ovvio, pensai, uno cosí mica poteva essere libero.
Per darmi un tono gli dissi che ero una scrittrice, era la prima volta che
adottavo una strategia del genere, ma mi sembrava fosse arrivato il momento
di giocare la mia carta migliore.
– Fico, – fu il suo commento, – di che genere?
– Dunque, sono sempre protagoniste femminili che…
– Ah, quindi scrivi tipo… romanzi rosa?
Niente, non c’era speranza.
Annuii e passai oltre.
E per passare oltre intendo dire che finí per parlare solo lui.
Disse che voleva andare a vivere all’estero, che in Italia non c’era futuro,
che conosceva alla perfezione dodici lingue e che l’unico problema era la
compagna. Ma, aggiunse poi, non era un vero e proprio problema, perché tra
loro era finita.
– Come, finita? – domandai, risvegliandomi.
La fiammella della speranza si era riaccesa.
– Non c’è feeling, siamo in pratica come fratello e sorella…
– Dopo tanti anni credo sia normale.
– Eh no! Io voglio mettere su famiglia, avere dei figli!
– Ma non volevi andare all’estero?
– Che c’entra? Ho cinquantacinque anni, ho diritto ancora ad avere una
vita sessuale attiva, non credi?
– Certo, i figli però… insomma, è un po’ tardino, non credi?
– Perché?
– Perché hai cinquantacinque anni! E quando tuo figlio ne avrà diciotto, tu
andrai per gli ottanta! Lo trovo inquietante.
– Esagerata. Guarda che adesso si può fare tutto. Anche la mia compagna,
che ne ha cinquanta, ne vorrebbe tanto uno.
– Ma non vi stavate per lasciare?
– Sí, ma Chiara, sono cose lente e complicate…
– E intanto fate un figlio?
– Crediamo entrambi che sia un progetto importante.
Pensai a Nicola, il marito di Marika.
Pensai agli uomini che forse, come per Cenerentola a mezzanotte, allo
scoccare dei cinquant’anni invece che la scarpetta perdevano il senso del
tempo, e della realtà. E anche un po’ quello dell’umorismo, se posso dire la
mia. Per carità, tutti abbiamo paura di invecchiare, eh. Ma non è che fare un
figlio a quell’età ti allunghi la vita. Anzi!! Io dopo un paio d’ore trascorse con
Giovannino tornavo a casa e mi mettevo a letto.
Comunque sia, nonostante i dubbi e le perplessità, decisi che valeva la
pena frequentarlo. Era un bell’uomo, ed era interessato a me! Almeno cosí mi
sembrava.
Platonicamente s’intende.
Lui si definiva un bravo ragazzo, anche se «ragazzo» non era il termine a
cui avrei pensato guardandolo, era fedele, non se la sentiva di tradire la sua
fidanzata per la quale, insisteva, non provava piú nulla e con la quale non
faceva piú sesso.
– Credo che lei non ne abbia voglia, – mi confessò un giorno a pranzo. –
Si tiene alla larga da me. Cioè, facciamo molti viaggi insieme, andiamo a
mostre, feste, facciamo una bella vita, ma il sesso… niente. E il sesso per me
è importante.
– Scusa, allora perché non la lasci?
– Eh… la fai facile tu.
– No, immagino che non lo sia, ma se non ci stai piú bene…
– Sono troppo buono. L’altro giorno l’ho cacciata di casa, le ho detto:
«Basta, è finita, trovati un altro posto dove stare».
– Oddio… e adesso dove vive? In mezzo a una strada???
– No, a casa…
– Quale casa?
– La mia.
– Mica ho capito…
Sbuffò e alzò gli occhi al cielo: – Lei si è messa a piangere e alla fine è
rimasta.
– Ah, ecco.
– Te l’ho detto. Sono troppo buono.
– Buonissimo, in effetti, – ed enfatizzai il concetto scuotendo la testa con
espressione contrita.
Ci vedevamo almeno una volta a settimana in pausa pranzo. Il posto in cui
ci incontravamo era vicino al mio vecchio ufficio e se potevo, in pratica quasi
sempre, passavo a fare un saluto.
Filippo, quando mi vedeva entrare tutta cotonata, mi ripeteva: – Mosca,
dove vai conciata cosí?
– A pranzo con il manager!
– Quello fico?
– Eh, sí.
– Ancora non avete concluso?
– No.
– E che aspetti? Guarda che stai sparando le tue ultime cartucce.
E aveva ragione, che potevo fare però?
Per fortuna, durante l’ennesimo pranzo, ci pensò lui a smuovere le acque.
– Tu mi trovi un ragazzo desiderabile?
E in quel momento per la prima volta in vita mia, tirai fuori la carta della
seduzione.
Cioè in verità la seconda, alla prima mi cadde un dente.
Mi toccai con nonchalance la protesi che sembrava bella stabile in bocca e
attaccai.
Mi sporsi verso di lui, appoggiando le tette sul tavolo: –
Desiderabilissimo.
L’avevo detto davvero?
– Ah, però.
Pareva colpito e io rincarai la dose: – Secondo te, perché da quattro mesi a
questa parte vengo ogni lunedí a pranzo con te da Luini? A me i panzerotti
fanno schifo!
– Sei sempre cosí audace?
Audace?
– No, – ormai ero lanciatissima, – solo quando mi piace un uomo, – e
sottolineai la parola «uomo» apposta. Insomma, andava bene tutto, ma a
chiamarlo ragazzo proprio non ci riuscivo.
Lo avevo detto io? Mi vennero i brividi.
– Però non posso, mi dispiace. Sul serio, non posso. Mettiti nei miei panni.
Come faccio poi a tornare a casa dalla mia fidanzata?
Basta, gettavo la spugna. Per colpa di questa storia stavo diventando pure
obesa.
Sconsolata, feci un salto da Filippo.
– Allora? – mi domandò. – Come è andata con il manager?
– Niente, un fallimento.
– Hai sfoderato le tue armi migliori?
– E quali sarebbero?
– Il pigiamino di spugna con cui vai a dormire, il dente marcio, la
cacarella. I tuoi cavalli di battaglia. Come farai a non sedurli, ’sti uomini…
E invece, con grande sorpresa generale, soprattutto mia, qualche ora dopo
il pranzo mi arrivò il seguente sms: «Che ne dici se vengo ad annusarti un po’
domani pomeriggio?»
Questo perché era un bravo ragazzo.
Tutta fiera composi la risposta: «Profumerò di rose e vaniglia».
«Ora non esageriamo, – scrisse lui, – che poi mi lasci addosso il tuo
odore».
Va be’, lo giustificai, non sarà abituato, in fondo è un bravo ragazzo.
Il giorno successivo presi ben due ore di permesso per il restyling. Andrea
sarebbe arrivato a casa mia alle sette, ora aperitivo.
– Sei sicura che due ore ti bastino? – mi chiese Filippo.
– Certo!
– Se fossi in te, mi prenderei la giornata.
Non gli diedi retta e alle cinque corsi a casa. Comprai del vino, delle
candele, patatine e pizzette. Sembrava la festa dei miei quattordici anni,
tranne che per il vino.
Quando citofonò, ero emozionatissima.
Un uomo bello, ricco, affascinante aveva scelto me!
Entrò in casa e non le diede nemmeno uno sguardo. Né a lei, né alle
pizzette, né a me, che sembravo Moira Orfei prima del lifting.
Cominciò a baciarmi già lí, sulla porta.
Però, pensai. Che maschio. Era preso a tal punto da non simulare neanche
un finto interesse per la mia apparecchiatura.
– Allora, – disse interrompendo di baciarmi, – niente graffi, please. Niente
vestiti strappati, okay?
– Non c’è pericolo…
Vestiti strappati? Chi pensava che fossi? Una pantera?
Ci dirigemmo in camera da letto e lo vidi spogliarsi con cura e ripiegare i
vestiti sulla sedia.
Ci mise cosí tanto che per un attimo mi distrassi e pensai a Letizia.
Dovevo dirle che adesso avevo la risposta: era meglio un uomo che ti
strappava i vestiti di dosso, o che si strappava da solo i suoi. Qualsiasi cosa
sarebbe stata meglio di quella lenta agonia.
All’improvviso, lo sentii parlare.
– Come, scusa?
– Dicevo, mettiti in questa posizione. Ecco sí, aspetta che io mi sposto.
Attenta alla gamba. Eh no, le unghie no!
– Ma non ce le ho, le unghie!
– Io le sento! Dài su, dimmi qualcosa.
– Di che tipo?
– Non so, qualcosa di passionale. La gamba però lí non va bene, te l’ho
detto.
– Eh ma piú di cosí non ce la faccio. Non sono mica Carla Fracci.
– Lo vedo. Aspetta che prendo il preservativo.
Ancora?
– Sai, – disse, mentre si affaccendava, – bisogna sempre usarlo. C’è
l’Aids. Tu incontri un ragazzo in un locale e pensi che siccome è vestito
bene, è in giacca e cravatta, puoi andare sul sicuro, invece no! C’è sempre la
fregatura.
Io non riuscivo piú a chiudere le gambe, però.
– Certo, ma non è che vado ad adescare uomini in giacca e cravatta nei
locali!
– Ah no? Mi sembravi cosí audace…
Ma che donne aveva frequentato fino a quel momento? Se per lui ero
audace, quelle audaci per davvero come si posizionavano ai suoi occhi?
La risposta arrivò nel momento esatto in cui ricominciò a dirigere il
traffico.
Oddio.
Dovevo concentrarmi su altro.
Fu allora che pensai alla sua fidanzata.
Forse aveva deciso di prendersi il meglio di Andrea, che, per carità, io
dovevo ancora individuare quale fosse, ma magari lei lo sapeva. I viaggi? I
regali? La casa?
– Allora? – mi chiese a un certo punto, distraendomi.
– Scusa, non ti stavo ascoltando. Dicevi?
– Hai pensato a cosa dirmi?
– Ma quando?
– Adesso!
Boh, non avevo capito.
Per fortuna, Andrea non era Francesco e aveva anche fretta di tornare a
casa.
Non seppi mai che voleva che gli dicessi.
Prima di congedarsi concluse la sua paternale sull’Aids e i preservativi. Ci
teneva cosí tanto a salvarmi che me ne lasciò anche uno. A conferma del fatto
che, forse, il mestiere da escort ce l’avevo nel sangue!
– Sai, – disse alla fine, – non credo ci rivedremo mai piú. Sono un bravo
ragazzo e davvero non ce la faccio.
– Certo! Lo comprendo, ci mancherebbe.
– Non ti vedo dispiaciuta.
– Sto soffrendo in silenzio.
– No perché io potrei continuare a vedere te e tenermi la fidanzata…
Non metteva proprio in discussione il fatto che io potessi declinare
l’offerta.
– Ma non sarebbe giusto, – concluse.
Ah, però. Forse in fondo aveva un’anima.
– Non sarebbe giusto per me. Io merito di meglio! Merito una donna
accanto che mi desideri sessualmente. Quindi non mi voglio adagiare su una
situazione che potrebbe essere ottimale. Per questo motivo, mi dispiace,
Chiara, ma sul serio non accadrà piú.
Tirai un sospiro di sollievo e cercai di riaccompagnarlo alla porta. Le
gambe non si richiudevano piú. Ero certa di avere uno strappo muscolare,
anzi due. Sarei dovuta andare a farmi una lastra.
Quella sera svuotai la bottiglia che avevo comprato e mi ingozzai di
patatine e pizzette. Il mio personale party anni Ottanta. Però una cosa mi fu
chiara.
Ero io a meritare di meglio.
Dovevo solo capire da dove cominciare.

Otto tipi di uomini che piacciono alle donne

15 febbraio 2020 ore 15:28 segnala
Se siete spesso senza uno straccio di appuntamento femminile, urge intervento drastico. Che, nel caso specifico, non ha a che fare coi soliti consigli dell’ultimo minuto del vostro migliore amico, guarda caso single e disperato quanto voi, bensì sulle otto qualità scientificamente dimostrate che ogni uomo deve avere per far colpo su una donna. Provate a controllare se ne possedete almeno una: se così fosse, potrebbe anche capitare che la vostra uscita di coppia non faccia la fine della scarpina di Cenerentola e prosegua ben oltre lo scoccare della mezzanotte.

1 – Una bella auto è sempre una garanzia
Stando ad una ricerca austriaca, riportata sul bollettino online della Rider University, le donne tendono ad associare la personalità di un uomo alla sua automobile: più bella è la vettura, meglio viene giudicato chi la guida. Insomma, non è l’abito a fare il monaco, bensì il motore. Che dev’essere il più potente possibile.

2 – Uomo barbuto sempre piaciuto
Quando si parla di barbe, mai scegliere le mezze misure. A confermarlo, una ricerca pubblicata sull’Archives of Sexual Behavior secondo la quale le donne preferiscono un volto maschile adeguatamente peloso (ma ben curato) ad un faccino pulito e angelico. Il motivo? La barba folta fa subito “potenziale papà” e l’orologio biologico femminile accelera all’istante.

3 – Il vocione che conquista (per un flirt)
Una voce bassa e mascolina fa letteralmente sciogliere le donne, come ha dimostrato uno studio pubblicato sulla rivista “Personality and Individual Differences“. La nota stonata è che la regola sembra però valere solo per le scappatelle, perché gli uomini con una voce profonda vengono anche visti come quelli più facilmente propensi al tradimento. Vabbé, tanto volevate solo un appuntamento, no?

4 – Barba sì, pelo no
Se l’uomo barbuto piace, quello peloso non attrae proprio per niente. Vero, le nostre antenate giudicavano con favore il pelo maschile, considerandolo immune da attacchi parassitari, ma visto che siamo nel XXI secolo, meglio lasciare queste preferenze alle donne sapiens e, in caso di necessità, armarsi di ceretta e rasoio.

5 – Prendi una donna, trattala male….
Esattamente come quello di Pitagora, anche il Teorema di Marco Ferradini è da mandare a memoria, perché non c’è niente di peggio (per una donna) di un uomo che la tratta esageratamente bene, riempiendola di complimenti. La prova in uno studio congiunto, condotto dai ricercatori dell’Interdisciplinary Center Herzliya, dell’Università di Rochester e dell’Università dell’Illinois, dove è emerso che l’essere troppo complimentosi con l’altro sesso trasforma anche il ragazzo più cool in un disperato alla ricerca di una storia.

6 – Il classico bravo ragazzo? Ma anche no…
I cattivi soggetti hanno ora l’appoggio della scienza per fare breccia nei cuori femminili e a confermarlo è ancora la ricerca precedente, la quale ha stabilito anche che un’overdose di carinerie viene interpretata dalle donne come un’ansia da prestazione, intesa come desiderio di piacere. Il che può essere tollerabile per il primo appuntamento, ma poi tanti saluti e grazie.

7 – Col senso dell’umorismo si va sul sicuro
Sarà perché le donne tendono a volte ad essere un po’ troppo seriose, ma non c’è niente come una bella risata per metterle dell’umore giusto durante un appuntamento. E quella che sembrava solo una regola non scritta dell’acchiappo sicuro, trova oggi il suo fondamento scientifico in uno studio condotto dalla Stanford University School of Medicine e dal quale si evince che è tutta colpa della biologia se le donne trovano gli uomini divertenti assolutamente irresistibili, indipendentemente da quanto esteticamente gradevoli siano.

8 – Altezza mezza bellezza
Quello che inizialmente veniva giudicato solo come uno stereotipo senza fondamento (soprattutto dai maschietti alla Danny DeVito) sembra invece trovare validità scientifica in una serie di ricerche, tutte concordi nell’affermare che le donne si sentono più attratte dagli uomini alti e la spiegazione più plausibile sarebbe legata all’istinto di protezione. Ovvero, più alto è lui, meno indifesa si sente lei. Non per niente, lo chiamano sesso debole…

Uomini in fuga e donne single a 30 anni, 40 e oltre

15 febbraio 2020 ore 15:11 segnala
Se sei single, potresti essere: divorziata, divorziata con figli, molto indecisa, sfortunata, molto esigente: fino a ieri ti andava bene così… le variabili sono molte. Dopo i 40, sarà difficile trovare il compagno della vita, per i motivi che andremo a sviscerare di seguito. Pare che invece ci saranno più avanti uomini interessanti over 60, che al momento vengono ovviamente scartati.
Dopo i 40 gli uomini ti vedranno come la mamma, anche se porti bene gli anni, sarai vista come una milf, termine recentemente coniato ed utilizzato a causa del proliferare di over 40enni molto ben messe e fisicamente ancora prestanti. Ti potrebbe cercare qualche giovinastro in vena di emozioni e avventure con una vecchia ragazza, ma niente di serio e duraturo, salvo rare eccezioni.
Sei molto più esigente rispetto al passato, l’esperienza ti fa vedere subito la realtà e c’è anche il fatto che ora sai quello che vuoi e lo esterni senza preoccupazioni. Tutto ciò spaventerà gli uomini che amano il disimpegno e la leggerezza.
I coetanei papabili e desiderati, si possono dividere in categorie per fascia di età e tipologia (schemi imprecisi e semplificati, tanto per ironizzare un po’…).
I migliori, cioè quelli che hanno le caratteristiche più gettonate, sono stati presi in giovane età, spesso sotto i 20 anni. Quelli di questa categoria, se sono single, lo sono per scelta.
Ci sono poi le seconde linee, i medi, hanno alcune caratteristiche interessanti, magari sono intelligenti e simpatici, anche loro sono già “presi” spesso prima dei 30/35.
Poi ci sono le riserve in terza linea, loro non piacciono e sono esclusi dalle donne, i motivi sono svariati, comunque non rispondono ai desideri femminili.
Potresti decidere di attaccare il territorio nemico, e frequentare uomini sposati, ma sappi che loro non molleranno la solidità di una famiglia per te. I casi ci sono naturalmente, ma è un percorso arduo e senza certezze.
Poi ci sono i divorziati. Quelli più interessanti, con le famose caratteristiche “gettonate” di cui sopra, saranno assediati da single di tutte le forme ed età. La competizione sarà ardua. Il separato di seconda linea, con meno caratteristiche gradite, magari con qualche figlio da gestire, sarai tu a non volerlo, troppo faticoso.
I divorziati inoltre, sono spesso molto felici del loro stato, e si guardano bene dal ricascarci. Mandano SMS pieni di “sei meravigliosa ma…” dopo relazioni brevi e poco impegnative. Questi restano single!!
Quale suggerimento quindi si può dare alle nostre amiche in cerca di un uomo per farsi una famiglia? Nessuno. L’unica vera cosa da fare è non cercare in modo spasmodico e trovare il divertimento nella socialità. Fare uno sport, iscriversi ad un associazione, fare volontariato, riprendere gli studi, viaggiare, imparare una lingua. Tutto con leggerezza e, intanto che ci si gode abbastanza la vita anche da single, guardarsi in giro senza pregiudizi e frequentare le persone per quello che sono. Non necessariamente potenziali mariti, ma amici e compagni di viaggio, studio, serate, corso. E comunque, il principe azzurro, ormai è andato. Inoltre, essere single, ha alcuni sottovalutati vantaggi, niente preoccupazioni per pranzo e cena da preparare, panni da lavare, casa da tenere, e soprattutto… l’impagabile libertà.

E chissà che invece non ci sia la svolta… proprio domani, dietro l’angolo. Niente è impossibile.

Con passo deciso verso la sua scrivania

13 febbraio 2020 ore 18:59 segnala
Un pazzesco e deleterio luogo comune è quello legato all’iniziativa femminile: una donna che prende l’iniziativa, sia in termini di approccio che sessuale, rischia di avere una scarsa considerazione nella mente maschile. Tutte frottole. Ma, se decidete di farlo, fate attenzione: ciò che a voi sembra già molto esplicito per l’uomo medio potrebbe non esserlo affatto. Quindi provateci, provateci senza ritegno. Dirigetevi dritte alla sua scrivania, guardatelo negli occhi e invitatelo fuori a cena. Senza paura. Cosa succede in questo caso nella testa di un uomo?
L’uomo è lento e avrà bisogno di qualche istante per metabolizzare. Tenete duro e non spaventatevi perché passato il primo momento e l’effetto sorpresa, se ha anche un minimo di interesse per voi (ma si potrebbe dire anche se non ci ha mai pensato prima ma gli andate comunque a genio) avrete ciò che volete. La storia dell’uomo intimidito dall’iniziativa femminile è una sciocchezza. Un uomo che non ha problemi con la propria integrità psicologica e sessuale è tutt’al più divertito dall’essere per una volta preda, anzi, la cosa è anche piuttosto eccitante, direi quasi irresistibile. E anche nel caso in cui la cosa non vada in porto, l’uomo declinerà comunque con un sorriso, con la felice consapevolezza di essere stato voluto, cercato, desiderato ed è una cosa che non capita tutti i giorni e che da un lato rallegra l’umore e ben dispone, dall’altro, cosa assai più importante, scatena comunque l’ammirazione nei vostri confronti per avere avuto il coraggio di farvi avanti.